Civiltà e Barbarie: una domenica al bar

Oggi al bar una comitiva di vecchi pensionati tedeschi ha consumato pantagrueliche porzioni di arancini, mischiandole poi con gelati e dolci di ogni sorta e innaffiando il tutto con enormi tazzone di caffè americano.

Pensavo che a me sarebbe venuto un infarto addominale.

Vecchi arzilli, dalla pupilla celeste, le gambe scavate da torrenti verdi quali ramificazioni di potenziali trombosi venose. Il loro tavolo pareva la discarica di rifornimenti rilasciata da un cargo. Nel giro di pochi istanti, la metamorfosi. Come formiche laboriose, ecco la truppa alzarsi in sincrono: sinergie ed efficienze. Tutta la “composta” veniva così smembrata e ripartita negli appositi contenitori della differenziata fra lo stupore di camerieri intenti a scacciare le mosche. Il plotone muoveva poi verso le bici e le macchine: tutti mi hanno salutato calorosamente come fossi un loro conoscente.

La civiltà ha gli occhi di ghiaccio.

Col mio scooter ripercorro la strada verso casa. Scorci della meravigliosa Timpa di Acireale. Eccola la nostra “composta”.

La barbarie é un popolo senza radici.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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