Recensione di BACKROOMS –Architetture dell’oltre. Un film di Kane Parsons

Ho visto Backrooms e ne sono uscito con una sensazione rarissima. Non quella di aver assistito a un film horror particolarmente riuscito. Quella mi interessa relativamente. Ne sono uscito con la sensazione di aver riconosciuto qualcosa. Molti parleranno di trauma, inconscio, rimozione, psicanalisi. Tutto legittimo. Nel film questi elementi ci sono. Ma credo che fermarsi lì significhi ridurne enormemente la portata.

Da anni frequento nei sogni luoghi che possiedono caratteristiche molto simili a quelle delle Backrooms. Interi quartieri. Stazioni. Città immense. Complessi architettonici apparentemente infiniti. Luoghi che ritrovo a distanza di mesi o anni come se esistessero indipendentemente dalla mia volontà. Non si presentano come simboli. Si presentano come mondi.

Ed è qui che il film di Kane Parsons mi sembra straordinario. Non perché rappresenti il sogno. Ma perché ne riproduce la logica profonda.

Nei sogni esistono spazi impossibili che tuttavia risultano perfettamente abitabili. Corridoi che non conducono da nessuna parte. Scale che salgono verso luoghi che non esistono. Quartieri che si estendono oltre ogni geografia concepibile. Eppure durante il sogno non percepiamo alcuna anomalia. Tutto appare naturale. Le Backrooms funzionano esattamente così. Per questo non credo che il vero protagonista del film sia il personaggio. E neppure la creatura. Il vero protagonista è lo spazio. Kane Parsons ha compreso una cosa che gran parte del cinema contemporaneo sembra avere dimenticato: l’inquietudine più profonda non nasce dal mostro. Nasce dall’architettura. Nasce dal momento in cui lo spazio smette di obbedire alle categorie attraverso cui organizziamo il reale. Sopra e sotto. Vicino e lontano. Dentro e fuori. Prima e dopo. Nelle Backrooms queste coordinate collassano. Lo spettatore perde progressivamente la fiducia nella propria percezione.

Ed è qui che il film smette di essere un horror e diventa qualcosa di molto più interessante. A tratti mi ha ricordato Borges. A tratti Piranesi. In altri momenti certe intuizioni di Kubrick. Ma soprattutto mi ha ricordato qualcosa che conosco bene e che faccio fatica a descrivere: quella sensazione che talvolta emerge nei sogni più complessi, quando si ha l’impressione di trovarsi davanti a una realtà parallela dotata di una sua autonomia. È per questo che trovo insufficiente la lettura puramente psicanalitica. A un certo punto le Backrooms eccedono il protagonista. Eccedono la sua biografia. Eccedono persino la sua nevrosi. Diventano un problema percettivo. Diventano un problema ontologico.

Il film sembra suggerire una domanda che l’essere umano si porta dietro da sempre: e se la realtà che percepiamo fosse soltanto una riduzione? Una semplificazione necessaria? Una piccola isola di ordine costruita dalla mente sopra un oceano di possibilità spaziali e percettive che normalmente ci restano invisibili? È qui che il film mi ha colpito davvero. Non nel mostro. Non nell’orrore. Non nella trama. Ma nel dubbio.

Perché uscendo dalla sala ho avuto la stessa sensazione che talvolta provo al risveglio dopo certi sogni particolarmente elaborati: non quella di aver visitato una fantasia, ma quella di aver intravisto per un istante qualcosa che normalmente resta nascosto. Forse è questa la grandezza di Backrooms. Non spiega. Non rassicura. Non chiude. Apre. Apre una fenditura in quella rassicurante impalcatura cognitiva che chiamiamo realtà. E per un istante lascia intravedere ciò che potrebbe trovarsi oltre: non necessariamente un aldilà religioso, non necessariamente l’inconscio freudiano, ma una dimensione ulteriore dell’essere, una geografia invisibile che talvolta affiora nei sogni, nelle visioni, nelle intuizioni più profonde. Da anni sostengo che la coscienza sia molto più vasta di quanto la sua manifestazione quotidiana lasci intendere. Backrooms sembra muoversi esattamente su questo crinale. Non descrive un altro mondo. Insinua il sospetto che il nostro sia soltanto uno dei possibili modi di abitarlo. E in quelle architetture sterminate, in quei corridoi senza fine, in quelle stanze che sembrano ricordare qualcosa che non abbiamo mai vissuto, ho ritrovato la stessa vertigine che provo nei sogni più potenti: la sensazione che l’universo sia infinitamente più grande, più stratificato e più misterioso di quanto la ragione sia disposta ad ammettere. Non è il terrore ciò che rimane. È una forma di nostalgia. Come se quelle geometrie impossibili appartenessero a un luogo che abbiamo dimenticato e che, tuttavia, continuiamo ostinatamente a cercare.

Sogno del 28-5-2026: ologrammi e lingua armena

Sono sempre in questa sorta di Bologna metafisica.
Una Bologna che non è quella reale, ma che nel sogno conosco perfettamente. È quasi sempre notturna, oppure immersa in una specie di crepuscolo permanente. Io lì ho una stanza in affitto.
Però vivo altrove, credo in Sicilia, e ogni tanto torno a Bologna. La stanza è dentro una casa abitata da ragazzi e ragazze, probabilmente gestita da una mia amica, che nel sogno conosco benissimo ma di cui adesso non ricordo il nome. Nel sogno sono chiaramente più giovane.
Forse ho ancora i capelli. Comunque non è questo il punto. Mi trovo con dei parenti durante una celebrazione, una festa. Non capisco bene se sia la mia laurea o qualcosa di simile. Poi, improvvisamente, mi ritrovo a camminare per Bologna insieme a una signora sulla sessantina. Anche lei la conosco perfettamente nel sogno, ma non esiste nella realtà. Camminiamo. A un certo punto mi indica una viuzza stretta.
Ricordo perfettamente il nome di quella strada, l’ho ripetuto tante volte nel sogno, ma da sveglio non riesco più a ricordarlo. Entriamo in questa viuzza e all’improvviso, sulla destra, lo spazio si apre in modo spettacolare: tre piccoli slarghi, tre piazzette meravigliose nascoste dentro le strettoie della città. Lì c’è una specie di manifestazione futuristica.
Installazioni, strutture luminose, cose impossibili da descrivere bene. Una scena sublime. Io provo a fare dei video con l’iPhone, ma mi viene impedito. Mi dicono che quella specie di installazione olografica vivente è estremamente sensibile e che filmarla potrebbe interferire. Rimango a guardare questa presenza ologrammatica, una cosa di una bellezza assurda che non saprei descrivere nemmeno lontanamente. Poi andiamo via. Mi ritrovo di nuovo con questa signora e succede una cosa tipica dei miei sogni: sono mezzo svestito, oppure devo rimettermi i pantaloni. C’è sempre questa sensazione di imbarazzo, di esposizione. Lei mi conduce a casa sua.
O forse è la casa dove io stesso ho la stanza. C’è una grande stanza con un enorme slargo interno.
Lì ci sono una ragazza e un ragazzo barbuto. La signora va in cucina a lavare i piatti, poi torna e comincia a parlare con loro. Ed è lì che accade la cosa più assurda. Parlano alternando italiano e una lingua orientale che io non conosco. Passano continuamente da un idioma all’altro. Eppure io capisco perfettamente tutto. Li ascolto e dico loro: “Mi fa impazzire questa cosa che parliate italiano mescolandolo con quest’altra lingua.”Loro ridono. Io continuo a capire tutto perfettamente. Aun certo punto mi viene da chiedere: “Ma state parlando armeno insieme all’italiano?” E loro continuano a ridere. Mi sveglio dopo poco.
Ovviamente non ricordo nulla di quella lingua, non riuscirei a pronunciare una frase, né a decifrarla davvero. Però ricordo il suono. E la cosa inquietante è che, cercando dopo informazioni con l’IA e confrontando il suono con l’idioma, realizzo che effettivamente quella lingua fosse l’armeno. Ed è questa la domanda che mi rimane addosso:
com’è possibile che nel sogno io riuscissi a comprendere perfettamente una lingua che nella realtà non conosco affatto? Forse il punto non è la lingua in sé, ma quella sensazione stranissima di familiarità assoluta. Nei sogni non “imparo”: riconosco. Come se esistesse una zona della mente — o qualcosa oltre la mente — in cui i linguaggi, le città, le persone e perfino gli idiomi sconosciuti esistessero già in forma accessibile, e il sogno non facesse altro che aprire temporaneamente una porta.

Carme IX: Maggio in Fiore

E i profumi inebriano stordiscono le narici afrori campagne irrorate/
Piegati come salici i vecchi a seguire i rintocchi delle campane/
Resiste ancora il paese abbacinato dalla luce fresca del mattino/
In cielo svolazzano rondini fontana d’acqua gocce sul mento/
Qualcuno lavora nei giardini si attardano due donne la chiacchera/
Nel piccolo santuario addobbato di colori e sinuosità ovunque il rampicante/
Declinazioni e derivazioni poi ancora profumo di gelsomini troppo antico/
Questo vivere nel dispetto tecnologico e il mare che restituisce salsedine/
Non è ancora la volgare estate e tutto sembra fermarsi in acquerello/
Scivolare nei pensieri eppur vivido e presente come la piazzetta lucida/
Due ruote di bicicletta e il piccolo ufficetto postale financo il barbiere/
Che insapona le guance profumate del vecchio pensionato con le tasche/
Gonfie di fresche banconote foglie di insalata pomodori rosso fuoco peperoni/
Verdi viola translucido di melenzane e l’ape che caracolla stracolma dei frutti/
Succulenti roridi anch’essi come la terra bagnata del mattino e il volto arrossato/
Di due belle fanciulle che corrono sul litorale benedette dalla frescura santa/
Che soffia qui giunta da mari distanti come una eco dal lontano Bosforo/
La statua bronzea di Padre Pio noncurante del giallo dei limoneti si vedono/
Oramai esotiche le coltivazioni del mango e dell’avocado a spezzare l’ordine/
Delle contrade il contrappunto delle piccole frazioni marine non oso immaginare/
L’oscena bellezza dei secoli che mi hanno preceduto e il canto sì il canto/
Che da ogni primavera ancora sento farsi meriggio e poi crepuscolo/
Come se il mondo pur sapendo di essere perduto non riuscisse a smettere del tutto di tentare/
D’esser lì alla portata nell’ostinazione residuale del linguaggio.

Cronaca di un fallimento

La cosa che ormai mi fa sorridere è questa: quando dico “signori, io sono un fallito”, scatta immediatamente la consolazione automatica — “ma cosa dici, ma tu sei un grande, sei un artista…”.
No.
Tecnicamente io non produco quasi nulla che il sistema riconosca come tale. Faccio qualche concerto, qualche evento sporadico. Scrivo libri che leggono in pochi e che non compra quasi nessuno. Non c’è richiesta, non c’è circuito, non c’è mercato.
Quindi sì, nella grammatica del mondo in cui viviamo, sono un fallito.
Non perché non faccia, ma perché ciò che faccio non genera valore secondo i parametri dominanti. Non interessa. Non serve. Non circola.
Il fatto di essere un insegnante di conservatorio — che pure non rinnego e non disprezzo — non cambia la questione. Non è quello il punto. Io non sono mai stato un uomo “da posto”. Non sono mai stato uno da stabilità, da ruolo definito, da funzione istituzionale. Sono sempre stato, piuttosto, un animale da palcoscenico, da performance, da esposizione diretta. Il mio luogo è sempre stato la scena, non la struttura.
Sono peraltro sempre stato una persona onesta intellettualmente, e spietata soprattutto con me stesso (nei limiti dell’umano consentito). Uno dei miei modelli, in questo senso, è Michel Leiris ne L’âge d’homme: ossia il dire-scrivere le cose fino in fondo, anche quando ci si espone in maniera brutale, totale, assoluta.
E allora lo dico senza enfasi, senza romanticismi, senza la retorica dell’artista incompreso: dichiaro serenamente il mio fallimento.
Non quello tragico, non quello poetico, non quello pieno di pathos.
Ma quello che si dà come esito, come forma compiuta di un processo.
Non una caduta, ma una configurazione.
Non un evento eccezionale, ma una condizione che si stabilizza.
Il punto in cui ciò che si è fatto incontra il modo in cui il mondo decide di leggerlo — o di non leggerlo.
E qui viene il punto più interessante: quando un negozio chiude, nessuno entra per dirgli “ma no, ma dai, continua, è un bel negozio”. Nessuno si sente in dovere di consolare il commerciante o, peggio, come accade a un artista (definizione di comodo), di accusarlo di vittimismo. Nessuno gli dice che “in fondo il valore c’è”. L’esito, in quel caso, è semplicemente registrato.
Perché invece, quando si tratta di un artista, scatta questa necessità quasi compulsiva di negarlo?
Forse perché il fallimento artistico mette in crisi un’illusione condivisa: quella per cui il talento, la dedizione, la coerenza dovrebbero automaticamente produrre riconoscimento, visibilità, successo. Non è così.
E qui si apre una questione più ampia.
Il fallimento non è un accidente. È una categoria strutturale del nostro modo di organizzare il valore. Esiste perché esiste un sistema di misura. Esiste perché qualcuno decide cosa conta e cosa no. In altri termini: non fallisce chi non fa, ma chi non rientra nei criteri che stabiliscono cosa sia un risultato.
Questo significa che il fallimento, così come lo intendiamo, non è una verità ontologica ma una convenzione. Una convenzione potente, certo, perché produce effetti reali — economici, sociali, simbolici — ma pur sempre una convenzione.
E tuttavia, proprio perché è una convenzione, è anche inevitabile. Io vivo dentro questo sistema, non fuori.
Quindi il mio fallimento è, allo stesso tempo, relativo e reale.
Alla soglia dei sessant’anni, poi, il discorso si sposta inevitabilmente su un piano di bilancio. E un bilancio, per definizione, non è un’opinione: è una somma.
La somma dice: circa ottanta dischi incisi, sedici libri pubblicati, anni di attività concertistica in Italia, in Europa, nel mondo, formazione di collettivi, creazione di metodologie musicali e di conduction istituzione di un blog, di etichette discografiche, di società di edizioni musicali, ecc. Non una promessa, ma un percorso compiuto. Non un tentativo, ma una traiettoria che, per un periodo significativo, ha trovato ascolto, interlocutori, spazio.
E poi una progressiva rarefazione.
Meno chiamate. Meno circuiti. Meno ascolto. Uno stallo.
Questo non lo leggo in chiave emotiva, ma descrittiva.
Si può discutere sulle cause, ma il dato resta: ciò che produco oggi non trova collocazione adeguata nel sistema.
Chiamarlo “boicottaggio” può sembrare eccessivo, ma descrive almeno un effetto.
E dentro questo si inserisce un elemento ulteriore: un paese senza memoria artistica, che non stratifica, non consolida, non riconosce continuità.
In un sistema così, anche percorsi lunghi diventano invisibili.
Il punto è l’accettazione del dato.
Non c’è bisogno di essere commiserati, né di essere consolati.
C’è solo da registrare una condizione.
E qui si aggiunge un paradosso: quando vengo chiamato a suonare, a presentare i miei libri, a fare performance sui miei testi, il pubblico partecipa in maniera totale. C’è ascolto, c’è coinvolgimento. E questo, paradossalmente, non mi consola. Mi crea una forma di frustrazione, perché rende ancora più evidente lo scarto tra ciò che accade lì e ciò che non accade fuori. Rotture rispetto alla monotonia, la non continuità.
Quando mi chiamano a suonare, spesso è anche quello: una forma di svendita. Pochi soldi, condizioni minime, imbarazzi.
Fallimento va detto così, senza rabbia.
E aggiungo un’ultima cosa: a quasi sessant’anni non mi interessa più di cosa possa pensare la gente. Non mi interessa il giudizio. Non mi interessa nemmeno come verrà letto questo scritto. Non ho più nulla da perdere.
Proprio per tali ragioni, tutto ciò non fermerà la mia attività produttiva di un niente. Anzi, probabilmente la aumenterà. Perché non si crea per essere considerati. Questa è la differenza. Sono due fasi diverse dell’essere artista: quella in cui si misura il proprio lavoro attraverso il riconoscimento e quella in cui si continua a produrre indipendentemente da esso. Attenzione a non confondere i piani. So che quel che scrivo accomuna tanti altri creativi in crisi. Io non mi nascondo e ci metto come sempre la faccia.
Ad oggi, 2 maggio 2026, questa è la situazione.
Se cambierà, ne darò notizia. Che questo scritto possa arrivare a chi è in in grado di recepirne l’intimo contenuto profondo.

“BOAOTTI”: la “buonanotte” dei catanesi

Il catanese è sempre stato “moderno” in un certo qual modo, da sempre ha fatto del tempo una ragione essenziale, in controtendenza con l’immagine classica di una Sicilia lenta, pigra e oziosa. Egli spesso rinuncia a consonanti superflue e scorcia senza problemi. Ad esempio. Quando si fa tardi e la discussione si prolunga inutilmente, in un particolare, non definibile, ma purtuttavia ineluttabile momento saliente della questione, cala come una mannaia la seguente sentenza: “avanti, Savvo, BOAOTTI!” (“Orsù, Salvo, abbiamo chiacchierato fin troppo in merito a questa problematica, ritengo opportuno dunque il porre fine al nostro interminabile botta e risposta, essendo giunti a un evidente punto di stallo che finirebbe col sottrarre a entrambi delle preziose ore di sonno”).
Il catanese elimina dunque ben due consonanti (le due “N” di “bonanotti”), confidando sulla musicalità della frase che, pur contratta, finisce col riprodurre la medesima parola (“BOAOTTI” viene spesso pronunciato mentre si va già via, giunge come una eco significante “di per sé”, come se non fosse più nemmeno una parola, ma un gesto fonico autosufficiente, una specie di congedo che si compie mentre si compie l’azione stessa dell’andarsene). Non si dice BOAOTTI per comunicare qualcosa: lo si dice perché ormai non c’è più nulla da comunicare. È la lingua che prende atto del limite del discorso e lo chiude con un colpo secco, elegante nella sua brutalità.
In questo senso il catanese è davvero moderno: taglia, abbrevia, elimina il superfluo non per povertà, ma per eccesso di consapevolezza. Sa che a un certo punto le parole eccedono la cosa, la dilatano inutilmente, la consumano. BOAOTTI interviene lì, come una cesura. Non è solo “buonanotte”: è “basta così”, “oltre non si va”, “il tempo è finito”.
E infatti arriva sempre quando il tempo è già stato superato, quando la conversazione ha oltrepassato quella soglia invisibile oltre la quale non si aggiunge più nulla, ma si continua a parlare per inerzia, per abitudine, per paura del silenzio. Il catanese, invece, quel silenzio lo chiama. Lo anticipa. Lo impone.
È una parola che contiene un’intera filosofia: la misura. Ma una misura non moralistica, non pedagogica — una misura pragmatica, quasi musicale.

Sogno del 24/4/2026: 2004 (ma non è il 2004)

Stanotte succede questo. Vengo selezionato insieme a un gruppo di altri — non è chiaro se ragazzi o persone della mia età — per partecipare a un briefing in un paese asiatico. Saliamo su quello che inizialmente sembra un aereo, ma non è un aereo normale: è una specie di sala enorme, quasi un aereo presidenziale, con un grande tavolo centrale, computer, postazioni di lavoro. Partiamo. Durante il decollo mi accorgo che il movimento è stranissimo, completamente diverso da quello di un aereo: silenziosissimo, fluido, quasi irreale. Capisco allora che non è un aereo, ma un elicottero di modernissima fattura, enorme, evolutissimo, che vola in un modo incredibile. Ricordo con precisione questo dettaglio: il silenzio e il tipo di movimento. Dovevamo fare scalo, forse a Varsavia, e da lì prendere un altro mezzo per arrivare in questa località asiatica dove si sarebbe tenuto l’incontro. Poi c’è un vuoto. Mi ritrovo direttamente in un hotel, evidentemente già in Asia. Un’enorme hall. Mi muovo dentro questo spazio cercando di capire dove sono, cosa sta succedendo. A un certo punto entra una donna che annuncia l’arrivo degli altri partecipanti. Ci sediamo, sta per iniziare il briefing. Ed è lì che succede la cosa più strana. Comincio a osservare le attrezzature degli altri: computer, dispositivi… e mi sembrano vecchissimi, tipo Mac dei primi anni 2000. Allora tiro fuori il mio Mac — quello attuale — e glielo mostro. Loro mi guardano come se fosse qualcosa di incomprensibile. Io chiedo: “Ma in che anno siamo?” E loro rispondono, con naturalezza: “2004”. Rimango spiazzato. Dico: “Ma che dite? Siamo nel 2026”. Gli faccio vedere il mio computer, provo a spiegare. Loro mi mostrano le loro applicazioni, i loro sistemi. Ma non sono esattamente quelli del 2004 che conosciamo: sono versioni alternative, come se fosse un Mac del 2004 sviluppato in un altro universo, con una tecnologia che ha seguito un’altra traiettoria. Non è passato: è un’altra linea. Loro impazziscono guardando il mio. Io continuo a chiedere: “Ma che anno è? In che anno siamo?” Comincio a protestare. Arrivano altre persone, altri partecipanti, e la tensione cresce. E lì non ricordo più nulla.

PS: Forse il punto non è stabilire in che anno ci si trovi, ma accorgersi che l’anno stesso, nel sogno, perde consistenza. Non è un ritorno al passato, non è una memoria: è una biforcazione. Come se il tempo non scorresse in linea, ma si aprisse in più direzioni simultanee, ognuna con la propria coerenza, la propria tecnologia, la propria storia. Ed è esattamente lì che torna quella sensazione già vissuta altrove: non sto immaginando, sto entrando. In territori che non appartengono né al ricordo né alla fantasia, ma a una struttura più ampia, dove le mappe non sono solo spaziali — come nelle città che abito nel sonno — ma anche temporali. E il vero spaesamento non è vedere qualcosa di impossibile, ma riconoscerlo come perfettamente reale mentre accade.

