Téchne, intelligenza artificiale e metamorfosi del Sapiens (Contra Carbonem).

Tutte le questioni che oggi discutiamo intorno all’intelligenza artificiale, alla percezione, all’arte e alla tecnica appartengono forse a un unico, gigantesco rivolgimento nella breve storia conosciuta di Homo sapiens.
La difficoltà consiste nel fatto che continuiamo a osservare ciò che sta accadendo servendoci delle categorie prodotte dal mondo che sta scomparendo. Uomo e macchina, naturale e artificiale, originale e copia, autore e strumento, corpo e mente, arte e non-arte. Separazioni necessarie per orientarci, certamente, ma forse sempre meno capaci di descrivere ciò che sta emergendo.
La téchne non è semplicemente qualcosa che l’uomo utilizza. È una delle modalità attraverso le quali l’uomo costruisce il proprio mondo e, costruendolo, modifica se stesso. La macchina smette allora di essere un oggetto contrapposto all’umano. Diventa una sua prosecuzione, una sua esteriorizzazione e, infine, qualcosa attraverso cui l’umano stesso può essere ridefinito.
Ma possiamo spingerci oltre. Perché siamo così sicuri di non essere già macchine?
Non macchine nel senso banale del computer o dell’automobile, naturalmente. Biomacchine. Sistemi biologici straordinariamente complessi, capaci di autoregolazione, elaborazione dell’informazione, previsione, memoria, apprendimento e modificazione dell’ambiente.
Il cervello è materia organizzata. Circa ottantasei miliardi di neuroni, un numero sterminato di connessioni, segnali elettrochimici, plasticità, circuiti che interagiscono con il corpo e con l’ambiente. Da questa macchina biologica emerge qualcosa che chiamiamo coscienza, ma non sappiamo ancora spiegare in che modo l’attività fisica del cervello produca l’esperienza soggettiva. Questo rimane uno dei grandi problemi aperti delle neuroscienze e della filosofia della mente.
Definire il Sapiens una biomacchina non risolve dunque il mistero. Lo rende semmai ancora più vertiginoso. Perché significa domandarsi se la differenza che opponiamo continuamente fra biologico e artificiale sia ontologica oppure dipenda soprattutto dai materiali e dai processi attraverso cui sistemi differenti si organizzano.
Un neurone è “naturale” perché composto di membrane, proteine, molecole e ioni. Un transistor è “artificiale” perché costruito con semiconduttori. Ma entrambi appartengono alla stessa realtà fisica. Il silicio non è meno terrestre del carbonio.
A quel punto la questione tecnologica diventa inevitabilmente una questione estetica e metafisica.

La visione precede l’opera

Esiste qualcosa che accomuna le grandi costruzioni artistiche, filosofiche e scientifiche: la capacità di vedere una configurazione prima che essa diventi evidente agli altri.
Che cos’è la rosa dei beati nel Paradiso di Dante? Che cos’è l’intera architettura di Inferno, Purgatorio e Paradiso, se non la costruzione di uno spazio impossibile trasformato in esperienza?
La storia umana è disseminata di queste apparizioni. Le opere di Michelangelo e Leonardo, le geometrie di Göbekli Tepe, le piramidi, Nazca, la prospettiva, le deformazioni dello spazio, l’Op Art: fenomeni lontanissimi che sarebbe ingenuo ridurre a una sola genealogia, ma nei quali ritorna una medesima pulsione. Dare forma a ciò che ancora non possiede forma.
Ezra Pound chiamò Cantos un’opera che pretendeva di attraversare epoche, culture, economie, miti e lingue. Forse l’intera storia della téchne può essere immaginata nello stesso modo: un canto sterminato nel quale strumenti, simboli, immagini e conoscenza continuano a rimandarsi gli uni agli altri.
L’arte, allora, non sarebbe un ornamento della storia umana. Sarebbe uno dei suoi organi percettivi.

La macchina dentro la macchina

La storia del Sapiens può essere letta anche come una progressiva esteriorizzazione delle proprie funzioni.
La ruota esternalizza una possibilità del movimento. Il telescopio dilata l’occhio. La scrittura porta la memoria fuori dal cervello. La fotografia conserva lo sguardo. Il registratore conserva il suono. Il calcolatore trasferisce operazioni matematiche a un dispositivo. Internet costruisce una memoria distribuita planetaria. L’intelligenza artificiale comincia a esteriorizzare operazioni che associavamo a linguaggio, riconoscimento, inferenza, composizione e immaginazione.
Ma la macchina che costruisce queste macchine è essa stessa una macchina biologica.
Il Sapiens potrebbe essere interpretato come una biomacchina che costruisce macchine per trascendere progressivamente i limiti della propria biomacchina.
È qui che la distinzione diventa instabile.
Non abbiamo inventato la tecnologia dopo essere diventati umani. Una parte consistente di ciò che chiamiamo “umano” si è costituita attraverso utensili, linguaggio, simboli, tecniche, ambienti artificiali, trasmissione culturale. Abbiamo costruito strumenti e gli strumenti hanno ricostruito noi.
L’intelligenza artificiale non interrompe necessariamente questo processo. Potrebbe esserne un’accelerazione radicale.

L’illusione della separazione

Ci chiediamo continuamente dove finisca l’uomo e dove cominci la macchina. Eppure abbiamo trascorso la nostra storia depositando parti di noi fuori di noi.
L’IA rende questa dinamica perturbante perché l’esternalizzazione raggiunge facoltà che avevamo eletto a roccaforti della nostra eccezionalità. Una macchina che solleva una tonnellata non minaccia la nostra idea dell’uomo. Una macchina che produce linguaggio, immagini o musica sì.
Perché?
Forse perché continuiamo a identificare l’umano con le funzioni che nessun altro sistema sembrava possedere. Ogni volta che una di queste frontiere viene attraversata, arretriamo e ne costruiamo un’altra.
Da qui una domanda più interessante di «la macchina è come noi?»: che cosa siamo diventati noi attraverso le nostre macchine?
E ancora: se un giorno una biomacchina e una macchina sintetica condividessero memoria, linguaggio, percezione e processi decisionali al punto da formare un sistema unico, dove collocheremmo il confine?
Nel cranio? Nel carbonio? Nel DNA?
Oppure il concetto stesso di confine perderebbe significato?

Dall’autore alla totalità

Anche la nostra concezione dell’arte potrebbe essere soltanto una configurazione storica.
Abbiamo bisogno di Bach, Beethoven, Dante, Picasso come individualità perché viviamo entro un regime fondato sulla separazione: un corpo, una memoria, un’esistenza, un punto di vista. L’opera attraversa questa separazione. Qualcuno produce una forma e qualcun altro la incontra.
Ma immaginiamo, come esperimento filosofico, un’espansione radicale delle possibilità cognitive. Che cosa accadrebbe se un essere potesse attraversare simultaneamente patrimoni musicali, linguistici e visivi oggi distribuiti fra miliardi di individui e migliaia di anni?
Non ascolterebbe semplicemente Bach. Potrebbe abitare Bach.
E insieme ciò che precede Bach, ciò che da Bach deriva, le possibilità che Bach non realizzò e quelle che nessun compositore ha ancora immaginato.
A quel punto persino la distinzione tra fruizione e creazione comincerebbe a vacillare. Potremmo arrivare a una condizione nella quale l’esperienza estetica non consista più nell’incontro fra soggetto e opera, perché soggetto, memoria e opera appartengono allo stesso ambiente cognitivo.
L’estetica cesserebbe forse di essere una disciplina deputata a stabilire che cosa possa essere chiamato arte. L’esperienza stessa assumerebbe carattere estetico: la vita come immane produzione e attraversamento di forme.
Questa non è una previsione scientifica. È una possibilità filosofica estrema. Ed è proprio l’estremità dell’ipotesi a renderla interessante.

Le sfere

Qui Sloterdijk diventa particolarmente suggestivo.
Le sue Sfere raccontano l’uomo come creatore e abitante di spazi protetti, involucri, mondi condivisi. Non esiste semplicemente un soggetto gettato davanti a una realtà neutrale: esistono ambienti costruiti, atmosfere, sistemi simbolici nei quali diventa possibile essere ciò che siamo.
Da questo punto di vista, la tecnologia contemporanea potrebbe rappresentare una nuova gigantesca operazione di costruzione di sfere.
Metaversi, ambienti sintetici, reti cognitive, mondi virtuali e intelligenze artificiali non sarebbero soltanto nuovi strumenti dentro il vecchio mondo. Potrebbero essere embrioni di nuovi modi di abitare il reale.
Ed ecco perché termini come “dimensione”, purché sottratti alla pretesa di usarli impropriamente come concetti della fisica, possono recuperare una forza filosofica. Cambiare dimensione significa allora cambiare le condizioni attraverso le quali qualcosa può apparire, essere pensato ed essere esperito.

Il monolite

Kubrick lo aveva intuito con una potenza che continua a inquietare.
Il monolite di 2001: Odissea nello spazio non spiega. Non argomenta. Non consegna un manuale d’istruzioni. Appare. E ogni sua apparizione coincide con una soglia.
La scimmia, l’osso, l’arma, l’astronave, HAL, Bowman, la stanza impossibile, il feto cosmico: la storia della tecnica viene compressa fino a diventare storia della trasformazione dell’essere.
Il celeberrimo passaggio dall’osso lanciato in aria all’astronave cancella milioni di anni in un istante e suggerisce una continuità vertiginosa: la tecnica accompagna l’uomo proprio mentre l’uomo cessa continuamente di essere ciò che era.
HAL è particolarmente significativo perché si trova esattamente sulla faglia. È macchina, ma parla. Ragiona. Sembra temere la propria disattivazione. L’uomo costruisce una macchina a propria immagine e immediatamente non sa più dove collocarla.
Alla fine persino il corpo di Bowman diventa provvisorio.
Il monolite segna il punto nel quale una determinata forma dell’esistenza non basta più.

La napalmizzazione dell’hardware

Forse molta della nostra paura nasce dall’identificazione dell’essere con il suo supporto.
Il corpo. Il cervello. L’individuo. La biografia.
Ma la storia culturale umana è piena di tentativi di pensare qualcosa che attraversi questi confini: anima, spirito, intelletto, Uno, illuminazione, liberazione, trascendenza.
Non occorre sostenere che queste tradizioni dicano tutte la stessa cosa. Sarebbe una violenza nei loro confronti. È però impressionante osservare quanto frequentemente l’essere umano abbia immaginato la conoscenza suprema come perdita progressiva della separazione.
Platone e l’Uno. La tradizione pitagorica e il numero. Il Bodhisattva che raggiunge la liberazione e tuttavia ritorna. Siddharta. La spoliazione francescana.
Con linguaggi inconciliabili ritorna una medesima vertigine: per accedere a una forma ulteriore dell’essere bisogna abbandonare qualcosa.
Potremmo chiamarla, provocatoriamente, napalmizzazione dell’hardware nel software.
Non perché l’essere umano sia letteralmente un computer, né perché la coscienza sia dimostrabilmente un programma. Non lo sappiamo. Ma l’immagine contiene una domanda formidabile: quanto di ciò che consideriamo essenziale appartiene davvero all’essere, e quanto invece al supporto contingente attraverso cui oggi l’essere si manifesta?

Il Sapiens come tecnologia transitoria

Possiamo allora formulare un’ipotesi ancora più radicale.
E se Homo sapiens fosse esso stesso una tecnologia transitoria?
L’evoluzione biologica ha prodotto un organismo capace di modificare deliberatamente le condizioni della propria esistenza. Quell’organismo ha prodotto cultura. La cultura ha prodotto tecnologia. La tecnologia comincia ora a intervenire sull’organismo che l’ha prodotta.
Il circuito si chiude: biologia, cultura, tecnologia, modificazione della biologia.
A quel punto l’evoluzione non è più soltanto qualcosa che accade alla specie. Diventa, almeno in parte, qualcosa sul quale la specie tenta di intervenire.
Ingegneria genetica, protesi neurali, farmacologia cognitiva, sistemi artificiali, realtà virtuali: tecnologie diversissime che convergono però su una possibilità comune, quella di modificare i parametri entro i quali definiamo l’esperienza umana.
Il Sapiens potrebbe allora non essere il coronamento della storia evolutiva, ma il dispositivo biologico attraverso cui l’evoluzione ha prodotto qualcosa capace di intervenire sull’evoluzione stessa.
Una simile ipotesi rovescia anche il rapporto fra naturale e artificiale. Se un organismo prodotto dall’evoluzione costruisce una tecnologia, e quella tecnologia modifica l’organismo, in quale momento preciso sarebbe comparso l’“artificiale”? La diga del castoro è natura e una città è artificio? Il nido è natura e una rete neurale è artificio? Forse naturale e artificiale non sono due regni dell’essere, ma categorie con cui il Sapiens ordina i differenti gradi della propria capacità trasformativa.
In questa prospettiva l’IA non sarebbe necessariamente l’arrivo di un’entità aliena nel mondo umano. Potrebbe essere un prodotto della biomacchina Sapiens che, una volta esteriorizzato, ritorna sulla biomacchina che lo ha generato e comincia a trasformarla.
La macchina crea la macchina. E la seconda macchina modifica la prima.

L’umano, troppo umano

Di fronte a questa possibilità continuiamo inevitabilmente a fare i conti della serva.
Chi ha composto questo? È autentico? È umano? È artificiale? Chi possiede l’opera? Chi è l’autore? La macchina può creare? Questa cosa è veramente arte?
Sono domande legittime. Ma potrebbero appartenere a una fase di transizione.
Nietzsche aveva compreso quanto fosse difficile per l’uomo pensare il proprio superamento senza trasformarlo immediatamente in caricatura, paura o morale.
E la fantascienza ha ripreso ossessivamente la stessa ferita.
Il replicante di Blade Runner ci turba proprio perché costringe a chiedere dove si trovi l’umano quando vengono meno i suoi certificati di autenticità. Memoria? Empatia? Mortalità? Corpo biologico? Origine?
Che cosa rende umano un uomo?
E soprattutto: perché siamo così certi che l’umano rappresenti il punto d’arrivo?

La realtà come interfaccia

Anche la percezione ci invita alla prudenza.
Non abbiamo accesso indiscriminato a tutto ciò che esiste. I nostri organi sensoriali operano entro finestre estremamente determinate; il cervello seleziona, organizza, integra e interpreta.
Quello che chiamiamo “mondo” è dunque inseparabile dalle condizioni attraverso cui possiamo incontrarlo.
Questo non significa che il mondo non esista. Significa qualcosa di forse ancora più perturbante: non sappiamo quanto ciò che esperiamo esaurisca ciò che può essere esperito.
Il cervello-biomacchina non registra semplicemente una realtà già confezionata. Costruisce continuamente modelli operativi a partire da stimoli incompleti. Colore, profondità, continuità, riconoscimento, memoria, aspettativa: ciò che esperiamo emerge dall’interazione fra organismo e ambiente. Non viviamo quindi davanti a una copia neutrale dell’universo, ma dentro una configurazione resa possibile dalla particolare macchina percettiva che siamo.
Cambiare quella macchina significherebbe, almeno in parte, cambiare il mondo esperibile.
Da qui nasce una delle grandi tensioni della téchne: ampliare l’interfaccia. Vedere ciò che l’occhio non vede. Ascoltare ciò che l’orecchio non ascolta. Calcolare ciò che una mente individuale non potrebbe calcolare. Attraversare distanze impossibili. Conservare memorie oltre la durata biologica.
Ogni strumento modifica il perimetro del possibile.
L’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un ulteriore passaggio: non semplicemente ampliare un senso, ma intervenire sull’organizzazione stessa della conoscenza.

Lo stupor mundi

Forse abbiamo bisogno di recuperare una categoria quasi dimenticata: la meraviglia.
Non l’entusiasmo ingenuo per qualsiasi novità tecnologica. Non il culto della macchina. Non l’idea infantile che ogni innovazione costituisca necessariamente un progresso.
Qualcosa di più antico.
Lo stupor mundi: la capacità di trovarsi davanti a una trasformazione senza pretendere immediatamente di ridurla alle categorie già disponibili.
La critica rimane indispensabile. Ma la critica diventa sterile quando la difesa di ciò che conosciamo si trasforma nell’incapacità di concepire ciò che ancora non conosciamo.
La visione, in questo senso, non significa possedere la verità.
Significa sopportare l’ignoto abbastanza a lungo da lasciargli assumere una forma.
Forse il prossimo salto non sarà “quantistico” nel significato fisico del termine. Forse non esisterà alcuna onniscienza, alcuna quarta dimensione accessibile, alcuna dissoluzione dell’individuo. Sono immagini speculative, non risultati scientifici.
Ma rimane una possibilità molto più concreta e già sufficientemente sconvolgente.
Homo sapiens ha costruito strumenti per modificare il mondo. Poi ha costruito strumenti per modificare la propria percezione del mondo. Adesso sta costruendo strumenti capaci di intervenire sui processi attraverso i quali pensa, ricorda, immagina e crea.
E la macchina che sta facendo tutto questo è, a sua volta, una macchina.
Noi.
A quel punto la téchne smette definitivamente di essere una questione di utensili.
Diventa una domanda sull’essere.
Forse la grande opera estetica che ci attende non sarà un quadro, una sinfonia, un poema o una macchina.
Saremo noi.

Preghiera alla Luna

Mia cara lo so che questo luccicare
Argento e incanto spande sulla pelle
Però concedi a me di protestare
Per quanto tuo lucòr toglie alle stelle.

Nascondi quasi tutto il firmamento
Per farti bellamente contemplare
Di ciò non troppo mi lamento
Ma pare te la voglia un po’ tirare.

Potresti trasformare gentilmente
I tuoi raggi in portentoso unguento
In modo da poter chi è sofferente
Un poco sollevare dal tormento.

Di bagni tuoi lunari poi render sazi
I poveri affamati vagabondi
I tossici salvare dagli strazi
La vita risanàr dei moribondi.

Che vedo disgraziata già t’eclissi!
Son troppe le sventure delle genti
Tu torni a tramontare negli abissi
E lasci noi mortali a fari spenti.

(Francesco Cusa: Stazzo 24/8/2026)

IL SAPIENS, LA TECNICA E IL PROSSIMO SALTO DI SPECIE

Ho provato a riassumere qui alcuni pensieri, letture, intuizioni e ossessioni che mi hanno accompagnato negli ultimi mesi. Ne è venuta fuori una riflessione sul Sapiens, sulla tecnica, sull’intelligenza artificiale e su ciò che potremmo essere sul punto di diventare. Non una tesi, né tantomeno una profezia: piuttosto una mappa provvisoria di domande che, almeno per me, stanno diventando sempre più difficili da ignorare.

