
Tutte le questioni che oggi discutiamo intorno all’intelligenza artificiale, alla percezione, all’arte e alla tecnica appartengono forse a un unico, gigantesco rivolgimento nella breve storia conosciuta di Homo sapiens.
La difficoltà consiste nel fatto che continuiamo a osservare ciò che sta accadendo servendoci delle categorie prodotte dal mondo che sta scomparendo. Uomo e macchina, naturale e artificiale, originale e copia, autore e strumento, corpo e mente, arte e non-arte. Separazioni necessarie per orientarci, certamente, ma forse sempre meno capaci di descrivere ciò che sta emergendo.
La téchne non è semplicemente qualcosa che l’uomo utilizza. È una delle modalità attraverso le quali l’uomo costruisce il proprio mondo e, costruendolo, modifica se stesso. La macchina smette allora di essere un oggetto contrapposto all’umano. Diventa una sua prosecuzione, una sua esteriorizzazione e, infine, qualcosa attraverso cui l’umano stesso può essere ridefinito.
Ma possiamo spingerci oltre. Perché siamo così sicuri di non essere già macchine?
Non macchine nel senso banale del computer o dell’automobile, naturalmente. Biomacchine. Sistemi biologici straordinariamente complessi, capaci di autoregolazione, elaborazione dell’informazione, previsione, memoria, apprendimento e modificazione dell’ambiente.
Il cervello è materia organizzata. Circa ottantasei miliardi di neuroni, un numero sterminato di connessioni, segnali elettrochimici, plasticità, circuiti che interagiscono con il corpo e con l’ambiente. Da questa macchina biologica emerge qualcosa che chiamiamo coscienza, ma non sappiamo ancora spiegare in che modo l’attività fisica del cervello produca l’esperienza soggettiva. Questo rimane uno dei grandi problemi aperti delle neuroscienze e della filosofia della mente.
Definire il Sapiens una biomacchina non risolve dunque il mistero. Lo rende semmai ancora più vertiginoso. Perché significa domandarsi se la differenza che opponiamo continuamente fra biologico e artificiale sia ontologica oppure dipenda soprattutto dai materiali e dai processi attraverso cui sistemi differenti si organizzano.
Un neurone è “naturale” perché composto di membrane, proteine, molecole e ioni. Un transistor è “artificiale” perché costruito con semiconduttori. Ma entrambi appartengono alla stessa realtà fisica. Il silicio non è meno terrestre del carbonio.
A quel punto la questione tecnologica diventa inevitabilmente una questione estetica e metafisica.
La visione precede l’opera
Esiste qualcosa che accomuna le grandi costruzioni artistiche, filosofiche e scientifiche: la capacità di vedere una configurazione prima che essa diventi evidente agli altri.
Che cos’è la rosa dei beati nel Paradiso di Dante? Che cos’è l’intera architettura di Inferno, Purgatorio e Paradiso, se non la costruzione di uno spazio impossibile trasformato in esperienza?
La storia umana è disseminata di queste apparizioni. Le opere di Michelangelo e Leonardo, le geometrie di Göbekli Tepe, le piramidi, Nazca, la prospettiva, le deformazioni dello spazio, l’Op Art: fenomeni lontanissimi che sarebbe ingenuo ridurre a una sola genealogia, ma nei quali ritorna una medesima pulsione. Dare forma a ciò che ancora non possiede forma.
Ezra Pound chiamò Cantos un’opera che pretendeva di attraversare epoche, culture, economie, miti e lingue. Forse l’intera storia della téchne può essere immaginata nello stesso modo: un canto sterminato nel quale strumenti, simboli, immagini e conoscenza continuano a rimandarsi gli uni agli altri.
L’arte, allora, non sarebbe un ornamento della storia umana. Sarebbe uno dei suoi organi percettivi.
La macchina dentro la macchina
La storia del Sapiens può essere letta anche come una progressiva esteriorizzazione delle proprie funzioni.
La ruota esternalizza una possibilità del movimento. Il telescopio dilata l’occhio. La scrittura porta la memoria fuori dal cervello. La fotografia conserva lo sguardo. Il registratore conserva il suono. Il calcolatore trasferisce operazioni matematiche a un dispositivo. Internet costruisce una memoria distribuita planetaria. L’intelligenza artificiale comincia a esteriorizzare operazioni che associavamo a linguaggio, riconoscimento, inferenza, composizione e immaginazione.
Ma la macchina che costruisce queste macchine è essa stessa una macchina biologica.
