
Oggi rileggevo alcune pagine di Éric Baret. Pensavo a noi. A me. A noi che ci prendiamo per musicisti, insegnanti, fratelli, figli, lavoratori, comunisti, fascisti, spirituali, materialisti, buddhisti, marxisti, allievi, maestri. E mi colpiva una cosa: quasi tutta la nostra sofferenza nasce nel momento in cui scambiamo una parola per ciò che indica.
Baret lo dice spesso. Se dico “Vipassana”, “yoga kashmiro”, “Baret”, sto usando parole utili, come un dito che indica la luna. Ma appena il pensiero se ne appropria e dice: “io sono questo”, “io appartengo a questo”, allora quella parola diventa una gabbia. Una prigione elegante, magari colta, magari spirituale, magari politica. Ma sempre una prigione.
Potrei dire: ho incontrato un certo insegnamento. Ma l’istante in cui mi definisco attraverso ciò che ho incontrato, sono già nella memoria, non più nell’ascolto. Sono già diventato la caricatura di qualcosa.
Per Baret l’identità è una contrazione. La mente vuole sempre collocarsi: di destra, di sinistra, rivoluzionaria, spirituale, atea, religiosa, fascista, antifascista, tantrica, marxista. Sono tutte forme della stessa paura: la paura di non sapere chi siamo.
Ed è qui che mi torna in mente Martin Heidegger. Anche per lui il linguaggio ordinario e le definizioni rassicuranti ci allontanano da ciò che siamo. Ci rifugiamo nel “Si”, in ciò che si dice, si pensa, si è. Si è di sinistra, si è spirituali, si è artisti, si è disillusi. Ma quel “si” impersonale ci protegge dal vuoto, dall’angoscia, dal fatto che il nostro essere non coincide mai del tutto con nessuna definizione.
Heidegger direbbe che viviamo costantemente nella chiacchiera, nella Gerede: un mondo di parole che circolano e che prendiamo per vere solo perché sono condivise. Baret direbbe quasi la stessa cosa: prendiamo l’indicazione per la cosa indicata. In entrambi i casi il linguaggio, da strumento, diventa velo.
E allora capisco che si possono usare le parole senza esserne usati. Posso dire “classe”, “potere”, “proprietà”, “capitalismo”, “yoga”, “meditazione”, “arte”, sapendo che sono strumenti locali, provvisori, mappe. Non territori. La logica e l’analisi servono. Ma solo fino a un certo punto. Illuminano una zona, non il reale.
Anche qui Heidegger è vicino a Baret. Quando scrive che “l’essere si sottrae mentre si mostra”, intende proprio questo: ciò che è più essenziale non si lascia catturare definitivamente dai concetti. Ogni volta che crediamo di averlo afferrato, ci sfugge. Le parole indicano, ma non possiedono. La realtà si lascia intravedere e, nello stesso istante, si ritrae.
Puoi avere un’analisi perfetta del potere, del capitalismo, della storia, e continuare a vivere nella stessa paura, nello stesso bisogno di sicurezza, nello stesso conflitto interiore. Puoi passare la vita a dire “noi” contro “loro”, senza accorgerti che il meccanismo che combatti continua a riprodursi dentro di te.
Per questo, credo, Baret direbbe: volete cambiare il mondo senza vedere il meccanismo che continuamente ricrea il mondo che dite di combattere. Finché vi definite attraverso una posizione, siete già nella divisione.
E Heidegger aggiungerebbe forse che l’uomo moderno è continuamente in fuga da se stesso. Si riempie di ruoli, opinioni, appartenenze, attività, proprio per non sostare in quel vuoto originario in cui nessuna identità regge. Ma è soltanto lì, in quella sospensione, che qualcosa può finalmente mostrarsi.
Allora viene da sorridere. Leggi tutti i libri di Baret. Poi buttali. Vai ai suoi seminari. Poi dimenticali. Perché lui stesso ti direbbe che non servono a nulla. Che non c’è niente da imparare, nessuna nuova identità da costruire, nessun grado da raggiungere.
Poi semplicemente stai.
Forse è quello che Heidegger chiamava Gelassenheit: il lasciar essere. Non fare, non trattenere, non definire. Lasciare che le cose siano, e che l’essere si mostri senza volerlo possedere.
E forse lì, per un istante, si apre qualcosa. Un nocciolo irriducibile di reale. Pulsante. Quello che Jacques Lacan avrebbe chiamato objet petit a: qualcosa che non puoi afferrare, ma che ti attraversa. Lì sei al centro dell’iniziazione. Non c’è più identità. Non c’è più appartenenza. Per un attimo non esistono più né lo spazio né il tempo.
Baret insiste continuamente sul fatto che l’identità è una contrazione. Nei suoi discorsi ripete che la mente vuole sempre collocarsi: spirituale, marxista, buddhista, di destra, di sinistra, allievo, maestro. Per lui sono tutte forme della stessa paura: la paura di non sapere chi si è.
Ecco Baret direbbe forse: “Volete cambiare il mondo senza vedere il meccanismo che continuamente ricrea il mondo che dite di combattere. Finché vi definite attraverso una posizione, siete già nella divisione.”
Riflettevo: Il punto è che la logica e l’analisi sono utili come strumenti locali.





























