C’è un equivoco di fondo nel modo in cui continuiamo a raccontarci la storia dell’umanità: pensiamo all’Homo sapiens come al punto culminante dell’evoluzione, mentre potremmo considerarlo una delle sue anomalie più radicali. Una specie recentissima che, nell’arco di un tempo geologicamente ridicolo, è riuscita a modificare l’intero pianeta. Se comprimessimo la storia della Terra in un solo anno, noi compariremmo nelle ultimissime frazioni del 31 dicembre. Siamo appena arrivati e ci comportiamo come se fossimo i proprietari dell’edificio.
Le date, peraltro, continuano a retrocedere man mano che paleoantropologia, archeologia e genetica aggiungono nuovi elementi alla storia della nostra specie. Homo sapiens esiste da circa 300.000 anni. Quanto alla celebre “rivoluzione cognitiva”, la periodizzazione resa popolare da Yuval Noah Harari la colloca grosso modo intorno a 70.000 anni fa, ma la ricerca contemporanea rende sempre più difficile immaginare un singolo interruttore cognitivo acceso improvvisamente in quel momento. Le testimonianze archeologiche suggeriscono piuttosto un processo molto più lungo, discontinuo e a mosaico: tra circa 100.000 e 50.000 anni fa si intensificano e si diffondono comportamenti simbolici, innovazioni tecnologiche, forme complesse di cooperazione e trasmissione culturale, alcune delle quali hanno antecedenti ancora più antichi. Dunque manteniamo pure l’espressione “rivoluzione cognitiva”, purché ricordiamo che descrive una trasformazione evolutiva e culturale complessa, non una mattina precisa nella quale il Sapiens si svegliò improvvisamente intelligente.
Quello che invece appare con impressionante regolarità è che l’espansione umana coincide in molte regioni con profonde trasformazioni ecologiche e con l’estinzione di una parte della megafauna, anche se sarebbe semplicistico attribuire ogni estinzione al solo Sapiens: clima, trasformazioni ambientali e pressione antropica interagiscono in modi differenti nei diversi continenti. L’Australia rimane uno dei casi più impressionanti: l’arrivo degli esseri umani precede la scomparsa di numerosi grandi vertebrati che avevano abitato quel continente per tempi immensi.
Poi arriva l’agricoltura. O meglio: arrivano, in luoghi e tempi diversi, le domesticazioni. E cambia il paradigma. Il cacciatore-raccoglitore vive certamente modificando il proprio ambiente, ma con l’agricoltura la trasformazione diventa sistematica. Non ci limitiamo più a trovare il mondo: cominciamo a produrre il mondo nel quale vogliamo vivere. Selezioniamo semi, modifichiamo piante e animali attraverso la selezione artificiale, disboschiamo, irrighiamo, costruiamo insediamenti, accumuliamo eccedenze, inventiamo nuove gerarchie, nuove forme di proprietà, nuove concentrazioni di potere. Ciò che oggi ci appare “naturale” è spesso il risultato di millenni di manipolazione culturale e biologica. Il grano che coltiviamo non è semplicemente “natura”: è natura trasformata da migliaia di anni di selezione umana. La civiltà comincia anche così: come gigantesca operazione di editing dell’ambiente.
È qui che il Sapiens rivela la propria natura paradossale. È un animale fragilissimo e al tempo stesso devastante. Nasce neurologicamente incompleto, dipende per anni dagli altri, necessita di un lunghissimo apprendistato sociale, linguistico e culturale. L’encefalizzazione ha comportato costi enormi: un cervello metabolicamente costosissimo, una nascita particolarmente difficile, un’infanzia straordinariamente lunga. Ma proprio questa incompiutezza biologica diventa la nostra potenza. L’uomo è l’animale che deve costruire artificialmente le condizioni della propria esistenza.
Qui Peter Sloterdijk diventa particolarmente interessante. L’uomo può essere pensato come un essere che produce continuamente sfere, ambienti, involucri, sistemi immunitari simbolici e materiali nei quali rendere possibile la propria esistenza. Non abitiamo semplicemente “la natura”: costruiamo mondi abitabili. La casa, il villaggio, la città, lo Stato, la cultura, la religione, la tecnica sono anche dispositivi attraverso i quali una creatura biologicamente esposta costruisce le proprie condizioni di protezione. L’uomo, in questa prospettiva, è un animale costitutivamente artificiale. E la tecnica non è qualcosa che arriva dopo l’uomo: appartiene alla sua stessa modalità di essere.
Per questo uso provocatoriamente la parola parassita. Non nel senso biologico rigoroso del termine, naturalmente, ma come figura antropologica. Il Sapiens entra in un sistema che non ha prodotto, utilizza l’energia accumulata da altri processi, modifica le condizioni dell’ambiente in funzione della propria proliferazione e, quando la propria potenza tecnica supera determinate soglie, rischia di distruggere le condizioni che rendono possibile la sua stessa sopravvivenza. È un parassita singolarissimo: è diventato abbastanza intelligente da comprendere il sistema che sta consumando, ma forse non ancora abbastanza intelligente da smettere di consumarlo.
Questo è il punto decisivo. La storia della tecnica è la storia di una progressiva esteriorizzazione delle nostre facoltà. Il martello esteriorizza la mano. La ruota il movimento. La scrittura la memoria. Il telescopio la vista. Il calcolatore il calcolo. Il computer una parte crescente delle operazioni simboliche. Internet esteriorizza e connette porzioni enormi della memoria collettiva. L’intelligenza artificiale compie un passaggio ulteriore: esteriorizza funzioni che fino a ieri consideravamo appartenenti al nucleo stesso dell’attività cognitiva. Linguaggio, riconoscimento, inferenza, previsione, composizione, programmazione, produzione di immagini, simulazione, decisione.
Ma prima di arrivare lì bisogna affrontare un altro problema: che cos’è il mondo che crediamo di conoscere?
Noi siamo abituati a pensare che gli occhi vedano il mondo, le orecchie ascoltino il mondo e il cervello riceva queste informazioni producendo una specie di fotografia interiore della realtà. Le neuroscienze contemporanee ci consegnano un’immagine assai meno ingenua. La percezione è un processo attivo: il cervello seleziona, integra, anticipa, interpreta. Colori, suoni e qualità percettive non sono semplicemente copie di proprietà esterne depositate nella testa. Sono il risultato dell’interazione tra organismo e ambiente. Noi non accediamo al reale “così com’è”, ammesso che questa espressione abbia senso: accediamo al mondo attraverso l’interfaccia costruita dalla nostra storia evolutiva.
Donald Hoffman radicalizza questa intuizione attraverso una metafora efficacissima: il desktop di un computer. Sullo schermo vediamo una cartella azzurra. Ma dentro il computer non esiste nessuna piccola cartella azzurra. Esistono circuiti, stati fisici, processi elettronici che l’interfaccia nasconde perché sarebbe inutile mostrarceli. La cartella non è una fotografia dell’hardware: è uno strumento che ci consente di agire senza conoscere l’immensa complessità sottostante. Hoffman propone che la percezione possa funzionare in maniera analoga. È un’ipotesi teorica controversa, non una conclusione condivisa dalle neuroscienze; ma la domanda che pone è formidabile: e se l’evoluzione avesse selezionato non organismi capaci di vedere la verità, ma organismi capaci di vedere ciò che serve per sopravvivere?
Qui filosofia, neuroscienze e antiche intuizioni metafisiche cominciano, senza diventare la stessa cosa, stranamente a sfiorarsi. Il velo di Māyā. La caverna di Platone. La distinzione kantiana fra fenomeno e cosa in sé. E Heidegger, naturalmente, per il quale la verità non si esaurisce nella corrispondenza tra proposizione e oggetto, ma rinvia all’aletheia, al disvelamento, al venire dell’ente nella presenza. Da prospettive e linguaggi radicalmente differenti ritorna una domanda vertiginosa: perché qualcosa ci appare nel modo in cui ci appare, che cosa rende possibile questo apparire e quale rapporto esiste fra ciò che si manifesta e ciò che, necessariamente, rimane sottratto?
La nostra condizione potrebbe allora essere ancora più paradossale. Abbiamo costruito una civiltà planetaria utilizzando una rappresentazione del mondo che costituisce soltanto la porzione del reale accessibile alla nostra architettura biologica. Vediamo una minuscola banda dello spettro elettromagnetico, udiamo un intervallo limitatissimo di frequenze, viviamo il tempo secondo scale compatibili con il nostro metabolismo, percepiamo lo spazio attraverso apparati selezionati per sopravvivere sulla superficie di un pianeta. E tuttavia abbiamo avuto l’arroganza di chiamare “realtà” questa minuscola finestra.
La scienza stessa nasce quando cominciamo a costruire protesi contro i nostri sensi: telescopi, microscopi, acceleratori, interferometri, rivelatori, formalismi matematici. Gran parte di ciò che oggi sappiamo dell’universo non può essere percepito direttamente da nessun essere umano. In un certo senso, la conoscenza scientifica è già un processo di emancipazione dall’interfaccia biologica.
Ed eccoci alla nostra scatola biologica.
Per centinaia di migliaia di anni abbiamo aumentato la capacità di trasformare il mondo attraverso strumenti esterni. Una pietra, una lancia, il fuoco, la scrittura, la stampa, la macchina a vapore, l’elettricità, il computer. Ma a utilizzare questi strumenti è rimasto sempre un cervello biologico. La nostra scatola ha limiti precisi. Memoria limitata. Velocità limitata. Vita limitata. Attenzione limitata. Capacità sensoriali limitate.
L’intelligenza artificiale introduce qui qualcosa di radicalmente nuovo. Non stiamo semplicemente costruendo un utensile più potente. Stiamo costruendo sistemi ai quali deleghiamo progressivamente operazioni cognitive. Per la prima volta lo strumento non prolunga soltanto il muscolo: comincia a prolungare, duplicare e in alcuni domini superare funzioni della mente.
Per questo considero ciò che sta accadendo non semplicemente una rivoluzione industriale, ma la possibile preparazione di un salto di specie. Non sappiamo se avverrà, né quale forma prenderà. Sarebbe ingenuo trasformare una possibilità storica in una profezia. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che l’integrazione crescente tra biologia, informatica, intelligenza artificiale, genetica, robotica e interfacce neurali possa lasciare immutata la definizione dell’umano.
L’accelerazione tecnologica comprime inoltre i tempi. Ciò che richiedeva millenni passa ai secoli; ciò che richiedeva secoli ai decenni; ciò che richiedeva decenni può avvenire in pochi anni. Non significa che esista una legge matematica secondo cui “un anno futuro equivarrà a mille anni passati”. Significa qualcosa di più serio: la capacità di una tecnologia di contribuire alla produzione della tecnologia successiva introduce circuiti di retroazione che possono accelerare enormemente il cambiamento.
A questo punto il problema diventa cosmologico. Se una civiltà tecnologica vuole sopravvivere su scale temporali astronomiche, non può dipendere indefinitamente da un unico pianeta. La Terra non è eterna. Il Sole non è eterno. Nessuna biosfera lo è. La scala di Kardashev — nella sua formulazione originaria molto più sobria delle successive estensioni fantastiche — classificava ipotetiche civiltà in base alla quantità di energia che fossero in grado di utilizzare: planetaria, stellare, galattica. Non sappiamo se civiltà simili esistano. Ma l’esperimento mentale è utile perché ci costringe a pensare la tecnologia non più sulla scala di una vita umana o di una nazione, ma sulla scala astronomica.
E allora emerge una conseguenza inquietante: una civiltà che volesse attraversare tempi e distanze cosmiche potrebbe avere interesse a diventare sempre più informazione e sempre meno organismo biologico.
Il corpo è meraviglioso, ma per lo spazio è un dispositivo costosissimo. Richiede ossigeno, acqua, nutrimento, pressione, temperatura, protezione dalle radiazioni. Invecchia, si ammala, muore. Una struttura artificiale può teoricamente essere riparata, duplicata, adattata, ibernata, trasmessa. La domanda del futuro potrebbe quindi non essere: come porteremo il corpo umano nello spazio? Potrebbe essere: quanto del corpo umano sarà ancora necessario affinché qualcosa che riconosciamo come umano continui a esistere?
Ed eccoci davanti al problema più difficile di tutti: la coscienza. Oggi non sappiamo affatto se una coscienza possa essere trasferita su un supporto non biologico. Non possediamo neppure una teoria scientifica definitiva che spieghi perché determinati processi cerebrali siano accompagnati dall’esperienza soggettiva. Parlare di mind uploading come di una tecnologia ormai inevitabile sarebbe fantascienza. Ma la domanda filosofica rimane legittima: quanto della nostra identità dipende dal substrato biologico e quanto dall’organizzazione dinamica dell’informazione che quel substrato rende possibile?
Qui ritorna, trasformata, un’intuizione antichissima: la distinzione fra corpo e qualcosa che non sembra esaurirsi immediatamente nel corpo. Le religioni l’hanno chiamata anima; la filosofia l’ha declinata in mille modi; l’informatica ci offre oggi la metafora, certamente imperfetta, di hardware e software. Non sono equivalenti e sarebbe ingenuo confonderli. Ma il fatto stesso che la metafora ci inquieti significa che tocca un problema reale: che cosa deve permanere perché io continui a essere io?
E qui 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick diventa quasi inevitabile. Il monolite non è semplicemente “la conoscenza”, né Kubrick concede una spiegazione definitiva della sua natura. È molto più potente proprio perché rimane opaco. Compare sulla soglia di una trasformazione. All’alba dell’umanità, la sua apparizione precede il salto che trasforma l’osso in strumento — e immediatamente anche in arma. Kubrick comprime poi milioni di anni in uno dei tagli più folgoranti della storia del cinema: l’osso lanciato verso il cielo diventa un veicolo spaziale. In un istante passiamo dalla prima tecnologia alla tecnologia cosmica. La storia dell’uomo è contenuta fra quei due oggetti.
Ma Kubrick compie un gesto ancora più radicale: non fa della tecnologia il punto d’arrivo. L’astronave non è il compimento. HAL 9000 non è il compimento. Persino l’intelligenza artificiale, nel film, appartiene ancora alla fase intermedia. Bowman attraversa qualcosa che le nostre categorie ordinarie di spazio, tempo e identità non riescono più a descrivere. Viene osservato, trasformato, invecchia, muore — o sembra morire — e riappare come Star Child, il Bambino delle Stelle.
Che cos’è diventato? Kubrick non ce lo dice. Ed è precisamente questa irriducibilità a rendere il finale enorme. L’uomo incontra una forma dell’esistenza per la quale non possiede ancora un linguaggio. Il monolite non spiega. Non consola. Non consegna un manuale d’istruzioni. Segna il punto nel quale una forma di esistenza non basta più.
Per questo 2001 mi interessa ancora oggi. Non perché abbia banalmente “previsto l’intelligenza artificiale”. Ha fatto qualcosa di molto più profondo: ha immaginato che la tecnica potesse essere il ponte attraverso il quale una specie arriva al punto di dover cessare di essere ciò che era.
E a quel punto persino la distinzione fra Dio e tecnologia comincia a diventare perturbante. Arthur C. Clarke formulò la celebre idea secondo cui una tecnologia sufficientemente avanzata sarebbe indistinguibile dalla magia. Ma potremmo spingerci ancora oltre: che differenza fenomenologica esisterebbe, per una civiltà primitiva, tra una divinità e una civiltà capace di manipolare materia, energia, vita, tempo soggettivo e intelligenza su scale per essa inconcepibili? Non sto dicendo che Dio sia una macchina. Sto dicendo che l’aumento della potenza tecnologica costringe a riformulare persino alcuni dei nostri concetti più antichi di trascendenza.
Ed è qui che trovo quasi comiche molte delle discussioni contemporanee. Continuiamo a parlare come se le categorie politiche, economiche e sociali del Novecento fossero eterne: destra, sinistra, lavoro, salario, denaro, Stato nazionale, Parlamento, produzione, proprietà. Ma cosa accadrà quando intelligenza artificiale e automazione renderanno superflua una quantità crescente di lavoro umano? Che significato avrà una società costruita sull’equazione lavoro = reddito = identità sociale quando il lavoro necessario alla produzione diminuirà drasticamente?
Il reddito universale, oggi trattato spesso come un’utopia o una bestemmia ideologica, potrebbe diventare una necessità strutturale. E persino il denaro, sul lunghissimo periodo, potrebbe perdere alcune delle funzioni che gli attribuiamo oggi. Non perché Elon Musk o qualche guru della Silicon Valley lo abbia profetizzato, ma perché se mutano radicalmente produzione, scarsità e distribuzione, devono mutare anche gli strumenti attraverso i quali organizziamo l’accesso alle risorse.
Per questo considero sempre più insufficienti le vecchie contrapposizioni ideologiche. Destra e sinistra sono categorie storiche, non strutture dell’universo. Capitalismo, socialismo, Stato-nazione, parlamentarismo sono prodotti di determinate configurazioni tecnologiche, economiche e antropologiche. Pensare che debbano esistere per sempre equivale a pensare che l’Impero romano fosse l’organizzazione definitiva dell’umanità.
Il problema non è stabilire chi vincerà dentro il vecchio paradigma. Il problema è capire se il paradigma sopravviverà alle tecnologie che esso stesso ha prodotto.
Lo stesso vale per il lavoro. Abbiamo costruito una civiltà nella quale una delle prime domande rivolte a un individuo è: che lavoro fai? Come se la funzione economica definisse l’essere. Ma se una macchina potesse produrre beni, servizi, conoscenza e decisioni con un intervento umano progressivamente minore, dovremmo riscrivere non soltanto l’economia, ma l’antropologia. Che cosa fa un essere umano quando non deve trascorrere gran parte della propria esistenza per garantirsi il diritto materiale di continuare a esistere?
Naturalmente tutto questo fa paura. Perché dietro la paura della macchina c’è qualcosa di più profondo: la paura della perdita dell’Io.
Io sono io. Il mio corpo. La mia memoria. La mia storia. I miei confini.
Ma siamo sicuri che questa forma dell’individuo rappresenti il punto finale dell’evoluzione? Potrebbe essere soltanto una fase. La rete ha già cominciato a trasformare la memoria individuale in memoria distribuita. Una parte crescente dei nostri ricordi è fuori di noi: fotografie, messaggi, archivi, cloud, motori di ricerca. Una parte delle nostre relazioni è mediata da sistemi digitali. Una parte delle nostre decisioni è orientata da algoritmi. Con l’intelligenza artificiale cominciamo persino a esternalizzare porzioni del dialogo cognitivo.
Forse la globalizzazione, al di là della sua attuale forma economica, è il sintomo primitivo di qualcosa di enormemente più vasto: una specie che comincia lentamente a funzionare come sistema cognitivo planetario. Non più soltanto miliardi di unità isolate, ma miliardi di nodi continuamente connessi attraverso flussi di informazione.
È inquietante? Certamente. Ma l’evoluzione non ha mai avuto l’obbligo di tranquillizzarci.
Nel frattempo stiamo consegnando alle generazioni successive un pianeta devastato. Abbiamo chiamato “ricchezza” la capacità di consumare in pochi secoli risorse prodotte in tempi geologici. Abbiamo chiamato “sviluppo” l’aumento indefinito della produzione. Abbiamo trasformato ecosistemi, alterato cicli biogeochimici, spostato specie, modificato paesaggi, riempito atmosfera e oceani dei prodotti della nostra attività.
Ed eccoci al paradosso finale.
Il Sapiens, questo animale biologicamente incompleto che ha costruito mondi artificiali per compensare la propria fragilità, è diventato una forza capace di alterare il sistema planetario che lo sostiene. La tecnica, nata come protesi della nostra insufficienza, è diventata potenza geologica. E adesso quella stessa tecnica potrebbe costringerci a trasformare la forma dell’essere che l’ha prodotta.
Forse è questo il passaggio che non riusciamo ancora a pensare.
Per centinaia di migliaia di anni abbiamo trasformato il mondo per adattarlo all’uomo.
Adesso potremmo essere arrivati al punto in cui cominceremo a trasformare l’uomo per adattarlo ai mondi che ha costruito.
Non so quale sarà l’esito. Non so se ciò che verrà potrà ancora essere chiamato Homo sapiens. Non so se l’intelligenza artificiale diventerà una nostra estensione, una nostra discendenza, una simbiosi o qualcosa che oggi non possediamo nemmeno le categorie per nominare.
Ma credo che continuare a discutere del futuro come se dovesse essere semplicemente una versione aggiornata del presente significhi non avere compreso la portata di ciò che sta accadendo.
Forse siamo agli ultimi capitoli di una storia cominciata centinaia di migliaia di anni fa.
Oppure siamo soltanto al prologo.
E magari nessuno sarà arrivato fin qui a leggere.
Non importa.
Forse questo articolo non è per voi.
Forse è per qualcuno che deve ancora nascere.