La democrazia ateniese nell’era digitale


C’è un passaggio delle Supplici di Euripide che, se preso sul serio, non è un frammento di teatro antico, ma una teoria politica compressa. E, come spesso accade, proprio ciò che è più radicale resta invisibile perché è detto con troppa chiarezza. Nel dialogo tra Teseo e l’araldo non c’è solo retorica: c’è una frattura strutturale. Da una parte il potere che si concentra, dall’altra una città che esiste solo se l’uguaglianza non è una parola ma una condizione operativa. Teseo non fa filosofia: individua il punto esatto in cui il potere si deforma. Il tiranno è il peggio che possa accadere a una città, non per moralismo, ma perché piega la legge a sé. Dove governa uno solo, la legge smette di essere un dispositivo comune: diventa proprietà privata. L’uguaglianza non viene negata a parole: viene svuotata nei fatti. E qui introduce il primo nodo: la legge scritta come condizione materiale dell’uguaglianza. Dove la legge è pubblica, il povero e il ricco stanno sullo stesso piano, il debole può rispondere al potente, il piccolo può prevalere sul grande, se la giustizia regge. Non è idealismo: è equilibrio delle forze. Ma il punto decisivo arriva subito dopo. Teseo definisce la libertà con una formula che oggi risulta quasi intollerabile per la sua semplicità: «Chi vuole parlare in pubblico per fare qualche proposta utile alla città?» Qui salta tutto. Non rappresentanza. Non delega. Non intermediazione. Accesso diretto. Chi vuole parla. Chi non vuole tace. E dentro questa banalità apparente c’è un principio che abbiamo rimosso: l’accesso alla parola è accesso al potere. Non esiste altra definizione concreta di democrazia. Il resto è costruzione storica. Teseo lo dice apertamente: esiste forse un’uguaglianza maggiore? Noi, da secoli, rispondiamo di no nei fatti, continuando a chiamare democrazia un sistema fondato sulla mediazione permanente. A questo punto bisogna essere precisi: Atene non è un modello compiuto. È limitata, esclusiva, imperfetta. Ma ha centrato il principio. E quel principio non è stato superato: è stato aggirato. Per una ragione semplice: i limiti materiali. La democrazia diretta funzionava perché la scala lo permetteva: pochi cittadini, presenza fisica, tempo condiviso, spazio delimitato. Appena la scala cresce, il modello collassa. Non per errore teorico, ma per impossibilità operativa. Da qui nasce la rappresentanza. Non come progresso, ma come compromesso tecnico: delegare diventa necessario perché partecipare direttamente è impraticabile. Per secoli abbiamo scambiato questo compromesso per un punto di arrivo, trasformando una necessità logistica in un principio politico. Ma qui si apre il nodo che oggi non è più eludibile. Se il limite della democrazia diretta era tecnico, cosa accade nel momento in cui la tecnica cambia? Le infrastrutture digitali stanno progressivamente erodendo quei vincoli che rendevano impossibile la partecipazione diretta su larga scala: identità verificabili, sistemi di voto distribuiti, piattaforme di deliberazione, accesso asincrono alla discussione, possibilità di aggregare e filtrare proposte in tempo reale. Non siamo ancora a un punto stabile, ma la direzione è evidente: la scala non è più un ostacolo assoluto. Questo implica un passaggio netto: da “impossibile su larga scala” a “impossibile senza tecnologia”. E allora quella frase di Teseo smette di essere un reperto e torna ad essere una domanda operativa: «Chi vuole parlare per la città?» Oggi, potenzialmente, la risposta può arrivare da milioni di individui, distribuiti, asincroni, ma connessi dentro un sistema che rende la partecipazione tecnicamente gestibile. Questo non significa che ogni problema sia risolto: restano questioni di competenza, qualità della decisione, manipolazione, velocità, responsabilità. Ma cambia il piano: non siamo più di fronte a un limite strutturale, ma a un problema di progettazione. E questo è un salto enorme. Perché significa che la democrazia diretta smette di essere un’utopia storica e diventa un’architettura possibile. Non un ritorno nostalgico ad Atene, ma il suo compimento. Per la prima volta, ciò che era confinato dalla materia può essere esteso dalla tecnica: una democrazia in cui la partecipazione non è delegata ma esercitata, in cui la parola non è concessa ma disponibile, in cui ogni cittadino può intervenire nel processo decisionale senza passare attraverso una classe separata. Questa sarà la vera democrazia del futuro: una democrazia ateniese resa finalmente possibile dalla tecnologia. Non un perfezionamento della rappresentanza, ma il suo superamento strutturale. Non un’illusione, ma una possibilità concreta che dipende da come scegliamo di costruire gli strumenti. E, per la prima volta, la definizione di Teseo può uscire dal perimetro della polis e diventare globale: la città appartiene davvero a chi decide di prenderne la parola.

SOGNO del 23/4/2026: L’UOMO WATER

Stanotte succede questo.
Non so come, entro in contatto con qualcuno e mi ritrovo il braccio macchiato di merda. Provo subito disgusto e cerco di pulirmi. Ma più cerco di risolvere, più la situazione degenera.
A un certo punto mi trasformo in una specie di uomo-gabinetto: ho un water in ceramica attorno alla vita e sono costretto a camminare così, con dentro deiezioni che continuano a sporcarmi.

Attraverso una zona notturna che sembra uscita da Fuga da New York: bidoni in fiamme, vicoli, teppisti armati. Io avanzo rasente ai muri, cercando di non farmi notare. Tutti però mi guardano. Sono terrorizzato, soprattutto da uno: altissimo, completamente calvo, con un macete. Il vicolo si stringe e sono costretto a passargli accanto. Io, con questo gabinetto addosso, sporco, gli passo vicino. Lui mi guarda dall’alto, impugna il macete, poi ride con un ghigno. Riesco a passare. Dopo capisco: quella, paradossalmente, è una zona sicura.

Superato quel punto, vedo nella notte un baluginio. È una luce fosforescente che si trasforma in una specie di pozzanghera bianca, a chiazze rosa. Capisco che è qualcosa di vivo: un liquido che ti segue ovunque, si allarga e prova a ricoprirti, a soffocarti, come un blob.

Scappo. Corro con questo gabinetto pieno di deiezioni mentre quella cosa mi insegue e si espande velocissima. Riesco a salire su un muretto, ma la sostanza contamina tutto. Alla fine, tramite una scala, entro a fatica in una casa.

È una casa che conosco: ho le chiavi, ma non so chi siano i proprietari. È una casa di gente molto ricca, perfettamente ordinata, pulitissima. Io entro sempre di nascosto, quando loro non ci sono, con l’ansia che possano tornare da un momento all’altro.

Dentro trovo mio fratello e un altro che non ricordo bene chi sia.

Cerco di pulirmi. Tolgo il water, mi lavo, ma mentre mi pulisco continuo a sporcare quella casa. È un continuo tentativo di pulizia che genera altra sporcizia: pulisco me stesso e contemporaneamente devo pulire tutto quello che sto contaminando.

In qualche modo riesco a sistemare la situazione.

Ma poi mi ricordo: ho un concerto. Devo andare subito.

Mio fratello è già sotto con la macchina. Salgo, partiamo, accelero per arrivare in tempo. Ma sbaglio strada: prendo uno svincolo e finisco in autostrada.

Mi dico: “No, adesso devo uscire subito e tornare indietro”.

Nel frattempo mi chiama Claudia Scavone. Rispondo in vivavoce. Ma mentre rispondo, per errore, parte anche una chiamata a Cinzia. E quindi si mettono a parlare entrambe, Claudia e Cinzia, mentre io sono completamente concentrato sullo svincolo da prendere.

E lì mi sveglio.

Geometria dell’aldilà

Io devo poterlo dire. Oramai la mia vita onirica è inconcepibile. Io non sono in grado di tradurre la complessità (è solo una parola che non rende il senso), il livello surreale (è solo una parola che non rende il senso), l’affabulazione (è solo una parola che non rende il senso), la preziosità del dettaglio (è solo una parola che non rende il senso), l’incommensurabile ordito (è solo una parola che non rende il senso), di quanto vado “vivendo” durante la fase del sonno. È una cosa che mi dà immensa fiducia su ciò che avverrà dopo il trapasso, ed è un senso di consapevolezza che si centra su un correlato empirico di queste avventure.

Perché ciò che accade nei miei sogni non ha nulla della casuale confusione che la vulgata neurologica attribuisce al sonno. Non vi è solo proliferazione di immagini. Vi è costruzione. Vi è drammaturgia. Vi sono luoghi che ritornano a distanza di anni con una topografia stabile, strade che riconosco, città impossibili che hanno quartieri, corridoi, scale, geografie interne più coerenti di quelle di molta realtà diurna. Vi sono personaggi che sembrano sapere cose che io non so, dialoghi che non avrei saputo scrivere da sveglio, dettagli minimi — una luce su una parete, una frase detta di sfuggita, il rumore di una porta, una curva di montagna — che possiedono una precisione quasi intollerabile.

A volte ho la sensazione che il sonno non produca quei mondi, ma li attraversi. Che la coscienza, liberata dalla tirannia del corpo, della cronologia e della funzione, entri in una forma di esperienza infinitamente più vasta, in cui il reale appare per ciò che forse è sempre stato: una minima porzione, un lembo, una crosta.

E allora io non riesco più a considerare il trapasso come annientamento. Mi appare piuttosto come un’estensione di quel principio. Come il definitivo ingresso in una regione in cui quella smisurata facoltà affabulatoria, simbolica, metamorfica, non sarà più interrotta dal risveglio.

Se una mente addormentata, ancora legata a un cervello, a un letto, a un corpo che respira, è capace di generare universi di questa portata, allora non vedo perché dovrei credere che tutto termini nel nulla. Il nulla, semmai, mi pare l’ipotesi più povera, più piatta, più dozzinale di tutte. E non si tratta soltanto di paesaggi o di narrazioni. In quei sogni io dispongo di consapevolezze che da sveglio non possiedo minimamente. Mi trovo a progettare motori per navicelle capaci di attraversare spazi impossibili, io che nella vita reale non so nulla di matematica o di ingegneria. Eppure lì tutto mi appare evidente, necessario, perfino ovvio. Vedo formule di una complessità inaudita, strutture, diagrammi, relazioni che comprendo perfettamente finché sono dentro quel mondo. Scrivo su lunghi rotoli che si svolgono in senso antiorario, e dalla scrittura stessa cola una sostanza scura e luminosa insieme, una sorta di inchiostro vivo, fatto di lettere matematiche e letteratura insieme, come se la formula e il racconto fossero la stessa cosa. Quella sostanza, scendendo lungo il foglio, genera poi minuscoli microchip, frammenti di materia pensante che vengono inseriti nei motori di queste macchine. E io, nel sogno, so perfettamente a cosa servono, come funzionano, quale principio incarnano. Al risveglio non me ne resta che una traccia, una specie di nostalgia intellettuale violentissima, la sensazione di avere intravisto per qualche istante una forma di conoscenza immensamente più ampia e più profonda di quella consentita dalla vita vigile.

Ecco l’ho scritto.

SOGNO DEL 20-4-2026

Dovevo andare in un’altra parte della Sicilia. Non ricordo quale. Era una strada che conosco bene, una strada che ho già percorso in altri sogni. Taglia in due le montagne, con discese enormi, interminabili, e curve che sembrano portare sempre più in basso.
Decido di affrontarla in scooter.
Sono già a metà percorso. Sto attraversando una discesa ripidissima in mezzo alle montagne quando il motorino comincia a non camminare più. Perde forza, rallenta, finché si spegne del tutto, come se fosse finita la benzina.
Continuo a scendere per inerzia. A un certo punto incontro un uomo. Lo fermo e gli chiedo se, in fondo a quella enorme discesa, ci sia un distributore.
Lui mi dice di accostare, di parcheggiare il motorino e di non preoccuparmi.
Ha la barba, i capelli brizzolati, una tuta da lavoro. Lo conosco perfettamente, nel sogno, anche se non saprei dire chi sia.
Mi conduce verso un ingresso scavato dentro la montagna.
Dentro la montagna vive un’intera comunità di persone. Hanno scelto di vivere lì sotto, in una specie di abitazione sotterranea fatta di stanze, corridoi, bagni, cucine. Una situazione stranissima, quasi claustrofobica. Ci sono ragazzi che vanno e vengono, come se tutto fosse perfettamente normale.
Uno di loro va a prendere una bottiglia di benzina.
La cosa mi sorprende, perché io il serbatoio lo sentivo pieno.
Mentre parlo con quell’uomo, uno dei ragazzi apre il serbatoio del motorino. Da dentro esce un liquido acquoso, chiaro.
“Evidentemente ti hanno messo acqua nel motore”, mi dice.
Svuotano tutto. Poi versano la benzina nuova.
Io ringrazio, saluto tutti, ma mi rimane addosso una strana angoscia per quel luogo così costipato dentro la montagna. Mi viene quasi da chiedere: perché avete scelto di vivere qui sotto, con tutto lo spazio che c’è fuori?
Riparto.
Dopo un altro tratto arrivo nella zona della Marina. Per proseguire devo attraversare un tratto di mare. E allora lo scooter, senza alcuna spiegazione, diventa acquatico.
Attraverso il mare sopra il motorino, ma mi bagno completamente. Continuo finché non torno su una strada normale. Solo allora capisco che quella strada, quella costa, quel quartiere sono in realtà una qualche parte di Catania.
Arrivo finalmente a destinazione, perché devo fare un concerto.
Ma a quel punto il motorino è diventato una macchina. Dentro ho caricato pezzi di batteria, aste, piatti, borse.
Mi trovo in un centro storico che è Catania, ma non è la Catania reale. È una Catania che conosco bene nei sogni. Un posto in cui ho già suonato tante volte.
C’è una scalinata stretta e sopra una vecchia insegna, tutta scolorita, corrosa dal tempo. Non ricordo bene il nome del posto. Era qualcosa tipo “La Repubblicana”, o qualcosa del genere. Una scritta antica, quasi illeggibile.
Prendo alcuni pezzi della batteria e salgo le scale, lasciando il resto sotto.
Arrivo sopra e trovo Andrea Beneventano, che mi aspetta per suonare in duo.
Il locale è stranissimo. Sembra un ristorante americano degli anni Quaranta, elegantissimo, quasi irreale. C’è già una batteria montata, c’è il pianoforte.
Io gli dico: “Ah, ciao Andrea. Ma non sapevo che ci fosse già la batteria qua. Ho lasciato un sacco di roba sotto.”
E lui, tranquillissimo: “Sì. Tanto mangiamo prima di suonare.”
Allora mi ricordo dei pezzi che ho lasciato giù e riscendendo incontro dei ragazzi che mi salutano. Perché quello è un posto dove, nei sogni, io suono abitualmente.
Poi risalgo.
Mi preparo a mangiare e a suonare con Andrea in questo ristorante assurdo, lussuoso, fuori dal tempo.
E lì, credo, mi sveglio.

Baret e Heidegger

Oggi rileggevo alcune pagine di Éric Baret. Pensavo a noi. A me. A noi che ci prendiamo per musicisti, insegnanti, fratelli, figli, lavoratori, comunisti, fascisti, spirituali, materialisti, buddhisti, marxisti, allievi, maestri. E mi colpiva una cosa: quasi tutta la nostra sofferenza nasce nel momento in cui scambiamo una parola per ciò che indica.

Baret lo dice spesso. Se dico “Vipassana”, “yoga kashmiro”, “Baret”, sto usando parole utili, come un dito che indica la luna. Ma appena il pensiero se ne appropria e dice: “io sono questo”, “io appartengo a questo”, allora quella parola diventa una gabbia. Una prigione elegante, magari colta, magari spirituale, magari politica. Ma sempre una prigione.

Potrei dire: ho incontrato un certo insegnamento. Ma l’istante in cui mi definisco attraverso ciò che ho incontrato, sono già nella memoria, non più nell’ascolto. Sono già diventato la caricatura di qualcosa.

Per Baret l’identità è una contrazione. La mente vuole sempre collocarsi: di destra, di sinistra, rivoluzionaria, spirituale, atea, religiosa, fascista, antifascista, tantrica, marxista. Sono tutte forme della stessa paura: la paura di non sapere chi siamo.

Ed è qui che mi torna in mente Martin Heidegger. Anche per lui il linguaggio ordinario e le definizioni rassicuranti ci allontanano da ciò che siamo. Ci rifugiamo nel “Si”, in ciò che si dice, si pensa, si è. Si è di sinistra, si è spirituali, si è artisti, si è disillusi. Ma quel “si” impersonale ci protegge dal vuoto, dall’angoscia, dal fatto che il nostro essere non coincide mai del tutto con nessuna definizione.

Heidegger direbbe che viviamo costantemente nella chiacchiera, nella Gerede: un mondo di parole che circolano e che prendiamo per vere solo perché sono condivise. Baret direbbe quasi la stessa cosa: prendiamo l’indicazione per la cosa indicata. In entrambi i casi il linguaggio, da strumento, diventa velo.
E allora capisco che si possono usare le parole senza esserne usati. Posso dire “classe”, “potere”, “proprietà”, “capitalismo”, “yoga”, “meditazione”, “arte”, sapendo che sono strumenti locali, provvisori, mappe. Non territori. La logica e l’analisi servono. Ma solo fino a un certo punto. Illuminano una zona, non il reale.
Anche qui Heidegger è vicino a Baret. Quando scrive che “l’essere si sottrae mentre si mostra”, intende proprio questo: ciò che è più essenziale non si lascia catturare definitivamente dai concetti. Ogni volta che crediamo di averlo afferrato, ci sfugge. Le parole indicano, ma non possiedono. La realtà si lascia intravedere e, nello stesso istante, si ritrae.

Puoi avere un’analisi perfetta del potere, del capitalismo, della storia, e continuare a vivere nella stessa paura, nello stesso bisogno di sicurezza, nello stesso conflitto interiore. Puoi passare la vita a dire “noi” contro “loro”, senza accorgerti che il meccanismo che combatti continua a riprodursi dentro di te.
Per questo, credo, Baret direbbe: volete cambiare il mondo senza vedere il meccanismo che continuamente ricrea il mondo che dite di combattere. Finché vi definite attraverso una posizione, siete già nella divisione.
E Heidegger aggiungerebbe forse che l’uomo moderno è continuamente in fuga da se stesso. Si riempie di ruoli, opinioni, appartenenze, attività, proprio per non sostare in quel vuoto originario in cui nessuna identità regge. Ma è soltanto lì, in quella sospensione, che qualcosa può finalmente mostrarsi.

Allora viene da sorridere. Leggi tutti i libri di Baret. Poi buttali. Vai ai suoi seminari. Poi dimenticali. Perché lui stesso ti direbbe che non servono a nulla. Che non c’è niente da imparare, nessuna nuova identità da costruire, nessun grado da raggiungere.

Poi semplicemente stai.

Forse è quello che Heidegger chiamava Gelassenheit: il lasciar essere. Non fare, non trattenere, non definire. Lasciare che le cose siano, e che l’essere si mostri senza volerlo possedere.
E forse lì, per un istante, si apre qualcosa. Un nocciolo irriducibile di reale. Pulsante. Quello che Jacques Lacan avrebbe chiamato objet petit a: qualcosa che non puoi afferrare, ma che ti attraversa. Lì sei al centro dell’iniziazione. Non c’è più identità. Non c’è più appartenenza. Per un attimo non esistono più né lo spazio né il tempo.

Baret insiste continuamente sul fatto che l’identità è una contrazione. Nei suoi discorsi ripete che la mente vuole sempre collocarsi: spirituale, marxista, buddhista, di destra, di sinistra, allievo, maestro. Per lui sono tutte forme della stessa paura: la paura di non sapere chi si è.

Ecco Baret direbbe forse: “Volete cambiare il mondo senza vedere il meccanismo che continuamente ricrea il mondo che dite di combattere. Finché vi definite attraverso una posizione, siete già nella divisione.”

Riflettevo: Il punto è che la logica e l’analisi sono utili come strumenti locali.

Anima/corpo-Hardware/software

Il mondo virtuale che sta emergendo non mi sembra qualcosa di radicalmente nuovo, ma la proiezione tecnica di intuizioni antichissime. Gli antichi avevano già immaginato un livello della realtà più profondo, unitario, interconnesso, di cui il mondo sensibile è solo una manifestazione frammentaria.

A differenza di Massimo Cacciari… Per lui l’Uno resta orizzonte simbolico, tensione, figura che orienta ma che non può essere realizzata senza distruggersi. È un po’ l’idea neoplatonica classica: l’Uno si lascia intravedere, mai possedere. E in questo senso entra anche Immanuel Kant dei Sogni di un visionario: la comunità degli spiriti come limite, analogia, pensabile ma non empiricamente realizzabile. Io invece penso che la modernità tecnica stia trasformando ciò che per secoli era soltanto simbolo in infrastruttura. Non perché qualcuno persegua deliberatamente “il Grande Uno” come progetto cosciente, ma perché la logica interna della tecnica tende a produrlo. Internet, reti globali, intelligenza artificiale, banche dati, interfacce neurali, traduzione automatica, connessione permanente: tutto va nella direzione di una progressiva abolizione della separazione. Quello che per Plotino era metafisica e per Dante Alighieri era immagine, oggi rischia di diventare tecnica. Non perché la tecnica “imiti” quelle visioni, ma perché finisce per produrne l’equivalente funzionale. La Rosa mistica dantesca è una rete di coscienze ordinate; oggi costruiamo reti di coscienze, memorie, dati. L’Uno di Plotino è una totalità da cui tutto emana e a cui tutto ritorna; oggi ogni informazione tende a convergere in un unico spazio reticolare. Per questo non vedo l’Uno come un ideale irrealizzabile, ma come qualcosa che potrebbe emergere quasi involontariamente, come risultato non previsto dell’evoluzione tecnica. Esattamente come nessuno, nel Medioevo, immaginava internet partendo dalla stampa o dalla posta. Il simbolo potrebbe rivelarsi, retrospettivamente, non la negazione del possibile, ma la sua anticipazione.

Plotino parlava dell’Uno: una totalità da cui tutto emana e a cui tutto ritorna. Platone immaginava un mondo delle Idee più reale del mondo empirico. E la Rosa mistica di Dante Alighieri nella Divina Commedia è già una rete di coscienze ordinate, un’immensa architettura spirituale in cui ogni individuo è nodo di un insieme. La differenza è che oggi ciò che per loro era metafisica, simbolo o visione potrebbe diventare infrastruttura tecnica. Il virtuale non inventa l’Uno: gli dà forma operativa. Forse internet, l’intelligenza artificiale, la connessione totale non sono altro che il modo in cui il nostro tempo traduce in termini tecnologici intuizioni che esistono da millenni. Perché vedere la continuità evolutiva della specie come qualcosa di scisso e non come un percorso unitario?