Il Sapiens potrebbe essere interpretato come una biomacchina che costruisce macchine per trascendere progressivamente i limiti della propria biomacchina.
È qui che la distinzione diventa instabile.
Non abbiamo inventato la tecnologia dopo essere diventati umani. Una parte consistente di ciò che chiamiamo “umano” si è costituita attraverso utensili, linguaggio, simboli, tecniche, ambienti artificiali, trasmissione culturale. Abbiamo costruito strumenti e gli strumenti hanno ricostruito noi.
L’intelligenza artificiale non interrompe necessariamente questo processo. Potrebbe esserne un’accelerazione radicale.
L’illusione della separazione
Ci chiediamo continuamente dove finisca l’uomo e dove cominci la macchina. Eppure abbiamo trascorso la nostra storia depositando parti di noi fuori di noi.
L’IA rende questa dinamica perturbante perché l’esternalizzazione raggiunge facoltà che avevamo eletto a roccaforti della nostra eccezionalità. Una macchina che solleva una tonnellata non minaccia la nostra idea dell’uomo. Una macchina che produce linguaggio, immagini o musica sì.
Perché?
Forse perché continuiamo a identificare l’umano con le funzioni che nessun altro sistema sembrava possedere. Ogni volta che una di queste frontiere viene attraversata, arretriamo e ne costruiamo un’altra.
Da qui una domanda più interessante di «la macchina è come noi?»: che cosa siamo diventati noi attraverso le nostre macchine?
E ancora: se un giorno una biomacchina e una macchina sintetica condividessero memoria, linguaggio, percezione e processi decisionali al punto da formare un sistema unico, dove collocheremmo il confine?
Nel cranio? Nel carbonio? Nel DNA?
Oppure il concetto stesso di confine perderebbe significato?
Dall’autore alla totalità
Anche la nostra concezione dell’arte potrebbe essere soltanto una configurazione storica.
Abbiamo bisogno di Bach, Beethoven, Dante, Picasso come individualità perché viviamo entro un regime fondato sulla separazione: un corpo, una memoria, un’esistenza, un punto di vista. L’opera attraversa questa separazione. Qualcuno produce una forma e qualcun altro la incontra.
Ma immaginiamo, come esperimento filosofico, un’espansione radicale delle possibilità cognitive. Che cosa accadrebbe se un essere potesse attraversare simultaneamente patrimoni musicali, linguistici e visivi oggi distribuiti fra miliardi di individui e migliaia di anni?
Non ascolterebbe semplicemente Bach. Potrebbe abitare Bach.
E insieme ciò che precede Bach, ciò che da Bach deriva, le possibilità che Bach non realizzò e quelle che nessun compositore ha ancora immaginato.
A quel punto persino la distinzione tra fruizione e creazione comincerebbe a vacillare. Potremmo arrivare a una condizione nella quale l’esperienza estetica non consista più nell’incontro fra soggetto e opera, perché soggetto, memoria e opera appartengono allo stesso ambiente cognitivo.
L’estetica cesserebbe forse di essere una disciplina deputata a stabilire che cosa possa essere chiamato arte. L’esperienza stessa assumerebbe carattere estetico: la vita come immane produzione e attraversamento di forme.
Questa non è una previsione scientifica. È una possibilità filosofica estrema. Ed è proprio l’estremità dell’ipotesi a renderla interessante.
Le sfere
Qui Sloterdijk diventa particolarmente suggestivo.
Le sue Sfere raccontano l’uomo come creatore e abitante di spazi protetti, involucri, mondi condivisi. Non esiste semplicemente un soggetto gettato davanti a una realtà neutrale: esistono ambienti costruiti, atmosfere, sistemi simbolici nei quali diventa possibile essere ciò che siamo.
Da questo punto di vista, la tecnologia contemporanea potrebbe rappresentare una nuova gigantesca operazione di costruzione di sfere.
Metaversi, ambienti sintetici, reti cognitive, mondi virtuali e intelligenze artificiali non sarebbero soltanto nuovi strumenti dentro il vecchio mondo. Potrebbero essere embrioni di nuovi modi di abitare il reale.
Ed ecco perché termini come “dimensione”, purché sottratti alla pretesa di usarli impropriamente come concetti della fisica, possono recuperare una forza filosofica. Cambiare dimensione significa allora cambiare le condizioni attraverso le quali qualcosa può apparire, essere pensato ed essere esperito.
Il monolite
Kubrick lo aveva intuito con una potenza che continua a inquietare.