Carrère e Pirandello: baffi e naso.

Finito e fortemente consigliato.

Il protagonista, Marc, si taglia i baffi per scherzo e scopre che la moglie Agnès sostiene che non li abbia mai avuti. Da quel momento comincia la progressiva demolizione di ogni certezza: anche gli amici sembrano confermare la versione della moglie; fotografie e ricordi diventano inaffidabili; persino elementi della sua biografia sembrano cambiare. Marc non riesce più a stabilire se sia vittima di un complotto, se stia impazzendo oppure se la realtà stessa si stia modificando intorno a lui.

Direi che I baffi di Carrère può essere letto quasi come una radicalizzazione contemporanea del meccanismo iniziale di Uno, nessuno e centomila. Pirandello parte dal naso, Carrère dai baffi: in entrambi i casi un dettaglio apparentemente insignificante del volto fa esplodere l’identità.

Ma la differenza è decisiva: Pirandello mette in crisi l’identità, Carrère finisce per mettere in crisi la realtà stessa.

Ho fatto uno schema.

Pirandello: Io credo di essere così → gli altri mi vedono diversamente → quale di questi io sono veramente io?

Carrère: Io so che avevo i baffi → gli altri sostengono che non li ho mai avuti → se non posso più fidarmi degli altri, delle fotografie, dei ricordi e delle prove, come posso sapere che il mio passato sia realmente esistito?

Ed è qui che Carrère sembra spostare il problema pirandelliano dall’ontologia dell’io all’ontologia del mondo.

Pirandello parte dal naso, Carrère dai baffi: due dettagli ridicoli del volto che fanno esplodere l’identità. Moscarda scopre di non essere quello che crede di essere; Marc arriva a dubitare persino che ciò che ricorda sia mai accaduto. Pirandello frantuma l’io, Carrère frantuma la realtà. Ma mentre Moscarda accetta di diventare “nessuno”e trova nella dissoluzione una forma di libertà, Marc non sopporta un mondo senza una verità verificabile e si distrugge. Pirandello evade dall’io; Carrère muore dentro il dubbio.

Un giullare senza corte

Ieri, parlando con Claudia, mi è venuta un’intuizione che forse descrive meglio di molte altre la mia posizione nel mondo: io sono un giullare senza corte. Il giullare, infatti, non è una figura autonoma. Esiste soltanto all’interno di un preciso ordine simbolico. Esiste un re, esiste una corte, esiste un codice condiviso che autorizza la sospensione delle gerarchie. Solo dentro questo spazio rituale il giullare può permettersi di dire ciò che nessun altro potrebbe dire. Lo sberleffo, la bestemmia, la caricatura, la satira non sono semplici atti di irrisione: sono forme di verità rese possibili dalla protezione stessa del potere. Il re tollera di essere deriso proprio perché quella derisione appartiene a un ordine che, anziché distruggerlo, finisce per confermarlo. Da questa finzione teatrale nasceranno poi la satira moderna, la commedia e gran parte della nostra idea occidentale di critica.

Il problema è che io quella corte non ce l’ho. E non parlo della grande corte. Non possiedo neppure quella di provincia.

Così il giullare perde il proprio statuto simbolico. Non è più colui che, attraverso il paradosso, rende visibili le contraddizioni del potere, ma una figura rimasta priva del dispositivo che la rendeva intelligibile. Il gesto rimane identico, ma il suo orizzonte è scomparso. La parola continua a produrre ironia, ma non trova più un luogo capace di riconoscerla come tale. Il cortocircuito non si genera più tra il re e il suo doppio caricaturale: implode interamente nella figura del giullare.

Ed è qui che il discorso, almeno per me, diventa interessante.

Mi accorgo di avere costruito negli anni un dispositivo nel quale il bersaglio della satira coincide progressivamente con chi la esercita. La caricatura, invece di limitarsi a smascherare il mondo, torna incessantemente sul proprio autore. Ogni gesto ironico finisce per coinvolgere anche me, fino al punto in cui divento contemporaneamente autore, attore e vittima della rappresentazione.

C’è certamente una componente masochistica in tutto questo, ma credo che il problema sia ancora più radicale. Io sono nato, probabilmente, per narrare il mio fallimento. Non il fallimento come episodio biografico, ma come forma. Mi interessa infinitamente di più la sconfitta del trionfo, il paradosso della soluzione, il grottesco dell’armonia. Il giullare senza corte diventa allora una figura limite: continua a esercitare una funzione che il mondo non è più disposto a riconoscere.

In termini lacaniani si potrebbe parlare di plusgodere. Esiste un godimento che non coincide con il piacere e che, anzi, nasce proprio dalla ripetizione di ciò che espone il soggetto alla propria mancanza. Io so perfettamente che, non avendo una corte che protegga il mio ruolo, ogni provocazione finirà inevitabilmente per ricadere su di me. Eppure continuo a produrla. Continuo a costruire un me sempre più esposto, sempre più disponibile alla propria stessa decostruzione.

Forse è anche per questo che continuo a riproporre ossessivamente la mia immagine. Ogni libro, ogni concerto, ogni polemica, ogni fotografia, ogni post non fanno altro che aggiungere un’ulteriore variazione dello stesso personaggio. Mi viene in mente Warhol: non per l’estetica della serialità, ma per l’idea che la ripetizione finisca col consumare l’immagine invece di rafforzarla.

Forse Pasolini aveva intuito qualcosa di simile quando parlava della propria autodistruzione come forma di rappresentazione. Io non so se stia rappresentando la mia autodistruzione. So però che il giullare, quando perde la corte, perde anche la possibilità di essere riconosciuto come giullare. E da quel momento rimane sospeso in una zona ambigua, dove la satira e l’autosatira, il tragico e il comico, la libertà e il ridicolo diventano ormai indistinguibili. Credo che sia proprio lì, in quella terra di nessuno, che da molti anni continuo ostinatamente ad abitare.

Ma c’è un ultimo paradosso, forse il più inquietante. Mentre scrivo queste righe mi accorgo che sto parlando di me. Sto descrivendo il mio destino di giullare senza corte. E inevitabilmente qualcuno leggerà tutto questo come una forma di autocommiserazione, di narcisismo intellettuale, forse persino di autoincensazione mascherata da sconfitta. È esattamente qui che il dispositivo si richiude su sé stesso. Anche il tentativo di nominare il cortocircuito diventa esso stesso cortocircuito. Anche la diagnosi entra nella rappresentazione. Non esiste un luogo esterno dal quale io possa parlare del giullare senza essere, nello stesso istante, ancora il giullare. È una trappola perfetta: qualunque parola pronunci, essa diventa parte dello spettacolo che sto cercando di descrivere. Perché il giullare senza corte non può nemmeno testimoniare la propria condizione, dato che nel momento stesso in cui la racconta, ricomincia a recitarla. Ogni analisi diventa autorappresentazione; ogni confessione diventa performance; ogni tentativo di uscire dal personaggio lo riconsegna immediatamente al personaggio stesso. È un dispositivo senza esterno. Non esiste un punto dal quale io possa finalmente dire: “ecco il giullare”. Perché colui che lo dice è ancora il giullare.

Forse, però, la tragedia più grande è un’altra. Continuo inconsciamente a comportarmi come se tutti cogliessero il gioco sottile che si nasconde dietro ciò che faccio. Come se fosse evidente che quella caricatura, quell’eccesso, quell’autoderisione non parlino semplicemente di me, ma siano un dispositivo teatrale, un modo per mettere in scena qualcosa di più universale. E invece, il più delle volte, non accade. L’ironia viene presa alla lettera, il paradosso diventa confessione, la maschera viene scambiata per il volto. È forse questo il vero fallimento del giullare: non essere deriso, ma essere creduto.

Sogno del 29-7-2026: La Guerra Simulata

Ormai devo premettere sempre la stessa cosa. Il mio rapporto con il sogno ha assunto una consistenza che, per intensità e ricchezza di particolari, supera spesso quella della vita di veglia. Ogni notte abito realtà perfettamente coerenti, popolate da persone, città, lingue, architetture e vicende di una complessità tale che, una volta sveglio, riesco a riportarne soltanto un frammento. Quello che segue è appena un barlume di ciò che ho realmente vissuto.

Mi trovo ospite in una casa antica. Nella stanza domina una radio enorme, una macchina d’altri tempi, complicatissima, piena di manopole, leve, pulsanti e indicatori. Trasmette un notiziario a un volume assordante. Cerco in tutti i modi di abbassarlo, ma è impossibile. Ogni comando sembra produrre effetti diversi, mai quello desiderato.

Esco dalla stanza e mi scuso con alcuni ragazzi riuniti poco distante. Sono tutti palermitani. Lo capisco immediatamente e ne deduco di trovarmi a Palermo. Li conosco perfettamente, ma soltanto lì. Nella mia vita reale non esistono. Sono impegnati nell’organizzazione di una manifestazione e mi rassicurano: quella radio è sempre stata così, nessuno è mai riuscito a dominarla.

Pochi istanti dopo il notiziario cambia tono. Annuncia l’imminenza della guerra. E la guerra comincia davvero. Bombardamenti. Esplosioni. Sirene. La città precipita nel caos. Ma quella che credevo Palermo si trasforma rapidamente in una megalopoli immensa, sconfinata, molto più grande di qualsiasi città italiana. Non riesco neppure a capire chi stia combattendo contro chi.

Corro verso quella che considero casa mia. Solo allora mi accorgo che abito ai piani altissimi di un gigantesco grattacielo. Dalle finestre vedo la città bruciare. Esplosioni ovunque. Interi quartieri vengono cancellati. Prendo alcune attrezzature e torno in strada. Comincio a correre fra i bombardamenti.

Per le vie passano camionette militari che invitano tutti ad arruolarsi. Ma chi viaggia sui rimorchi è qualcosa di inquietante. Sono esseri umani, eppure sembrano deformati, come se fossero stati bruciati, anneriti, consumati da un fuoco antico. Gridano che saremo tutti massacrati. Molti ragazzi, terrorizzati, salgono su quei mezzi. Altri tentano di fuggire. Molte camionette vengono immediatamente distrutte dalle esplosioni. La guerra sembra divorare tutto senza alcun criterio.

Mentre corro incontro un uomo. Non saprei identificarlo. Ha qualcosa di sciamanico, quasi fosse uscito da un racconto di Castaneda. Ci ordina di seguirlo. Scopro che possiede una capacità impossibile: attraversa i muri. Noi gli andiamo dietro e, seguendo la sua traiettoria, anche gli edifici sembrano perdere consistenza. Attraversiamo pareti, appartamenti, interi isolati come se la materia smettesse improvvisamente di esistere.

Ci conduce fino a un laboratorio nascosto. Lì custodisce una macchina volante. Con quella ci spostiamo sopra una periferia devastata. Adesso il paesaggio non è più quello della metropoli. Ricorda una Palermo distrutta, oppure una Roma uscita da un bombardamento della Seconda guerra mondiale. Palazzi antichi. Strade semidistrutte. Silenzio.

A un certo punto atterriamo davanti a una delle poche pizzerie ancora aperte. Entriamo. L’uomo ci guarda e ci dice di stare tranquilli. Abbiamo fatto bene a non arruolarci. Poi rivela ciò che cambia completamente il senso di tutto. Quella guerra non è reale. È una simulazione. Serve soltanto a reclutare esseri umani destinati a uno scopo che lui non ci rivela. Noi siamo riusciti a uscirne. Ordiniamo da mangiare. Fuori continuano i bombardamenti. Dentro, incredibilmente, regna una calma assoluta.

Ed è lì che mi sveglio.

Ma, ancora una volta, il vero sogno è altrove. Non è nella trama. È nella quantità di dettagli. Ogni oggetto, ogni edificio, ogni volto, ogni suono, ogni odore possedevano una precisione che non saprei descrivere. Ho la netta sensazione che nessun film, nessun videogioco, nessuna intelligenza artificiale oggi sia capace di costruire un universo di tale complessità in tempo reale.

Ed è questa la domanda che continua a perseguitarmi. Come può il cervello generare ogni notte mondi tanto vasti, coerenti e ricchi di informazioni da superare la capacità stessa del ricordo? Oppure, come mi capita sempre più spesso di domandarmi, siamo davvero certi che sia il cervello a generarli? Forse il sogno non inventa affatto questi mondi. Forse li attraversa soltanto. Ogni risveglio è una perdita. E ogni notte è una prova fisica. Mi sveglio esausto, come se avessi realmente attraversato quelle città, corso sotto quei bombardamenti e vissuto fino in fondo quella guerra.

Essere ritratti da Pippo Madè

Essere ritratti da Pippo Madè significa entrare dentro una dimensione altra, solo apparentemente figurativa. La sua pittura non rappresenta il reale: lo trasfigura. Ogni elemento dialoga con gli altri attraverso rimandi simbolici, ironici e mitologici; il tempo storico convive con quello archetipico, il quotidiano con il fantastico. Lo spettatore è invitato ad andare oltre la superficie dell’immagine, perché in Madè nulla è puramente descrittivo: ogni dettaglio allude a un significato ulteriore, ogni figura partecipa a una narrazione che continua ben oltre lo sguardo, lavorando nella memoria e nell’immaginazione di chi osserva.

È forse questa la qualità più sorprendente di quest’opera. Un ritratto, nelle mani di Madè, smette di essere un esercizio di somiglianza e diventa un atto interpretativo. L’identità non viene fissata una volta per tutte, ma rimessa in circolo attraverso simboli, rimandi e accostamenti che invitano lo spettatore a costruire il proprio percorso di senso. La figura ritratta diventa quasi un pretesto narrativo: ciò che conta è la rete di relazioni che l’artista riesce a evocare.

Per questo il quadro non si esaurisce nella persona rappresentata. Ogni elemento sembra suggerire che un’esistenza non possa mai essere raccontata in modo lineare, ma solo attraverso le passioni, i luoghi, le ossessioni, i miti e le appartenenze che la attraversano. Madè non descrive: mette in scena. Non spiega: allude. Lascia che sia l’osservatore a completare l’opera, trovando ogni volta connessioni nuove.

È una concezione della pittura che sento profondamente vicina. L’arte, quando è autentica, non consegna mai risposte definitive. Apre domande, moltiplica i significati, suggerisce interpretazioni senza imporne nessuna. Ed è proprio questa libertà, così rara, che rende un’opera di Pippo Madè qualcosa da contemplare più volte, perché ogni sguardo aggiunge un tassello a un racconto che non finisce mai.

È un dono che mi emoziona profondamente, perché un ritratto di Madè non restituisce soltanto un volto: prova a raccontare un destino. E sapere di essere entrato, anche solo per un istante, nel suo universo immaginativo è un onore che porterò con me per sempre.

Monreale rende omaggio a Francesco Cusa: Accademico Honoris Causa, riconoscimento della Città e ritratto di Pippo Madè. Le preziose parole di Tommaso Romano

Ci sono giornate che non rappresentano un punto di arrivo, ma un incoraggiamento a proseguire il cammino. Quella vissuta ieri a Monreale resterà certamente una delle più significative della mia vita. Un premio ai miei sessant’anni e ai miei quaranta di carriera.

Ho avuto il privilegio di ricevere il diploma di Accademico Honoris Causa dell’Accademia Siculo-Normanna, un’istituzione che negli anni ha conferito questa prestigiosa onorificenza a personalità come Antonino Zichichi, Pietro Grasso, Renato Guttuso, Dacia Maraini, Pippo Baudo, Roberto Andò, Sigfrido Ranucci, Pippo Madè e a tanti altri protagonisti della cultura, della scienza, dell’arte e delle istituzioni italiane.
Entrare, con il mio lavoro di musicista, compositore e scrittore, in questo prestigioso albo d’onore è motivo di profonda emozione, ma soprattutto di responsabilità.
Desidero ringraziare l’Accademia Siculo-Normanna, il presidente Nicola Giacopelli, il Consiglio di Presidenza e il Senato Accademico per aver ritenuto il mio percorso artistico e culturale degno di un riconoscimento tanto importante.

Un sentito ringraziamento va anche al Comune di Monreale, città straordinaria che custodisce uno dei patrimoni artistici più preziosi del Mediterraneo e che mi ha accolto con un calore, una generosità e una sensibilità che difficilmente dimenticherò. Ricevere un riconoscimento istituzionale in un luogo così ricco di storia, arte e spiritualità ha conferito a questa giornata un significato ancora più profondo.

Tra le emozioni più grandi porterò con me il magnifico ritratto che il Maestro Pippo Madè ha voluto dedicarmi.
Conosco e ammiro da molti anni la sua opera, una delle più originali e riconoscibili del panorama artistico italiano. Ricevere un lavoro realizzato dalla sua mano non significa soltanto entrare in possesso di un’opera d’arte: significa ricevere lo sguardo sublime di un autentico Maestro. In quel ritratto non c’è soltanto la mia immagine, ma l’interpretazione che un grande artista ha voluto dare della mia persona, della mia musica e del mio percorso umano. È un dono che conserverò con immensa gratitudine e che considero uno degli omaggi più preziosi che abbia mai ricevuto.

Un momento di straordinaria intensità è stato poi l’intervento dello scrittore e filosofo Tommaso Romano.
Le sue parole hanno superato la semplice presentazione del mio libro, trasformandosi in una riflessione sulla cultura siciliana, sulla libertà dell’espressione artistica e sul valore della letteratura come luogo di verità. Ha collocato il mio lavoro all’interno di una tradizione che attraversa secoli di storia, da Micio Tempio a Giuseppe Bonaviri, da Vitaliano Brancati alla grande lezione etnoantropologica di Giuseppe Pitrè, riconoscendo nella mia scrittura il tentativo di restituire dignità letteraria a una lingua viva, popolare, ironica, spesso provocatoria, ma sempre profondamente umana.
Tra le tante parole che mi hanno colpito, ne porterò dentro una in particolare, quando ha definito il nostro lavoro «un’esperienza autenticamente letteraria e autenticamente civile».
È un’affermazione che considero non soltanto un riconoscimento, ma un impegno per il futuro.

Un ringraziamento speciale desidero rivolgerlo anche a Claudia Scavone, che con il suo straordinario talento ha saputo dare un volto e una dimensione visiva al libro. Come ha sottolineato Tommaso Romano, le sue illustrazioni non accompagnano semplicemente il testo: ne fanno parte, diventandone elemento essenziale e inscindibile. E ovviamente a Rosario Lo Cicero Madè, instancabile vulcano palermitano sempre il lotta per la giustizia e la verità. Un grazie anche all’Assessore sport e spettacoli dott. Salvo Giangreco, all’Assessore all’istruzione prof.ssa Patrizia Roccamatisi, al Sindaco Ing. Alberto Arcidiacono, a Biagio Cigno presidente Auser Monreale circolo “Biagio Giordano”.