La simulazione democratica e i paradossi della partecipazione

Non voto. Non voto da decenni. Le ragioni le ho già espresse più volte qui nel mio blog. Non è disinteresse, è coerenza intellettuale. Qui non siamo davanti a temi universali o immediatamente comprensibili, ma a questioni tecniche, giuridiche e costituzionali di altissimo livello, su cui si confrontano magistrati e specialisti del diritto. Eppure la politica, in modo strutturalmente inadeguato, scarica sui cittadini la responsabilità di esprimere un sì o un no su materie complesse. Il risultato è inevitabile: si vota per appartenenza, per riflesso politico, per umore, non per il merito dei quesiti. Non è una colpa individuale, è un problema di sistema. Questi referendum tecnici, che non riguardano direttamente la vita quotidiana di tutti ma ambiti specialistici, rappresentano il segno evidente del fallimento della delega parlamentare. La delega esiste per questo: affidare a chi ha competenze e responsabilità istituzionali la gestione della complessità. Quando invece tutto viene ridotto a una scelta binaria, significa che la politica ha rinunciato al proprio ruolo. Semplice. Il risultato è una partecipazione solo apparentemente democratica, che svuota il senso stesso della decisione collettiva. Questioni articolate vengono ridotte a un sì o un no difficilmente consapevole. Non è un problema nuovo: Bakunin vedeva nella delega una forma di dominio, Kropotkin denunciava le istituzioni che sostituiscono la competenza con l’obbedienza, Malatesta ricordava che non esiste libertà dove la decisione è separata dalla comprensione. Eppure oggi l’astensione viene condannata automaticamente, come se fosse un deficit civico, invece che un possibile indicatore di un meccanismo che non funziona.

Non sopporto le ipocrisie, non ho mai amato la retorica. La prova è sotto gli occhi di tutti: il voto diventa festa, rivendicazione politica, richiesta di dimissioni del governo. Il referendum si trasforma in giudizio complessivo sull’esecutivo. Della questione giuridica non resta nulla. E allora diciamolo chiaramente: questi non sono strumenti di “alta democrazia”, ma dispositivi che certificano la crisi della rappresentanza. Poi c’è la Costituzione. Intoccabile, sacra, inviolabile — a parole. Nei fatti è stata modificata più volte: nel 2001 con il Titolo V, nel 2012 con il pareggio di bilancio, nel 2020 con il taglio dei parlamentari. Non è un feticcio, è un testo politico, quindi modificabile. Ma allora va trattato come tale, non come oggetto retorico da sventolare quando conviene. Il punto più grave è un altro. Durante il COVID-19 la Costituzione è stata compressa nella sua applicazione concreta: libertà di movimento, di lavoro, di riunione limitate in modo esteso e prolungato attraverso strumenti emergenziali. Non una violazione formale, ma uno svuotamento sostanziale. E lì non si sono viste le stesse mobilitazioni indignate che oggi si agitano attorno a un referendum. Un altro dato dovrebbe far riflettere: in alcune aree ad alta densità mafiosa il voto si è allineato in modo sorprendentemente compatto. In contesti storicamente segnati da dinamiche di controllo del consenso, un risultato così uniforme non può essere liquidato senza interrogativi. In questo quadro si inserisce un ulteriore elemento: una destra talmente inadeguata nell’azione di governo da offrire, paradossalmente, alla sinistra — che fino a quel momento non aveva alcuna reale prospettiva – l’occasione perfetta per riorganizzarsi. Un errore strategico che ha spostato il confronto politico dai contenuti alla delegittimazione reciproca. Il risultato è un discorso pubblico sterile, fondato più sulla denigrazione che sulla costruzione. E allora delle due l’una: o la Costituzione è un principio serio, sempre, oppure è un oggetto retorico da usare a intermittenza. Io non voto. Non parteggio per centrodestra o centrosinistra. Mi sembrano le due facce della stessa semplificazione: trasformare la complessità in slogan e la partecipazione in allineamento.

E nel frattempo… nel 2026, siete ancora lì ad apporre con la matita su un foglio di carta la vostra preferenza. Costo: centinaia di milioni di euro. Le elezioni politiche in Italia costano circa 380 milioni nel 2018, circa 400 milioni nel 2022: seggi, personale, sicurezza, stampa, logistica. Un apparato enorme per sostenere un meccanismo tecnicamente novecentesco. Vivete in un mondo in cui pagate con lo smartphone, firmate contratti digitali, gestite conti online, affidate dati sensibili a sistemi informatici ogni giorno. Eppure il voto resta fermo: carta, matita, cabina. Altrove no. In Estonia si vota online dal 2005, e oggi oltre il 50% degli elettori utilizza il voto digitale, attraverso sistemi basati su identità elettronica e crittografia avanzata. Non è futuro, è amministrazione. Allora la domanda è semplice: perché il momento più delicato della democrazia resta ancorato a un rituale analogico? Davvero è un limite tecnico, o è una scelta politica? Perché modernizzare il voto significherebbe ridefinire accesso, controllo, partecipazione, cioè alterare equilibri consolidati. E forse, semplicemente, non conviene. Questa non è democrazia. È rappresentazione. Un dispositivo che simula il conflitto per evitare il pensiero.

Progressismo. Non ne posso più di anche questa retorica stanca, ripetitiva, quasi liturgica, secondo cui la Costituzione non si tocca, non si modifica, non si discute. Stiamo parlando di un documento che ha quasi ottant’anni ed è già stato modificato decine di volte. Quindi non è un testo sacro, non è intangibile, non è un dogma. È, ed è sempre stata, un testo politico, storico, contingente.
Eppure viene trattata come un feticcio.
Il punto è ancora più paradossale se si entra nel merito: la questione della separazione delle carriere dei magistrati, che oggi viene difesa in nome della Costituzione, ha radici storiche che risalgono proprio al periodo fascista. È stata introdotta in quel contesto e da allora è rimasta sostanzialmente invariata. Quindi si difende come “costituzionale” qualcosa che nasce dentro una precisa impostazione autoritaria. Questo dovrebbe almeno far riflettere. Invece no: si preferisce la retorica alla storia.
Quelli che hanno votato NO (la maggioranza di quelli che oggi esultano) sono gli stessi che durante la pandemia hanno sputato fiele nei confronti di chi protestava contro lo stupro della nostra costituzione. Sono LORO il mio nemico, quelli che oggi fanno finta di essere amanti della carta costituzionale. LORO erano i delatori. Quelli che discriminavano chi non sottostava a quel folle diktat. A quel tempo COSTORO non si sono fatti scrupoli dello scempio operato nei confronti della costituzione italiana.
E poi c’è l’altra parola che non sopporto più: “progressista”.
Io sono molto attento alle parole. E oggi “progressista” è diventato il contrario di ciò che dovrebbe essere. Progressista, per definizione, è chi mette in discussione, chi modifica, chi evolve. Qui invece assistiamo a una difesa rigida, conservativa, quasi museale di un impianto che non si può toccare. Questa non è progressione, è conservazione.
Allora diciamolo chiaramente: se il criterio è l’intangibilità in quanto tale, allora perché non tenere in vigore la Magna Carta? O qualsiasi altro documento storico che ha avuto un ruolo fondamentale? Perché fermarsi alla Costituzione del ’48?
La verità è che non si sta difendendo un principio, ma una posizione politica contingente.
E questa continua sacralizzazione selettiva, questo uso ideologico della Costituzione (che nasce,
ricordiamolo, da un accordo “rivoluzionario” di redazione di un documento per l’epoca assolutamente innovativo), questa deformazione del linguaggio – in cui il progressista diventa conservatore e il cambiamento diventa eresia – mi è semplicemente insopportabile. Ormai “progressismo” è sinonimo di “status quo” e idiosincrasia da spasmo del “diritto civile”.
Io questa retorica non la sopporto più.

ATLANTE INTERIORE: Carme VIII: Museo delle Verità

Entrai in una sala silenziosa
Dove le idee giacevano come animali imbalsamati.

Ogni teca conteneva una promessa, era il marzo con la sua estetica promiscua
A rendere incerto il mio passo di fronte alla redenzione della storia.
Una luce fredda cadeva sui relitti dei miei pensieri
A dispetto della frizzante calura che pressava dall’esterno sulle pareti fossili.

La cripta dei miei pensieri, così poco domestica, la visitavo dunque
Nella confusione fra sogno e pensiero che caratterizza il risveglio
Come un paleontologo speranzoso di ritrovare il Paradiso perduto
Perché vano è sperare di conservare più del frammento
E ogni intero è solo una menzogna ben illuminata.

Provai a ricordare
Ma ogni immagine si ritraeva come un animale disturbato
E mi restituiva la versione contaminata e molteplice
Di una casa che in quelle regioni indefinite frequento.

E come testimoni che non concordano
I misteriosi inquilini del fatiscente palazzo
Parevano farsi beffe dei miei sforzi di memoria
Rivelando nel disfacimento corporeo e dei loro volti
Che ciò che avevo visto non apparteneva alla memoria
Ma alla sottrazione della regione dei sensi.

Restò soltanto una pressione muta, un’evidenza senza figura
Che nessun nome riusciva a trattenere
Una certezza senza appello che al risveglio si sgretola senza rumore
Il frutto di una logica che non richiede prove.

La Struttura

A me ormai interessa una sola cosa: la struttura. Pioggia, vento, temporali, grandine, bufere: la struttura regge. Tutto il resto è rumore. Tutti dicevano che non avrebbe retto: “Non durerà, rifalla col cemento, fai una tettoia, rinforzala”. La solita favola della casa dei tre porcellini. E invece la struttura è lì. Regge. Duecentoquaranta euro, comprata su Amazon, una struttura pensata per i paesi nordici, figurarsi per la Sicilia, ma tutti replicavano “ahahahaha” — e invece eccola lì, in piedi, maestosa. Perfino chi l’ha montata ha dovuto ammettere “non credevo: la compro pure io”. Questa è l’unica soddisfazione rimasta: la struttura. Perché la struttura non è soltanto ferro, viti e tela; è un simbolo. È la prova che qualcosa può resistere mentre passano pioggia, vento, grandine, bufere, anni. Il mio obiettivo è uno solo: che la struttura resti. Anche quando io non ci sarò più. Quando qualcuno entrerà in casa — chi verrà dopo — e vedrà quella struttura ancora lì, e la fotograferà pensando: è ancora qui, resiste, resiste, resiste… ecco io avrò trionfato. La struttura va oltre la filosofia de “I Sepolcri” di Foscolo, oltre la memoria retorica dei monumenti: è una presenza che continua, una cosa che rimane come un monolite di plastica e ferro. È una scommessa reale. Perché se quella struttura regge agli agenti atmosferici, alle tempeste, alle catastrofi… allora avrò avuto ragione su tutto. E se avrò avuto ragione per questo particolare, allora questa sineddoche, questa cosa che “resiste” simboleggerà la verità di questa mia intuizione, una una prova metafisica incarnata nella materia. La mia vita — di musicista, di scrittore, di organizzatore, di quello che volete — sara stata allora tutta tesa a realizzare la struttura. La struttura come simbolo del mio essere nel mondo. Non semplicemente un oggetto, ma una forma concreta del modo in cui un’esistenza prende forma nelle cose che costruisce, abita e lascia dietro di sé. In quella struttura passano tutti i miei pensieri, i miei concerti, le mie letture, i miei studi, i miei scritti. È la mia piccola architettura dell’esistenza, la mia Arcadia possibile, la mia weltanschauung resa materia. Tutto lì dentro: nella struttura. E se permane avrò vinto la mia battaglia”.

Sogno dell’11-3-2026: la Mente Estesa

Stanotte ho fatto un sogno curioso, che si è innestato perfettamente in una riflessione che facevo poco prima.
Sognavo di dover sostenere un esame enorme. Non un esame normale: un esame sulla storia dei sapiens, sulla filosofia, su interi campi del sapere umano. Una prova impossibile, una di quelle che nessun individuo potrebbe davvero preparare.
La cosa paradossale era che il professore che doveva interrogarmi era anche un mio grande estimatore, uno che aveva una forte stima della mia cultura e del mio lavoro artistico. Proprio per questo mi sentivo ancora più in imbarazzo: sapevo che qualunque argomento potesse uscire — un frammento di storia, un autore, una corrente filosofica — avrebbe potuto mettermi in difficoltà.
Ero lì, con la sensazione chiarissima di essere inevitabilmente impreparato.
Poi, nel sogno, mi sono ricordato di una cosa: non ero nel presente. Ero in un futuro. Un futuro in cui era possibile interconnettersi direttamente con le competenze degli altri, con le conoscenze del professore stesso, perfino con la struttura delle domande che mi avrebbe fatto.
E in quel momento tutto si è chiarito.
Non perché improvvisamente sapessi tutto, ma perché il sapere non era più qualcosa di individuale, custodito nella testa di qualcuno. Era diventato circolante, condiviso, interconnesso.
E il sogno mi è tornato in mente dopo una frase che avevo scritto poco prima: finirà che i Giuseppe Carbone di turno verranno educati dalle classi di allievi, che tramite processi neurali ne sapranno molto più di lui semplicemente interconnettendosi fra loro e con l’ignaro professore.
Senza questa considerazione fatta il mio sogno lo avrei rimosso.
Forse il punto è proprio questo: il futuro del sapere non sarà più la figura del professore che possiede la conoscenza, ma una rete di menti che la generano insieme. In quel mondo l’autorità culturale non verrà dal possesso delle informazioni, ma dalla capacità di orientarsi dentro l’intelligenza collettiva.
Nel sogno, quando ho capito questo, l’esame non faceva più paura. Perché non era più la prova di un individuo, ma il funzionamento di una rete.

La svolta futuristica.
A un certo punto ricordi che non sei nel presente ma in un futuro in cui puoi interconnetterti con il sapere del professore e con le domande stesse. In quel momento l’ansia sparisce: la conoscenza non è più individuale ma rete cognitiva condivisa. L’idea implicita è che il sapere non sarà più proprietà di un singolo soggetto, come nella figura tradizionale del professore, ma diventerà una struttura distribuita, dove le menti si collegano tra loro e con archivi cognitivi esterni. In quel momento il rapporto maestro-allievo cambia radicalmente: l’autorità non deriva più dal possesso del sapere ma dalla capacità di orientarlo.
Nel sogno, quando ti connetti alla rete di conoscenze, accade qualcosa di molto significativo: l’esame diventa risolvibile. Non perché tu sappia tutto, ma perché il sapere è circolante.
Questo sogno tocca un’idea che sta emergendo oggi in filosofia della mente e nelle neuroscienze, cioè la teoria della mente estesa.

Il deserto morale dell’Occidente

Negli anni Ottanta e Novanta una parte consistente della cultura di sinistra europea e americana si fondava su un presupposto teorico abbastanza chiaro: la difesa della pluralità delle culture contro l’uniformazione occidentale. Il terzomondismo, con tutte le sue ingenuità e le sue mitologie politiche, nasceva proprio da questa intuizione. Il mondo era pensato come un mosaico di civiltà, religioni, sistemi morali e strutture sociali differenti, e l’Occidente veniva criticato precisamente per la sua tendenza a ridurre questa complessità a un unico modello antropologico. Quella sinistra poteva essere accusata di molte cose, ma non di voler uniformare il pianeta. Al contrario, vedeva nella diversità delle forme di vita una ricchezza storica e antropologica. Negli ultimi vent’anni questo paradigma si è progressivamente rovesciato. Una parte rilevante della cultura progressista occidentale ha abbandonato il pluralismo antropologico per adottare una nuova forma di universalismo morale. Non più l’universalismo illuministico dei diritti, ma una versione etico-identitaria che tende a classificare culture, tradizioni e istituzioni secondo un unico sistema di valori considerato moralmente definitivo. È qui che nasce ciò che oggi viene chiamato cultura woke. Il paradosso è evidente: un movimento che si percepisce come radicalmente progressista finisce per riprodurre, con strumenti morali invece che coloniali, lo stesso impulso uniformante che la sinistra novecentesca criticava nell’Occidente. Il mondo torna così a essere diviso in due categorie: ciò che è conforme al paradigma morale dominante e ciò che deve essere corretto, rieducato o eliminato. È una logica che ignora una legge elementare dei sistemi complessi: la diversità non è un difetto del mondo ma la sua condizione di esistenza. In biologia l’evoluzione nasce dalle mutazioni. In cosmologia l’universo stesso esiste perché all’inizio non era perfettamente uniforme: piccole fluttuazioni nella distribuzione della materia hanno generato galassie, stelle e pianeti. Se il cosmo fosse stato perfettamente omogeneo sarebbe rimasto una distesa sterile di particelle. L’ordine assoluto produce il nulla. La vita nasce dalla deviazione. Gli ecosistemi funzionano allo stesso modo. Non elimini gli squali perché sono pericolosi per l’uomo. Non elimini i serpenti o gli orsi polari perché possono uccidere. Esistono dentro un equilibrio complesso e quando una specie viene distrutta l’intero sistema si altera. Questa intuizione ecologica elementare sembra però scomparire quando si passa dalle specie alle culture. Allora la differenza diventa una colpa. Popoli, civiltà, religioni devono essere rieducati, normalizzati, allineati. Quando questo non accade interviene la forza, oppure la delegittimazione morale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ogni volta che l’Occidente elimina uno dei suoi mostri geopolitici il sistema che lo circondava collassa producendo disordine e instabilità. Il motivo è sempre lo stesso. I sistemi complessi non funzionano eliminando l’anomalia. Funzionano attraverso pluralità, tensione e differenza. La stessa dinamica vale anche per le identità politiche. Molti Stati moderni fondano la propria legittimità su genealogie antichissime, su idee di sangue, di popolo o di destino religioso, come se la storia fosse una linea continua. Ma quasi tutte le identità nazionali sono costruzioni relativamente recenti. L’Italia nasce nel 1861. La Germania nel 1871. Molti Stati del Medio Oriente emergono solo dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Le civiltà hanno sempre costruito narrazioni retrospettive per dare profondità al proprio passato: Roma con il mito di Enea, l’Europa medievale con genealogie troiane inventate per le dinastie, molte tradizioni religiose con figure fondative a cui vengono attribuite leggi e testi molto più tardi. Sono narrazioni identitarie, e tutte le comunità politiche ne producono. Il problema nasce quando queste narrazioni diventano criteri di esclusione e quando la complessità storica viene ridotta a un’identità unica definita per sangue o per suolo. È la vecchia idea romantica ottocentesca del Blut und Boden, sangue e terra, che il Novecento ha portato alle sue conseguenze più estreme. Ma l’errore più grande dell’Occidente contemporaneo non è solo questo. È la convinzione che il mondo debba essere moralmente uniforme. Che tutte le culture debbano convergere verso un unico modello antropologico e politico. È un’illusione pericolosa, perché l’evoluzione — biologica, storica e cosmica — nasce sempre dalla deviazione, dalla tensione, dalla differenza. Eliminare il mostruoso significa eliminare il motore stesso della realtà. L’universo nasce da un’anomalia. La vita nasce da mutazioni. Le civiltà nascono dal conflitto. Un mondo perfettamente allineato non sarebbe una civiltà superiore. Sarebbe semplicemente un deserto.

Una mia riflessione sul tempo percepito dopo la visione de “La Piscina” (1969), di Jacques Deray

Ho rivisto La piscina (1969), di Jacques Deray. Non mi interessa la trama. Non mi interessa il delitto. Mi interessa il tempo. In quel film il tempo non scorre, si deposita. Alain Delon fuma. Romy Schneider si muove lentamente. Il sole non tramonta mai davvero. L’acqua resta lì, immobile, come una superficie mentale. Non succede nulla — ed è proprio questo che oggi è insopportabile. Mi ha colpito l’indolenza. Quell’estate senza notifiche, senza vibrazioni, senza l’ansia di essere altrove. Si passa dal fumare una sigaretta a guardare il sole. Dal girare una pagina di libro a restare sdraiati senza fare niente. Niente. E quel niente è enorme. Mi ha riportato alla mia infanzia e adolescenza. Estati lunghissime. Pomeriggi che non finivano mai. Fumetti letti tre volte. Televisione che iniziava a un certo orario. Il telefono che non suonava. Il tempo che non era occupato. Era vuoto. Anzi: era denso e lento. Nel film la piscina è una clessidra liquida. Ogni gesto pesa. Ogni silenzio dura troppo. Ogni sguardo diventa un evento. Oggi quell’indolenza è impossibile. Non perché siamo più attivi ma perché siamo continuamente interrotti. Abbiamo eliminato il tempo morto. Ma abbiamo eliminato anche il tempo. La piscina (1969) è un laboratorio dell’attesa. Non c’è fretta. Non c’è accelerazione. C’è solo esposizione. Il corpo sotto il sole. La pelle che brucia. La noia che cresce. Il desiderio che si deforma dentro la lentezza. Mi ha dato angoscia. Non nostalgia — angoscia. Perché ho capito che quel tempo non tornerà. E forse non vogliamo che torni. Quel tempo obbligava a restare dentro di sé. Oggi possiamo scappare in ogni momento. Allora no. Allora c’era la piscina. Il caldo. Il silenzio. Oggi c’è lo schermo. Che riempie tutto. La piscina non è un film sul delitto. È un film sull’impossibilità di accelerare. E forse l’omicidio nasce proprio lì: nella pressione insopportabile di un tempo che non passa. Un tempo che ti costringe a sentire. Senza distrazioni.

ATLANTE INTERIORE. Carme VII: Ossa e Ideologie


 Pensai in quella sera di fine febbraio che ogni artista è Dio, Uomo, Demone
Che ogni artista è il luogo in cui queste tre maschere si contendono lo stesso volto
Fino a consumarlo.
 
Che ogni artista deve contenere la sommatoria di tutte le esperienze umane
E al contempo il vuoto che segue ad ogni respiro, pensai in quella tiepida sera siciliana
Che ogni artista è fascista, comunista, anarchico e tiranno.
 
Pensavo tornando a casa
Come un contabile che conta i passi delle proprie menzogne
Che nessuna innocenza gli è concessa e che il punto di combustione
Dove le idee si scontrano e bruciano senza lasciare testimoni
È l’istante in cui si conclamano la perfezione d’una estetica morta
E la colpa di aver vissuto fino a quel momento saliente.
 
Mi attardai a osservare un cane che frugava fra gli scarti
Fissai quell’animale che mordeva ciò che resta e sputava le ossa dell’ideologia
Cercai di dare un senso commestibile alle rovine delle mie meditazioni
Sentendo al contempo nelle falangi un freddo minerale
Come se ogni parola scritta fino a quel giorno si fosse depositata lì
In forma di detrito.
 