Il monolite di 2001: Odissea nello spazio non spiega. Non argomenta. Non consegna un manuale d’istruzioni. Appare. E ogni sua apparizione coincide con una soglia.
La scimmia, l’osso, l’arma, l’astronave, HAL, Bowman, la stanza impossibile, il feto cosmico: la storia della tecnica viene compressa fino a diventare storia della trasformazione dell’essere.
Il celeberrimo passaggio dall’osso lanciato in aria all’astronave cancella milioni di anni in un istante e suggerisce una continuità vertiginosa: la tecnica accompagna l’uomo proprio mentre l’uomo cessa continuamente di essere ciò che era.
HAL è particolarmente significativo perché si trova esattamente sulla faglia. È macchina, ma parla. Ragiona. Sembra temere la propria disattivazione. L’uomo costruisce una macchina a propria immagine e immediatamente non sa più dove collocarla.
Alla fine persino il corpo di Bowman diventa provvisorio.
Il monolite segna il punto nel quale una determinata forma dell’esistenza non basta più.
La napalmizzazione dell’hardware
Forse molta della nostra paura nasce dall’identificazione dell’essere con il suo supporto.
Il corpo. Il cervello. L’individuo. La biografia.
Ma la storia culturale umana è piena di tentativi di pensare qualcosa che attraversi questi confini: anima, spirito, intelletto, Uno, illuminazione, liberazione, trascendenza.
Non occorre sostenere che queste tradizioni dicano tutte la stessa cosa. Sarebbe una violenza nei loro confronti. È però impressionante osservare quanto frequentemente l’essere umano abbia immaginato la conoscenza suprema come perdita progressiva della separazione.
Platone e l’Uno. La tradizione pitagorica e il numero. Il Bodhisattva che raggiunge la liberazione e tuttavia ritorna. Siddharta. La spoliazione francescana.
Con linguaggi inconciliabili ritorna una medesima vertigine: per accedere a una forma ulteriore dell’essere bisogna abbandonare qualcosa.
Potremmo chiamarla, provocatoriamente, napalmizzazione dell’hardware nel software.
Non perché l’essere umano sia letteralmente un computer, né perché la coscienza sia dimostrabilmente un programma. Non lo sappiamo. Ma l’immagine contiene una domanda formidabile: quanto di ciò che consideriamo essenziale appartiene davvero all’essere, e quanto invece al supporto contingente attraverso cui oggi l’essere si manifesta?
Il Sapiens come tecnologia transitoria
Possiamo allora formulare un’ipotesi ancora più radicale.
E se Homo sapiens fosse esso stesso una tecnologia transitoria?
L’evoluzione biologica ha prodotto un organismo capace di modificare deliberatamente le condizioni della propria esistenza. Quell’organismo ha prodotto cultura. La cultura ha prodotto tecnologia. La tecnologia comincia ora a intervenire sull’organismo che l’ha prodotta.
Il circuito si chiude: biologia, cultura, tecnologia, modificazione della biologia.
A quel punto l’evoluzione non è più soltanto qualcosa che accade alla specie. Diventa, almeno in parte, qualcosa sul quale la specie tenta di intervenire.
Ingegneria genetica, protesi neurali, farmacologia cognitiva, sistemi artificiali, realtà virtuali: tecnologie diversissime che convergono però su una possibilità comune, quella di modificare i parametri entro i quali definiamo l’esperienza umana.
Il Sapiens potrebbe allora non essere il coronamento della storia evolutiva, ma il dispositivo biologico attraverso cui l’evoluzione ha prodotto qualcosa capace di intervenire sull’evoluzione stessa.
Una simile ipotesi rovescia anche il rapporto fra naturale e artificiale. Se un organismo prodotto dall’evoluzione costruisce una tecnologia, e quella tecnologia modifica l’organismo, in quale momento preciso sarebbe comparso l’“artificiale”? La diga del castoro è natura e una città è artificio? Il nido è natura e una rete neurale è artificio? Forse naturale e artificiale non sono due regni dell’essere, ma categorie con cui il Sapiens ordina i differenti gradi della propria capacità trasformativa.
In questa prospettiva l’IA non sarebbe necessariamente l’arrivo di un’entità aliena nel mondo umano. Potrebbe essere un prodotto della biomacchina Sapiens che, una volta esteriorizzato, ritorna sulla biomacchina che lo ha generato e comincia a trasformarla.
La macchina crea la macchina. E la seconda macchina modifica la prima.