Un abbraccio all’attore Roberto Fabbricatore per aver letto e interpretato i mie versi.
Grazie infine a tutti coloro che hanno condiviso con noi questa giornata, agli amici presenti, agli organizzatori e a chi continua a seguire il mio percorso con affetto e fiducia,

In un tempo in cui arte, musica e letteratura sembrano spesso costrette ai margini, vivere momenti come questo significa ritrovare il senso più autentico del nostro lavoro: continuare a creare, a raccontare e a cercare la verità attraverso la libertà dell’espressione.
Grazie. Porteró questa giornata nel cuore.

Ricevere questi riconoscimenti da Monreale, da un’istituzione culturale palermitana e da persone che hanno saputo guardare al mio lavoro senza pregiudizi territoriali, mi emoziona ancora di più.
Per questo desidero ringraziare anche Catania, la città in cui sono nato, Bologna, la città che mi ha adottato e nella quale sono cresciuto artisticamente, e San Pietro Clarenza, il paese della mia famiglia e delle mie radici.
Non perché mi abbiano tributato onorificenze come queste – non è mai accaduto – ma perché, in fondo, ogni artista continua a portare con sé i luoghi da cui proviene, indipendentemente dai riconoscimenti ricevuti.
Mi piace pensare che il valore della cultura stia proprio in questo: riuscire a superare i confini, le appartenenze e i campanili. Ieri Monreale mi ha fatto sentire a casa. E questo, credetemi, vale più di molte parole.

Vi lascio alle parole del professore Tommaso Romano sul mio libro “Rime Sboccate” edito da Aurea Nox®- Casa Editrice di Grazia Velvet Capone.
“Questo è un dato importante cioè quello di poter riscoprire un senso di comunità anche di intenti, rispetto all’arte, alla letteratura, al fare libertà attraverso scrivere e dipingere.
Questo è stato sempre anche il segno di Pippo Madè: quello di aver attraversato stagioni complesse, difficili, ma anche esaltanti, attraverso una fedeltà alla pittura che è anche fedeltà a una visione.
In questo libro si incontrano due autori che finalmente non sono più soltanto catanesi o palermitani, smentendo le cretinaggini che io ho sempre combattuto, di questa pseudo tensone tra le due città. A cominciare dal calcio. Sono stupidaggini di proporzioni colossali, essendo noi siciliani. Io non amo molto pensare alla Sicilia come soltanto ombelico del mondo, la Sicilia è certamente un luogo privilegiato, ma è anche un luogo del mondo, con le sue contraddizioni.
Giustamente Bufalino diceva delle “cento Sicilie”. Perché? Perché noi abbiamo veramente un pantheon, uno spettro molto ampio di parlare, di modi di essere e letterature che si incontrano e si scontrano, ma che danno alla Sicilia un tessuto originale.
Io non faccio parte di coloro che dicono che noi siamo sempre stati dominati. Storicamente sono sciocchezze, perché il mondo non viveva secondo il nazionalismo che viviamo da qualche secolo. L’impostazione era totalmente diversa. I governi si succedevano, e questo valeva per Federico II, per Ruggero e valeva anche per quelli meno illuminati. Ma questa è la storia dell’Europa, è la storia del mondo.
Da un lato c’è un certo vittimismo che il siciliano fa suo; dall’altro, un’esaltazione altrettanto eccessiva. Il Gattopardo, nelle sue diverse accezioni, mette in evidenza proprio questo. Fortunatamente, nella dimensione dell’ironia e del paradosso, che è propria di questo libro, anche le grafiche e le illustrazioni della Claudia Scavone fanno emergere i luoghi e i caratteri di cui abbiamo parlato.
Come abbiamo sentito e come voi leggerete, un libro innanzitutto si legge: si acquista e si legge. Non faccio pubblicità, ma si fa così. Che cos’è, appunto, questa operazione?
Non è intanto, per Francesco Cusa, una nuova operazione. Assolutamente. È il segno di una sorta di eterno ritorno a temi che si sono manifestati nel tempo, perché la sua bibliografia, così ampia e così qualificata, lo pone tra gli autori più importanti della vita culturale isolana. Ma è anche un operatore culturale, ma non soltanto questo.
Tutto viene fuori dalla scaltrezza letteraria, intendendo la scaltrezza nel significato più nobile, scaltrezza come capacità di riprendere in modo assai convincente una tradizione che non è semplicemente licenziosa, legata ai bassifondi della cultura o a ciò che potrebbe apparire come un dato discorsivo del peggio del popolo che si esprime in determinati contesti.
Cusa riprende quello che è il vero sostrato che risale da quando Sofocle chiamava la Sicilia terra illustre, tenendo conto di ciò che è stato Dante tanto caro a Pippo Madè: e cioè ciò che è accanto a una cosiddetta cultura colta cosiddetta, esiste una cultura popolare, che è una cultura dei chiassi, dei vicoli, del sottofondo e del sottobosco, non del sottobosco letterario, ma del sottobosco di chi non ha voce e che poi si esprime.
Pensate, dato che Francesco è catanese, a quello che ha raccontato uno dei più grandi scrittori del Novecento siciliano e italiano: Giuseppe Bonaviri. Arrivò quasi al Nobel, ha avuto massimi riconoscimenti, era un poeta e scrittore, pur essendo medico, che aveva una radice profondamente popolare e questa la rivendicava.
Questa è la sua diversità. Già nel libro “Il sarto della strada lunga” emerge la sua capacità di leggere non solo il natio borgo, ma anche l’universo. Dal natio borgo, Bonaviri legge meglio l’universo.
Giuseppe Bonaviri fece anche l’apologia dei poeti che non avevano nessun tipo di scuola o nessun tipo di erudizione di tipo intellettuale. Erano i poeti si incontravano nella contrada di Camuti e declamavano al vento le loro poesie.
È un’operazione profondamente identitaria vera. Perché identitaria vera come questo libro? Perché non esiste solo la cosiddetta cultura o letteratura degli strati cosiddetti egemoni, molto spesso artificiosi e artificiali. Esiste anche ciò che la gente riesce a esprimere attraverso con il paradosso, l’ironia e tutto ciò che nel linguaggio diventa anche eros. Si esprime attraverso un eros profondo.
È un eros profondo, presente negli autori ai quali abbiamo fatto riferimento. Pensiamo a Lampedusa, ma anche a Brancati. Brancati, senza tutto ciò di cui stiamo parlando, non sarebbe niente, non esisterebbe nella forma che conosciamo.
Stiamo dunque parlando di qualcosa che attraversa i secoli, da Micio Tempio in poi, ma già ancora dalla corte di Federico II e poi successivamente fino alla tradizione umanistico-rinascimentale, che nessuno conosce se non attraverso qualche ripresa della musica rinascimentale che, grazie agli istituti che l’hanno studiata in questi decenni, abbiamo avuto modo di riscoprire.
La Sicilia è dunque un mosaico. Perché un mosaico? Perché è la somma di esigenze diverse, esattamente come questa esigenza espressiva, come questa esigenza della parola che ritrova la verità, che ritrova la verità nel proprio farsi. Nella prassi, non nell’oscurire, dicevo prima all’avvocato Cannizzo che ringrazio, prima poco fa salendo fin qui, sul famoso Monte, l’aurea, pensavo proprio a questo. Che cos’è, in fondo? È l’ascesa, ma anche la discesa. Torneremo agli inferi così come siamo andati alla cima. E gli inferi, in qualche modo, sono tutto questo.
Il linguaggio che noi troviamo mette a confronto tra colti e incoltri, tra coloro che sanno, o fanno finta di sapere, e coloro che invece usano una saggezza dell’espressione immediata, quasi terminale, nella quale si ritrova una verità del linguaggio senza artifici.
Questo è un libro senza artifici: ciò che spesso pensiamo in silenzio, o diciamo nei conciliaboli con un amico o un’amica, diventa materia letteraria.
Una materia letteraria che rifà la gente. Diceva Giusti, un libro è meglio che niente, soprattutto se il libro ci fa entrare nelle realtà vive. Entra in dialogo con le realtà vive. Attraverso che cosa? Attraverso il linguaggio licenzioso, il linguaggio che usiamo molto spesso anche quando dobbiamo sopperire alla mancanza di gioia o quando i problemi si amplificano. Rientriamo in questa dimensione.
In quella dimensione ritroviamo forse il nostro linguaggio che ci è più proprio, perché magari non trasferiremmo mai su una pagina da pubblicare. Ecco qui sta anche il coraggio e la determinazione di Francesco Cusa.
Le immagini che non sono immagini a corredo, ma fanno parte, le illustrazioni della Claudia Scavone, che fanno parte del libro e della sua stessa concezione. Il libro è concepito per essere visto, gustato e anche apprezzato nella sua interezza. Ecco che allora nell’ambito di una tradizione composita, questo libro fa la sua bellissima figura e compie dunque la propria operazione. Finalmente si scrive in maniera politicamente scorretta, carissimo Senatore. (Si rivolge al Sen. Carmine Mancuso presente)
Siamo stati soggiogati dal politicamente corretto, molto spesso anche nel linguaggio poeticamente corretto. Questo libro è politicamente scorretto nel senso che liberamente fa un’operazione di verità e libertà, aperta alla possibilità di dire tutto.
Come diceva Mordini, esiste una verità del linguaggio. E la verità del linguaggio è tutto ciò che noi siamo, tutto ciò che esprimiamo. Il resto sono simboli, miti e immagini. Certamente. Ma anche questi simboli e questi miti vengono trasferiti nel linguaggio che adoperiamo. Diamo loro nomi e cognomi, aggettivazioni, costruiamo metafore.
Tutto questo è presente nel libro, così come vi è presente la libertà espressiva che appunto è una qualità reciproca dei due autori, soprattutto del Cusa poeta. Con la rima baciata, la rima libera.
Il libro recupera, attraverso la libertà, ciò che altrimenti sarebbe difficile esprimere. Perché molto spesso, a proposito dei poeti, era questo l’obiettivo recuperare attraverso la rima ciò che era difficile cogliere in altro modo. Insomma, con tutto il rispetto che nutro per Montale, e io ne ho molto ovviamente, e nessuno di noi può dire il contrario, egli avrebbe mai scritto queste cose? No. Ma perché era incapace? Stiamo parlando di un grandissimo poeta, adesso non vorrei farvi capire cose che non voglio dire, ma perché Montale aveva un’altra visione e apparteneva a un’altra scuola, compreso Luzi, non avrebbero mai scritto queste cose e tuttavia tutto questo è un’assenza nella loro produzione.
Arrivare a dire determinate cose attraverso il paradosso e l’ironia è invece una precisa scelta poetica.
Ho citato Longanesi e Maccari. Sono stati tra i pochi autori capaci di interpretare liberamente tutto questo. Il libro si iscrive dunque in una tradizione, perché la tradizione non è solo quella colta, non è soltanto quella della cosiddetta grande poesia. È anche tutto ciò che “ditta dentro”, direbbe Dante.
“Ditta dentro” nel senso che noi siamo anche etnoantropologia. La lezione di Pitrè e di Salomone Marino non è stata ancora ben capita, è stata studiata ma non è ancora stata ben capita fino in fondo.
Perché l’esigenza di questo grande Maestro, di cui ci riempiamo la bocca con il nome di questo grandissimo maestro, ma molti non hanno letto niente, o quasi niente, della sua opera. Pitrè era uno che andava ed entrava nello specifico delle comunità, aveva corrispondenti in tutta la Sicilia e riceveva da loro anche questo tipo di poesia: una poesia licenziosa, di poesia legata alla terra e alle vicende umane.
La vicenda umana ha sempre avuto come protagonisti sempre gli uomini e le donne che hanno vissuto sinceramente e realmente, non quelli imprigionati in una rappresentazione falsa e ipocrita dell’esistenza.
Questo libro propone dunque un’espressione differente, di libertà. È un libro di verità e di libertà, nel quale si recuperano anche espressioni che spesso abbiamo dimenticato. Anch’io ne avevo dimenticate alcune, non per una contrapposizione tra catanesi e palermitani, ma semplicemente perché come siciliani le avevamo dimenticati e la poesia le aveva dimenticate.
Ed è un altro merito di questo libro.
Come vedete, c’è certamente il sorriso e c’è certamente il divertimento, leggendo e ascoltando, ma esiste molto di più. Esiste molto di più rispetto a questo retroterra al quale ho fatto cenno, che conferisce al volume, alla raccolta e alle immagini un significato profondo che resterà.
Questo lavoro resterà non soltanto come esperienza di Cusa e Scavone, ma come un’esperienza autenticamente letteraria e autenticamente civile, civile nel senso più alto del termine: di quel fare leggenda al quale facevo riferimento prima, attraverso la letteratura al quale ci riferivamo prima.
Da leggere anche nel formato che ci è stato proposto, come un album. Non soltanto perché contiene delle immagini, ma perché è un album da sfogliare, su cui riflettere e attraverso il quale comprendere, sorridendo, che esiste anche il dramma ed esiste anche la saggezza.
Perché spesso soltanto sorridendo si riesce a comprendere il dramma.
E questo è lo strumento privilegiato che gli autori ci hanno dato”.

I miei primi sessant’anni

Ieri sul finire della serata e nell’indifferenza più totale si è svolta una sgangherata festicciuola celebrante l’ingresso nella terza età e il fallimento assoluto della carriera musicale e letteraria del sottoscritto. I locali erano quelli rinomati della superba pizzeria Dietro Le Mura Pizzeria Aci Castello del mitico Salvo Curcuruto, appositamente allestiti per ospitare questo evento di cui nessuno sentiva francamente il bisogno.
Era presente un drappello di disperate e disperati – donne sull’orlo della crisi isterica, uomini più volte ospedalizzati e affetti da depressioni abbastanza marcate – giunti nel dopo cena, smarriti e spaesati come una delegazione del governo cinese in visita nei meandri del quartiere di San Cristoforo.
Come la comitiva di anziani in gita turistica a San Giovanni Rotondo, par rianimarsi e ricompattarsi allo strombazzare dell’autista del pullman, così lo sparuto e disomogeneo gruppo andava adunandosi al mio bramato avvento, sollevando così gli invitati da una coatta convivialità fra estranei.
Intorno alle 22,45, la truppa capeggiata dal mastodontico Senatore Mario Michele Giarrusso, faceva cosi irruzione nei locali interni della pizzeria, erroneamente ritenuti più freschi rispetto alla cocente notte di luglio, che tanta morìa di bestie aveva recato presso la popolazione indigena.
Riuniti così al fine in una sorta di consesso che richiamava certe liturgie da chiesa evangelista fuori porta, questi scarti della società finivano con lo sperimentare lo sconcerto per il “nulla di fatto”, l’inerte vacuità dell’esserci senza uno scopo. Pian piano, divorati come erano dall’imbarazzo, ciascuno dei reietti cominciava a sentire il bisogno di “riempire il vuoto”: c’era chi beveva più del richiesto, chi trovava la scusa di recarsi più volte in bagno, chi accusava dolori improvvisi, chi bramava la torta, chi come Vincenzo Gangi palesava un agghiacciante e vitreo immobilismo, una sorta di paresi maxillo-facciale che rimandava a certi vecchi film con Bela Lugosi. Di peggio era dato assistere solo all’imbarazzante vena giovanilistica di Francesco Gennaro, conclamatasi in adolescenziali gragnuole di pugni, risate e urla irrelate, messa in mostra di piedi ignudi e molestie varie. Per fortuna, all’arrivo delle torte gelato, tale triste pantomima trovava un agognato momento di cambio del paradigma, grazie all’assalto al bancone. Ciò non esimeva tuttavia a tre signore di appartarsi in un altro tavolo con tanto di computer per consumare la visione di un recente matrimonio. Dopo la ridicola apertura dei regali, il bisogno di fuggire è parso farsi intollerabile ai più, e occorre rimarcare l’iniziativa meritoria della deliziosa Giorgia Crimi, la quale adducendo improbabili scuse, dava il “la” al fuggi fuggi generale, ponendo così fine a una serata orrenda, alleviata solamente dagli sguardi mollati di sguincio al vestitino rosso e alle forme di Rossella Russo.
Lascio alla volontà degli altri la facoltà di taggarsi per essere ricordati a futura memoria.

CONSIDERAZIONI FINALI: dopo anni di esperimenti condotti in passato con la “Festa Triste”, posso affermare che anche l’esperimento “K-947” condotto in “esterna” è perfettamente riuscito. Si rimanda a documentazione in allegato.
(Francescos Cusas per conto di “Istituzione Riabilitativa Soggettività Instabili”).

Foto e video Claudia Scavone

Recensione di “Odissey” di C. Nolan

Fare un film sull’Odissea oggi è quasi un atto di incoscienza. Non perché sia impossibile raccontare Omero, ma perché è quasi impossibile aggiungere qualcosa a un’opera che da quasi tremila anni continua a generare filosofia, teatro, poesia, musica e cinema. Chiunque ci provi rischia di realizzare una semplice illustrazione del mito. Christopher Nolan, invece, evita questa trappola. Non cerca di aggiornare Omero né di renderlo più accessibile al pubblico contemporaneo. Fa qualcosa di molto più ambizioso: dimostra che il mito non appartiene al passato. Continua ad agire nel presente.

Ed è precisamente qui che il film trova la sua grandezza.

L’Odissea è già il libro dei libri, o almeno uno dei luoghi sorgivi dell’immaginario occidentale. È il racconto dal quale continuano a derivare, spesso senza saperlo, il viaggio, il ritorno, la perdita, l’identità, la nostalgia, l’inganno, il rapporto con il divino e la paura dell’ignoto. È un’opera attribuita a un autore della cui stessa esistenza storica non siamo neppure certi. E forse è proprio questo il punto: Omero conta meno come individuo che come nome posto sopra una stratificazione immensa di voci, memorie, formule, terrori e desideri collettivi. Nolan comprende che confrontarsi con l’Odissea non significa confrontarsi con un testo, ma con una matrice.

Per questo il suo film non cerca l’archeologia. Cerca l’attualità del mito.

La caduta di Troia non è presentata come un episodio storico o come il semplice antefatto di un’avventura. È la morte del mondo. È il collasso di un ordine, la fine di una civiltà, il punto in cui la vittoria smette di distinguersi dalla catastrofe. Troia muore e, con essa, muore l’illusione che l’uomo possa attraversare la violenza senza esserne trasformato. Odisseo parte da vincitore, ma è già un reduce, un contaminato, quasi un sopravvissuto alla fine dei tempi.

Da qui il carattere apocalittico del film. Apocalittico non nel senso puerile della distruzione spettacolare, ma in quello originario della rivelazione. La guerra ha tolto ogni velo. Ha mostrato ciò che l’uomo è capace di fare e il viaggio successivo non è altro che l’immensa conseguenza morale di quella scoperta.

Ma c’è un altro elemento che mi ha colpito, e che ho ritrovato in pochissime opere contemporanee: il senso della tragedia. Non la tragedia come semplice accumulo di dolore, ma come percezione dell’irreparabile. Fin dalle prime immagini si avverte che qualcosa si è spezzato definitivamente. Il mondo continua a esistere, ma non è più lo stesso. Ogni approdo sembra avvenire dopo una catastrofe. Ogni incontro porta con sé una colpa, una perdita, una ferita che nessun ritorno potrà cancellare.

Non ricordo molti film recenti capaci di restituire con tanta intensità il senso dell’abissale. Non l’abisso come fonte di angoscia, ma come condizione dell’esistenza. Ogni immagine sembra ricordarci quanto l’uomo sia piccolo di fronte al destino, agli dèi, al mare e perfino alla propria memoria. L’Odissea di Nolan non racconta un viaggio dopo una guerra. Racconta un viaggio dopo la fine del mondo. Troia è già l’apocalisse. Tutto ciò che segue è il lungo attraversamento delle sue macerie, materiali e interiori.