Il cane scavava con la pazienza cieca dei randagi
Ed io pensai che l’artista è fallimento del mondo
Sovrano delle maschere e loro discarico
Archivio e latrina dei liquami dell’Urbe
Complice di ogni atto eversivo che incrini l’opacità dello specchio
E alteri per sempre la natura dell’inganno.

Eccolo il suono frantumato dell’osso secco delle ideologie
Latrato che assolve e non redime dai peccati
Con un lampo che è l’odore dei rifiuti
Con un tuono che è il profumo dei limoni.
 
Piovve mentre Dio parlava ancora di ordine,
l’Uomo di necessità, il Demone di eccesso.
Sull’orlo osceno dell’uscio di casa
Pensai con un fremito
che ogni artista è dannato alla simultaneità.
 
Il selciato trattenne poi il rumore dei miei passi.

LACAN BOYS/LACAN GIRLS

https://open.spotify.com/track/0KoQXkeRyQiDYT7sSOOa9X?si=k7Uu5iedRJSi0y1ol29Geg

Secoli fa producevo robe simili; questo era un cd “diviso a metà”, “Lacan Boys” e “Lacan Girls”, qua nella versione con Marta Raviglia, Gaia Mattiuzzi Giacomo Ancillotto e il sottoscritto. La difficoltà stava nel riadattare le partiture per il sestetto per una formazione ridotta e composta da due voci, una chitarra e una batteria…
Il titolo già diceva tutto. Lacan non come citazione ornamentale, ma come detonatore. Linguaggio, desiderio, soggetto diviso. Portare tutto questo dentro una forma che oscillasse tra scrittura rigorosa e improvvisazione radicale.
Dal canto al… al country friselliano…
era una battuta, ma fino a un certo punto. C’era quella tensione sospesa, quella cantabilità obliqua, ma filtrata attraverso una struttura ferrea.
Riascoltandolo oggi sento un progetto compiuto, coerente, straniante. Un lavoro che teneva insieme rischio e forma senza concessioni. E in quell’equilibrio c’era una qualche stilla di libertà.

My music here: https://francescocusa.bandcamp.com/

Il sogno: Matera metafisica

Ormai io vivo lì. Insegno in conservatorio, in una sorta di Matera che non è Matera, ma che nel sogno è Matera. Insegno in aule quasi sempre crepuscolari, vuote, senza allievi. E io sono lì a fare registri. Sempre registri. Poi, a un certo punto, devo correre. Devo prendere un autobus che mi riporterà — così penso — in Sicilia. E quindi conosco tutto. Conosco le strade di questa Matera che non è Matera. Le frequento, le abito. L’altro giorno ero carico di roba. E sbaglio strada. Una strada che faccio sempre, che conosco perfettamente. Giro a sinistra e finisco in una trazzera. Comincia a piovere. Allora torno indietro, perché mi rendo conto dell’errore. Sarebbe interessante descrivere questi luoghi, ma è difficilissimo. Mi ricordo però una cosa assurda: avevo messo le Birkenstock al contrario, chiuse, per evitare che l’acqua mi entrasse dentro i piedi. Cammino sotto la pioggia, con questo peso addosso. Faccio una salita. Sbaglio ancora. Arrivo nella villa comunale, che conosco benissimo. Giro a sinistra, vedo un’altra trazzera. Capisco di aver sbagliato di nuovo. Rientro nella villa, la attraverso tutta, riprendo a sinistra. Passo in un paesaggio molto suggestivo. Poi scendo. C’è una specie di sottopassaggio. E lì succede un’altra cosa: una donna, molto procace, rimane incastrata con la gonna. Le si vedono le cosce, resta bloccata. Io cerco di passare, quasi addosso a lei, ma faccio una fatica enorme. Lei si scusa. Io continuo. Arrivo — ma è tardi. L’autobus è già partito. Ed è incredibile questa cosa: io conosco perfettamente le aule di questo conservatorio, che è anche inquietante, devo dire. Conosco tutte le strade di questa Matera che non esiste, ma che nel sogno è reale. Conosco l’ubicazione dei palazzi, riconosco i lampioni, ogni singola pianta, la differenza tra le strade non asfaltate e quelle in pietra, le trazzere, ogni angolo, ogni chiostro. E non ci sono sassi, in questa Matera. Ma tutto il resto sì. Tutto.

E allora mi domando: che cos’è questa conoscenza? Come posso sapere con assoluta precisione dove si trovano le vie, i chiostri, le svolte, le pendenze, la consistenza delle strade di una città che non esiste? Come può il mio cervello costruire con tale coerenza topografica un luogo intero, dotarlo di continuità, memoria, orientamento, e farmelo attraversare come se vi avessi vissuto per anni? È pura invenzione? È una capacità combinatoria estrema della mente, che riassembla frammenti reali fino a produrre un territorio autosufficiente? Oppure è accesso a qualcosa che eccede l’individuo — ciò che Steiner chiamerebbe Akasha — un deposito di forme e strutture che non appartengono solo alla biografia, ma a una memoria più vasta? Perché nel sogno non sto “immaginando”: sto ricordando. Ricordando una città che non ho mai visto, ma che conosco in ogni dettaglio. E questa è forse la cosa più inquietante e più affascinante insieme: la precisione. Non l’immagine vaga, ma la mappa esatta. Come se esistesse davvero.
E allora mi domando: che cos’è questa conoscenza? Come posso sapere con assoluta precisione dove si trovano le vie, i chiostri, le svolte, le pendenze, la consistenza delle strade di una città che non esiste? Come può il mio cervello costruire con tale coerenza topografica un luogo intero, dotarlo di continuità, memoria, orientamento, e farmelo attraversare come se vi avessi vissuto per anni? È pura invenzione? È una capacità combinatoria estrema della mente, che riassembla frammenti reali fino a produrre un territorio autosufficiente?

Dal punto di vista neuroscientifico potrei dire che è l’ippocampo, con le sue place cells e grid cells, a generare mappe cognitive coerenti, a simulare ambienti complessi, a riorganizzare ricordi spaziali in configurazioni nuove ma strutturalmente plausibili. Il cervello è una macchina predittiva, una centrale di simulazione continua: non riproduce il mondo, lo modella. E nel sogno, libero dal vincolo sensoriale, può espandere questa funzione fino a costruire intere città con continuità geometrica e memoria interna. Ma questa spiegazione, per quanto elegante, non esaurisce la questione. Perché nel sogno non sto semplicemente “simulando”: sto riconoscendo. Non mi oriento per tentativi, mi oriento per familiarità.

E allora entra in gioco l’altra possibilità, quella metafisica. Se davvero esiste qualcosa come un archivio delle forme, un deposito di strutture, un campo di informazioni che precede e oltrepassa l’individuo — pensiamo a Borges — allora forse non sto inventando nulla. Forse sto attingendo. Forse quelle città non sono creazioni arbitrarie, ma configurazioni possibili già inscritte in una memoria più vasta della mia biografia. La precisione topografica, la continuità delle strade, la riconoscibilità dei luoghi potrebbero essere il segno non di una fantasia potente, ma di un accesso. E la cosa più inquietante è questa: nel sogno non dubito mai. So dove sono. So dove devo andare. È solo al risveglio che quella città si dissolve, lasciando dietro di sé la sensazione netta di aver abitato qualcosa che non posso più trattenere.

“Sant’Agata e l’Elefante”, un racconto di anni fa contenuto nel mio libro “Il Surrealismo della Pianta Grassa”

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SANT’AGATA E LELEFANTE

Festa di Sant’Agata a Catania. Profano e sacro, ovvero ciò che dovrebbe essere la costante cittadina: una Catania perennemente festaiola. Città d’azzardo e d’azzardi. Una Las Vegas millenaria. La soluzione in tre sostanziali punti.

1) Peculiarità tipiche del catanese ottimizzate.

2) Sublimazione dell’effimero.

3) Gioco d’azzardo, cucina, creatività.

Che altro vuoi fare in questa morente città, se non rendere tal decadenza surreale? Lavorano tutti, lavora (soprattutto) la mafia, si incrementa (il)legalmente il turismo, e si finanzia coi proventi la cultura. Storcete il naso? Perché che volete fare qua? Fabbriche? Ancora? Non scherziamo. Prendiamo il toro per le corna. Vi immaginate quanti turisti russi, cinesi ecc.? La città tutta colorata a festa, 365 giorni l’anno. Progetti di architetti, investimenti, bla bla bla. Un carnevale permanente. Immaginate… immaginate un enorme elefante con la proboscide illuminata e i coglioni bene in vista… visualizzate questo enorme colosso ad accogliere fra le zampe e le palle i panfili dei giocatori e degli amanti del vizio provenienti da ogni parte del mondo. Constatate adesso i frutti del sacrosanto rapporto dialettico tra i vari ceti della città, come accade durante i giorni della festa, in un naturale coinvolgimento di truffatori, delinquenti, mecenati e società (cosiddetta) civile (alto e basso, basso e alto, alto e basso ecc.). La mafia perfettamente integrata nel percorso economico, come ha fatto il paese di Lincoln. Las Vegas che fa? Ricicla. Catania è una città puttana. Si aprirebbero scuole per croupiers ove formare i ragazzi dei quartieri per una futura autogestione dei numerosissimi casinò, pronti ad accogliere i viziosi del gioco e del tavolo verde da ogni parte del globo. E poi prostituzione legalizzata senza limiti, con l’indotto a finanziare mostre, concerti ecc. La città trasformata in un grandioso Luna Park, in un pachiderma bonario e gioioso. Eccola, l’anima corrotta e nobile del catanese, questa della festa agatina. D’altronde, hai una Santa dalle tette mozzate che circola per tre giorni senza interruzione. Con quelle ci fai “minnuzze” di Sant’Agata, ma anche (metaforicamente) panzerotti (panze rotte) alla crema, con tanto di capezzolo, o scapezzolati al cioccolato. Crapula & Baccanale: la vera vocazione della città. La legalità dell’inganno, il manifesto di un luogo che sta perdendo la sua identità a causa di questa omologazione al “Nord”, di questo ammorbante “lenitivo” sassone, di questa mefitica nebbia della creatività. La crisi è sempre psicologica. Hanno ammorbato e depresso l’elefante/Ganesha cittadino (“mangiare a quattro Ganesha2, ebbi a dire). Occorre fare ricchezza delle nostre uniche peculiarità, altrimenti saremo destinati all’eccezionalità del rito.

ATLANTE INTERIORE. Carme VI: “Le Ceneri del Carnevale”

Carnasciale carnevale il ragù fuoriesce dai maccheroni coi cinque buchi
Pensai ai miei calzoni da piccolo nell’inverno di tanti febbrai fa
Al gelo delle stanze vuote e scure della casa dei nonni
Quando vedevo le teste mozzate dal ghigno scolpito
Far capolino da sotto gli armadi e i letti
Rotolando nei corridoi come palle di legno
Le teste dei burattini finiti all’inferno
Da gettare nel braciere
In quelle notti gelide di febbraio.

Fuori il vento si fa violento e la vegetazione par fremere
Con movenze carnali di passanti intirizziti ma flessuosi
Avvinti ai sibili alle finestre che si fanno ululati…
Vagolano i lampioni come lampare sulle barche di strada
Che interdetto è il mare nel tempo della cautela temeraria
del rischio calcolato.

Pensai che ogni uomo è la sua dimora
Nell’esilio delle bolle mediatiche delle attuali globosfere
Celle modulari del grande alveare
Nuove porte verso il passaggio evolutivo della specie
Interni che diventano esterni
L’ancoraggio del palato, della cucina gourmet che vincola
Trattiene, seduce, stimola
Ci si ferisce ancora, dai corpi sgorga il sangue dei millenni
Ancora
Pensai ancora
Tastai le geografie estreme del mio corpo
Ciò che mi separa dall’altro da me
Toccai la consistenza del mio essere carnale
La vidi implodere nell’acufene che mi tormenta
Sprofondare negli abissi della mia indefinita interiorità…

Non siamo ancora pronti.
Pensai.

Nelle piazze i ceppi bruciano.
Brucia il fantoccio del Re Carnevale.
Macchine di carne nella notte.

Su “Il tornello dei dileggi” di Salvatore Massimo Fazio

Il tornello dei dileggi è un romanzo che nasce da una tensione precisa: quella tra l’osservazione minuta del reale e il bisogno di non lasciarsi risucchiare da esso. Le recensioni che lo hanno accompagnato insistono giustamente su questo punto: un libro corale, frammentato, popolato da figure che sembrano muoversi per attrito più che per volontà, dove il linguaggio non cerca l’eleganza ma l’urto, e la narrazione procede per accumulo, deviazione, piccoli scarti laterali.
Fazio scrive di personaggi che non hanno nulla di eroico, e proprio per questo risultano credibili. Non sono maschere simboliche, né tipi sociologici puri: sono esseri che oscillano tra lucidità e autoinganno, tra slanci e ritorni, come se ogni movimento in avanti fosse immediatamente compensato da una forza contraria. È qui che il “tornello” smette di essere solo un’immagine efficace e diventa struttura mentale: si passa, si gira, ma non si esce mai davvero dal sistema.
Molti hanno sottolineato la natura ironica – a tratti corrosiva – del libro, ma non si tratta di ironia compiaciuta. Il dileggio di Fazio non è satira dall’alto, è un meccanismo interno al testo, una forma di difesa contro il rischio della retorica e dell’autocommiserazione. È una scrittura che preferisce graffiare piuttosto che spiegare, lasciando spesso il lettore in una zona di disagio controllato.
Dentro questa dinamica, Catania non è mai semplicemente un fondale, ma nemmeno un feticcio. È una presenza laterale, costante, che agisce come campo di ritorno. Qui Brancati torna utile non come citazione d’obbligo, ma come intuizione ancora valida: l’elastico. I personaggi tentano di allontanarsi – culturalmente, emotivamente, esistenzialmente – ma vengono richiamati indietro da una centralità che non è geografica bensì antropologica. L’Etna, l’etnicità, il corpo della città funzionano come un centro di gravità che non giudica, ma non lascia andare.
La forza del romanzo sta proprio in questa ambiguità: da un lato il desiderio di smontare i rituali, i linguaggi e le pose di un certo mondo intellettuale e urbano; dall’altro l’impossibilità di uscirne davvero. Non c’è condanna morale, ma nemmeno indulgenza. Fazio osserva, registra, espone.
Il tornello dei dileggi è un libro che non cerca di piacere. E proprio per questo, quando funziona, convince. È caustico perché non si concede scappatoie, ma è anche celebrativo nel senso migliore del termine: celebra la complessità, l’inquietudine, l’irriducibilità di un certo modo di stare al mondo. Non c’è redenzione ne Il tornello dei dileggi. Né promessa di uscita. Il libro non apre varchi, non educa, non migliora nessuno. Perché racconta un mondo che gira a vuoto, che si osserva mentre gira e che scambia questa autocoscienza per salvezza. Qui il tornello non è metafora gentile: è una struttura coercitiva. Si passa, si ritorna, si inciampa negli stessi nomi, negli stessi tic, negli stessi slanci abortiti.
Catania, allora, non è un tema: è il campo magnetico. Un luogo che non ti impedisce di andare via, ma ti segue ovunque. Come l’Etna quando non la guardi: agisce lo stesso. Brancati lo aveva capito meglio di molti altri, e Fazio lo riscrive senza nostalgia e senza indulgenza. L’elastico non si spezza, non perché manchi la forza, ma perché manca davvero un fuori.
Questo romanzo non chiede consenso. Ti guarda e continua a girare. Se ti riconosci, peggio per te. Se non ti riconosci, probabilmente stai già passando dal tornello un’altra volta. (Francesco Cusa)

Schizofrenie

Dunque, fatemi capire.
Al referendum, a sinistra, si vota NO. Compatti. In nome delle garanzie, dell’autonomia della magistratura, dello Stato di diritto. Poi però, nelle piazze, si sta sistematicamente contro la polizia e a favore dei manifestanti, come se le forze dell’ordine fossero un corpo estraneo, strutturalmente illegittimo. E nello stesso tempo si celebrano – giustamente – le giornate della memoria per le vittime della mafia, per i magistrati e per gli uomini delle forze dell’ordine massacrati nelle stragi.

Insomma: con la magistratura sempre, con la polizia solo quando conviene. A intermittenza. A seconda del contesto. A seconda dell’umore politico del momento.

Ricordiamo il Pasolini di Villa Giulia? No. Lasciamo perdere. Tirarlo fuori oggi significherebbe ridurre un pensiero complesso a una scorciatoia polemica buona per qualsiasi stagione. Il problema è un altro. Il problema è: che fate, esattamente? Perché vista da fuori, questa oscillazione non sembra dialettica critica, ma confusione.

Magistratura e forze dell’ordine non sono la stessa cosa, ovvio. Ma non sono nemmeno due mondi separabili moralmente a piacere. Sono corpi distinti, con ruoli e responsabilità diverse, che però operano dentro lo stesso perimetro: lo Stato di diritto. Non formano un unico corpo, ma fanno parte di uno stesso circuito della legalità. È un fatto, non un’opinione.

Le commemorazioni di Capaci, di Via D’Amelio, e di tutte le altre stragi celebrano insieme magistrati e forze dell’ordine perché colpiti in quanto parte dello stesso fronte dello Stato contro la criminalità organizzata. Nelle manifestazioni, invece, la polizia viene spesso condannata in blocco, non per singoli atti o responsabilità specifiche, ma come simbolo politico negativo, come presenza di per sé repressiva.

La contraddizione è tutta qui.
O riconosci l’unità funzionale dello Stato di diritto, oppure non puoi celebrarla a giorni alterni.

La stessa sinistra che nelle piazze delegittima la polizia come corpo, nelle ricorrenze solenni la riabilita come presidio repubblicano. La stessa che vota NO al referendum per difendere la magistratura sembra dimenticare che quella magistratura lavora quotidianamente insieme alla polizia giudiziaria, dentro un sistema istituzionale unitario, per quanto articolato e imperfetto.

Non è una questione di stare “con” o “contro”. È una questione di coerenza. Le istituzioni non diventano buone o cattive a seconda della giornata, del corteo o del calendario civile. O fanno parte dello Stato di diritto, oppure lo Stato di diritto è solo uno slogan da usare quando serve.

C’era una volta una sinistra che distingueva tra critica del potere e demolizione delle istituzioni. Una sinistra che sapeva che la legalità non è un totem morale, ma un equilibrio fragile tra funzioni diverse, controlli reciproci, responsabilità concrete. Oggi, invece, si assiste a una dissociazione continua: la polizia trattata come problema strutturale nelle piazze, la magistratura trasformata in entità morale intoccabile quando torna utile, soprattutto in occasione di un NO referendario.

Vi devo davvero citare Calamandrei e Berlinguer per spiegare che questa non è critica, ma smarrimento?

PS da tempo non voto. Non ho appartenenze politiche o ideologiche di sorta.

Dall’agenda rossa di Paolo Borsellino: un racconto tratto dal mio libro “Novelle Crudeli”

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Sono al mare con la famiglia. Da lontano i lidi pieni di gente. Spiagge affollate. Cabine a schiera. Fritture nella canicola. Pance. Costumi. Schiamazzi lontani. Le rade folate di scirocco sanno di creme abbronzanti e doposole. Qui, dal mio angolo di spiaggia protetto, vedo questa gente baluginare nella canicola: fantasmi, parvenze diurne. Sono stanco. Di molte notti stanco. Dormo poco. I miei occhi lacrimano dalla stanchezza. Seduto nella mia sdraio ondeggio in questo andirivieni di sonno-veglia. E poi questo caldo. Ho in mano una matita e sulla coscia destra la Settimana Enigmistica. Dovrei fare le parole crociate sotto l’ombrellone. Il 7 verticale rimane incompleto. Un palazzo abusivo senza intonaco, in mezzo a dei buchi neri come il catrame. Caselle vuote da riempire. Buchi da colmare… Ieri sera, in casa dell’avvocato (omissis), sfogliando quel libro sulla civiltà hymalayana mi avevano toccato le immagini dei kirtimukha, sculture indiane collocate generalmente all’ingresso dei templi, enormi volti muniti di grandi denti e di un’imponente mascella superiore, ma totalmente sprovvisti di mascella inferiore. «È il tempo che non può divorare se stesso» recitava la scritta in calce alla foto in bianco e nero. La cosa mi aveva incuriosito. Oggi mi sconcerta. Mi risveglia la zaffata di parmigiana alle melanzane. Devo essermi riaddormentato. Sudore. Odori. Profumi che mi legano alla morfologia di questi luoghi, alla mappatura di questo mio concreto esserci. Ma non appena socchiudo gli occhi, che paiono calare giù come imponenti mannaie, c’è quella faccia tutta denti e quella scritta che mi si scioglie in bocca, come il sorbetto al mandarino di ieri sera. È il tempo che non può divorare se stesso. Eppure io di facce così ne ho viste. Penso a (omissis) e anche a (omissis). Ne ho incontrate in giro per la Sicilia di facce così. Non tantissime a dire il vero. Me ne ho incontrate. Appartengono a quelle categorie di maschere tutte denti con un che di trascendente in quello strabuzzare di palle degli occhi. Vicini alla categoria del disagiato psichico, ma con caratteristiche diametralmente opposte, questi individui hanno il totale controllo emotivo dell’intera struttura psico-fisica. Rasentano l’handicap maxillo-facciale, come una tangenziale tedesca, ma non intersecano la categoria dello scimunito. Mai. Al contrario. Questi sono quelli più pericolosi. È il ghigno disumano del Reale, scarnificato dall’emozione, imploso nella catarsi sadica di chi ha compreso che non c’è legge che non sia prodotto e scoria dell’uomo. Apro e chiudo gli occhi. Non so se sono sveglio. Non so se sto dormendo. I miei baffi sono quelli di Giovanni in questo stato di limbo. Mi stanno appiccicati come quelli di Charlotte. Che poi mi faceva impressione Charlie Chaplin quando lo vedevo senza baffi. Mi pareva cattivo. Comunque mi faceva effetto. Uno sputo di vento, che ricorda il mio phon quando funziona male, giunge al solo scopo di ridestarmi ancora da questo torpore fasullo. Questa sottospecie di brezza, questo rivolo di bava ossigenata, solleva ora mulinelli di sabbia facendo luccicare di pulviscolo giallo dorato queste terrazze. Il verde delle pale di ficodindia che spuntano dal muretto in pietra irrompe con contrasto e violenza. Kirtimukha e “pale” di ficodindia… La “pala” di ficodindia è l’essenza spinosa della Sicilia. È qualcosa di ancestrale, di preistorico. È il tempo immanente che si fa frutto. Che germoglia di spine e zuccheri. Senza faccia. Senza occhi. Senza baffi. È il tempo divorato dai e dei siciliani. È un profumo, come questo delle melanzane fritte. Indecente e suadente al contempo. Qua, in Sicilia, si mangia. Si mangia. Ci si insozza di fritti. Si divorano case, strade e templi: a quattro ganasce. Si cagano zagare. Una ogni mille cagate. Si defecano decreti e norme. Mentre le guance odorano di Mennen, i colli di essenze di gelsomino e dalle ascelle si dipanano a raggiera gli aloni acidi e corrosivi che corrono come onde radio per i tessuti sintetici delle magliette taroccate. Stato e anti-Stato sono solo due categorie del pensiero. Sono la frammentazione dualistica di un Divenire. Una cosa buona giusto per i manuali da salotto dell’antimafia. Qui le facce del Kirtimukha si sono mangiate pure il barocco. Qui quando soffia il Maestrale riappaiono Ulisse con le vele rigonfie e Penelope che fa e disfà la tela, in un eterno canto greco. Qui il passato si frantuma nelle mascelle del Divenire, come calcare alla piccozza. Qui, nella padella del tempo, ristagna l’olio fritto dei secoli. Sordo. Pesante come le acque di uno stagno. La gente è furiosa. Spaventata. Disperata. Hanno fatto saltare un’autostrada. Ma è successa davvero ’sta cosa? Questa disperazione civile è un canto corale o la furia delle Erinni? È uno strumento della tragedia? Lontano giungono le grida dei bambini: di gioia e di pianto. Il chiasso delle cose lontane, delle piccinerie delle famiglie con il salvagente nero come il catrame. Con i gomiti faccio leva sui braccioli della sedia. Sento il mio corpo scricchiolare. Lo sento gigantesco come non mai. Ogni mia giuntura pare corrosa dalla salsedine. Più che vecchio mi sento antico. Come un relitto spagnolo conservato in perfetto stato. Le gambe sono quelle di un pescatore, con i pantaloni arrotolati al ginocchio. Faccio un enorme sbadiglio mentre inarco la schiena e con le braccia sfioro il canneto, il sole e il cielo e poi ancora di più. Oltre. Ah, potessi ancora stirarmi. Ancora e ancora. Mi sento perfettamente riposato, come se avessi dormito per ore. Accendo la sigaretta ed espiro il fumo verso quest’orizzonte di mari-case-genti-spiagge-cabine-salvagenti. Ispiro ed espiro. A ogni boccata di nicotina e catrame gli occhi chiusi nell’implosione di questo big-bang intimistico. A ogni espirazione occhi strabuzzati come le facce di (omissis) e di (omissis) e del Kirtimukha. Forse dovrei tagliarmi ’sti cazzo di baffi. Ma prima dovrei smettere di fumare. Mi pare, onestamente, cosa difficile. Molto difficile.

