
Ho visto Backrooms e ne sono uscito con una sensazione rarissima. Non quella di aver assistito a un film horror particolarmente riuscito. Quella mi interessa relativamente. Ne sono uscito con la sensazione di aver riconosciuto qualcosa. Molti parleranno di trauma, inconscio, rimozione, psicanalisi. Tutto legittimo. Nel film questi elementi ci sono. Ma credo che fermarsi lì significhi ridurne enormemente la portata.
Da anni frequento nei sogni luoghi che possiedono caratteristiche molto simili a quelle delle Backrooms. Interi quartieri. Stazioni. Città immense. Complessi architettonici apparentemente infiniti. Luoghi che ritrovo a distanza di mesi o anni come se esistessero indipendentemente dalla mia volontà. Non si presentano come simboli. Si presentano come mondi.
Ed è qui che il film di Kane Parsons mi sembra straordinario. Non perché rappresenti il sogno. Ma perché ne riproduce la logica profonda.
Nei sogni esistono spazi impossibili che tuttavia risultano perfettamente abitabili. Corridoi che non conducono da nessuna parte. Scale che salgono verso luoghi che non esistono. Quartieri che si estendono oltre ogni geografia concepibile. Eppure durante il sogno non percepiamo alcuna anomalia. Tutto appare naturale. Le Backrooms funzionano esattamente così. Per questo non credo che il vero protagonista del film sia il personaggio. E neppure la creatura. Il vero protagonista è lo spazio. Kane Parsons ha compreso una cosa che gran parte del cinema contemporaneo sembra avere dimenticato: l’inquietudine più profonda non nasce dal mostro. Nasce dall’architettura. Nasce dal momento in cui lo spazio smette di obbedire alle categorie attraverso cui organizziamo il reale. Sopra e sotto. Vicino e lontano. Dentro e fuori. Prima e dopo. Nelle Backrooms queste coordinate collassano. Lo spettatore perde progressivamente la fiducia nella propria percezione.
Ed è qui che il film smette di essere un horror e diventa qualcosa di molto più interessante. A tratti mi ha ricordato Borges. A tratti Piranesi. In altri momenti certe intuizioni di Kubrick. Ma soprattutto mi ha ricordato qualcosa che conosco bene e che faccio fatica a descrivere: quella sensazione che talvolta emerge nei sogni più complessi, quando si ha l’impressione di trovarsi davanti a una realtà parallela dotata di una sua autonomia. È per questo che trovo insufficiente la lettura puramente psicanalitica. A un certo punto le Backrooms eccedono il protagonista. Eccedono la sua biografia. Eccedono persino la sua nevrosi. Diventano un problema percettivo. Diventano un problema ontologico.
Il film sembra suggerire una domanda che l’essere umano si porta dietro da sempre: e se la realtà che percepiamo fosse soltanto una riduzione? Una semplificazione necessaria? Una piccola isola di ordine costruita dalla mente sopra un oceano di possibilità spaziali e percettive che normalmente ci restano invisibili? È qui che il film mi ha colpito davvero. Non nel mostro. Non nell’orrore. Non nella trama. Ma nel dubbio.
Perché uscendo dalla sala ho avuto la stessa sensazione che talvolta provo al risveglio dopo certi sogni particolarmente elaborati: non quella di aver visitato una fantasia, ma quella di aver intravisto per un istante qualcosa che normalmente resta nascosto. Forse è questa la grandezza di Backrooms. Non spiega. Non rassicura. Non chiude. Apre. Apre una fenditura in quella rassicurante impalcatura cognitiva che chiamiamo realtà. E per un istante lascia intravedere ciò che potrebbe trovarsi oltre: non necessariamente un aldilà religioso, non necessariamente l’inconscio freudiano, ma una dimensione ulteriore dell’essere, una geografia invisibile che talvolta affiora nei sogni, nelle visioni, nelle intuizioni più profonde. Da anni sostengo che la coscienza sia molto più vasta di quanto la sua manifestazione quotidiana lasci intendere. Backrooms sembra muoversi esattamente su questo crinale. Non descrive un altro mondo. Insinua il sospetto che il nostro sia soltanto uno dei possibili modi di abitarlo. E in quelle architetture sterminate, in quei corridoi senza fine, in quelle stanze che sembrano ricordare qualcosa che non abbiamo mai vissuto, ho ritrovato la stessa vertigine che provo nei sogni più potenti: la sensazione che l’universo sia infinitamente più grande, più stratificato e più misterioso di quanto la ragione sia disposta ad ammettere. Non è il terrore ciò che rimane. È una forma di nostalgia. Come se quelle geometrie impossibili appartenessero a un luogo che abbiamo dimenticato e che, tuttavia, continuiamo ostinatamente a cercare.


























