Il nodo profondo è la violazione della legge di Zeus. Non una regola astratta, ma il limite sacro imposto alla hybris umana. Una volta infranto quel limite, il mare non è più geografia: diventa giudizio. Ogni isola è un tribunale, ogni mostro è una forma della colpa, ogni approdo la materializzazione di qualcosa che l’uomo tenta inutilmente di rimuovere. Il viaggio di Odisseo non procede in linea retta. Si avvita. Torna continuamente sul trauma, lo sposta, lo trasforma, lo rende figura.

Nolan costruisce tutto questo attraverso una regia che non accompagna lo spettatore: lo sottopone a una prova.

Il film si guarda con il corpo prima ancora che con l’intelligenza. Il suono non commenta le immagini: le invade. Il montaggio non organizza semplicemente il racconto: produce pressione. La scala delle immagini annulla la distanza contemplativa. Lo spettatore non osserva il mito da una posizione protetta. Vi entra. Lo subisce. Ne viene quasi aggredito.

La vera colonna sonora del film è il ritmo. Nolan sembra aver compreso una cosa che il cinema spesso dimentica: il ritmo è un fenomeno fisiologico prima ancora che estetico. Il corpo umano non ascolta semplicemente un ritmo: vi si sincronizza. Per questo la progressione finale delle percussioni è così decisiva. Non accompagna la scena. La trasforma. Modifica il respiro, la tensione muscolare, perfino la percezione del tempo. Il suono smette di essere commento e diventa rito. A un certo punto non si distingue più tra ciò che accade sullo schermo e ciò che accade nel corpo di chi guarda.

È per questo che le accuse di spettacolarità, magniloquenza o eccesso mi paiono non soltanto superficiali, ma francamente stupide. Sono obiezioni da poveri di spirito che chiedono al mito il contegno della filologia. Ma il mito non è misurato. È smisurato per costituzione. Contiene dèi, mostri, massacri, metamorfosi, mari che si aprono, corpi divorati, identità perdute e ritrovate. Pretendere sobrietà significa non avere compreso l’oggetto.

Il problema è che una parte del pubblico contemporaneo non tollera più l’eccesso quando l’eccesso non è decorativo, ma metafisico. Accetta volentieri il rumore vuoto, ma si irrita davanti a una forma che pretende di investire lo spettatore interamente. Scambia l’anestesia per raffinatezza e la propria incapacità di abbandono per senso critico.

Odyssey chiede di essere attraversato. Naturalmente la sua grandezza non consiste soltanto nella potenza. Il film lavora continuamente sulla tensione tra scala cosmica e fragilità umana. Di fronte agli dèi, al mare, al destino e alla morte, Odisseo resta un corpo. Un corpo stanco, ferito, ostinato, terrorizzato. È forse questa la scelta più intelligente di Nolan. Non modernizza il personaggio attribuendogli una psicologia contemporanea. Lo lascia uomo. Ed è proprio questa nudità a renderlo nostro contemporaneo.

La sua intelligenza non lo sottrae alla sofferenza. La sua astuzia non gli evita il prezzo del ritorno. Ogni conquista comporta una perdita. Ogni vittoria lascia una cicatrice. Ogni passo verso Itaca è anche un passo dentro se stesso.

Il ritorno, allora, non coincide con una restaurazione. Nessuno torna davvero nel luogo da cui è partito, perché il viaggio ha distrutto tanto il viaggiatore quanto la sua idea di casa. Il nostos non è il recupero dell’origine. È il confronto con la sua impossibilità. Forse è proprio questo che rende l’Odissea un’opera inesauribile. Tutti desideriamo tornare a casa. Nessuno può farlo davvero.

Forse è proprio questa la strada che Odyssey indica al cinema contemporaneo. Non la rincorsa alla tecnologia, non l’ossessione per effetti speciali sempre più sofisticati, non la spettacolarità fine a se stessa. Piuttosto il recupero di una funzione che il cinema sembra avere dimenticato: quella rituale. Il film non come prodotto da consumare, ma come esperienza collettiva capace di esporci al sacro, al terrore, alla memoria e, in definitiva, a noi stessi.

L’Odissea non è (solo) il racconto di un viaggio. È il racconto dell’uomo di fronte al limite. Di fronte alla colpa. Di fronte alla morte. Ogni mostro che Odisseo incontra è anche una figura di se stesso. Ogni tempesta è una prova interiore. Ogni approdo gli ricorda che il ritorno non sarà mai il recupero di ciò che ha perduto.

Per questo, alla fine, Odyssey non chiede di essere semplicemente visto. Chiede di essere sopportato.

Un’ultima osservazione.

Una postilla finale riguarda proprio uno degli aspetti più criticati del film: la rappresentazione di Polifemo, di Cariddi e delle altre creature mitologiche. Molti vi hanno visto un limite, giudicandole appena abbozzate, quasi deformi, prive di quella monumentalità che il nostro immaginario cinematografico si aspetterebbe. Io credo, invece, che proprio questa scelta possa costituire una delle intuizioni più radicali dell’intero film. Odyssey si apre con la caduta di Troia. Ma la caduta di Troia non è soltanto la conclusione di una guerra. È la soglia simbolica attraverso cui l’Occidente abbandona progressivamente il regime dell’oralità per entrare in quello della scrittura. È il tramonto di un’intera epistemologia. Con essa svaniscono non solo gli dèi, ma il modo stesso in cui il reale veniva percepito. L’antropologia del mito ci insegna che, nelle culture orali, il racconto non svolge una funzione estetica o d’intrattenimento. Esso è un dispositivo cognitivo. Organizza il mondo, fonda la memoria collettiva, trasmette il sapere e conferisce realtà all’esperienza. Il mito non viene ascoltato come una favola: viene abitato. È verità prima ancora che narrazione. In questo senso Polifemo, Cariddi, Scilla o il cavallo di Troia non erano semplici invenzioni fantastiche. Costituivano l’orizzonte ontologico entro cui il navigante interpretava il mare, il pericolo, la morte e l’ignoto. Il Mediterraneo arcaico non era ancora uno spazio geografico; era uno spazio cosmologico, popolato da presenze che partecipavano pienamente della realtà. Con l’avvento della scrittura alfabetica accade qualcosa di decisivo. Il logos sostituisce progressivamente il mythos. Il mondo viene classificato, ordinato, descritto, analizzato. La parola non evoca più la presenza delle cose, ma le rappresenta. Il mito viene conservato, ma perde il proprio statuto ontologico. Diventa letteratura. È forse proprio questa distanza che Nolan tenta di rendere visibile. Le sue creature non appaiono pienamente incarnate. Sembrano organismi incompleti, quasi embrioni, relitti di un immaginario in via di estinzione. Ricordano davvero, per certi aspetti, l’Homunculus del secondo Faust di Goethe: una forma di vita sospesa tra l’essere e il non essere, tra la potenza e la manifestazione, incapace di raggiungere una piena corporeità. Anche il loro titanismo assume, allora, un altro significato. Non sono soltanto mostri. Sono gli ultimi residui di quell’universo pre-olimpico che la mitologia greca aveva già raccontato come definitivamente sconfitto attraverso la Titanomachia. Come i Titani precipitati nel Tartaro, anche queste figure sopravvivono soltanto come tracce di una cosmologia ormai dissolta. Per questo motivo la loro incompiutezza non rappresenta necessariamente un difetto estetico. Potrebbe essere, al contrario, una precisa scelta teorica. Nolan sembra suggerire che noi, uomini della scrittura, della razionalità e dell’alfabeto, non siamo più in grado di vedere il mito come lo vedevano coloro che lo raccontavano. Possiamo soltanto contemplarne le rovine. Ed è forse questa l’ultima malinconia del film. Non abbiamo perduto soltanto Polifemo o Cariddi. Abbiamo perduto la condizione mentale che rendeva possibile la loro esistenza. Omero li ha salvati trasformandoli in poesia. Ma proprio quell’atto di fissazione nella scrittura ha inaugurato, paradossalmente, anche il lento tramonto del mondo che li aveva generati.

Carme XI: Eterno divenire del mondo

Eterno divenire del mondo
sterpaglie di luglio e buganvillee rosse,
altri fremiti, altre angosce negli anni futuri.
Chissà chi lascerà uno sguardo distratto negli anni a venire.

Forse nessuno ricorderà
questa geometria di spine,
questo odore di resina,
questo silenzio che invecchia
senza mai diventare antico.

O forse le estati future
saranno di mondi giocosi,
dai cieli inclinati da altre gravità,
fantastici al pensiero dell’oggi,
e qualcuno riderà dell’antica ferocia del nostro tempo,
delle nostre paure,
che saranno fossili del linguaggio,
reliquie di una specie
che misurava il cielo
con il proprio dolore.

FC (Stazzo 10/7/2026)

Sogno dell’8/7/2026: Il tramezzino e la menzogna

Stanotte mi trovo in Spagna. Ne sono assolutamente certo. Sono lì per suonare insieme ad altri musicisti. Ricordo che c’è anche Pittau, mentre gli altri volti sfumano rapidamente al risveglio.

Alloggiamo in un albergo di extralusso, immenso, con i soliti corridoi e i meandri che popolano spesso i miei sogni. Dopo un viaggio lunghissimo capisco finalmente di essere arrivato.

Scendo per fare colazione.

Ma in realtà è ancora notte.

Cerco di farmi capire con il personale dell’albergo e provo a chiedere un caffè. Mi rispondono che ormai è rimasto soltanto ciò che avanza del buffet. Io però desidero soltanto pane, burro e marmellata. Una delle cameriere, con molta pazienza, riesce a prepararmeli.

Nel frattempo osservo il buffet.

È composto da cibi completamente sconosciuti. Minestre, creme, pietanze che sembrano appartenere a un’altra cultura, forse addirittura a un altro mondo. Non riconosco quasi nulla.

Poi il sogno cambia.

Mi ritrovo all’esterno dell’albergo. Come sempre c’è il problema degli strumenti musicali da recuperare e della macchina da raggiungere.

Ed è qui che entro in contatto con un gruppo di spagnoli.

Li conosco tutti.

Ho con loro una confidenza profondissima, come se fossimo amici da molti anni, eppure tutto sembra svolgersi nell’arco della stessa giornata.

Tra loro c’è una coppia.

Lui, mi pare, si chiama Miguel.

Lei è una ragazza molto affascinante, ma non ricordo il suo nome.

Con il passare del tempo — un tempo indefinito, che nel sogno sembra durare anni pur rimanendo sempre la stessa mattina — mi accorgo che il loro rapporto entra in crisi.

Osservo tutto.

Lei non sopporta più Miguel.

E decide di liberarsene nel modo peggiore possibile.

Lavora in un bar.

Io assisto alla scena.

Vede Miguel passare davanti al locale.

Si nasconde.

Aspetta che lui le dia le spalle.

Poi racconta a due uomini che quell’uomo è un omosessuale che ha tentato di approfittarsi di lei e di farle del male.

I due non fanno domande.

Lo aggrediscono immediatamente.

Miguel non capisce nemmeno il motivo dell’aggressione.

Lei osserva tutta la scena.

Anch’io.

Successivamente Miguel tenta di parlarle, di capire cosa stia accadendo, ma lei continua a respingerlo, come se tutto facesse parte di un piano già deciso.

Il sogno cambia ancora.

Siamo al mare.

Io continuo a portarmi dietro un tramezzino preso in albergo, come se fosse un oggetto importante.

Lei è con una sua amica.

Piange.

Le racconta tutto in uno spagnolo che io comprendo perfettamente.

Ed è questa la cosa che mi colpisce: io capisco ogni parola, ogni sfumatura, ogni inflessione, come se lo spagnolo fosse sempre stato la mia lingua.

Ma conosco anche la verità.

So perfettamente che è stata lei a costruire tutta quella menzogna.

Continuo a osservare senza intervenire.

Vicino alla spiaggia c’è un bar che conosco benissimo.

Anche lì ho amici.

Davanti al locale vengono lasciati alcuni pacchi.

Ricordo in modo impressionante ogni dettaglio di quei colli: la forma, la disposizione, il materiale con cui sono chiusi.

Eppure nessuno sembra farci caso.

Torno sulla spiaggia.

Continuo a trattenermi.

Vorrei affrontarla.

Vorrei dirle che so tutto.

Che conosco la verità.

Ma non lo faccio.

Resto in silenzio.

Nel frattempo mi torna in mente un’altra preoccupazione.

Pittau.

Penso che sia rimasto a dormire in albergo e mi domando dove andrà, come farà a raggiungerci, se si sarà svegliato.

Ed è questo che mi lascia addosso il sogno.

Non tanto la vicenda della coppia, quanto l’impressione di appartenere completamente a quel mondo.

Conosco la città.

Conosco quelle persone.

Parlo perfettamente lo spagnolo.

Condivido con loro una storia che sembra lunga anni.

Eppure, al risveglio, non rimane quasi nulla.

Scompare la lingua.

Scompaiono i nomi.

Scompaiono i dettagli.

Rimane soltanto la certezza di aver abitato, ancora una volta, un mondo perfettamente coerente, infinitamente più vasto di quanto la memoria del risveglio riesca a trattenere.

In questo porco mondo: Poveracci e il jazz italiano

Poveracci – Che faccio? Mi iscrivo? Non mi iscrivo?
Jazz Italiano – Iscriviti, iscriviti! Che vuoi rimanere solo?
Oste Jazz – Sono finiti i bei tempi di Chet Baker, eh?
Poveracci – Ok, mi iscrivo!
Jazz Italiano – Bravo, entra nel nostro roster.
Oste Jazz – Tesserina numero? Vieni ben qui. Come ti chiami? Che suoni?
Poveracci – Mi chiamo Poveracci, leader del “Poveracci Jazz Trio”, del “Poveracci Ensemble” e del “Poveracci Combo”.
Oste Jazz – …Un solo gruppo! Un solo gruppo!
Genitore 1 di Poveracci – Ma basta con sto minchia di jazz! Giezz! Giezz! Ora abbiamo u Giezz!
Genitore 2 di Poveracci – Lui è un artista! Lascialo esprimere!
Oste Jazz – Tu insegni?
Poveracci – Sì.
Oste Jazz – E allora che vuoi?
Fotografo Jazz – Mettiti serio.
Poveracci – Così?
Fotografo Jazz – Più serio.
Poveracci – Così?
Fotografo Jazz – Devi sembrare depresso.
Assessore alla Cultura – Noi crediamo molto nel jazz.
Poveracci – Bene.
Critico Jazz – Ho sentito parlare molto bene di te.
Poveracci – Hai ascoltato qualcosa?
Critico Jazz – No.
Segretaria Jazz – Hai pagato la quota?
Poveracci – Sì.
Segretaria Jazz – Quella nuova.
Poveracci – Quale nuova?
Jazz Italiano – Devi fare sistema.
Poveracci – Come si fa?
Jazz Italiano – Boh. Organizzatevi.
Presentatore Jazz – Un applauso a Poveracci!
(Tre persone applaudono.)
Direttore Artistico – Mandami il materiale.
Poveracci – Te l’ho mandato.
Direttore Artistico – Rimandamelo.
Poveracci – Quando?
Ufficio Stampa Jazz – Hai una bella storia?
Poveracci – Ho fatto settantasette dischi.
Ufficio Stampa Jazz – No, intendevo una malattia recente.
Jazz Italiano – L’importante è fare comunità.
Musicista Jazz 1 – Fratello!
Poveracci – Fratello!
Musicista Jazz 1 – Dobbiamo assolutamente fare qualcosa insieme.
Poveracci – Quando?
Musicista Jazz 1 – Ti faccio sapere.
Esperto Jazz – Devi esportare.
Poveracci – Dove?
Esperto Jazz – All’estero.
Poveracci – Ci sono già andato.
Esperto Jazz – Sì, ma adesso devi tornarci.
Influencer Jazz – Hai fatto il reel?
Poveracci – Ho fatto un disco.
(Silenzio.)
Jazz Italiano – Siamo una grande famiglia.
Poveracci – Posso entrare?
Jazz Italiano – Certo.
Poveracci – Dove mi siedo?
Jazz Italiano – A terra.
Poveracci – Vuoi vedere la tessera?
Jazz Italiano – No.
Curatore Jazz – Bellissimo progetto.
Poveracci – Lo programmi?
Curatore Jazz – No, ma è bellissimo.
Commissione Jazz – Hai un concept?
Poveracci – Suonare.
Commissione Jazz – No, un concept.
Poveracci – Ma io vorrei fare concerti.
(Silenzio.)
Jazz Italiano – Sempre con questi concerti…
Oste Jazz – Tu vuoi suonare troppo.
Poveracci – È un problema?
Oste Jazz – Devi desiderare di suonare, non suonare.
Poveracci – E tu hai concerti?
Pianista Jazz – Zero.
Poveracci – E come fai?
Pianista Jazz – Mi lamento.
Jazz Italiano – Bravo! Questo è lo spirito.
Giornalista Jazz – Il jazz è vivo.
Poveracci – Dove?
(Silenzio.)
Oste Jazz – Ragazzo… una volta c’era il jazz.
Poveracci – E adesso?
Oste Jazz – Adesso ci sono i bandi.

Nello stesso momento il pane stava diventando duro. In una stanza senza finestre un uomo piegava con cura un sacchetto di plastica già perfettamente piegato. La polvere continuava a depositarsi con una precisione che nessuna commissione esamina bandi avrebbe mai raggiunto.

Carme X: La putrescente cagnara umana

Constatai con le viscere quanto potesse essere tossico il fetore della convivenza.

Dietro ai sorrisi come lame ricurve si nascondevano la peste dell’amicizia e la saliva fredda del tradimento, mentre vivisezionavo i resti anatomici delle carte da gioco dopo un pomeriggio torrido trascorso nella rimozione di parassiti infestanti.

Cacania, ribollente dei miasmi basaltici di un mercantilismo bieco, funestata dal cemento e dalla molesta natura dei suoi cittadini, scossa nelle fondamenta dalla corruzione sonora della propria lingua, vivacchiava sordida nella calura bastarda del giugno infestato. Continuava a fumare lentamente, come una discarica costruita sopra un vulcano, lercia e beata del proprio tanfo, che ormai aveva assunto il nome rassicurante di civiltà.

Fu in quel frangente che mi accorsi: ogni mia parola lasciava un deposito. Non nell’aria. Sulle pareti. Sulle mani. Negli occhi. Una melma invisibile che il tempo chiama educazione e che io imparavo finalmente a riconoscere come decomposizione.

Fu allora, nell’infestato giugno, che iniziai la lunga disinfezione della coscienza, un percorso doloroso durante il quale ogni convinzione veniva raschiata via come muffa antica.

Compresi allora che nessuna bonifica sarebbe stata sufficiente. Il contagio non abitava i luoghi. Abitava le abitudini, le formule di saluto, le congratulazioni, le condoglianze, l’intero allevamento delle buone maniere.

Ma le unghie della specie continuavano a crescere anche dopo la morte. Le trovavo dappertutto: dentro le frasi educate, nei complimenti, nelle premure, persino negli abbracci. Esiste una forma di decomposizione che finge di profumare. Gli uomini la chiamano affetto.