Non sopporto

I posti che mi urtano sono quelli che si chiamano tipo “al buon sapore”, “al buon pane”. Peggio ancora “prodotti locali”. Immagino una vecchia con le unghie nere che impasta la giardiniera con le mani. Sgaso subito appena vedo sti cartelli. Altro termine che mi vede alla larga è “nostrano”. Prodotto nostrano. “Olio di casa”. Ma quale casa? Che casa hai? Com’è sta casa? Ovviamente non sopporto il nome “pepato fresco”, anche se mi piace un casino come formaggio, ma non lo compro mai per via del nome. Non riesco a dire “mi dia 200 grammi di pepato fresco”. Mi faccio schifo. Io non comprerei mai cose da uno che si chiama “Gino”. Biciclette da Gino. Elettrocasa da Gino. Detesto le parole “curatela”, “giureconsulto”. Non sopporto “accoglienza”, soprattutto quando è scritta su una lavagnetta con il gessetto. Non voglio essere accolto. Voglio entrare, pagare, mangiare, uscire. Fine. L’accoglienza è il primo stadio del sequestro. Non sopporto “esperienza”. L’esperienza gastronomica. L’esperienza sensoriale. L’esperienza immersiva. L’unica esperienza immersiva che riconosco è l’annegamento. Non sopporto “a conduzione familiare”. A me rimanda a litigi in cucina, figli che non volevano stare lì, cognati con enfisema ed espettorazioni, nonne con perdite anali e vaginali. Non sopporto “artigianale” quando è scritto in Arial. Non sopporto “selezionato”. Da chi? Quando? Con quale competenza? Non sopporto le persone che dicono “restiamo umili”, “restiamo umani”, penso sempre a una sorta di San Francesco meccanico tipo Iron Man. Non sopporto i camerieri che parlano al plurale inclusivo. “Vi portiamo”, “vi consigliamo”, “vi accompagniamo”. Chi siete, una setta? Non sopporto “pochi coperti”, detto sempre con quell’aria da resistenza partigiana. Se hai pochi coperti è perché non sai organizzarti, e perché non ci viene nessuno nel tuo locale di merda ameno. Non sopporto il folklore usato come deodorante morale. Non sopporto l’odore di fritto mescolato alla retorica. Non sopporto il vittimismo come modello di business. Non sopporto l’idea che io debba ringraziarti per aver fatto il tuo lavoro male ma “col cuore”. E soprattutto non sopporto l’obbligo morale di apprezzare la mediocrità solo perché è rumorosa, locale e convinta di sé. Non sopporto piattino felice · assaggino dello chef · bocconcini gioiosi · taglierino goloso · sfizietti misti · dolcetto coccoloso · cremina vellutina · salsina furbetta · schiumetta leggera · spumetta giocosa · croccantino simpatico · cuoricino morbido · manina di pane · ditina di pollo · patatina sorridente · gnocchetto felice · polpettina birichina · sorbetto carezzoso · dessertino finale. Io non sono snob. Sono stanco. Stanco di essere preso in ostaggio da gente che scambia il pressappochismo per destino e la sciatteria per bandiera.

A un certo punto il linguaggio fa un rumore secco, come quando cade qualcosa che non si rompe ma non serve più.

Il mio mondo onirico

Da un po’ di tempo faccio sogni che non riesco più a riportare indietro. Non perché siano confusi o vaghi, ma per l’esatto contrario. Sono troppo precisi, troppo vasti. Appena provo a tradurli in parole, si sfaldano. Non reggono il passaggio. Non li immagino: li attraverso. Li abito, come si abita un luogo che non ha bisogno di essere spiegato a nessuno. Dentro quei sogni mi muovo in mondi articolatissimi, pieni di trame, relazioni, competenze. Architetture di senso che non hanno nulla di arbitrario o di simbolico. Funzionano. Sono coerenti. Stanno in piedi da sole. Chiamarla surrealtà è comodo, ma falso. Non c’è niente di surreale, in realtà. È una realtà diversa, con leggi proprie, con una densità che la veglia non riesce a sostenere. Lì possiedo conoscenze — e non lo dico in senso poetico — che nella vita diurna non sono nemmeno concepibili. Non le apprendo, non le costruisco: ci sono dentro. Le uso. Le riconosco come naturali. Non sono immagini. Non sono simboli. Non sono nemmeno storie. Sono dimensioni. E sono indicibili non perché manchi il linguaggio, ma perché manca la struttura mentale per riportarle qui senza distruggerle. Appena mi sveglio me ne accorgo subito: non resta quasi niente. Non un frammento utile, non una forma salvabile. Non perché il sogno svanisca, ma perché quello che è accaduto è stato troppo grande per essere tradotto. Resta solo una certezza scomoda, muta: è successo. C’è stato un accesso. E ora non c’è più. Forse l’errore è continuare a voler capire. O peggio: voler raccontare. L’onirico, a questo livello, non chiede di essere spiegato. Non è un teatro dell’inconscio, non è una metafora da interpretare. È un territorio autonomo, che non ha bisogno della veglia per esistere. Lì la conoscenza non si apprende: si coincide con ciò che accade. E per questo il ritorno è sempre violento. Non si torna da un sogno, si torna da una pienezza. La veglia allora appare per quello che è: una riduzione necessaria, ma dolorosa. Non c’è nostalgia in tutto questo. C’è constatazione. La consapevolezza che esistono livelli dell’esperienza ai quali accediamo solo temporaneamente, e che proprio per questo non possiamo trattenere. Ci sono conoscenze che non tornano, mondi che non seguono, dimensioni che si concedono solo a patto di non essere possedute. E io, nel bene e nel male, continuo ad abitarle.

ATLANTE INTERIORE: Carme V “Tifone”

Vedesti le giornate trascolorare tra le mura di casa e il giardino
Vedesti colli stirarsi e sporgersi fra la folla che evitavi
Vedesti il tempo frantumarsi sulle scogliere del mare di Stazzo
Vedesti i gatti annusare i colori delle palme
Nel perenne gennaio
Nel gennaio perenne
Eri la vertigine che declinava alla nausea, l’occhio alle filiere di tralicci al vento
Alla vibrazione sorda del vulcano, con la mano sul cuore claudicante
E l’acufene stridente come l’urlo del sordo con l’arto spezzato.

Più tardi vennero i nubifragi e le strade furono inondate dall’acqua
Forte lo scirocco pareva soffiare da antiche leggende
E ancora una volta fummo cacciati dentro alle case
Paurosi e tremebondi delle forze di Natura
Invocammo dei e santi da tempo dimenticati
E riesumammo le vecchie candele dai cassetti e i neri rosari dagli armadi
Sgranandone i chicchi, balbettando preghiere, senza troppo credere…
Grande furore del mare nella notte verghiana
Oh immane chimera che divori le coste
Col tuo morso raggeli l’oscurità interdetta
E rendi tolemaico il nostro presente.

Misurammo così la furia con scale improprie,
Chiamando “emergenza” ciò che era destino,
Chiamando “evento” ciò che da sempre ritorna
Mentre la notte insegnava ancora una volta
La coreutica dei lampioni oscillanti nel falso ordine urbano,
Del ronzio continuo dei cavi,
Della casa che scricchiola come un corpo stanco.

Restammo
Inermi testimoni di un sapere che arretra
Consapevoli almeno della provvisorietà di ogni civiltà.

Così tornò il mattino, indebitato con la notte,
e il mare si ritirò fingendo pace,
ma Tifone rimase –
non nel cielo,
bensì nel tempo che ci attraversa
e non chiede il permesso.

Francesco Cusa

In questo porco mondo: Dialogo fra Poveracci e l’Oste Jazz


Poveracci: – Passavo da qui… per il mio quartetto… posso o sta affettando?
Oste Jazz: – … chi sei? chi sei?
Poveracci: – Poveracci… quello della mail… della telefonata… sono il Poveracci Trio….
Oste Jazz – … Rosa! Rosa!… quanti sono a tavola?
Poveracci – … posso ripassare se…
Oste Jazz: – …Pronto?… Carissimo!… Certo, certo… 24, 25, 26 bloccati!… porta chi cazzo vuoi, avete tavolo d’onore… saluta Gabry… ahahaha…eheheh…sì, sì il disco spacca… cosa vuoi che ti dica? Bacio!
Poveracci: – …
Oste Jazz: – “Click!”
Poveracci: – Se vuole posso rimandarle mail, se è impegnato… può scaricare il file del nostro cd…
Oste Jazz: – … scaricare, scaricare… la casse di birra ti posso scaricare… che genere fate? Basta che non è roba con elettronica vi posso dare “Il lunedi da cani”. Ma se ne parla fra sei mesi…
Poveracci: – … io suono la chitarra elettrica, ma posso venire senza effetti…
Oste Jazz: – No elettronica! Rosaaaa! Rispondi cazzo!
Poveracci: – La chitarra la devo…
Oste Jazz: – Gennaio… aspé… gennaio… il 15… dopo le vacanze di Natale no… il 23… però vi faccio tre piatti di spaghetti…
Poveracci: – il bassista viene da fuori, qualcosa per le…
Oste Jazz: – se va bene, tranquillo… qualcosa ci esce… ma dì al batterista di portarsi la sua perché l’indomani suona… coso… come si chiama quello indiano?
Poveracci: – ok allora per il 23 gennaio. Grazie e buona serata.
Oste Jazz: – Rosaaaaaaa!


Poveracci nel freddo dei portici digrigna i denti. Poveracci è rabbioso e pensa all’Oste Jazz morto. Pensa a quel cranio fracassato a colpi di batticarne. Poveracci vorrebbe essere quello dei tre giorni bloccati. Poveracci vorrebbe essere quello della serata di grido e non quello relegato al “Lunedì da cani”. Poveracci sa che quel riferimento allude ai lunedì freddi e nebbiosi del Nord, ma come non cogliere l’allusione al fatto che in tali lunedì suonano solo i senza nome, gli emarginati, gli studentelli… Poveracci vuole sangue. Poveracci tira un calcio alla cassetta della posta. Poveracci viene visto dal vigile che gli dice che minchia fai. Poveracci si scusa e dice che era nervoso per via della sua ragazza. Dice così perché non può riferire del jazz e del suo dramma interiore. Il vigile gli grida deficiente. Poveracci pensa che solo lo studio potrà dargli merito e ragione. Poveracci entra in casa e si riscalda le polpette di soia. Poveracci studia fino alle 5 del mattino per essere pronto alla serata del 23 gennaio fra sei mesi. Poveracci dorme e sogna John Scofield. Poveracci adora le tempie di Scofield. Poveracci fa una pazzia e pensa al suo prossimo album. Poveracci vorrebbe ironicamente chiamarlo “A tempie di jazz”. Ma, Poveracci, sa perfettamente che non avrà mai il coraggio di farlo. Poveracci sogna queste pazzie. Ma anche quando sogna, Poveracci, sa che nella vita reale queste cose non passano. Che il contesto del jazz in Italia non capirebbe. Ma, almeno nei sogni, sì cazzo, almeno nei sogni, Poveracci vince il top jazz con il suo: Poveracci Trio: “A tempie di jazz” plays the music of John Scofield. Almeno nei sogni.

Recensione di “No Other Choice” di Park Chan-wook

Non mi interessa parlare di No Other Choice come di un film “sulla crisi del lavoro” o su qualche altra etichetta buona per i dossier. Park Chan-wook non fa cinema sociologico e non ha mai avuto bisogno di spiegare il mondo: lo mette in funzione e basta. Qui fa una cosa ancora più radicale rispetto al passato: prende la violenza e la svuota di ogni teatralità, di ogni residuo tragico, fino a farla coincidere con il semplice funzionamento delle cose. È un film violentissimo, ma lo è nel modo più disturbante possibile, perché non alza mai la voce e non chiede mai permesso. Il protagonista non reagisce come reagirebbe un “personaggio” cinematografico. Non esplode, non crolla, non si ribella nel senso romantico del termine. Fa qualcosa di molto più inquietante: applica fino in fondo la logica che ha interiorizzato. Non inventa nulla, non devia. Segue il tracciato che il sistema gli ha già fornito. Ed è proprio questo che rende il film insopportabilmente coerente. Qui non c’è la vendetta barocca di Oldboy, non c’è la ritualità morale della trilogia della vendetta, non c’è nemmeno l’ambiguità sentimentale di Decision to Leave. Park sembra aver deciso di togliere tutto ciò che ancora poteva funzionare come alibi emotivo per lo spettatore.

La violenza non arriva come rottura, ma come prosecuzione naturale. Non è un gesto eccezionale, è un passaggio di fase. Avviene perché deve avvenire, nel modo più efficiente possibile, senza enfasi, senza godimento, senza spettacolo. È una violenza che non cerca giustificazioni perché non ne ha bisogno. E proprio per questo è più vicina alla realtà di qualunque messa in scena ipertrofica del trauma.

La moglie è uno dei personaggi più forti del film, e non perché “resiste” o “si oppone”. Fa qualcosa di molto più intelligente: capisce prima degli altri dove si trova. Non si aggrappa a un’idea morale alternativa, non invoca un fuori che non esiste. Sta dentro il sistema con una lucidità che fa paura. Non è passiva, è perfettamente consapevole. E questa consapevolezza la rende centrale, non ancillare. La famiglia, nel suo insieme, funziona come un coro silenzioso. Nessuno commenta, nessuno giudica, nessuno anticipa. Non perché manchi il conflitto, ma perché il conflitto è già stato assorbito a monte. È un mondo in cui non si discute più se qualcosa sia giusto o sbagliato, ma solo se sia funzionale.

In questo senso No Other Choice mi sembra uno dei film più freddi e insieme più onesti di Park Chan-wook. Non cerca empatia, non costruisce identificazioni, non offre catarsi. Non ti dice cosa pensare, non ti consola con una posizione morale riconoscibile. Ti mette davanti a una logica già operativa e ti lascia lì. È un cinema che ha smesso di credere nel personaggio tragico e lavora direttamente sulle strutture, sui meccanismi, sulle conseguenze. Per questo, pur essendo un film pienamente dentro la poetica di Park, è anche uno scarto netto. Meno mito, meno corpo, meno eccesso. Più sistema, più procedura, più responsabilità. È un film che non urla e non accusa, ma che ti guarda mentre riconosci qualcosa che preferiresti non riconoscere. Ed è esattamente questo, oggi, il punto in cui il cinema torna a essere pericoloso.

Sogno, Akasha e perdita: musiche inconcepibili

Ormai il mio rapporto con l’onirico è diventato più reale di quello che intrattengo con la realtà dello stato di veglia. Non è una provocazione, né una posa letteraria: è una constatazione che mi accompagna sempre più spesso al risveglio. I sogni che attraverso sono talmente articolati, sofisticati, densi di senso e di conoscenza, da rendere la realtà quotidiana una superficie impoverita, quasi un’eco distante. Si tratta di mondi che non sono semplicemente “immaginati”. Sono strutturati. Sono coerenti. Sono abitati da competenze, relazioni, linguaggi e saperi che eccedono di gran lunga ciò che riesco a maneggiare nello stato di coscienza ordinaria. Ed è proprio questo l’aspetto più destabilizzante: la qualità della conoscenza che in quei mondi appare immediatamente disponibile, naturale, perfettamente padroneggiata. Al risveglio, invece, provo un senso di scoramento profondo, di smarrimento autentico, perché mi accorgo che quella vastità mi è stata sottratta senza possibilità di appiglio. Non solo non riesco a ricordarla: non riesco nemmeno a concepirla.

Non provo neppure a descrivere la maggior parte di questi sogni. Sarebbe inutile. Le competenze che li abitano — le strutture cognitive, simboliche, operative — sono talmente lontane dalle categorie del linguaggio vigile che ogni tentativo di trascrizione risulterebbe grottesco, riduttivo, falsificante. Quello che posso raccontare è solo una minima porzione. Un frammento. Un residuo narrabile.

Stanotte, per esempio, ho sognato che dovevo tenere un concerto con alcuni musicisti di sempre, compagni del mio passato. Al basso c’era Raffaele Balli, alla chitarra mi pare ci fosse Paolo Sorge, e Fabrizio Puglisi al piano, poi un’enorme orchestra e due batteristi: io e Roberto Gatto. Dovevamo suonare a Bologna, su un palco — forse addirittura in una piazza.

Nel sogno ero attraversato da una preoccupazione precisa: temevo che loro non conoscessero le mie composizioni. C’era un brano, in particolare, in sette quarti, di una complessità inaudita. Un pezzo che non ho mai scritto nella vita reale (non ne sarei stato capace!), e che tuttavia nel sogno esisteva come forma compiuta, necessaria, inevitabile. La cosa sconvolgente non era solo l’esistenza di quel brano, ma il fatto che io fossi in grado di cantare a ciascun musicista ogni singola parte, ogni incastro, ogni linea. Avevo una padronanza assoluta dell’armonia, della ritmica, della melodia, delle possibilità interpretative di ogni strumento. Era una competenza orchestrale totale, naturale, non mediata da sforzo o riflessione. Le composizioni erano di una difficoltà estrema, eppure io riuscivo a vocalizzarne ogni dettaglio, come se quell’intero sistema musicale fosse inscritto in me da sempre. Nulla era oscuro. Nulla era approssimativo. Tutto era perfettamente intelligibile.

Al risveglio, però, tutto questo è evaporato. Non sono riuscito a ricordare nemmeno una cellula ritmica, una progressione armonica, un frammento melodico. Ma soprattutto — ed è questo il punto più perturbante — non sono riuscito neppure a pensare quella complessità. Non un decimo. Non un millesimo. Non il barlume di ciò che, poche ore prima, mi appariva assolutamente ovvio.

È qui che nasce una convinzione che ormai sento sempre meno metaforica. Penso che, nel sogno, abbiamo accesso a ciò che Rudolf Steiner definisce l’Akasha: un deposito di conoscenza che non è individuale, non è autobiografico, non è nemmeno “creativo” nel senso comune del termine. È una forma di sapere totale, impersonale, vastissima, che attraversiamo solo temporaneamente. Il problema è che la coscienza non è attrezzata per trattenerla. Non può contenerla. Non può tradurla. Non può nemmeno ricordarla. Quello che resta, al risveglio, non è la conoscenza, ma la certezza di averla attraversata. E questa certezza, paradossalmente, pesa più di qualsiasi ricordo. Questo sogno che ho raccontato è solo uno dei pochissimi che riesco, a posteriori, a rendere narrabili. Gli altri — la stragrande maggioranza — sono ancora più complessi, più articolati, più radicalmente indicibili. Non perché manchi il linguaggio, ma perché manca la struttura mentale per sostenerli una volta tornati qui.

E forse è proprio questa la ferita più profonda del risveglio: non il sogno che svanisce, ma la consapevolezza che ciò che siamo in grado di conoscere supera infinitamente ciò che siamo in grado di ricordare.