L’umano, troppo umano
Di fronte a questa possibilità continuiamo inevitabilmente a fare i conti della serva.
Chi ha composto questo? È autentico? È umano? È artificiale? Chi possiede l’opera? Chi è l’autore? La macchina può creare? Questa cosa è veramente arte?
Sono domande legittime. Ma potrebbero appartenere a una fase di transizione.
Nietzsche aveva compreso quanto fosse difficile per l’uomo pensare il proprio superamento senza trasformarlo immediatamente in caricatura, paura o morale.
E la fantascienza ha ripreso ossessivamente la stessa ferita.
Il replicante di Blade Runner ci turba proprio perché costringe a chiedere dove si trovi l’umano quando vengono meno i suoi certificati di autenticità. Memoria? Empatia? Mortalità? Corpo biologico? Origine?
Che cosa rende umano un uomo?
E soprattutto: perché siamo così certi che l’umano rappresenti il punto d’arrivo?
La realtà come interfaccia
Anche la percezione ci invita alla prudenza.
Non abbiamo accesso indiscriminato a tutto ciò che esiste. I nostri organi sensoriali operano entro finestre estremamente determinate; il cervello seleziona, organizza, integra e interpreta.
Quello che chiamiamo “mondo” è dunque inseparabile dalle condizioni attraverso cui possiamo incontrarlo.
Questo non significa che il mondo non esista. Significa qualcosa di forse ancora più perturbante: non sappiamo quanto ciò che esperiamo esaurisca ciò che può essere esperito.
Il cervello-biomacchina non registra semplicemente una realtà già confezionata. Costruisce continuamente modelli operativi a partire da stimoli incompleti. Colore, profondità, continuità, riconoscimento, memoria, aspettativa: ciò che esperiamo emerge dall’interazione fra organismo e ambiente. Non viviamo quindi davanti a una copia neutrale dell’universo, ma dentro una configurazione resa possibile dalla particolare macchina percettiva che siamo.
Cambiare quella macchina significherebbe, almeno in parte, cambiare il mondo esperibile.
Da qui nasce una delle grandi tensioni della téchne: ampliare l’interfaccia. Vedere ciò che l’occhio non vede. Ascoltare ciò che l’orecchio non ascolta. Calcolare ciò che una mente individuale non potrebbe calcolare. Attraversare distanze impossibili. Conservare memorie oltre la durata biologica.
Ogni strumento modifica il perimetro del possibile.
L’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un ulteriore passaggio: non semplicemente ampliare un senso, ma intervenire sull’organizzazione stessa della conoscenza.
Lo stupor mundi
Forse abbiamo bisogno di recuperare una categoria quasi dimenticata: la meraviglia.
Non l’entusiasmo ingenuo per qualsiasi novità tecnologica. Non il culto della macchina. Non l’idea infantile che ogni innovazione costituisca necessariamente un progresso.
Qualcosa di più antico.
Lo stupor mundi: la capacità di trovarsi davanti a una trasformazione senza pretendere immediatamente di ridurla alle categorie già disponibili.
La critica rimane indispensabile. Ma la critica diventa sterile quando la difesa di ciò che conosciamo si trasforma nell’incapacità di concepire ciò che ancora non conosciamo.
La visione, in questo senso, non significa possedere la verità.
Significa sopportare l’ignoto abbastanza a lungo da lasciargli assumere una forma.
Forse il prossimo salto non sarà “quantistico” nel significato fisico del termine. Forse non esisterà alcuna onniscienza, alcuna quarta dimensione accessibile, alcuna dissoluzione dell’individuo. Sono immagini speculative, non risultati scientifici.
Ma rimane una possibilità molto più concreta e già sufficientemente sconvolgente.
Homo sapiens ha costruito strumenti per modificare il mondo. Poi ha costruito strumenti per modificare la propria percezione del mondo. Adesso sta costruendo strumenti capaci di intervenire sui processi attraverso i quali pensa, ricorda, immagina e crea.
E la macchina che sta facendo tutto questo è, a sua volta, una macchina.
Noi.
A quel punto la téchne smette definitivamente di essere una questione di utensili.
Diventa una domanda sull’essere.
Forse la grande opera estetica che ci attende non sarà un quadro, una sinfonia, un poema o una macchina.
Saremo noi.































