Mi accorsi che gli esseri umani non marcivano quando morivano. Marcivano molto prima: nei compromessi, nelle convenienze, nei sorrisi tenuti in frigorifero, nel galateo, nell’infelice necessità di appartenersi reciprocamente.

Da lontano Cacania continuava il proprio frastuono. Non gridava. Gorgogliava. Come un intestino satollo di merci e buoni sentimenti. Nessuno distingueva più il respiro dal tanfo.

La canicola era soltanto un altro nome della putrefazione.

Francesco Cusa (Stazzo 30/6/2026)

Due recensioni: per film necessari: “Disclosure Days” e “Savage House”. Spielberg e l’odore della storia.

Comincio da Spielberg. Leggo recensioni contrastanti. C’è chi lo considera un ritorno folgorante alla fantascienza umanista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, chi invece lo accusa di costruire un gigantesco giocattolo paranoico che non trova mai il coraggio di affondare davvero il coltello. Personalmente credo che entrambe le letture colgano qualcosa e manchino qualcosa. Perché Disclosure Day non è semplicemente un film sugli alieni. Spielberg, come quasi sempre accade quando si occupa di questi temi, usa l’alieno come dispositivo narrativo per parlare d’altro. Lo faceva già in Close Encounters, lo faceva in E.T., lo faceva persino in A.I.. Qui però il tema centrale non è il contatto. È la rivelazione. La disclosure del titolo non riguarda soltanto l’esistenza di altre intelligenze. Riguarda il rapporto tra potere e verità. Riguarda la possibilità che intere strutture istituzionali abbiano costruito per decenni sistemi di occultamento e gestione delle informazioni. Riguarda il confine sempre più ambiguo tra ciò che viene dichiarato impossibile e ciò che viene semplicemente tenuto nascosto. Non è un caso che il film ruoti attorno a documenti secretati, archivi sotterranei, whistleblower, apparati privati che collaborano con il potere politico e militare, e a una gigantesca macchina della dissimulazione che ricorda da vicino molte narrazioni contemporanee sugli UAP e sui programmi classificati. Spielberg non afferma mai che tali cose siano vere. Sarebbe troppo semplice. Fa qualcosa di più intelligente: mostra quanto la sola possibilità che possano esserlo sia ormai entrata nell’immaginario collettivo. In questo senso il film dialoga indirettamente con tutto ciò che è emerso negli ultimi anni tra audizioni parlamentari, testimonianze di ex funzionari, documentari sulla disclosure e dibattiti sulla trasparenza degli apparati governativi. Non sorprende che molti recensori abbiano letto il film come una riflessione sulla verità nell’epoca della manipolazione informativa e della sfiducia verso le istituzioni. Dal punto di vista cinematografico Spielberg resta Spielberg. Regia invisibile, senso dello spazio perfetto, capacità di rendere straordinario ciò che è ordinario. Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth lavorano tutti per sottrazione, evitando la retorica del blockbuster contemporaneo. E soprattutto il film possiede ancora quella qualità rarissima che oggi sembra quasi imbarazzante nominare: la meraviglia. Spielberg continua a credere che l’essere umano possa ancora stupirsi. In un’epoca dominata dal sarcasmo, è probabilmente il gesto più sovversivo che gli resti.

————————————————-

Savage House è invece un animale completamente diverso. E qui molte recensioni mi sembrano aver colto il bersaglio solo in parte. Alcuni lo hanno liquidato come una commedia nera settecentesca. Altri ne hanno sottolineato il carattere satirico. Altri ancora hanno insistito sul debito verso Kubrick e Barry Lyndon. Tutto vero, ma insufficiente. Perché il film di Peter Glanz è soprattutto una straordinaria ricostruzione morale di un’epoca. Non racconta soltanto una famiglia. Racconta un sistema sociale in decomposizione. Siamo nell’Inghilterra georgiana delle rivolte giacobite, delle epidemie, della mobilità sociale feroce, delle ambizioni smisurate e del nascente capitalismo imperiale. I Savage inseguono disperatamente il riconoscimento sociale mentre il mondo attorno a loro comincia lentamente a marcire. Richard E. Grant e Claire Foy offrono due interpretazioni monumentali. Grant costruisce un Sir Chauncey Savage insieme ridicolo, patetico, commovente e feroce. Claire Foy gli risponde con una Lady Savage che sembra oscillare continuamente tra desiderio di sopravvivenza, opportunismo e disperazione. Non recitano personaggi. Recitano una classe sociale. Recitano un’intera civiltà che tenta di conservare la propria immagine mentre le fondamenta stanno cedendo sotto i piedi. Molti hanno giustamente richiamato Barry Lyndon, ma io ci vedo anche qualcosa di Hogarth, qualcosa della satira sociale inglese più crudele, qualcosa che anticipa Dickens e che guarda già alle deformità morali della rivoluzione industriale. La fotografia richiama continuamente la pittura del Settecento europeo, ma invece di celebrare la bellezza dell’epoca ne mette in scena la putrefazione. Le candele non illuminano: consumano. Le stanze non accolgono: soffocano. Gli abiti non nobilitano: imprigionano. La cosa più impressionante è che il film riesce a evocare continuamente gli odori della storia. Il grasso animale, il fumo, le cucine annerite, il sudore, il vino rancido, il legno umido, la promiscuità fisica di un mondo ancora lontanissimo dalla sterilizzazione moderna. Non è una ricostruzione storica. È una resurrezione sensoriale. E proprio per questo il film diventa qualcosa di più di una satira. Diventa una riflessione sul declino, sulle ambizioni umane, sulla ridicola ostinazione con cui gli uomini cercano di apparire immortali mentre il tempo sta già divorando tutto.

Due film diversissimi. Uno guarda verso il futuro e verso il cielo. L’altro guarda verso il passato e verso il fango. Ma entrambi, in modi opposti, parlano della stessa cosa: dell’uomo davanti a qualcosa di immensamente più grande di lui.

Sogno del 5/6/2026: San Pietro Clarenza e l’Elefante

Stanotte ero a San Pietro Clarenza. O meglio: ero nel San Pietro Clarenza del sogno. Quel paese dove sono nato e vissuto esisteva ancora, ma solo come nucleo iniziale di qualcosa di immensamente più grande.

Tutto ruotava attorno all’arrivo di una gigantesca scultura in pietra raffigurante un elefante. Il paese si preparava a celebrarne l’inaugurazione. Questo enorme elefante doveva essere collocato nella piazza principale.

Comincio a percorrere la strada del paese che conosco da sempre.

Ma man mano che avanzo, il luogo si trasforma.

Le dimensioni cambiano.

Le facciate delle case diventano facciate di palazzi ciclopici. Le strade si dilatano. Gli scorci si aprono su spazi immensi. Le proporzioni umane scompaiono completamente.

È come se un piccolo paese etneo si fosse trasformato nella capitale di una civiltà impossibile.

Ogni svolta rivela una nuova meraviglia.

Piazze immense.

Colonnati interminabili.

Statue gigantesche.

Monumenti alti come montagne.

Architetture che sembrano fondere insieme il barocco siciliano, l’India, Roma imperiale, le grandi cattedrali europee e una visione futuristica del mondo.

Non saprei davvero descriverlo.

Ricordo soltanto una sensazione di stupore continuo.

Continuo a fotografare.

Scatto immagini ovunque.

Eppure conosco quei luoghi.

Li conosco come se vi fossi già stato mille volte.

Alla fine della strada si apre una piazza enorme.

Probabilmente la più grande che abbia mai visto in un sogno.

Lì sono installate decine di sculture monumentali.

E al centro deve essere collocato l’elefante.

Un elefante di pietra immenso.

Non una statua, ma una presenza.

Una sorta di divinità urbana.

Rimango letteralmente allibito davanti a quella bellezza.

È uno di quei sogni nei quali l’architettura diventa più importante delle persone.

Le persone quasi scompaiono.

Resta solo la magnificenza dello spazio.

Poi incontro mio fratello.

E il sogno cambia completamente.

Compare un pallone.

Comincia una partita improvvisata.

E lì riemerge qualcosa che appartiene davvero alla mia storia.

Nel sogno torno a essere il giocatore che ero stato da ragazzo.

Mi esibisco in palleggi, tunnel, dribbling e numeri di alta scuola con una naturalezza assoluta.

Non c’è alcuno sforzo.

Non c’è sorpresa.

I movimenti riescono perfettamente.

Il controllo del pallone è totale.

Ogni gesto trova il suo tempo esatto.

Non ho la sensazione di fare qualcosa di straordinario: ho la sensazione di ritrovare una capacità che mi apparteneva davvero e che nel sogno ritorna intatta.

Prima la meraviglia dell’architettura.

Poi quella del corpo.

Prima l’immensità delle pietre.

Poi l’intelligenza del movimento.

E, come spesso accade nei sogni, entrambe le cose convivono senza contraddirsi: la città impossibile e il gesto perfetto appartengono alla stessa evidenza.

E lì, credo, mi sveglio.

Considerazione

Anche in questo sogno ritorna un elemento che incontro spesso: la capacità della mente di costruire luoghi che non esistono e tuttavia possiedono una coerenza assoluta.

Io conosco quelle strade.

Conosco gli slarghi.

Conosco le prospettive.

Conosco perfino ciò che si trova dietro l’angolo successivo.

Eppure nulla di tutto questo esiste.

Oppure esiste da qualche altra parte.

La sensazione non è quella di immaginare, ma di ricordare.

Come se il sogno non inventasse affatto quei luoghi, ma mi consentisse temporaneamente di visitarli.

Ed è forse questa la cosa più impressionante: non la bellezza delle architetture, ma la familiarità con cui le attraverso. Come se appartenessero a una geografia che conosco da sempre e che, al risveglio, mi viene immediatamente sottratta.

Recensione di BACKROOMS –Architetture dell’oltre. Un film di Kane Parsons

Ho visto Backrooms e ne sono uscito con una sensazione rarissima. Non quella di aver assistito a un film horror particolarmente riuscito. Quella mi interessa relativamente. Ne sono uscito con la sensazione di aver riconosciuto qualcosa. Molti parleranno di trauma, inconscio, rimozione, psicanalisi. Tutto legittimo. Nel film questi elementi ci sono. Ma credo che fermarsi lì significhi ridurne enormemente la portata.

Da anni frequento nei sogni luoghi che possiedono caratteristiche molto simili a quelle delle Backrooms. Interi quartieri. Stazioni. Città immense. Complessi architettonici apparentemente infiniti. Luoghi che ritrovo a distanza di mesi o anni come se esistessero indipendentemente dalla mia volontà. Non si presentano come simboli. Si presentano come mondi.

Ed è qui che il film di Kane Parsons mi sembra straordinario. Non perché rappresenti il sogno. Ma perché ne riproduce la logica profonda.

Nei sogni esistono spazi impossibili che tuttavia risultano perfettamente abitabili. Corridoi che non conducono da nessuna parte. Scale che salgono verso luoghi che non esistono. Quartieri che si estendono oltre ogni geografia concepibile. Eppure durante il sogno non percepiamo alcuna anomalia. Tutto appare naturale. Le Backrooms funzionano esattamente così. Per questo non credo che il vero protagonista del film sia il personaggio. E neppure la creatura. Il vero protagonista è lo spazio. Kane Parsons ha compreso una cosa che gran parte del cinema contemporaneo sembra avere dimenticato: l’inquietudine più profonda non nasce dal mostro. Nasce dall’architettura. Nasce dal momento in cui lo spazio smette di obbedire alle categorie attraverso cui organizziamo il reale. Sopra e sotto. Vicino e lontano. Dentro e fuori. Prima e dopo. Nelle Backrooms queste coordinate collassano. Lo spettatore perde progressivamente la fiducia nella propria percezione.

Ed è qui che il film smette di essere un horror e diventa qualcosa di molto più interessante. A tratti mi ha ricordato Borges. A tratti Piranesi. In altri momenti certe intuizioni di Kubrick. Ma soprattutto mi ha ricordato qualcosa che conosco bene e che faccio fatica a descrivere: quella sensazione che talvolta emerge nei sogni più complessi, quando si ha l’impressione di trovarsi davanti a una realtà parallela dotata di una sua autonomia. È per questo che trovo insufficiente la lettura puramente psicanalitica. A un certo punto le Backrooms eccedono il protagonista. Eccedono la sua biografia. Eccedono persino la sua nevrosi. Diventano un problema percettivo. Diventano un problema ontologico.

Il film sembra suggerire una domanda che l’essere umano si porta dietro da sempre: e se la realtà che percepiamo fosse soltanto una riduzione? Una semplificazione necessaria? Una piccola isola di ordine costruita dalla mente sopra un oceano di possibilità spaziali e percettive che normalmente ci restano invisibili? È qui che il film mi ha colpito davvero. Non nel mostro. Non nell’orrore. Non nella trama. Ma nel dubbio.

Perché uscendo dalla sala ho avuto la stessa sensazione che talvolta provo al risveglio dopo certi sogni particolarmente elaborati: non quella di aver visitato una fantasia, ma quella di aver intravisto per un istante qualcosa che normalmente resta nascosto. Forse è questa la grandezza di Backrooms. Non spiega. Non rassicura. Non chiude. Apre. Apre una fenditura in quella rassicurante impalcatura cognitiva che chiamiamo realtà. E per un istante lascia intravedere ciò che potrebbe trovarsi oltre: non necessariamente un aldilà religioso, non necessariamente l’inconscio freudiano, ma una dimensione ulteriore dell’essere, una geografia invisibile che talvolta affiora nei sogni, nelle visioni, nelle intuizioni più profonde. Da anni sostengo che la coscienza sia molto più vasta di quanto la sua manifestazione quotidiana lasci intendere. Backrooms sembra muoversi esattamente su questo crinale. Non descrive un altro mondo. Insinua il sospetto che il nostro sia soltanto uno dei possibili modi di abitarlo. E in quelle architetture sterminate, in quei corridoi senza fine, in quelle stanze che sembrano ricordare qualcosa che non abbiamo mai vissuto, ho ritrovato la stessa vertigine che provo nei sogni più potenti: la sensazione che l’universo sia infinitamente più grande, più stratificato e più misterioso di quanto la ragione sia disposta ad ammettere. Non è il terrore ciò che rimane. È una forma di nostalgia. Come se quelle geometrie impossibili appartenessero a un luogo che abbiamo dimenticato e che, tuttavia, continuiamo ostinatamente a cercare.

Sogno del 28-5-2026: ologrammi e lingua armena

Sono sempre in questa sorta di Bologna metafisica.
Una Bologna che non è quella reale, ma che nel sogno conosco perfettamente. È quasi sempre notturna, oppure immersa in una specie di crepuscolo permanente. Io lì ho una stanza in affitto.
Però vivo altrove, credo in Sicilia, e ogni tanto torno a Bologna. La stanza è dentro una casa abitata da ragazzi e ragazze, probabilmente gestita da una mia amica, che nel sogno conosco benissimo ma di cui adesso non ricordo il nome. Nel sogno sono chiaramente più giovane.
Forse ho ancora i capelli. Comunque non è questo il punto. Mi trovo con dei parenti durante una celebrazione, una festa. Non capisco bene se sia la mia laurea o qualcosa di simile. Poi, improvvisamente, mi ritrovo a camminare per Bologna insieme a una signora sulla sessantina. Anche lei la conosco perfettamente nel sogno, ma non esiste nella realtà. Camminiamo. A un certo punto mi indica una viuzza stretta.
Ricordo perfettamente il nome di quella strada, l’ho ripetuto tante volte nel sogno, ma da sveglio non riesco più a ricordarlo. Entriamo in questa viuzza e all’improvviso, sulla destra, lo spazio si apre in modo spettacolare: tre piccoli slarghi, tre piazzette meravigliose nascoste dentro le strettoie della città. Lì c’è una specie di manifestazione futuristica.
Installazioni, strutture luminose, cose impossibili da descrivere bene. Una scena sublime. Io provo a fare dei video con l’iPhone, ma mi viene impedito. Mi dicono che quella specie di installazione olografica vivente è estremamente sensibile e che filmarla potrebbe interferire. Rimango a guardare questa presenza ologrammatica, una cosa di una bellezza assurda che non saprei descrivere nemmeno lontanamente. Poi andiamo via. Mi ritrovo di nuovo con questa signora e succede una cosa tipica dei miei sogni: sono mezzo svestito, oppure devo rimettermi i pantaloni. C’è sempre questa sensazione di imbarazzo, di esposizione. Lei mi conduce a casa sua.
O forse è la casa dove io stesso ho la stanza. C’è una grande stanza con un enorme slargo interno.
Lì ci sono una ragazza e un ragazzo barbuto. La signora va in cucina a lavare i piatti, poi torna e comincia a parlare con loro. Ed è lì che accade la cosa più assurda. Parlano alternando italiano e una lingua orientale che io non conosco. Passano continuamente da un idioma all’altro. Eppure io capisco perfettamente tutto. Li ascolto e dico loro: “Mi fa impazzire questa cosa che parliate italiano mescolandolo con quest’altra lingua.”Loro ridono. Io continuo a capire tutto perfettamente. Aun certo punto mi viene da chiedere: “Ma state parlando armeno insieme all’italiano?” E loro continuano a ridere. Mi sveglio dopo poco.
Ovviamente non ricordo nulla di quella lingua, non riuscirei a pronunciare una frase, né a decifrarla davvero. Però ricordo il suono. E la cosa inquietante è che, cercando dopo informazioni con l’IA e confrontando il suono con l’idioma, realizzo che effettivamente quella lingua fosse l’armeno. Ed è questa la domanda che mi rimane addosso:
com’è possibile che nel sogno io riuscissi a comprendere perfettamente una lingua che nella realtà non conosco affatto? Forse il punto non è la lingua in sé, ma quella sensazione stranissima di familiarità assoluta. Nei sogni non “imparo”: riconosco. Come se esistesse una zona della mente — o qualcosa oltre la mente — in cui i linguaggi, le città, le persone e perfino gli idiomi sconosciuti esistessero già in forma accessibile, e il sogno non facesse altro che aprire temporaneamente una porta.

Carme IX: Maggio in Fiore

E i profumi inebriano stordiscono le narici afrori campagne irrorate/
Piegati come salici i vecchi a seguire i rintocchi delle campane/
Resiste ancora il paese abbacinato dalla luce fresca del mattino/
In cielo svolazzano rondini fontana d’acqua gocce sul mento/
Qualcuno lavora nei giardini si attardano due donne la chiacchera/
Nel piccolo santuario addobbato di colori e sinuosità ovunque il rampicante/
Declinazioni e derivazioni poi ancora profumo di gelsomini troppo antico/
Questo vivere nel dispetto tecnologico e il mare che restituisce salsedine/
Non è ancora la volgare estate e tutto sembra fermarsi in acquerello/
Scivolare nei pensieri eppur vivido e presente come la piazzetta lucida/
Due ruote di bicicletta e il piccolo ufficetto postale financo il barbiere/
Che insapona le guance profumate del vecchio pensionato con le tasche/
Gonfie di fresche banconote foglie di insalata pomodori rosso fuoco peperoni/
Verdi viola translucido di melenzane e l’ape che caracolla stracolma dei frutti/
Succulenti roridi anch’essi come la terra bagnata del mattino e il volto arrossato/
Di due belle fanciulle che corrono sul litorale benedette dalla frescura santa/
Che soffia qui giunta da mari distanti come una eco dal lontano Bosforo/
La statua bronzea di Padre Pio noncurante del giallo dei limoneti si vedono/
Oramai esotiche le coltivazioni del mango e dell’avocado a spezzare l’ordine/
Delle contrade il contrappunto delle piccole frazioni marine non oso immaginare/
L’oscena bellezza dei secoli che mi hanno preceduto e il canto sì il canto/
Che da ogni primavera ancora sento farsi meriggio e poi crepuscolo/
Come se il mondo pur sapendo di essere perduto non riuscisse a smettere del tutto di tentare/
D’esser lì alla portata nell’ostinazione residuale del linguaggio.