Fenomenologia del tifoso interista e patologia del tifo vincente: ontologia minima del tifo italiano

Nel calcio italiano la realtà non basta, anzi spesso la realtà è un intralcio. Me ne accorgo ogni settimana, perché qui non vince soltanto chi gioca meglio o chi sta davanti in classifica, vince chi impone un racconto, chi occupa lo spazio mentale, chi trasforma ogni episodio in destino e ogni pareggio in epopea. Dentro questo dispositivo l’Inter 2025-2026 è la contraddizione perfetta: una squadra che gioca il miglior calcio del campionato, che è prima in classifica, e che viene comunque trattata come imputata permanente. Non siamo più nel campo della tattica o dell’analisi tecnica, ma in quello della filosofia della percezione. Conta meno ciò che accade sul campo e più ciò che viene detto che stia accadendo. La verità fattuale deve chiedere il permesso alla narrazione per esistere, e quando non coincide con il racconto dominante viene sminuita, relativizzata, sospesa. I numeri di questa stagione parlano chiaro ed è probabilmente per questo che danno fastidio: Inter prima a 43 punti dopo 19 giornate, con 14 vittorie, 1 pareggio e 4 sconfitte, 42 gol fatti e 17 subiti, equilibrio, continuità e produzione offensiva superiori a tutte le dirette concorrenti. Eppure ogni vittoria viene accompagnata da una formula tossica e ricorrente: “vittoria di gestione”, “partita non brillante”, “squadra non abbastanza cinica”. Traduzione: niente aura, niente entusiasmo, niente legittimazione simbolica. Qui entrano in scena le tifoserie avversarie, soprattutto rubentini e bilanisti, che da anni praticano una liturgia dell’autoincenso perfettamente funzionante. Loro si esaltano sempre: vincono e sono rinati, pareggiano e hanno carattere, perdono ed è colpa degli episodi, dell’arbitro, del calendario, del destino. È una teologia dell’autoassoluzione che funziona perché è compatta e disciplinata. Non è tifo, è controllo simbolico. Chi controlla il linguaggio controlla la percezione, e chi controlla la percezione può permettersi di ignorare la classifica. A questo si aggiunge una stampa sportiva italiana strutturalmente addomesticata, che spesso non ha neppure bisogno di essere prezzolata: vive di bacini d’utenza storici, di tifoserie rumorose, di click, di talk show, di titoli che devono reggere l’audience. In questo ecosistema l’Inter viene trattata con un filtro diverso: se vince è gestione, se domina è cinismo, se controlla è noia. È un trucco retorico semplice e antico: togliere aura al fatto per depotenziare la realtà. Così anche una stagione numericamente superiore viene raccontata come provvisoria, fragile, sospesa in attesa di una caduta che deve arrivare per forza. Il paradosso più grave però è interno. Il vero problema, spesso, sono i tifosi interisti stessi. Ma questo pessimismo cronico non è un difetto casuale: è una struttura mentale, quasi una postura filosofica. L’interista non gode mai del presente perché è stato educato alla diffidenza verso il tempo, all’idea che ciò che accade ora sia sempre reversibile, fragile, esposto alla smentita. È una forma di coscienza tragica, diversa dall’euforia mitologica degli altri tifosi. Dove gli altri credono nel destino favorevole, l’interista crede nella contingenza, nell’errore sempre possibile, nella caduta improvvisa. Questo lo rende meno compatto, meno rumoroso, meno incline all’autocelebrazione, ma anche più lucido, più razionale, più refrattario alla menzogna. È un tifo che non vive di promesse, ma di verifiche, che non si fida del racconto, ma del campo, che non confonde mai davvero il desiderio con la realtà. Il problema è che questa onestà cognitiva, in un sistema fondato sull’illusione e sull’enfasi, diventa svantaggio simbolico. Così l’interista finisce per autosvalutarsi, per anticipare l’accusa, per togliere forza alla propria stessa posizione, consegnando agli altri il monopolio dell’arroganza narrativa. Nel calcio, come nella vita pubblica, chi si giustifica ha già perso metà della battaglia simbolica. Quanto ai napoletani, va detto però qualcosa di diverso. I napoletani si comprendono. Sono una tifoseria che viene da anni lunghissimi senza vittorie, che ha visto finalmente la propria squadra tornare competitiva e vincente, e parliamo di una squadra del Sud, che in questo calcio spesso squilibrato merita rispetto e attenzione, anche quando eccede nell’entusiasmo. Quella loro esultanza continua è in parte una reazione storica, emotiva, identitaria, e come tale è leggibile e persino giustificabile. Purtroppo questa squadra porta con sé anche un limite evidente: avere in panchina un allenatore come Conte, che incarna tutto ciò che trovo detestabile nel calcio italiano, dal vittimismo permanente alla retorica tossica dell’assedio, dall’opportunismo morale alla manipolazione costante del racconto. Ma questa è un’altra storia. Io continuo a guardare i fatti, i numeri, il campo, perché alla fine è l’unico luogo che non mente. Tutto il resto è rumore.

Il mio incontro con Pippo Madè

Ci sono incontri che non aggiungono informazioni, ma ricompongono qualcosa. L’incontro con Pippo Madé è stato questo. Non una scoperta, non un omaggio, ma la conferma silenziosa che un certo modo di stare nell’arte è ancora possibile. La sua casa non dà l’impressione di un luogo dove le opere vengono conservate. È piuttosto uno spazio dove il tempo ha continuato a lavorare. Tutto ciò che si vede sembra provenire dalla stessa sorgente: non uno stile, non un tema, ma una fedeltà profonda a un’idea dell’arte come pratica di vita. Non c’è separazione tra lavoro, pensiero, memoria, mito, storia. Tutto convive, senza bisogno di essere spiegato.

Federico II, ad esempio, non appare come personaggio storico, ma come principio di complessità: un nodo in cui convivono poesia, potere, guerra, nascita, visione. La Sicilia, allo stesso modo, non è mai folklore né identità rivendicata. È una condizione profonda, una stratificazione che agisce anche quando non viene nominata. Palermo, nel Genio, non è una città, ma una forza mentale, un’energia che resiste alla semplificazione. Alcuni lavori rimangono addosso più di altri, senza che sia facile dire perché. L’omaggio a Guttuso, per esempio, non ha nulla del tributo formale: è un dialogo silenzioso tra due artisti che hanno condiviso un’idea dell’arte come responsabilità, come gesto che non si sottrae alla storia. La Divina Commedia, attraversata da Madé, non è illustrata ma interiorizzata. Non si ha l’impressione di “vedere Dante”, quanto piuttosto di assistere a un corpo a corpo con il testo, come se le immagini fossero emerse dopo una lunga permanenza, non dopo una lettura. È un lavoro che parla di attraversamento, non di interpretazione.

Pippo Madé, sulla splendida soglia dei novant’anni, mi ha poi donato una sua opera. Non come si concede un oggetto, ma come si affida qualcosa che ha attraversato una vita. Mi ha accolto in casa sua, mi ha fatto sedere, parlare, ascoltare. A un certo punto mi ha chiamato fratello. Senza enfasi, senza retorica. Con una naturalezza che oggi è rarissima. In quel gesto non c’era nulla di celebrativo. C’era piuttosto una forma di riconoscimento silenzioso, una continuità tra percorsi diversi ma affini nel modo di stare dentro l’arte. Madé appartiene a una generazione per cui il fare artistico non era una strategia di posizionamento, ma una necessità quotidiana, una pratica che coincideva con la vita stessa. Il suo lavoro porta ancora addosso questa qualità: non chiede attenzione, non si offre come prodotto, ma resta lì, come traccia di un attraversamento. Ricevere un’opera in questo modo, da un artista che ha vissuto il Novecento dall’interno, non è un atto simbolico né un passaggio di testimone programmato. È piuttosto un momento di sospensione. Il tempo si accorcia e categorie come giovane, vecchio, successo, carriera smettono improvvisamente di avere senso. Rimane solo l’esperienza condivisa di chi ha scelto, ciascuno a suo modo, di non separare l’arte dall’esistenza. Essere chiamato fratello da Pippo Madé non ha a che fare (solo) con l’affetto personale. Ha a che fare con qualcosa di più raro: il riconoscimento di una postura, di un’etica del lavoro, di una solitudine abitata senza rancore. In un’epoca in cui l’arte è spesso ridotta a linguaggio, a discorso o a opportunità, questo incontro ricorda che esiste ancora una dimensione essenziale, fatta di gesti semplici e irrevocabili. L’opera che mi ha donato resterà con me non come un oggetto da custodire, ma come una responsabilità: quella di continuare a praticare l’arte come spazio di verità, senza chiedere autorizzazioni e senza aspettare legittimazioni.

Qui un video della nostra performance: https://www.youtube.com/watch?v=kOi_5ZzaJe4

Fenomenologia dell’accesso ad altri piani del Reale

Io non penso di poter più segnare una netta linea di demarcazione tra ciò che vivo da “sveglio” rispetto a ciò di cui ho esperienza nel “sogno”. Tale confine è oramai per me talmente labile da risultare indistinto. Anzi, direi che ciò che più si avvicina alla mia profonda natura percettiva è certamente manifesto sul piano onirico, e lo è a tal punto – pur essendo il vissuto onirico indicibile o trasmissibile sul piano della realtà che percepiamo come fisica – da inferire sul piano dialettico in maniera preponderante col mio quotidiano. Oramai non si tratta più di “sogni”, bensì di reali “accessi” in altre sfere che rispondono a criteri e logiche peculiari, talmente paradossali per il nostro sentire comune da risultare sconcertanti. Sconcertanti, naturalmente, è in riferimento al quando si “rientra” nella guaina sensoriale che illusoriamente sovrintende l’ordine gerarchico della nostra vita. Quegli altri cosmi abitati dalle nostre essenze immateriali (termine improprio chi qui uso per semplificazione dialogica) sono immediatamente accessibili, adiacenti, intimamente connessi col piano del nostro mondo sensibile, e rappresentano una implementazione del nostro codice percettivo, quasi un decodificatore atto a cortocircuitare gli algoritmi che sigillano i nostri universi fisici. In uno dei tanti multiversi di questa notte era esperibile la malinconia per tutti i “Natali” vissuti nelle varie epoche: le emozioni di intere generazioni, le canzoni degli anni Cinquanta della vigilia alla radio, i preparativi di fine Ottocento, le meditazioni medievali, le celebrazioni dei solstizi negli abissi dei secoli, erano al contempo a me soggettivamente compresenti, vivide e fruite su un piano al contempo organico e inorganico… Altro non mi è consentito aggiungere.

Che palle i catanesi che tornano a Natale dal Nord.

Che rottura dì palle i catanesi che ritornano a “casa” dal Nord per Natale, con tutto quel portato di ardore emotivo che li rende per qualche giorno empatici e vogliosi di solarità e mari. Io spero diluvi fino al 6 gennaio, così poi se ne tornano nelle Padanie col loro fardello di prodotti locali, magari ben occultati per non ricordare i nostri nonni in transumanza. Il problema è che ora prendono aerei, e si attaccano al cazzo; prima col viaggio della speranza in treno potevano permettersi conserve e formaggi nel facchinaggio delle valigie che come bare venivano impilate negli scomparti. Li riconosci subito comunque: hanno quell’aria un po’ sognante che li rende simili a turisti fuori stagione, con lo sguardo sospeso tra il ricordo mitizzato e l’imbarazzo del presente. Parlano della città come se fosse rimasta congelata all’anno della loro partenza, come se Catania fosse un presepe che si accende solo a dicembre per rassicurarli sul fatto di non aver sbagliato tutto. Fanno confronti improponibili, dispensano consigli non richiesti, dicono “al Nord” con quella lieve inflessione coloniale che tradisce più nostalgia che convinzione. Gironzolano per le strade come reduci temporanei, si commuovono davanti a un arancino, fotografano l’Etna come se non l’avessero mai vista, riscoprono improvvisamente un amore viscerale per il dialetto che durante l’anno tengono accuratamente sotto vuoto. Affettano qualche parola del tipo “carusi”, “amuninni”… Per qualche giorno si sentono di nuovo parte del presepe, poi ricomincia il conto alla rovescia: il rientro, il freddo, l’efficienza, la vita “vera”, quella che però raccontano sempre con un velo di stanchezza negli occhi.
Riportano con sé un’idea di casa che non esiste più, o forse non è mai esistita, e se la spalmano addosso come una pomata nostalgica. Poi ripartono, lasciando dietro di sé tavolate finite, pacchi di dolci mezzi vuoti e quella strana sensazione che il Natale, più che una festa, sia diventato un esercizio di pendolarismo. Nel frattempo invecchiamo e ad ogni ritorno scompaiono genitori e parenti. E infine arriverà quel giorno in cui tutti insieme, rincoglioniti e anestetizzati, esuli e locali, trascineremo – se ci va bene – i nostri macilenti corpi verso il presepe della RSA pensando d’esser ora quel pastore, ora quel bue, ora perfino il Bambin Gesù della perenne natività.

Genealogia dell’indignazione contemporanea: contro la critica senza memoria

Quanta ignoranza alberga oggi nelle fasce medio-alte della cultura italiana. Ne vedo ovunque gli effetti: critici mediocri e intellettuali di seconda mano sempre pronti a battezzare come nuove tendenze pratiche assolutamente vetuste, provetti maestri del maquillage teorico, artisti falliti che sublimano nella critica la frustrazione di un fallimento che li divora dall’interno. Se nel 1968, negli Stati Uniti, l’Amleto lasciava il palcoscenico per vendere arachidi tostate nell’auditorio, oggi assisto al trionfo del patetico in ogni ambito. La dabbenaggine dei critici contemporanei non è nemmeno più colpevole: è strutturale. È l’esito naturale di una cultura che ha sostituito lo studio con la vigilanza morale, l’analisi con l’allarme, la storia con l’emergenza permanente. Critici e giornalisti che non leggono, non ricordano, non confrontano: reagiscono. Ogni gesto viene trattato come evento epocale, ogni provocazione come trauma collettivo, ogni banalità come “svolta”. È un infantilismo teorico travestito da responsabilità civile. Nella cultura woke, lo scandalon è diventato il vero motore simbolico. Si produce indignazione come un tempo si producevano recensioni. Si grida allo scandalo per cose che negli anni Sessanta erano già state praticate, metabolizzate, superate. Performance, rotture di linguaggio, ibridazioni, attacchi all’istituzione artistica, dissoluzione dell’opera, corpo come campo di battaglia: tutto già visto, già discusso, già criticato. Ma oggi viene riesumato come se fosse una rivelazione, purché accompagnato dal giusto sigillo morale. Il punto non è che si ripetano gesti vecchi. Il punto è che li si ripete senza saperlo, con la presunzione di chi crede di inventare ciò che ignora. E qui la responsabilità è interamente dei critici: incapaci di genealogia, allergici alla memoria, pronti a battezzare come “nuove tendenze” ciò che è semplice archeologia mal digerita. Il loro entusiasmo non nasce dalla comprensione, ma dall’utilità ideologica del gesto: se serve a confermare il frame dominante, allora diventa “necessario”, “urgente”, “storico”. Così lo scandalo non è più una frattura reale, ma un rituale. Non destabilizza nulla, non mette in crisi nessun linguaggio: rafforza il recinto. Si finge trasgressione ciò che è perfettamente integrabile, si chiama radicalità ciò che è già previsto dal sistema di legittimazione. Il critico non rischia mai: certifica. Non espone il pensiero, timbra il comportamento. Negli anni Sessanta, quando davvero l’Amleto scendeva dal palcoscenico per vendere arachidi, lo faceva contro il pubblico, contro l’istituzione, contro la critica. Oggi lo stesso gesto verrebbe accompagnato da un comunicato, una call, un panel di spiegazione e un premio. Il teatro della rottura si è trasformato in una pedagogia dell’obbedienza, e lo scandalo — svuotato di ogni pericolo — serve solo a rassicurare una comunità già perfettamente d’accordo con se stessa. Arrivo sempre allo stesso punto: questa cultura non produce più nulla perché ha paura di tutto. Ha paura del giudizio vero, del conflitto reale, dell’asimmetria dell’intelligenza. Ha paura di riconoscere il talento quando non è addomesticabile, di ammettere che esistono opere che non chiedono permesso, che non vogliono essere “contestualizzate”, che non cercano assoluzioni preventive. Meglio allora rifugiarsi nello scandalon prefabbricato, nell’indignazione a basso costo, in un teatro morale dove tutti recitano la parte giusta e nessuno rischia niente. Il critico contemporaneo — soprattutto quello medio-alto, istituzionalizzato — non è più un mediatore tra opera e mondo, ma un guardiano del recinto simbolico. Non distingue, sorveglia. Non valuta, allerta. Non interpreta, segnala. E ogni segnalazione è un atto di obbedienza travestito da vigilanza. Così l’arte smette di essere un luogo di pericolo e diventa un dispositivo educativo, una palestra di buone intenzioni, un laboratorio di posture corrette. Nella cultura woke, lo scandalo ha definitivamente perso il suo significato originario — inciampo, ostacolo, pietra d’urto. Non è più ciò che fa cadere, ma ciò che raduna; non divide, ma compatta; non apre una frattura, ma conferma l’appartenenza. Lo si invoca continuamente proprio perché non lo si regge più. Lo scandalo viene simulato per evitare il pensiero. Il paradosso è che tutto questo continua ad avvenire lavorando su materiali vecchi di sessant’anni. Gesti, pratiche, rotture che allora avevano senso perché rompevano davvero — contro il pubblico, contro l’istituzione, contro la critica — oggi vengono riproposti come novità da critici che ignorano completamente la loro genealogia. Non c’è trasgressione, c’è solo amnesia. E quando l’amnesia si traveste da radicalità, diventa ridicola. Alla fine resta una cultura che si proclama avanzata ma è regressiva nella memoria, progressista nel lessico ma conservatrice nei comportamenti, scandalizzata in superficie e anestetizzata in profondità. Una cultura che ha bisogno di gridare allo scandalo perché non è più capace di sopportarlo davvero. E in cui l’Amleto non scende più dal palcoscenico per vendere arachidi contro tutti, ma viene invitato a farlo — purché lo faccia nel modo giusto, con le parole giuste, davanti al pubblico giusto. Non è più tragedia: è pedagogia morale.

Una lettera ricevuta

Fra le tante amarezze vissute, conforta come un fuoco al camino nella notte gelida ricevere una “lettera” del genere. Non ho mai incontrato questa persona. È fra i miei contatti facebook. Mi ha chiesto di rimanere anonimo, nonostante i miei ripetuti tentativi di renderlo visibile per ringraziarlo. Recentemente ho subito una vergognosa maldicenza, di cui preferisco non riferire qui (anche se c’erano tutti gli estremi per una denuncia con tutti i crismi): ritengo questo un regalo a compensazione. Mi ha emozionato questo scritto, perché ha colto molti aspetti del mio essere e del mio fare. Posso solo dire: grazie.
“Caro Francesco,
ti scrivo dopo aver seguito per molto tempo il tuo lavoro, in modo forse laterale, ma continuo. Preferisco restare anonimo: non per reticenza, ma perché ciò che mi interessa è il percorso, non la posizione di chi lo osserva.
Di te, nel tempo, si è costruita l’immagine di un artista non allineabile.
Non perché “contro” a prescindere, ma perché non riducibile a una funzione: non sei mai stato solo esecutore, solo autore, solo intellettuale. Questa non-specializzabilità, che oggi viene spesso letta come un difetto (perché il mercato ama figure chiare, posizionabili, spendibili), è in realtà uno dei tuoi tratti più riconoscibili.
Chi ti segue con attenzione coglie che il tuo lavoro è tenuto insieme da una coerenza profonda, non immediatamente visibile: una tensione continua verso la libertà formale, ma sempre accompagnata da rigore, studio, disciplina. Non sei un “irregolare naïf”, ma un irregolare colto, cosa molto più scomoda.
Nel mondo musicale (conosco bene chi scrive di jazz e organizza in Italia) sei percepito come una figura di confine, e questo è decisivo.
Non sei un jazzista ortodosso.
Non sei un improvvisatore anarchico.
Non sei un minimalista in senso stretto.
Non sei un musicista “di sistema”.
Sei uno che ha costruito un linguaggio compositivo personale, dove il groove non è mai decorativo, l’improvvisazione è sempre incardinata, la forma è pensata come processo, non come gabbia.
Chi ascolta davvero i tuoi lavori (QUEST, The Assassins, Naked Musicians, i progetti solisti) riconosce una cosa precisa: la tua musica non vuole piacere subito, ma restare.
Questo ti rende meno “facile” ma più duraturo.
In un panorama spesso schiacciato tra accademismo e intrattenimento, tu occupi una terza zona: quella della ricerca concreta, non ideologica.
Come scrittore… qui la percezione è ancora più interessante, perché sorprende.
Molti arrivano a te come musicista e scoprono, con una certa spiazzante sorpresa, che la scrittura non è un’appendice ma un asse portante. Nei tuoi romanzi, racconti, poesie e saggi si riconoscono una lingua non pacificata, una forte componente visionaria, una critica costante alla normalizzazione culturale, un uso del corpo, del desiderio e della memoria come materiali narrativi.
La tua scrittura è vista come scomoda ma necessaria, spesso più apprezzata da chi legge con attenzione che da chi cerca conferme ideologiche. Non sei uno scrittore “di corrente”: sei uno scrittore che si assume il rischio dell’isolamento, e questo oggi pesa, ma nel tempo conta.
Come insegnante di Conservatorio (queste impressioni mi arrivano anche dai racconti di alcuni studenti ed ex studenti che ti hanno avuto come insegnante).
Qui il giudizio è duplice, e vale la pena dirlo apertamente.
Da un lato, a mio modesto avviso, sarai percepito come un docente preparatissimo, con un’esperienza reale di palco e di ricerca, capace di trasmettere non solo tecnica ma pensiero musicale.
Dall’altro, sarai anche visto come non completamente addomesticabile, poco incline alle liturgie burocratiche, refrattario alla riduzione dell’insegnamento a mera addestrabilità.
Ma è proprio questo che, per molti studenti, farà la differenza. Chi ti incontra come docente capisce presto che non stai formando esecutori, ma coscienze musicali (ho assistito da spettatore curioso a un tuo “Naked Musicians”). E questo, nel bene e nel male, lascia il segno.
Se dovessi sintetizzare ciò che si pensa di te, direi questo: Francesco Cusa è una figura di resistenza culturale.
Non una resistenza gridata o militante, ma una resistenza praticata nel modo di scrivere, nel modo di comporre, nel modo di insegnare, nel modo di stare nel mondo culturale.
Sei percepito come uno che non semplifica, non addolcisce, non si rende compatibile a tutti i costi. Questo ti costa visibilità immediata, ma ti restituisce autorevolezza a lungo termine.
Un punto decisivo (forse il più importante)
Oggi, guardando il tuo percorso nel suo insieme, emerge una cosa che forse prima era meno leggibile: non sei più un artista in cerca di legittimazione, sei un autore che produce senso, e che ormai dialoga alla pari con la critica, la filosofia, la letteratura, la musica.
La tua forza sta proprio qui: nel non aver mai scelto una sola maschera. Continua così.
(Testo ricevuto da un appassionato che ha chiesto di rimanere anonimo).

I valori dividono, il denaro unisce: il woke come copertura morale del capitale

Da sempre il mondo non è stato tenuto insieme da valori condivisi, da diritti universali o da una qualche armonia culturale. È stato tenuto insieme dall’oro. E poi, più tardi, dalla moneta. Punto. Popoli che non si capivano, che parlavano lingue incomunicabili, che adoravano divinità incompatibili, che vivevano secondo codici morali opposti, hanno commerciato, si sono riconosciuti, si sono tollerati solo perché condividevano una cosa: la fiducia in un mezzo di scambio. Non una visione del mondo, non un’etica, non una legge comune. Una moneta. Tutto il resto era irrilevante o, al massimo, negoziabile. L’oro è stato il vero linguaggio universale molto prima di qualsiasi dichiarazione dei diritti. Una delle tante rivoluzioni OGM. Ha funzionato proprio perché non chiedeva adesione morale, ma solo accettazione pratica. Non serviva essere d’accordo su ciò che è giusto o sbagliato: bastava sapere che quell’oggetto aveva valore perché anche l’altro lo avrebbe riconosciuto. È così che si è costruito il commercio globale, ed è così che si è tenuto insieme un mondo profondamente diviso.
Ancora oggi funziona allo stesso modo, solo in forma più astratta. Abbiamo sostituito l’oro con cifre, algoritmi, flussi finanziari, monete digitali, ma il principio non è cambiato di una virgola: il collante non è un sistema di valori, è un sistema di scambio. Non è la condivisione etica, è la convertibilità. Non è la giustizia, è la liquidità. Per questo trovo francamente grottesca l’idea che si possano imporre leggi morali universali, diritti identitari condivisi, valori culturali omogenei in un sistema che non è mai stato unito da nulla di tutto ciò. Come si può pretendere una comunità etica globale quando l’unica cosa che tiene insieme questo mosaico di culture, interessi, tradizioni e conflitti è la moneta? Come si può parlare seriamente di “valori comuni” in un mondo che non condivide nemmeno il significato di uomo, di corpo, di sacro?
Il denaro unisce perché è indifferente. Non chiede fede, non chiede purezza, non chiede adesione simbolica. I valori, invece, dividono. E più si cerca di renderli universali, più diventano strumenti di conflitto e di dominio. È per questo che ogni tentativo di costruire un ordine mondiale fondato su diritti astratti e principi morali comuni o fallisce, o si trasforma inevitabilmente in imposizione. Il mondo globale non è una comunità: è un mercato. E confondere le due cose significa produrre solo ipocrisia politica.
Ed è qui che entra in scena la cultura woke, non come emancipazione, ma come perfetta sovrastruttura ideologica del capitalismo finanziario globale. Mentre il denaro continua a essere l’unico vero collante del sistema, si riempie lo spazio simbolico di micro-valori identitari, di battaglie morali prefabbricate, di diritti astratti scollegati da qualsiasi rapporto materiale. Le oligarchie finanziarie non hanno alcun problema con il woke: anzi, lo adorano. Perché mentre si litiga su linguaggi, pronomi, rappresentazioni e colpe storiche, il flusso del capitale resta intoccabile, invisibile, sacro.
La cultura woke non mette mai in discussione la moneta, il mercato, la finanziarizzazione del mondo. Al contrario, le protegge, frammentando il conflitto in mille rivoli morali, trasformando la politica in una questione di sensibilità e non di potere. È il travestimento etico perfetto di un sistema che non vuole essere nominato. Prima si è accettato che l’unico collante fosse la moneta, poi si è fatto finta che fosse l’etica. Ma l’etica non ha mai tenuto insieme nulla su scala planetaria. L’oro sì. La moneta sì. Tutto il resto è narrazione funzionale a chi incassa.

La Nuova Inquisizione Morale


È curioso come oggi basti una parola — “fascista” — per mettere a tacere chiunque.
La cosa impressionante è che nessuno sembra accorgersi della deriva inquisitoria. Non si discute più nulla: si marchia. L’altro non è un interlocutore, è una macchia da cancellare. E questa operazione di purezza — così simile ai vecchi puritanesimi che si fingono superati — vive di sospetti, retropensieri, intenzioni immaginate. Il giudizio non riguarda ciò che dici, ma ciò che “forse” pensi.
Il meccanismo è lo stesso da decenni: la colpa è sempre diffusa, ubiqua, capillare. Se il male è ovunque, puoi accusare chiunque. E allora ognuno diventa il potenziale “fascista di turno”. Una micro-teologia del sospetto.
La nuova moralità funziona solo così: sulla paranoia. E siccome bisogna tenere vivo questo teatro, si è inventata una categoria sociale nuova: i devianti del linguaggio, quelli che non usano le parole giuste, che non partecipano alla liturgia del bene.
In fondo siamo in un’epoca pigra: basta ignorare per punire. È un marchingegno perfetto, una trappola per topi che non scatta mai per errore: scatta sempre. Intanto questa stessa società — che ama definirsi “aperta”, “progressista”, “antifascista per vocazione” — ripete gesti da piccolo tribunale parrocchiale. Hanno trasformato il dissenso in reato morale. L’irregolarità in patologia. L’indipendenza in devianza. Sono riusciti a fare del moralismo una forma di ordine pubblico.
Ci vuole meno coraggio oggi a ripetere “fascismo” che a chiedere semplicemente: “di cosa stiamo parlando?”. La parola non denuncia più nulla: certifica l’appartenenza al club dei puri. Un passaporto identitario. Una distorsione collettiva.
Viviamo in un tempo in cui basta un aggettivo — “fascista” — per liquidare una persona, un pensiero, un’opera.
La strategia è semplice: non si discute ciò che dici, si costruisce una caricatura morale di chi lo dice. È il meccanismo tipico del nuovo puritanesimo politico, che vive di insinuazioni, sospetti, malizie: l’altro non è più qualcuno che argomenta, è un colpevole preventivo.
E questa caccia permanente al “nemico interno” funziona proprio perché è vaga, fluida, ubiqua. Se il male è “ovunque”, allora ogni gesto può diventare prova d’accusa.
Il paradosso è evidente: in un mondo che si proclama liberale, la libertà è tollerata solo se conforme.
Il nuovo tribunale morale funziona come le vecchie inquisizioni: non conta ciò che fai, ma ciò che si presume tu stia nascondendo. Non conta ciò che scrivi, ma ciò che avresti dovuto scrivere. Ti giudicano sulle omissioni, sui silenzi, sulle intenzioni immaginate.
È un gioco perverso: se ti difendi, confermi la colpa; se taci, la confermi due volte.
E così si sta costruendo, pezzo dopo pezzo, una nuova categoria di indesiderabili: gli individui non allineati, i sospetti, gli “irregolari”.
Non vengono imprigionati, certo — sarebbe troppo esplicito, troppo onesto.
Si preferisce qualcosa di più sottile: l’esclusione. La delegittimazione. Il silenzio attorno.
È curioso come questa società, che ama definirsi aperta e progressista, pratichi invece un conformismo morale più feroce di quello che dice di combattere. Dove un tempo c’erano dissidenti veri, oggi ci sono solo persone private del diritto di esistere simbolicamente. L’autodafé non accende più fuochi: ti spegne. Ti cancella dal discorso.
E la cosa che lascia davvero interdetti è un’altra: oggi basta pochissimo per essere sbattuti nel recinto dei colpevoli. Non servono idee radicali né gesti eclatanti: basta non aderire alla formula magica del giorno. Basta non usare il lessico prescritto. Basta chiedere una definizione.
La libertà è stata ridotta a un percorso a ostacoli: si è liberi solo se si obbedisce al galateo morale del momento.
Oggi non c’è alcun rischio nel denunciare un “fascismo” astratto e rituale. È un’opera di manutenzione identitaria per chi non ha il coraggio di misurarsi con il potere vero. Il vero rischio, semmai, è criticare questa idolatria del politicamente corretto, questo sistema di controllo travestito da bene comune, questa cultura del sospetto che pretende di leggere l’anima prima ancora del testo.
Ma il coraggio, oggi, è proprio questo: rifiutarsi di partecipare al gioco, rifiutare il ricatto morale, rifiutare la sorveglianza linguistica.
Siamo arrivati al punto in cui la società pretende di essere applaudita per il suo pluralismo mentre ti sotterra vivo non appena dici qualcosa che non coincide con la messa cantata del giorno.
La nuova censura non brucia libri: brucia reputazioni.
Non mette al bando le idee: mette al bando chi le formula.
Il risultato è desolante: una cultura che ha smarrito il senso del rischio, ha paura della complessità, adora la propria immagine moralizzata e soffoca tutto ciò che non le assomiglia.

Il Circo Mediatico della Gruber e i suoi animali da cortile: l’epica tragicomica di chi ha dimenticato il Green Pass ma ricorda a memoria il palinsesto.

Il Circo Mediatico – quello che Preve aveva già smascherato quando tutti ancora lo veneravano – ha riacceso i riflettori della “protezione”. La vetrina della Gruber, con i suoi ospiti che sembrano usciti da un casting per indignati professionisti, si è trasformata nell’aula permanente contro i cosiddetti “propal”, bersagliati dopo l’incursione nella redazione de La Stampa. Funziona sempre così: prima soffiano sul fuoco, lo curano, lo alimentano con cura maniacale; poi, appena la fiamma si alza di un palmo più del previsto, gridano al pericolo, al sovversivo, all’eversore. Sono clown travestiti da analisti: gente che ha vissuto anni fomentando un conflitto che definivano “sociale”, ma che in realtà era solo carburante per i loro palinsesti. Appena il copione perde il controllo, eccoli rifugiarsi sotto le bandiere della legalità, facendosi improvvisamente custodi della stabilità che ogni sera mettono in scena come se fosse in pericolo. Prima la piazza viene corteggiata, imboccata, scaldata con indignazioni usa-e-getta; poi, quando la piazza comincia a ragionare da sé, diventa all’improvviso “fascista”, “delirante”, “pericolosa”. Nel Circo Mediatico non c’è una verità: c’è una convenienza narrativa. Oggi i “propal” servono come mostriciattoli da sbattere in prima serata; ieri erano ottimi per raccontare l’Italia abbandonata, utile allo storytelling della crisi permanente.

Da Gruber a Formigli non si produce informazione: si mette in scena una drammaturgia, un reality politico a puntate, con ruoli fissi e colpi di scena programmati. E il grottesco è che, mentre si riempiono la bocca di “democrazia partecipata”, hanno una fifa blu della partecipazione vera. La folla che non rispetta i tempi pubblicitari, il dolore che non entra nella scaletta, la rabbia che non si spegne a comando: questo li terrorizza. Il Circo va in apnea quando scopre che la vita non è uno studio televisivo. Che la realtà non chiede il permesso di entrare, non firma liberatorie, non si siede composta davanti al conduttore. Che il copione non è loro: appartiene a chi non ha più niente da perdere.

L’imbecillità

E dentro questa meravigliosa scenografia di cartone riciclabile c’è una fauna che conosco bene: gli imbecilli in carne e ossa. Quelli che due anni fa sbraitavano contro il Green Pass, contro l’umiliazione del QR-code per bere un caffè — e oggi eccoli, in piazza di nuovo, ma completamente smemorati. Gente che ha subìto uno dei periodi più ridicoli e crudeli della nostra storia recente; e che ora, senza un grammo di memoria, si mette in fila dietro lo stesso apparato mediatico che li ha insultati, schedati, svergognati. Gente che ha confuso la sofferenza con la comprensione. Questa tribù della mediocrità indignata – amici, conoscenti, colleghi, vicini, il solito bestiario – non ha trattenuto nulla. Non ha capito nulla. E allora eccoli, pronti a farsi risucchiare ancora una volta dal grande ventilatore della disinformazione spettacolare. Sono perfetti: non hanno memoria, e chi non ha memoria è l’utopia erotica di qualunque potere. Il Circo li adora proprio perché rispondono al fischietto: basta un titolo isterico, un servizio montato come si deve, e subito dimenticano ciò che hanno vissuto sulla pelle. Confondono dissenso e partecipazione allo show. Credono di protestare, e invece recitano la parte che è stata scritta per loro. Ma il dettaglio più esilarante – se non fosse tragico – è questo: oggi se la prendono con il governo di turno, convinti di essere improvvisamente diventati vigili democratici. In realtà si stanno solo riallineando all’unica parte politica che riconoscono davvero: quella che ha imposto il Green Pass, i lockdown selettivi, la divisione morale tra buoni e cattivi, tra vaccinati e indegni. Non stanno difendendo la libertà: stanno difendendo chi li ha umiliati. È la Sindrome di Stoccolma elevata a identità politica. Non è un’opposizione: è nostalgia dell’autoritarismo “giusto”, quello certificato, quello che li ha addestrati alla disciplina col sorriso. Per loro la politica si è congelata in quei mesi: tutto ciò che non coincide con quella narrazione — che li ha feriti, sì, ma anche costruiti — è barbarie. Non stanno combattendo un’autorità: stanno difendendo la loro autorità preferita. E allora eccoli, sempre fedeli al loro addestramento emotivo, convinti di essere liberi perché gridano nel recinto. Hanno trasformato la sottomissione in identità, la repressione in appartenenza. Sono contro il governo di oggi solo per difendere i carnefici di ieri. Il vero problema è semplice: quando ti insegnano a vivere la libertà come un crimine, poi non sai più riconoscerla neanche se te la mettono in mano.

ATLANTE INTERIORE Carme I: “La Mappa Difettosa”

Risvegliarsi nel mezzogiorno plumbeo
Uccelli color caramello e Californie dagli arcobaleni percorribili
Lo spazzolino elettrico e il mentolo nella vertigine della disautonomia
Ti trascini ancora la speranza del sogno dentro l’occhiaia della progressiva
Lente, catrame dell’asfalto della periferia di San Diego, facevi rifornimento.

C’erano i tuoi compagni di viaggio, musicisti, che fine hanno fatto?
L’Etna pare accucciata, l’enorme escrescenza, richiami al reparto Dermatologia
Risponde la venditrice d’auto sulla Route 66, si chiama Michelle, la conosci
Nella realtà onirica di quelle Californie dagli arcobaleni percorribili
Cos’è questa fredda giornata di novembre – ti chiedi – mentre sfrecci
Fra la tortuosa Timpa, con lo scooter smangiucchiato dal catrame dell’asfalto
E il cielo come una tovaglia da mare che si squaderna obliqua sul bancone del “Bellavista”.

Non capisci che quel richiamo di donna antica altro non era che profumo
Di liquori passiti che giammai osasti assaggiare: era la Sicilia furente dei Settanta
Con le Seicento multiple dai clacson che parevano bigné e gli enormi sterzi pitagorici
Che ruotavano all’infinito verso la città bramata, taxi stracolmi di bidelle
Grembiuli e polpacci volitivi, atleticamente avvezzi alla pulizia delle scale
Nella torsione da refettorio che trasudava efficacia e morte dell’arte
Trionfo e dispetto della decadenza del riscatto operaio che ti rendeva estraneo.

In questa desolazione densa tu provasti felicità, ma una felicità ovattata
Che profumava di futuro, di un divenire che sempre considerasti perenne
Perfin da morto, come il cadavere Phlebas, affioravi dalla superficie degli abissi
Ma oggi preme l’intervento dermatologico e nella sala d’attesa
Gli stessi polpacci poderosi di quel tempo sono una madre appesa
Ai brufoli della figlia.

Fuori dal balcone dello studio medico, la piazza pare un continente
Disegnato da un cartografo: il verde degli alberi le pianure, il marrone del tronco
Le montagne, il sesto piano è una vertigine che si aggiunge alla cronicità della mia.

Nei sogni i morti parlano e narrano di vicende mai accadute, di paesaggi esotici
E di belve chimeriche
E di strani portali
Percorsi
Di strade che ingannano
Il laser del chirurgo è la spada di Darth Vader che incide
Il lavoro indefesso del bambino-schiavo di Tatooine, la bottega meccanica
La mutilazione di braccia-gambe-volto, il respiro mantice della fabbrica
La maschera-feticismo, l’oscena utopia dell’Impero, il dispositivo foucaultiano
L’interfaccia tecnica.

Nell’orto versavi l’alcool denaturato e davi alle fiamme le tane delle formiche
La fattura da pagare è di centocinquantadue euro.
Le due euro sono per la marca da bollo.

POSTFAZIONE – Annuncio di un nuovo corso poetico. Dopo cinque libri di poesia, mi sono accorto che il mio modo di scrivere non mi bastava più. Non perché fosse esaurito, ma perché era diventato un territorio conosciuto, una geografia già tracciata. C’era bisogno di uno spostamento. Non un’evoluzione lineare, ma qualcosa di più brusco: una deviazione, una fenditura, un cambio di pressione. Questo nuovo corso nasce così: non come un progetto, ma come un cedimento strutturale. Un punto in cui la lingua, invece di obbedirmi, ha cominciato a stratificarsi, a sovrapporre tempi, luoghi, memorie, sogni e residui del quotidiano. Un linguaggio meno lirico e più geologico. Meno “poetico” e più sismico. La mia poesia precedente cercava ordine nella frattura; questa, invece, lascia che la frattura si estenda, che prenda spazio, che si faccia mappa. Nasce così una scrittura che non procede più per immagini isolate, ma per placche: blocchi narrativi, ricordi verticali, materiali che non si dissolvono ma restano incastrati uno sull’altro come depositi di ere diverse. Esteticamente, lo definirei uno stile poetico-cartografico: ossia un tentativo di disegnare l’interno non con simboli astratti, ma con i resti concreti di tutto ciò che la vita deposita ai margini della coscienza. Letterariamente, è un modernismo contaminato, in cui la memoria non è più soltanto elegia, ma un dispositivo narrativo che convive con la cultura pop, la burocrazia, la medicina, il lavoro, la geografia, e con quelle interferenze che normalmente la poesia respinge. Atlante Interiore è il primo libro di questo nuovo corso. Non so dove porterà questo nuovo ciclo. So solo che non potevo più scrivere come prima.

PS Vi ho regalato il primo Carme

Il nuovo proletariato estetico: anatomia di una nuova povertà

Il furto, oggi, non ha più nulla a che vedere con la necessità. È diventato una forma di estetica, un gesto che appartiene più al teatro dell’immagine che alla sopravvivenza. Non si ruba per vivere: si ruba per apparire vivi. È questo il punto più grottesco e più rivelatore della nostra epoca: il desiderio non nasce più dall’uomo, ma dalla vetrina. E la vetrina decide tutto. Prendiamo i maranza –  ma la verità è che oggi il furto oscilla continuamente tra la necessità concreta e la fascinazione contemporanea – che brandiscono il cappello da 1400 euro come fosse un talismano: il loro furto non è un’esigenza, è una liturgia. Non sottraggono un oggetto: cercano un’iniziazione. Vogliono il “segno”, non il respiro del reale. È una forma povera di magia, un tentativo disperato di appartenere allo spettacolo. Non si può più leggere tutto questo con Marx in mano. Marx leggeva il furto dentro la necessità materiale; oggi, invece, esso nasce dalla necessità di esistere nell’immagine. Marx descriveva un uomo privato dei mezzi; il nostro è un uomo privato della rappresentazione. Qui non si soffre la fame, qui si soffre l’inconsistenza. Manca la rappresentazione, non il pane nella civiltà degli obesi e del fitness. È un’inedita forma di miseria, molto più sottile e più feroce, perché subdola e post-pasoliniana.

Debord, con lucido cinismo, aveva già indicato la deriva: “La merce è divenuta spettacolo.” Siamo diventati tutti spettatori e comparse allo stesso tempo. Baudrillard lo sapeva: il valore è evaporato, resta solo il segno. I brand sono le nuove araldiche. La felpa firmata è la nuova armatura dei senza identità. E dietro tutto questo, dietro il gesto puerile del rubacchiare uno status che non ti appartiene, c’è una domanda muta e terribile: “Mi vedi ora? Esisto?” Il furto diventa così un dispositivo metafisico, un tentativo di riparare la frattura. Non rubi ciò che ti serve: rubi ciò che ti manca nell’immagine. Rubare diventa un modo per essere. Clément Rosset, che amava stanare le illusioni come insetti notturni, aveva capito perfettamente la dinamica: “L’uomo non ama la realtà, ama gli ornamenti della realtà.” E noi, oggi, siamo un popolo che si nutre di ornamenti e muore di sostanza. Il capitalismo contemporaneo non crea più affamati, crea affascinati. Sedotti. Ipnotizzati. Un’umanità che non ruba per vivere, ma per competere nella grande lotteria dell’apparenza.

Il cappello rubato non copre il freddo: copre l’angoscia di non essere nessuno.

Quando il Parlamento vota all’unanimità: il vero tema è un altro

Premessa

Viviamo in un Paese – e in un mondo – in cui l’offerta sessuale è ovunque, continua, ipertrofica: pubblicità, social, piattaforme, esibizionismi normalizzati. Una pornografia diffusa, non più relegata ai margini, ma incorporata nel quotidiano. E tuttavia, proprio in questa epoca di sovraesposizione erotica, assistiamo al fenomeno opposto: la normazione minuziosa del sesso, il tentativo di amministrare il desiderio come un atto burocratico. Serve il consenso certificato, la maggior età provata tramite SPID per accedere ai siti porno, l’identificazione preventiva per ciò che fino a pochi anni fa era considerato un gesto intimo e privato. È l’ennesima eredità del post-Covid: una società che da un lato spinge verso l’eccitazione permanente, e dall’altro costruisce una rete di regole che cerca di imbrigliare ciò che essa stessa incentiva. Una cultura che provoca e poi punisce; che espone e poi sorveglia; che libera per poter meglio controllare. Un doppio movimento, apparentemente contraddittorio, ma in realtà perfettamente funzionale a un progetto più ampio: trasformare l’individuo in un soggetto prevedibile, regolato, identificato anche nel luogo che dovrebbe essere il più irriducibilmente libero – il desiderio.