Cronaca di un fallimento

La cosa che ormai mi fa sorridere è questa: quando dico “signori, io sono un fallito”, scatta immediatamente la consolazione automatica — “ma cosa dici, ma tu sei un grande, sei un artista…”.
No.
Tecnicamente io non produco quasi nulla che il sistema riconosca come tale. Faccio qualche concerto, qualche evento sporadico. Scrivo libri che leggono in pochi e che non compra quasi nessuno. Non c’è richiesta, non c’è circuito, non c’è mercato.
Quindi sì, nella grammatica del mondo in cui viviamo, sono un fallito.
Non perché non faccia, ma perché ciò che faccio non genera valore secondo i parametri dominanti. Non interessa. Non serve. Non circola.
Il fatto di essere un insegnante di conservatorio — che pure non rinnego e non disprezzo — non cambia la questione. Non è quello il punto. Io non sono mai stato un uomo “da posto”. Non sono mai stato uno da stabilità, da ruolo definito, da funzione istituzionale. Sono sempre stato, piuttosto, un animale da palcoscenico, da performance, da esposizione diretta. Il mio luogo è sempre stato la scena, non la struttura.
Sono peraltro sempre stato una persona onesta intellettualmente, e spietata soprattutto con me stesso (nei limiti dell’umano consentito). Uno dei miei modelli, in questo senso, è Michel Leiris ne L’âge d’homme: ossia il dire-scrivere le cose fino in fondo, anche quando ci si espone in maniera brutale, totale, assoluta.
E allora lo dico senza enfasi, senza romanticismi, senza la retorica dell’artista incompreso: dichiaro serenamente il mio fallimento.
Non quello tragico, non quello poetico, non quello pieno di pathos.
Ma quello che si dà come esito, come forma compiuta di un processo.
Non una caduta, ma una configurazione.
Non un evento eccezionale, ma una condizione che si stabilizza.
Il punto in cui ciò che si è fatto incontra il modo in cui il mondo decide di leggerlo — o di non leggerlo.
E qui viene il punto più interessante: quando un negozio chiude, nessuno entra per dirgli “ma no, ma dai, continua, è un bel negozio”. Nessuno si sente in dovere di consolare il commerciante o, peggio, come accade a un artista (definizione di comodo), di accusarlo di vittimismo. Nessuno gli dice che “in fondo il valore c’è”. L’esito, in quel caso, è semplicemente registrato.
Perché invece, quando si tratta di un artista, scatta questa necessità quasi compulsiva di negarlo?
Forse perché il fallimento artistico mette in crisi un’illusione condivisa: quella per cui il talento, la dedizione, la coerenza dovrebbero automaticamente produrre riconoscimento, visibilità, successo. Non è così.
E qui si apre una questione più ampia.
Il fallimento non è un accidente. È una categoria strutturale del nostro modo di organizzare il valore. Esiste perché esiste un sistema di misura. Esiste perché qualcuno decide cosa conta e cosa no. In altri termini: non fallisce chi non fa, ma chi non rientra nei criteri che stabiliscono cosa sia un risultato.
Questo significa che il fallimento, così come lo intendiamo, non è una verità ontologica ma una convenzione. Una convenzione potente, certo, perché produce effetti reali — economici, sociali, simbolici — ma pur sempre una convenzione.
E tuttavia, proprio perché è una convenzione, è anche inevitabile. Io vivo dentro questo sistema, non fuori.
Quindi il mio fallimento è, allo stesso tempo, relativo e reale.
Alla soglia dei sessant’anni, poi, il discorso si sposta inevitabilmente su un piano di bilancio. E un bilancio, per definizione, non è un’opinione: è una somma.
La somma dice: circa ottanta dischi incisi, sedici libri pubblicati, anni di attività concertistica in Italia, in Europa, nel mondo, formazione di collettivi, creazione di metodologie musicali e di conduction istituzione di un blog, di etichette discografiche, di società di edizioni musicali, ecc. Non una promessa, ma un percorso compiuto. Non un tentativo, ma una traiettoria che, per un periodo significativo, ha trovato ascolto, interlocutori, spazio.
E poi una progressiva rarefazione.
Meno chiamate. Meno circuiti. Meno ascolto. Uno stallo.
Questo non lo leggo in chiave emotiva, ma descrittiva.
Si può discutere sulle cause, ma il dato resta: ciò che produco oggi non trova collocazione adeguata nel sistema.
Chiamarlo “boicottaggio” può sembrare eccessivo, ma descrive almeno un effetto.
E dentro questo si inserisce un elemento ulteriore: un paese senza memoria artistica, che non stratifica, non consolida, non riconosce continuità.
In un sistema così, anche percorsi lunghi diventano invisibili.
Il punto è l’accettazione del dato.
Non c’è bisogno di essere commiserati, né di essere consolati.
C’è solo da registrare una condizione.
E qui si aggiunge un paradosso: quando vengo chiamato a suonare, a presentare i miei libri, a fare performance sui miei testi, il pubblico partecipa in maniera totale. C’è ascolto, c’è coinvolgimento. E questo, paradossalmente, non mi consola. Mi crea una forma di frustrazione, perché rende ancora più evidente lo scarto tra ciò che accade lì e ciò che non accade fuori. Rotture rispetto alla monotonia, la non continuità.
Quando mi chiamano a suonare, spesso è anche quello: una forma di svendita. Pochi soldi, condizioni minime, imbarazzi.
Fallimento va detto così, senza rabbia.
E aggiungo un’ultima cosa: a quasi sessant’anni non mi interessa più di cosa possa pensare la gente. Non mi interessa il giudizio. Non mi interessa nemmeno come verrà letto questo scritto. Non ho più nulla da perdere.
Proprio per tali ragioni, tutto ciò non fermerà la mia attività produttiva di un niente. Anzi, probabilmente la aumenterà. Perché non si crea per essere considerati. Questa è la differenza. Sono due fasi diverse dell’essere artista: quella in cui si misura il proprio lavoro attraverso il riconoscimento e quella in cui si continua a produrre indipendentemente da esso. Attenzione a non confondere i piani. So che quel che scrivo accomuna tanti altri creativi in crisi. Io non mi nascondo e ci metto come sempre la faccia.
Ad oggi, 2 maggio 2026, questa è la situazione.
Se cambierà, ne darò notizia. Che questo scritto possa arrivare a chi è in in grado di recepirne l’intimo contenuto profondo.

“BOAOTTI”: la “buonanotte” dei catanesi

Il catanese è sempre stato “moderno” in un certo qual modo, da sempre ha fatto del tempo una ragione essenziale, in controtendenza con l’immagine classica di una Sicilia lenta, pigra e oziosa. Egli spesso rinuncia a consonanti superflue e scorcia senza problemi. Ad esempio. Quando si fa tardi e la discussione si prolunga inutilmente, in un particolare, non definibile, ma purtuttavia ineluttabile momento saliente della questione, cala come una mannaia la seguente sentenza: “avanti, Savvo, BOAOTTI!” (“Orsù, Salvo, abbiamo chiacchierato fin troppo in merito a questa problematica, ritengo opportuno dunque il porre fine al nostro interminabile botta e risposta, essendo giunti a un evidente punto di stallo che finirebbe col sottrarre a entrambi delle preziose ore di sonno”).
Il catanese elimina dunque ben due consonanti (le due “N” di “bonanotti”), confidando sulla musicalità della frase che, pur contratta, finisce col riprodurre la medesima parola (“BOAOTTI” viene spesso pronunciato mentre si va già via, giunge come una eco significante “di per sé”, come se non fosse più nemmeno una parola, ma un gesto fonico autosufficiente, una specie di congedo che si compie mentre si compie l’azione stessa dell’andarsene). Non si dice BOAOTTI per comunicare qualcosa: lo si dice perché ormai non c’è più nulla da comunicare. È la lingua che prende atto del limite del discorso e lo chiude con un colpo secco, elegante nella sua brutalità.
In questo senso il catanese è davvero moderno: taglia, abbrevia, elimina il superfluo non per povertà, ma per eccesso di consapevolezza. Sa che a un certo punto le parole eccedono la cosa, la dilatano inutilmente, la consumano. BOAOTTI interviene lì, come una cesura. Non è solo “buonanotte”: è “basta così”, “oltre non si va”, “il tempo è finito”.
E infatti arriva sempre quando il tempo è già stato superato, quando la conversazione ha oltrepassato quella soglia invisibile oltre la quale non si aggiunge più nulla, ma si continua a parlare per inerzia, per abitudine, per paura del silenzio. Il catanese, invece, quel silenzio lo chiama. Lo anticipa. Lo impone.
È una parola che contiene un’intera filosofia: la misura. Ma una misura non moralistica, non pedagogica — una misura pragmatica, quasi musicale.

Sogno del 24/4/2026: 2004 (ma non è il 2004)

Stanotte succede questo. Vengo selezionato insieme a un gruppo di altri — non è chiaro se ragazzi o persone della mia età — per partecipare a un briefing in un paese asiatico. Saliamo su quello che inizialmente sembra un aereo, ma non è un aereo normale: è una specie di sala enorme, quasi un aereo presidenziale, con un grande tavolo centrale, computer, postazioni di lavoro. Partiamo. Durante il decollo mi accorgo che il movimento è stranissimo, completamente diverso da quello di un aereo: silenziosissimo, fluido, quasi irreale. Capisco allora che non è un aereo, ma un elicottero di modernissima fattura, enorme, evolutissimo, che vola in un modo incredibile. Ricordo con precisione questo dettaglio: il silenzio e il tipo di movimento. Dovevamo fare scalo, forse a Varsavia, e da lì prendere un altro mezzo per arrivare in questa località asiatica dove si sarebbe tenuto l’incontro. Poi c’è un vuoto. Mi ritrovo direttamente in un hotel, evidentemente già in Asia. Un’enorme hall. Mi muovo dentro questo spazio cercando di capire dove sono, cosa sta succedendo. A un certo punto entra una donna che annuncia l’arrivo degli altri partecipanti. Ci sediamo, sta per iniziare il briefing. Ed è lì che succede la cosa più strana. Comincio a osservare le attrezzature degli altri: computer, dispositivi… e mi sembrano vecchissimi, tipo Mac dei primi anni 2000. Allora tiro fuori il mio Mac — quello attuale — e glielo mostro. Loro mi guardano come se fosse qualcosa di incomprensibile. Io chiedo: “Ma in che anno siamo?” E loro rispondono, con naturalezza: “2004”. Rimango spiazzato. Dico: “Ma che dite? Siamo nel 2026”. Gli faccio vedere il mio computer, provo a spiegare. Loro mi mostrano le loro applicazioni, i loro sistemi. Ma non sono esattamente quelli del 2004 che conosciamo: sono versioni alternative, come se fosse un Mac del 2004 sviluppato in un altro universo, con una tecnologia che ha seguito un’altra traiettoria. Non è passato: è un’altra linea. Loro impazziscono guardando il mio. Io continuo a chiedere: “Ma che anno è? In che anno siamo?” Comincio a protestare. Arrivano altre persone, altri partecipanti, e la tensione cresce. E lì non ricordo più nulla.

PS: Forse il punto non è stabilire in che anno ci si trovi, ma accorgersi che l’anno stesso, nel sogno, perde consistenza. Non è un ritorno al passato, non è una memoria: è una biforcazione. Come se il tempo non scorresse in linea, ma si aprisse in più direzioni simultanee, ognuna con la propria coerenza, la propria tecnologia, la propria storia. Ed è esattamente lì che torna quella sensazione già vissuta altrove: non sto immaginando, sto entrando. In territori che non appartengono né al ricordo né alla fantasia, ma a una struttura più ampia, dove le mappe non sono solo spaziali — come nelle città che abito nel sonno — ma anche temporali. E il vero spaesamento non è vedere qualcosa di impossibile, ma riconoscerlo come perfettamente reale mentre accade.

La democrazia ateniese nell’era digitale


C’è un passaggio delle Supplici di Euripide che, se preso sul serio, non è un frammento di teatro antico, ma una teoria politica compressa. E, come spesso accade, proprio ciò che è più radicale resta invisibile perché è detto con troppa chiarezza. Nel dialogo tra Teseo e l’araldo non c’è solo retorica: c’è una frattura strutturale. Da una parte il potere che si concentra, dall’altra una città che esiste solo se l’uguaglianza non è una parola ma una condizione operativa. Teseo non fa filosofia: individua il punto esatto in cui il potere si deforma. Il tiranno è il peggio che possa accadere a una città, non per moralismo, ma perché piega la legge a sé. Dove governa uno solo, la legge smette di essere un dispositivo comune: diventa proprietà privata. L’uguaglianza non viene negata a parole: viene svuotata nei fatti. E qui introduce il primo nodo: la legge scritta come condizione materiale dell’uguaglianza. Dove la legge è pubblica, il povero e il ricco stanno sullo stesso piano, il debole può rispondere al potente, il piccolo può prevalere sul grande, se la giustizia regge. Non è idealismo: è equilibrio delle forze. Ma il punto decisivo arriva subito dopo. Teseo definisce la libertà con una formula che oggi risulta quasi intollerabile per la sua semplicità: «Chi vuole parlare in pubblico per fare qualche proposta utile alla città?» Qui salta tutto. Non rappresentanza. Non delega. Non intermediazione. Accesso diretto. Chi vuole parla. Chi non vuole tace. E dentro questa banalità apparente c’è un principio che abbiamo rimosso: l’accesso alla parola è accesso al potere. Non esiste altra definizione concreta di democrazia. Il resto è costruzione storica. Teseo lo dice apertamente: esiste forse un’uguaglianza maggiore? Noi, da secoli, rispondiamo di no nei fatti, continuando a chiamare democrazia un sistema fondato sulla mediazione permanente. A questo punto bisogna essere precisi: Atene non è un modello compiuto. È limitata, esclusiva, imperfetta. Ma ha centrato il principio. E quel principio non è stato superato: è stato aggirato. Per una ragione semplice: i limiti materiali. La democrazia diretta funzionava perché la scala lo permetteva: pochi cittadini, presenza fisica, tempo condiviso, spazio delimitato. Appena la scala cresce, il modello collassa. Non per errore teorico, ma per impossibilità operativa. Da qui nasce la rappresentanza. Non come progresso, ma come compromesso tecnico: delegare diventa necessario perché partecipare direttamente è impraticabile. Per secoli abbiamo scambiato questo compromesso per un punto di arrivo, trasformando una necessità logistica in un principio politico. Ma qui si apre il nodo che oggi non è più eludibile. Se il limite della democrazia diretta era tecnico, cosa accade nel momento in cui la tecnica cambia? Le infrastrutture digitali stanno progressivamente erodendo quei vincoli che rendevano impossibile la partecipazione diretta su larga scala: identità verificabili, sistemi di voto distribuiti, piattaforme di deliberazione, accesso asincrono alla discussione, possibilità di aggregare e filtrare proposte in tempo reale. Non siamo ancora a un punto stabile, ma la direzione è evidente: la scala non è più un ostacolo assoluto. Questo implica un passaggio netto: da “impossibile su larga scala” a “impossibile senza tecnologia”. E allora quella frase di Teseo smette di essere un reperto e torna ad essere una domanda operativa: «Chi vuole parlare per la città?» Oggi, potenzialmente, la risposta può arrivare da milioni di individui, distribuiti, asincroni, ma connessi dentro un sistema che rende la partecipazione tecnicamente gestibile. Questo non significa che ogni problema sia risolto: restano questioni di competenza, qualità della decisione, manipolazione, velocità, responsabilità. Ma cambia il piano: non siamo più di fronte a un limite strutturale, ma a un problema di progettazione. E questo è un salto enorme. Perché significa che la democrazia diretta smette di essere un’utopia storica e diventa un’architettura possibile. Non un ritorno nostalgico ad Atene, ma il suo compimento. Per la prima volta, ciò che era confinato dalla materia può essere esteso dalla tecnica: una democrazia in cui la partecipazione non è delegata ma esercitata, in cui la parola non è concessa ma disponibile, in cui ogni cittadino può intervenire nel processo decisionale senza passare attraverso una classe separata. Questa sarà la vera democrazia del futuro: una democrazia ateniese resa finalmente possibile dalla tecnologia. Non un perfezionamento della rappresentanza, ma il suo superamento strutturale. Non un’illusione, ma una possibilità concreta che dipende da come scegliamo di costruire gli strumenti. E, per la prima volta, la definizione di Teseo può uscire dal perimetro della polis e diventare globale: la città appartiene davvero a chi decide di prenderne la parola.

SOGNO del 23/4/2026: L’UOMO WATER

Stanotte succede questo.
Non so come, entro in contatto con qualcuno e mi ritrovo il braccio macchiato di merda. Provo subito disgusto e cerco di pulirmi. Ma più cerco di risolvere, più la situazione degenera.
A un certo punto mi trasformo in una specie di uomo-gabinetto: ho un water in ceramica attorno alla vita e sono costretto a camminare così, con dentro deiezioni che continuano a sporcarmi.

Attraverso una zona notturna che sembra uscita da Fuga da New York: bidoni in fiamme, vicoli, teppisti armati. Io avanzo rasente ai muri, cercando di non farmi notare. Tutti però mi guardano. Sono terrorizzato, soprattutto da uno: altissimo, completamente calvo, con un macete. Il vicolo si stringe e sono costretto a passargli accanto. Io, con questo gabinetto addosso, sporco, gli passo vicino. Lui mi guarda dall’alto, impugna il macete, poi ride con un ghigno. Riesco a passare. Dopo capisco: quella, paradossalmente, è una zona sicura.

Superato quel punto, vedo nella notte un baluginio. È una luce fosforescente che si trasforma in una specie di pozzanghera bianca, a chiazze rosa. Capisco che è qualcosa di vivo: un liquido che ti segue ovunque, si allarga e prova a ricoprirti, a soffocarti, come un blob.

Scappo. Corro con questo gabinetto pieno di deiezioni mentre quella cosa mi insegue e si espande velocissima. Riesco a salire su un muretto, ma la sostanza contamina tutto. Alla fine, tramite una scala, entro a fatica in una casa.

È una casa che conosco: ho le chiavi, ma non so chi siano i proprietari. È una casa di gente molto ricca, perfettamente ordinata, pulitissima. Io entro sempre di nascosto, quando loro non ci sono, con l’ansia che possano tornare da un momento all’altro.

Dentro trovo mio fratello e un altro che non ricordo bene chi sia.

Cerco di pulirmi. Tolgo il water, mi lavo, ma mentre mi pulisco continuo a sporcare quella casa. È un continuo tentativo di pulizia che genera altra sporcizia: pulisco me stesso e contemporaneamente devo pulire tutto quello che sto contaminando.

In qualche modo riesco a sistemare la situazione.

Ma poi mi ricordo: ho un concerto. Devo andare subito.

Mio fratello è già sotto con la macchina. Salgo, partiamo, accelero per arrivare in tempo. Ma sbaglio strada: prendo uno svincolo e finisco in autostrada.

Mi dico: “No, adesso devo uscire subito e tornare indietro”.