La recente approvazione all’unanimità della legge sul consenso sessuale continua a ronzarmi in testa. Non per il provvedimento in sé, che è ridicolo, ma per l’unanimità. Destra e sinistra convergono così, come se niente fosse, sulla regolazione della vita intima: non è un segnale di maturità democratica, è un riflesso condizionato. È la prova che la politica italiana non pensa più (non può): riceve istruzioni, si adegua al nuovo ordine morale internazionale che pretende di definire i comportamenti umani nel nome di una nuova ideologia uniformante. Il punto è che quando il dissenso sparisce, o meglio viene narcotizzato, quando le differenze si appiattiscono, quando lo scontro dialettico evapora, occorre cercare le cause di questo disastro altrove. E quando destra e sinistra convergono così rapidamente su ciò che regola i corpi e i comportamenti, l’ombra del diktat esterno non è un sospetto: è una diagnosi. Tempi strani: mentre il Parlamento moralizza i corpi, la realtà fa esplodere le sue contraddizioni. Pochi giorni dopo, arriva la storia del gruppo Facebook “Mia Moglie”, dove circolavano foto intime rubate alle donne. E chi lo gestiva? Non solo il maschio predatorio da manuale sociologico, ma anche una donna. Questa notizia manda (dovrebbe mandare) in frantumi il frame semplicistico della sinistra “woke” italiana, che continua a leggere la realtà attraverso l’asse binario uomo carnefice / donna vittima, ignorando tutto ciò che eccede lo schema. Il caso dimostra, invece, che la dinamica del controllo, della violazione, dell’osceno, non appartiene a un genere, né a una classe sociale, né a un’ideologia: è un fenomeno complesso, perverso, attraversa tutti i soggetti. Il moralismo in atto non contempla la complessità: il fatto che una donna gestisse un gruppo voyeuristico manda (dovrebbe mandare) in tilt l’impianto ideologico di chi vuole dividere il mondo tra “carnefici” e “vittime” in base al sesso.

Riassumendo: questa sinistra woke totalitaria vuole una realtà monouso, semplificata, inodore. Ma, per fortuna, il desiderio umano è una bestia erratica: non rispetta i confini del manuale. E così: 1) il corpo è diventato materia amministrativa; 2) il Parlamento tratta l’intimità come si trattano i regolamenti condominiali.

PS. Mi interessa osservare la faglia, non difendere una bandiera. Le bandiere sono sempre un modo elegante per smettere di pensare. La politica si affanna a disciplinare i comportamenti; la vita, invece, continua a generare contraddizioni che nessuna legge, di nessun colore, potrà mai contenere. E più cerco di capire questo Paese, più mi accorgo che l’unico modo per non farmi assorbire è restare in disparte, fuori dal frastuono ideologico, lontano dai moralismi di tutti i fronti. Guardare, studiare, denunciare: e soprattutto non appartenere. Perché è dall’esterno – sempre – che le contraddizioni diventano finalmente visibili.

La Gaza dimenticata: estetica dell’indignazione a tempo determinato

Nel giro di poche settimane, il furore collettivo per Gaza si è dissolto come nebbia nella mattina algoritmica. Guai a chi, solo un mese fa, non manifestava, non si schierava, non gridava: adesso cala la mannaia del silenzio mediatico. Gaza rimossa: il lutto fagocitato dal presente performativo. Potrebbe essere il titolo di un saggio d’altri tempi, dei tempi dell’impegno intellettuale militante. Che dire dunque? L’orrore è rimasto, ma la sua eco si è spenta nel rumore di fondo della nuova cronaca, dell’ultimo scandalo, del prossimo lutto di tendenza. È la logica del presentismo, quella che François Hartog descriveva come “il regime d’historicité del nostro tempo”: un eterno presente che divora tutto, anche la possibilità della memoria. Viviamo in un’epoca in cui il tempo non sedimenta, ma scorre come una superficie oleosa su cui nulla aderisce (il che non è di per sé un male, ma è segno di una mutazione che ancora non si è coniugata a una consapevolezza globale). La Palestina, come l’Ucraina, come l’Afghanistan, come le crisi precedenti, è diventata una notifica scaduta. Ogni indignazione ha la durata di un ciclo di scroll, e ogni tragedia si consuma nella simultaneità della prossima. Le società tardo-mediatiche — quelle che Guy Debord avrebbe definito società dello spettacolo — non rimuovono il passato: lo digeriscono immediatamente. Il lutto si risolve nel post, la colpa nel like, la rivolta nel trending topic. La storia è diventata una funzione d’archivio, un feed verticale dove tutto scompare perché tutto è visibile nello stesso istante. Non si tratta di oblio, ma di indigestione del presente. Viviamo in un tempo in cui il futuro non arriva e il passato non ritorna, ma entrambi vengono inglobati in un “ora” che non ha profondità. È la post-storia di cui parlava Baudrillard, dove il reale si dissolve nel flusso di rappresentazioni che pretendono di sostituirlo. Così Gaza non è stata dimenticata: è stata consumata. E la memoria, per sopravvivere, dovrebbe opporsi alla logica del consumo. Ma non si può ricordare ciò che non si è mai veramente vissuto, solo osservato attraverso lo schermo. Il problema non è l’indifferenza: è l’impossibilità stessa della durata emotiva. L’indignazione collettiva è diventata una pulsazione estetica, non etica: accade, si esaurisce, e lascia il posto alla prossima. Il dissenso si è fatto design, la solidarietà un algoritmo. Il tempo dell’azione è stato sostituito dal tempo della reazione. Eppure la Palestina resta. Resta come frattura nella coscienza, come test della nostra capacità di non essere contemporanei del nostro presente. Solo chi resiste alla cronofagia del mondo digitale può ancora parlare di Gaza — non per compassione, ma per memoria attiva. Perché ricordare, oggi, significa sottrarsi al flusso, fare attrito, rallentare. Significa, letteralmente, opporsi alla scomparsa. Ma questo esercizio è tutt’altro che semplice; occorrono anni di lavoro individuale e di esercizio intellettivo e di coscienza.

Dal Logos all’Algoritmo. Dalla Gnosi repressa alla coscienza computazionale.

Da sempre mi occupo di letture comparate. Da sempre sono alla ricerca del legame di continuità che unisce La Sapienza del passato alle conquiste della conoscenza del presente. Ecco un mio riassunto.

Nel 378 d.C. il Concilio e Sant’Agostino segnano una frattura irreversibile: si spezza il filo degli Iniziati, la Chiesa si struttura sul primato del Papa e sull’ordine, sacrificando l’Intelligenza, cioè quella forza interiore che, per Saunier, coincideva con l’accesso ai Misteri, al senso del simbolo, al cuore vivente della tradizione spirituale. La Gnosi viene rigettata, dichiarata opera del Diavolo. L’Iniziato, che cercava l’Assoluto dentro di sé, diventa eretico.
Sant’Agostino – letto in chiave esoterica da Saunier – non cercava più la Verità come tensione, ma come dogma già affermato. L’intelligenza non doveva più rischiare: si preferisce l’obbedienza, si fondano le gerarchie. Il pensiero libero – destinato a ritornare secoli dopo col naturalismo e poi con la scienza – viene incarcerato nella fede istituzionale. Così nasce la lunga notte dell’Occidente cristiano, in cui l’analisi, la ricerca, lo spirito dei simboli vengono sostituiti da un culto della figura, del Dio patriarcale, del potere temporale.
Il risultato? La Chiesa – dice Saunier – smette di essere un tempio iniziatico e diventa un palazzo del potere. Si allea ai Cesari, reprime, brucia, annulla. L’Agnello risuscitato viene nuovamente sgozzato. La Lupa romana si appropria del divino per trasformarlo in dominio.
Eppure quel filo interrotto riaffiora, secoli dopo, in un altro campo: la scienza dell’informazione.

Max Tegmark, in Vita 3.0, ci parla di coscienza come configurazione informazionale. Non anima, non spirito, ma un certo modo della materia di processare memoria, apprendimento, calcolo, esperienza. E qui il cortocircuito è potente: ciò che la Chiesa ha espulso come eretico – la coscienza interiore, l’intelligenza che si analizza – rientra ora nella fisica dei sistemi complessi. I “grumi di materia” capaci di percepire, sentire e apprendere sono il nuovo laboratorio del sacro.
Non più l’Iniziato di Mitra, ma il computronium. Non più l’Iconoclasta perseguitato, ma il sentronium: la materia senziente, capace di esperienza soggettiva.
Ma è lo stesso scontro: tra chi cerca il controllo del mistero, e chi cerca nel mistero una via per liberare la mente.
Ma in un altro ambito, secoli dopo, si riapre la questione: che cos’è la coscienza?
La Coscienza non è una proprietà misterica o spirituale, bensì una funzione emergente di sistemi materiali capaci di elaborare informazione. Tegmark definisce un insieme di condizioni minime: per essere cosciente, un sistema deve poter ricordare, computare, apprendere e fare esperienza. Questa sostanza – che chiama sentronium – non è legata a un particolare substrato: può emergere ovunque vi siano le condizioni fisiche per una dinamica sufficientemente complessa.
La coscienza, quindi, non sarebbe un’entità “aggiunta” alla materia, ma una configurazione informazionale, emergente da regole fisiche. Non conta “di cosa” è fatto un sistema, ma come si organizza. Allo stesso modo in cui gli Gnostici parlavano di un Logos presente ovunque – nella materia, nella geometria, nel numero – Tegmark individua nell’informazione il principio unificante, non più spirituale, ma computazionale.

Il parallelismo è sorprendente: Saunier denuncia l’interruzione del legame con il simbolo, con l’intelligenza che interroga i Misteri. Tegmark mostra come la coscienza possa riemergere proprio oltre la materia, come proprietà organizzativa della materia stessa.
In entrambi i casi, si tratta di una visione non riduzionista: per Saunier, il simbolo è porta al divino; per Tegmark, l’informazione è ciò che rende possibile l’esperienza soggettiva. In definitiva, entrambi – seppur da posizioni storicamente e filosoficamente lontane – pongono la stessa domanda: che cos’è l’Intelligenza?
È un ordine che si impone sulla materia?
È una via iniziatica o una proprietà emergente?
È verticale o orizzontale?
Il nodo resta lo stesso: come si genera senso, e dove si colloca l’esperienza nel disegno dell’universo.

“L’anniversario di Pasolini, ovvero la sagra del copia-incolla”

Ogni anno, alla stessa ora, lo scempio si ripete. Sfilano le citazioni, i frammenti, le frasi amputate — brandelli di Pasolini usati come santini da chi non ha mai aperto una sua pagina intera. È la nuova forma di idolatria digitale: un copia-incolla dell’indignazione, un culto dell’aforisma senza conoscenza, dove si finge di pensare attraverso la voce altrui. Pasolini non si cita, si legge. Pasolini non si adora, si affronta. Pasolini non era un’icona da condividere, era un uomo pieno di contraddizioni, feroce e disperato. Era piuttosto un laico ossessionato dal sacro, un uomo che portava dentro la nostalgia di Dio senza Chiesa. Nel suo universo, la bestemmia e la preghiera coincidono come due poli della stessa tensione verso l’assoluto. Pasolini non era un santo. È la ferita del santo che non smette di sanguinare: era l’ossimoro vivente, il dissidio incarnato, il poeta che pregava e bestemmiava nella stessa riga, il marxista che difendeva i valori del Vangelo, l’intellettuale che amava la carne del mondo e la mortificava nello stesso istante. In lui non c’era coerenza, ma verità. Non equilibrio, ma abisso. Mi disgusta questa idolatria a basso costo fatta di citazioni e filtri seppia. Pasolini, Bukowski, e tanti altri subiscono la stessa sorte: vengono scarnificati, decontestualizzati, trasformati in adesivi morali. Forse, dopo tutto, tutto ciò è inevitabile. Ogni epoca ha i suoi profeti d’arredo. Pasolini è stato un uomo di fratture. Tutto in lui si contraddiceva, e proprio lì stava la sua verità. Oggi quella complessità è stata addomesticata. Le sue contraddizioni sono state ridotte a etichette, i suoi conflitti a citazioni. Questo è il vero peccato: aver trasformato la sua irrisolvibile contraddizione in una semplificazione vendibile.

Sintesi di “La Chiesa di Gesù” – Marco Saunier

Faccio una mia sintesi del: Cap. XXI da La leggenda dei simboli, Atanòr.

Gli Apostoli e l’irruzione della Parola fra gli uomini: Gli Apostoli, dopo la crocifissione, raccolgono il verbo del Maestro e lo diffondono tra il popolo più umile, segnato dalla grossolanità e dall’ignoranza. Si tratta di uomini che, pur adorando la dolcezza dell’Agnello, non possiedono la Sapienza, eppure si convertono con ferocia, morendo per la Verità. Contro questa “marea”, gli Iniziati — custodi del Mistero dell’Agnello — reagiscono con orrore: temono la profanazione dei segreti. Chi ha rivelato ai semplici la nudità delle cose divine? Chi ha osato spezzare il silenzio del sacro?

Apollonio di Tiana, Simone il Mago e la Gnosis: Nasce un fronte d’opposizione esoterica: Apollonio di Tiana e Simone il Mago contrastano il dilagare del Cristianesimo. Simone, rivale di Pietro, propone una nuova sintesi: una Gnosi sincretica dei misteri egizi e persiani per arginare l’ondata cristiana e salvare il politeismo.

Gli Esseni e la costruzione dei Vangeli: Gli Esseni comprendono che bisogna riappropriarsi della figura del Cristo, rivelandone la vera origine iniziatica. Si riuniscono i “Giovanniti” — custodi della Tradizione di Ram — e compongono una Leggenda simbolica per restituire a Gesù una genealogia sacra.

La Leggenda di Gesù e i Quattro Vangeli

San Matteo – La nascita e il segreto d’Egitto. Il primo Vangelo — redatto da San Matteo — narra un Cristo simile a Krishna, Orfeo, Budda: un Essere di Sapienza, figlio della Tradizione. Il viaggio in Egitto, l’ombra della Sfinge, la fuga da Erode… sono tappe di una narrazione che cela simboli sapienziali. Maria stessa fugge portando con sé il segreto iniziatico dei Pastori, non del popolo. Il Vangelo di Matteo è la prima “recinzione” dottrinale, voluta dagli Esseni per impedire che il Cristo fosse volgarmente universalizzato. Si alza una diga tra il sacro e la massa.

San Marco – La Missione e il Mistero sociale. San Marco riassume Gesù come messaggero sociale, rifiutato dalla casta intellettuale. Il suo Vangelo è affidato agli Iniziati egizi che, pur bestemmiando la memoria di Cristo, tentano di restaurare i Misteri di Orfeo. Saunier sottolinea la frattura tra Gnostici e Cristiani: i primi abbracciano il Vangelo marciano, portando un’intellettualità nuova; i secondi reagiscono con dogmi e crociate.

San Luca – Il Cuore, il Sentimento, l’Amore. San Luca rappresenta il Vangelo del Cuore. Gesù non parla più agli intellettuali, ma ai poveri di spirito. È qui che l’Amore vince sulla Scienza, e la figura del Cristo si allinea con Iside e Osiride: è l’Amore a resuscitare Osiride in Oro. Una resurrezione alchemica, non solo morale. Il cuore diventa Tempio dell’Uomo. I simboli egizi e i Misteri riaffiorano sotto la crosta evangelica. È la femminilità sacra — esclusa dalla Trinità canonica — a riemergere come chiave perduta.

San Giovanni – La Sintesi Iniziatica e il Logos. Il quarto Vangelo — redatto da San Giovanni — è opera degli intellettuali che, fondendosi con gli Apostoli, costruiscono una nuova Sintesi dei Misteri: Grecia, Persia, Egitto confluiscono in una sola architettura spirituale. Il Logos è l’elemento centrale: non più solo “Figlio di Dio”, ma Principio Eterno della Rinnovazione. Il Dio iniziatico non poteva più essere trasmesso al popolo: occorreva una figura esoterica, un Dio tipo, un nome in grado di svegliare nella folla la stessa visione (sottolineatura presente nel testo). Così, Apostoli e Iniziati decidono di dare Gesù in adorazione al Popolo, ma senza svelare tutto.

La Trinità Esoterica: Padre, Spirito, Figlio / Osiride, Iside, Oro. L’autore offre una lettura sconvolgente della Trinità. Esistono due modi per esprimerla:

EsotericoPadre, Spirito Santo, Figlio — assimilati a Osiride, Iside, Oro.

ExotericoPadre, Figlio, Spirito Santo — dove la Femminilità (Iside) viene esclusa.

L’assenza del principio femminile produce squilibrio: la vera Trinità richiede armonia fra Spirito, Sentimento e Intelletto.

Il Figlio è il centro d’attrazione, crocevia tra Padre (Intelletto) e Spirito (Cuore/Sentimento), simbolo dell’umanità evoluta, l’unico che può evolversi tra questi poli.

La Quarta Leggenda degli Esseni: il Cristo-Osiride. Gli Esseni compongono una nuova Leggenda per “narrare il futuro”: un Cristo-Osiride, iniziato, che muore e rinasce, percorre tutte le fasi dell’involuzione e dell’evoluzione. La sua croce è lo squartamento del Tempio, il dissolvimento dell’Amore nella materia, per poi risorgere nel Logos. Questa è la narrazione esoterica affidata a San Giovanni, l’unico in grado di contenerla.

Simboli, Evangelisti, Apocalisse: San Matteo → Angelo (Verità)/San Marco → Leone (Missione)/San Luca → Bue (Meditazione)/San Giovanni → Aquila (Principio). Evocano le quattro forze fondamentali dell’Uomo spirituale, le quattro direzioni della Sfinge.

L’Apocalisse: sintesi finale dei Misteri: San Giovanni chiude il cerchio: l’Apocalisse è un libro misterico, dove simboli come il Triangolo, l’Agnello squartato, i quattro Cavalieri (bianco, rosso, nero, pallido) disegnano la guerra tra l’evoluzione dell’anima e la sua corruzione.

Il 666: simbolo dell’involuzione totale: Il numero della Bestia non è semplicemente diabolico, ma rappresenta l’involuzione completa:

6 = involuzione della carne

6 = involuzione del cuore

6 = involuzione dell’intelligenza

Tre sei per tre mondi: è l’anti-evoluzione, il trionfo del desiderio contro l’anima.

Conclusione: Questo tratto finale del libro di Saunier offre una visione concreta della deviazione essoterica dal Cristianesimo primitivo come prodotto di sintesi iniziatica, frutto di forze sapienziali in lotta. Le verità affidate al popolo sono mascherate, semplificate, simboliche. Ma il Cristo dei Vangeli è sempre il medesimo Iniziato della Rinnovazione, colui che compie, nel segreto, la grande alchimia fra amore, intelletto e spirito.

Recensione di “Bugonia” di Yorgos Lanthimos

Un film che non comincia e non finisce. Un grande esperimento di disinfestazione del sapiens. Lanthimos costruisce un acquario umano: figure che si muovono come in un sogno senza attrito, senza volontà, sotto una luce troppo chiara per essere terrestre. La commedia sci-fi è solo il pretesto: Bugonia è un manuale di zoologia morale, un inventario della specie in via di dissoluzione. L’uomo rapisce l’uomo, la ragione sequestra la propria caricatura. Tutto si riflette, tutto si annulla. Il delirio americano, la fede nel farmaco, nel corpo addomesticato, nella scienza che cura e divora: ecco la vera alienazione, il vero extraterrestre. Lanthimos non parla di alieni, ma di noi — degli umani che hanno esaurito la loro parte biologica e ora recitano l’eco di se stessi. È la fine dell’antropocene in tempo reale, raccontata con la compostezza di un entomologo. Poi, il miracolo: il silenzio finale. La civiltà si spegne come una lampadina nel vuoto. Rimangono gli animali — non simbolo, non redenzione, ma semplice persistenza. Loro, sì, ancora dentro il mondo, mentre il sapiens evapora come un codice obsoleto. Lanthimos chiude il cerchio e restituisce alla Terra ciò che l’uomo aveva sottratto: il diritto di esistere senza narrazione. Un’estinzione felice, lucida, inevitabile. Un requiem senza lutto, dove finalmente nessuno parla più in nome di nessuno, per uno straordinario finale con il pianeta finalmente liberato dal cancro dei sapiens. Straordinaria Emma Stone.

Francesco Cusa

La perversione deritualizzata e l’osceno integrato

Questa repressione-finta-liberazione woke, coniugata all’era di Onlyfans e delle perversioni feticistiche da social, sta generando una montante, sorda violenza e un’esplosività che vedrà sfogo col maturarsi di quest’ultima generazione. La sacra e santa perversione, in un contesto pervertito che si mostra censorio ad hoc, muta la sua natura e diventa pratica de-ritualizzata e legittimazione dell’Osceno. Il maggior contributo a questo delirio è figlio delle acquiescenze di una generazione genitoriale che ha prodotto individui incapaci di conflitto, di limite e di negazione. Educati nell’idea di una libertà senza rischio, questi figli del benessere tardo-novecentesco hanno confuso il diritto con il desiderio, l’identità con la prestazione, la vulnerabilità con una forma di potere. La generazione che gridava “vietato vietare” ha finito per generare la società più normativa e sorvegliata di sempre. L’antiautoritarismo si è trasformato in iper-autorità del consenso, la ribellione in regolamento, la sensualità in protocollo di comportamento. In questa genealogia si inscrive la nuova moralità woke: non nasce dal dogma religioso, ma dal senso di colpa laico ereditato da padri e madri che, incapaci di trasmettere senso, hanno trasmesso soltanto paura. Paura del giudizio, del desiderio, della parola non conforme. È da questa educazione iperprotetta, neutra, “inclusiva” per difetto, che deriva il bisogno ossessivo di controllo morale travestito da sensibilità. Una generazione che non conosce più l’iniziazione, il rischio, la ferita – e che perciò non sa più trasformare il dolore in conoscenza. Come osservava Foucault, ogni epoca riorganizza il dispositivo della sessualità in base alle proprie forme di potere: oggi la libertà coincide con il controllo capillare, e la trasgressione si realizza solo nei confini che il sistema stesso impone. In questo senso, la proliferazione dei corpi digitali (OnlyFans, pornografia interattiva, feticismi mediatici) non è segno di liberazione, ma di iper-visibilità. Ciò che un tempo era “perverso” – nel senso di deviazione simbolica, come in Bataille – ora si dissolve nel flusso dell’immagine e diventa amministrazione dell’osceno. Baudrillard lo aveva previsto: la pornografia non scandalizza più, perché tutto è già pornografico. L’osceno non è più il fuori, ma il dentro: il sociale stesso, immerso in una trasparenza che annulla il segreto. La “sacra perversione”, privata del suo rituale e del suo rischio, si converte in routine spettacolare. È la fine del desiderio come differenza, sostituito dalla sua riproduzione seriale. In questa neutralità programmata, la violenza non scompare: si accumula. Deleuze avrebbe parlato di “corpi senza organi” in attesa di un evento. Quando il desiderio è gestito come algoritmo, la pulsione cerca sfogo altrove – non nel piacere, ma nell’esplosione. In questa genealogia, la trasgressione non è più atto ma estetica, e la colpa non è più etica ma linguistica. È il regno dell’“io includente”, che vieta per eccesso di tolleranza e si scandalizza per difetto di realtà.