Nel frattempo mi chiama Claudia Scavone. Rispondo in vivavoce. Ma mentre rispondo, per errore, parte anche una chiamata a Cinzia. E quindi si mettono a parlare entrambe, Claudia e Cinzia, mentre io sono completamente concentrato sullo svincolo da prendere.

E lì mi sveglio.

Geometria dell’aldilà

Io devo poterlo dire. Oramai la mia vita onirica è inconcepibile. Io non sono in grado di tradurre la complessità (è solo una parola che non rende il senso), il livello surreale (è solo una parola che non rende il senso), l’affabulazione (è solo una parola che non rende il senso), la preziosità del dettaglio (è solo una parola che non rende il senso), l’incommensurabile ordito (è solo una parola che non rende il senso), di quanto vado “vivendo” durante la fase del sonno. È una cosa che mi dà immensa fiducia su ciò che avverrà dopo il trapasso, ed è un senso di consapevolezza che si centra su un correlato empirico di queste avventure.

Perché ciò che accade nei miei sogni non ha nulla della casuale confusione che la vulgata neurologica attribuisce al sonno. Non vi è solo proliferazione di immagini. Vi è costruzione. Vi è drammaturgia. Vi sono luoghi che ritornano a distanza di anni con una topografia stabile, strade che riconosco, città impossibili che hanno quartieri, corridoi, scale, geografie interne più coerenti di quelle di molta realtà diurna. Vi sono personaggi che sembrano sapere cose che io non so, dialoghi che non avrei saputo scrivere da sveglio, dettagli minimi — una luce su una parete, una frase detta di sfuggita, il rumore di una porta, una curva di montagna — che possiedono una precisione quasi intollerabile.

A volte ho la sensazione che il sonno non produca quei mondi, ma li attraversi. Che la coscienza, liberata dalla tirannia del corpo, della cronologia e della funzione, entri in una forma di esperienza infinitamente più vasta, in cui il reale appare per ciò che forse è sempre stato: una minima porzione, un lembo, una crosta.

E allora io non riesco più a considerare il trapasso come annientamento. Mi appare piuttosto come un’estensione di quel principio. Come il definitivo ingresso in una regione in cui quella smisurata facoltà affabulatoria, simbolica, metamorfica, non sarà più interrotta dal risveglio.

Se una mente addormentata, ancora legata a un cervello, a un letto, a un corpo che respira, è capace di generare universi di questa portata, allora non vedo perché dovrei credere che tutto termini nel nulla. Il nulla, semmai, mi pare l’ipotesi più povera, più piatta, più dozzinale di tutte. E non si tratta soltanto di paesaggi o di narrazioni. In quei sogni io dispongo di consapevolezze che da sveglio non possiedo minimamente. Mi trovo a progettare motori per navicelle capaci di attraversare spazi impossibili, io che nella vita reale non so nulla di matematica o di ingegneria. Eppure lì tutto mi appare evidente, necessario, perfino ovvio. Vedo formule di una complessità inaudita, strutture, diagrammi, relazioni che comprendo perfettamente finché sono dentro quel mondo. Scrivo su lunghi rotoli che si svolgono in senso antiorario, e dalla scrittura stessa cola una sostanza scura e luminosa insieme, una sorta di inchiostro vivo, fatto di lettere matematiche e letteratura insieme, come se la formula e il racconto fossero la stessa cosa. Quella sostanza, scendendo lungo il foglio, genera poi minuscoli microchip, frammenti di materia pensante che vengono inseriti nei motori di queste macchine. E io, nel sogno, so perfettamente a cosa servono, come funzionano, quale principio incarnano. Al risveglio non me ne resta che una traccia, una specie di nostalgia intellettuale violentissima, la sensazione di avere intravisto per qualche istante una forma di conoscenza immensamente più ampia e più profonda di quella consentita dalla vita vigile.

Ecco l’ho scritto.

SOGNO DEL 20-4-2026

Dovevo andare in un’altra parte della Sicilia. Non ricordo quale. Era una strada che conosco bene, una strada che ho già percorso in altri sogni. Taglia in due le montagne, con discese enormi, interminabili, e curve che sembrano portare sempre più in basso.
Decido di affrontarla in scooter.
Sono già a metà percorso. Sto attraversando una discesa ripidissima in mezzo alle montagne quando il motorino comincia a non camminare più. Perde forza, rallenta, finché si spegne del tutto, come se fosse finita la benzina.
Continuo a scendere per inerzia. A un certo punto incontro un uomo. Lo fermo e gli chiedo se, in fondo a quella enorme discesa, ci sia un distributore.
Lui mi dice di accostare, di parcheggiare il motorino e di non preoccuparmi.
Ha la barba, i capelli brizzolati, una tuta da lavoro. Lo conosco perfettamente, nel sogno, anche se non saprei dire chi sia.
Mi conduce verso un ingresso scavato dentro la montagna.
Dentro la montagna vive un’intera comunità di persone. Hanno scelto di vivere lì sotto, in una specie di abitazione sotterranea fatta di stanze, corridoi, bagni, cucine. Una situazione stranissima, quasi claustrofobica. Ci sono ragazzi che vanno e vengono, come se tutto fosse perfettamente normale.
Uno di loro va a prendere una bottiglia di benzina.
La cosa mi sorprende, perché io il serbatoio lo sentivo pieno.
Mentre parlo con quell’uomo, uno dei ragazzi apre il serbatoio del motorino. Da dentro esce un liquido acquoso, chiaro.
“Evidentemente ti hanno messo acqua nel motore”, mi dice.
Svuotano tutto. Poi versano la benzina nuova.
Io ringrazio, saluto tutti, ma mi rimane addosso una strana angoscia per quel luogo così costipato dentro la montagna. Mi viene quasi da chiedere: perché avete scelto di vivere qui sotto, con tutto lo spazio che c’è fuori?
Riparto.
Dopo un altro tratto arrivo nella zona della Marina. Per proseguire devo attraversare un tratto di mare. E allora lo scooter, senza alcuna spiegazione, diventa acquatico.
Attraverso il mare sopra il motorino, ma mi bagno completamente. Continuo finché non torno su una strada normale. Solo allora capisco che quella strada, quella costa, quel quartiere sono in realtà una qualche parte di Catania.
Arrivo finalmente a destinazione, perché devo fare un concerto.
Ma a quel punto il motorino è diventato una macchina. Dentro ho caricato pezzi di batteria, aste, piatti, borse.
Mi trovo in un centro storico che è Catania, ma non è la Catania reale. È una Catania che conosco bene nei sogni. Un posto in cui ho già suonato tante volte.
C’è una scalinata stretta e sopra una vecchia insegna, tutta scolorita, corrosa dal tempo. Non ricordo bene il nome del posto. Era qualcosa tipo “La Repubblicana”, o qualcosa del genere. Una scritta antica, quasi illeggibile.
Prendo alcuni pezzi della batteria e salgo le scale, lasciando il resto sotto.
Arrivo sopra e trovo Andrea Beneventano, che mi aspetta per suonare in duo.
Il locale è stranissimo. Sembra un ristorante americano degli anni Quaranta, elegantissimo, quasi irreale. C’è già una batteria montata, c’è il pianoforte.
Io gli dico: “Ah, ciao Andrea. Ma non sapevo che ci fosse già la batteria qua. Ho lasciato un sacco di roba sotto.”
E lui, tranquillissimo: “Sì. Tanto mangiamo prima di suonare.”
Allora mi ricordo dei pezzi che ho lasciato giù e riscendendo incontro dei ragazzi che mi salutano. Perché quello è un posto dove, nei sogni, io suono abitualmente.
Poi risalgo.
Mi preparo a mangiare e a suonare con Andrea in questo ristorante assurdo, lussuoso, fuori dal tempo.
E lì, credo, mi sveglio.

Baret e Heidegger

Oggi rileggevo alcune pagine di Éric Baret. Pensavo a noi. A me. A noi che ci prendiamo per musicisti, insegnanti, fratelli, figli, lavoratori, comunisti, fascisti, spirituali, materialisti, buddhisti, marxisti, allievi, maestri. E mi colpiva una cosa: quasi tutta la nostra sofferenza nasce nel momento in cui scambiamo una parola per ciò che indica.

Baret lo dice spesso. Se dico “Vipassana”, “yoga kashmiro”, “Baret”, sto usando parole utili, come un dito che indica la luna. Ma appena il pensiero se ne appropria e dice: “io sono questo”, “io appartengo a questo”, allora quella parola diventa una gabbia. Una prigione elegante, magari colta, magari spirituale, magari politica. Ma sempre una prigione.

Potrei dire: ho incontrato un certo insegnamento. Ma l’istante in cui mi definisco attraverso ciò che ho incontrato, sono già nella memoria, non più nell’ascolto. Sono già diventato la caricatura di qualcosa.

Per Baret l’identità è una contrazione. La mente vuole sempre collocarsi: di destra, di sinistra, rivoluzionaria, spirituale, atea, religiosa, fascista, antifascista, tantrica, marxista. Sono tutte forme della stessa paura: la paura di non sapere chi siamo.

Ed è qui che mi torna in mente Martin Heidegger. Anche per lui il linguaggio ordinario e le definizioni rassicuranti ci allontanano da ciò che siamo. Ci rifugiamo nel “Si”, in ciò che si dice, si pensa, si è. Si è di sinistra, si è spirituali, si è artisti, si è disillusi. Ma quel “si” impersonale ci protegge dal vuoto, dall’angoscia, dal fatto che il nostro essere non coincide mai del tutto con nessuna definizione.

Heidegger direbbe che viviamo costantemente nella chiacchiera, nella Gerede: un mondo di parole che circolano e che prendiamo per vere solo perché sono condivise. Baret direbbe quasi la stessa cosa: prendiamo l’indicazione per la cosa indicata. In entrambi i casi il linguaggio, da strumento, diventa velo.
E allora capisco che si possono usare le parole senza esserne usati. Posso dire “classe”, “potere”, “proprietà”, “capitalismo”, “yoga”, “meditazione”, “arte”, sapendo che sono strumenti locali, provvisori, mappe. Non territori. La logica e l’analisi servono. Ma solo fino a un certo punto. Illuminano una zona, non il reale.
Anche qui Heidegger è vicino a Baret. Quando scrive che “l’essere si sottrae mentre si mostra”, intende proprio questo: ciò che è più essenziale non si lascia catturare definitivamente dai concetti. Ogni volta che crediamo di averlo afferrato, ci sfugge. Le parole indicano, ma non possiedono. La realtà si lascia intravedere e, nello stesso istante, si ritrae.

Puoi avere un’analisi perfetta del potere, del capitalismo, della storia, e continuare a vivere nella stessa paura, nello stesso bisogno di sicurezza, nello stesso conflitto interiore. Puoi passare la vita a dire “noi” contro “loro”, senza accorgerti che il meccanismo che combatti continua a riprodursi dentro di te.
Per questo, credo, Baret direbbe: volete cambiare il mondo senza vedere il meccanismo che continuamente ricrea il mondo che dite di combattere. Finché vi definite attraverso una posizione, siete già nella divisione.
E Heidegger aggiungerebbe forse che l’uomo moderno è continuamente in fuga da se stesso. Si riempie di ruoli, opinioni, appartenenze, attività, proprio per non sostare in quel vuoto originario in cui nessuna identità regge. Ma è soltanto lì, in quella sospensione, che qualcosa può finalmente mostrarsi.

Allora viene da sorridere. Leggi tutti i libri di Baret. Poi buttali. Vai ai suoi seminari. Poi dimenticali. Perché lui stesso ti direbbe che non servono a nulla. Che non c’è niente da imparare, nessuna nuova identità da costruire, nessun grado da raggiungere.

Poi semplicemente stai.

Forse è quello che Heidegger chiamava Gelassenheit: il lasciar essere. Non fare, non trattenere, non definire. Lasciare che le cose siano, e che l’essere si mostri senza volerlo possedere.
E forse lì, per un istante, si apre qualcosa. Un nocciolo irriducibile di reale. Pulsante. Quello che Jacques Lacan avrebbe chiamato objet petit a: qualcosa che non puoi afferrare, ma che ti attraversa. Lì sei al centro dell’iniziazione. Non c’è più identità. Non c’è più appartenenza. Per un attimo non esistono più né lo spazio né il tempo.

Baret insiste continuamente sul fatto che l’identità è una contrazione. Nei suoi discorsi ripete che la mente vuole sempre collocarsi: spirituale, marxista, buddhista, di destra, di sinistra, allievo, maestro. Per lui sono tutte forme della stessa paura: la paura di non sapere chi si è.

Ecco Baret direbbe forse: “Volete cambiare il mondo senza vedere il meccanismo che continuamente ricrea il mondo che dite di combattere. Finché vi definite attraverso una posizione, siete già nella divisione.”

Riflettevo: Il punto è che la logica e l’analisi sono utili come strumenti locali.

Anima/corpo-Hardware/software

Il mondo virtuale che sta emergendo non mi sembra qualcosa di radicalmente nuovo, ma la proiezione tecnica di intuizioni antichissime. Gli antichi avevano già immaginato un livello della realtà più profondo, unitario, interconnesso, di cui il mondo sensibile è solo una manifestazione frammentaria.

A differenza di Massimo Cacciari… Per lui l’Uno resta orizzonte simbolico, tensione, figura che orienta ma che non può essere realizzata senza distruggersi. È un po’ l’idea neoplatonica classica: l’Uno si lascia intravedere, mai possedere. E in questo senso entra anche Immanuel Kant dei Sogni di un visionario: la comunità degli spiriti come limite, analogia, pensabile ma non empiricamente realizzabile. Io invece penso che la modernità tecnica stia trasformando ciò che per secoli era soltanto simbolo in infrastruttura. Non perché qualcuno persegua deliberatamente “il Grande Uno” come progetto cosciente, ma perché la logica interna della tecnica tende a produrlo. Internet, reti globali, intelligenza artificiale, banche dati, interfacce neurali, traduzione automatica, connessione permanente: tutto va nella direzione di una progressiva abolizione della separazione. Quello che per Plotino era metafisica e per Dante Alighieri era immagine, oggi rischia di diventare tecnica. Non perché la tecnica “imiti” quelle visioni, ma perché finisce per produrne l’equivalente funzionale. La Rosa mistica dantesca è una rete di coscienze ordinate; oggi costruiamo reti di coscienze, memorie, dati. L’Uno di Plotino è una totalità da cui tutto emana e a cui tutto ritorna; oggi ogni informazione tende a convergere in un unico spazio reticolare. Per questo non vedo l’Uno come un ideale irrealizzabile, ma come qualcosa che potrebbe emergere quasi involontariamente, come risultato non previsto dell’evoluzione tecnica. Esattamente come nessuno, nel Medioevo, immaginava internet partendo dalla stampa o dalla posta. Il simbolo potrebbe rivelarsi, retrospettivamente, non la negazione del possibile, ma la sua anticipazione.

Plotino parlava dell’Uno: una totalità da cui tutto emana e a cui tutto ritorna. Platone immaginava un mondo delle Idee più reale del mondo empirico. E la Rosa mistica di Dante Alighieri nella Divina Commedia è già una rete di coscienze ordinate, un’immensa architettura spirituale in cui ogni individuo è nodo di un insieme. La differenza è che oggi ciò che per loro era metafisica, simbolo o visione potrebbe diventare infrastruttura tecnica. Il virtuale non inventa l’Uno: gli dà forma operativa. Forse internet, l’intelligenza artificiale, la connessione totale non sono altro che il modo in cui il nostro tempo traduce in termini tecnologici intuizioni che esistono da millenni. Perché vedere la continuità evolutiva della specie come qualcosa di scisso e non come un percorso unitario?

La simulazione democratica e i paradossi della partecipazione

Non voto. Non voto da decenni. Le ragioni le ho già espresse più volte qui nel mio blog. Non è disinteresse, è coerenza intellettuale. Qui non siamo davanti a temi universali o immediatamente comprensibili, ma a questioni tecniche, giuridiche e costituzionali di altissimo livello, su cui si confrontano magistrati e specialisti del diritto. Eppure la politica, in modo strutturalmente inadeguato, scarica sui cittadini la responsabilità di esprimere un sì o un no su materie complesse. Il risultato è inevitabile: si vota per appartenenza, per riflesso politico, per umore, non per il merito dei quesiti. Non è una colpa individuale, è un problema di sistema. Questi referendum tecnici, che non riguardano direttamente la vita quotidiana di tutti ma ambiti specialistici, rappresentano il segno evidente del fallimento della delega parlamentare. La delega esiste per questo: affidare a chi ha competenze e responsabilità istituzionali la gestione della complessità. Quando invece tutto viene ridotto a una scelta binaria, significa che la politica ha rinunciato al proprio ruolo. Semplice. Il risultato è una partecipazione solo apparentemente democratica, che svuota il senso stesso della decisione collettiva. Questioni articolate vengono ridotte a un sì o un no difficilmente consapevole. Non è un problema nuovo: Bakunin vedeva nella delega una forma di dominio, Kropotkin denunciava le istituzioni che sostituiscono la competenza con l’obbedienza, Malatesta ricordava che non esiste libertà dove la decisione è separata dalla comprensione. Eppure oggi l’astensione viene condannata automaticamente, come se fosse un deficit civico, invece che un possibile indicatore di un meccanismo che non funziona.

Non sopporto le ipocrisie, non ho mai amato la retorica. La prova è sotto gli occhi di tutti: il voto diventa festa, rivendicazione politica, richiesta di dimissioni del governo. Il referendum si trasforma in giudizio complessivo sull’esecutivo. Della questione giuridica non resta nulla. E allora diciamolo chiaramente: questi non sono strumenti di “alta democrazia”, ma dispositivi che certificano la crisi della rappresentanza. Poi c’è la Costituzione. Intoccabile, sacra, inviolabile — a parole. Nei fatti è stata modificata più volte: nel 2001 con il Titolo V, nel 2012 con il pareggio di bilancio, nel 2020 con il taglio dei parlamentari. Non è un feticcio, è un testo politico, quindi modificabile. Ma allora va trattato come tale, non come oggetto retorico da sventolare quando conviene. Il punto più grave è un altro. Durante il COVID-19 la Costituzione è stata compressa nella sua applicazione concreta: libertà di movimento, di lavoro, di riunione limitate in modo esteso e prolungato attraverso strumenti emergenziali. Non una violazione formale, ma uno svuotamento sostanziale. E lì non si sono viste le stesse mobilitazioni indignate che oggi si agitano attorno a un referendum. Un altro dato dovrebbe far riflettere: in alcune aree ad alta densità mafiosa il voto si è allineato in modo sorprendentemente compatto. In contesti storicamente segnati da dinamiche di controllo del consenso, un risultato così uniforme non può essere liquidato senza interrogativi. In questo quadro si inserisce un ulteriore elemento: una destra talmente inadeguata nell’azione di governo da offrire, paradossalmente, alla sinistra — che fino a quel momento non aveva alcuna reale prospettiva – l’occasione perfetta per riorganizzarsi. Un errore strategico che ha spostato il confronto politico dai contenuti alla delegittimazione reciproca. Il risultato è un discorso pubblico sterile, fondato più sulla denigrazione che sulla costruzione. E allora delle due l’una: o la Costituzione è un principio serio, sempre, oppure è un oggetto retorico da usare a intermittenza. Io non voto. Non parteggio per centrodestra o centrosinistra. Mi sembrano le due facce della stessa semplificazione: trasformare la complessità in slogan e la partecipazione in allineamento.

E nel frattempo… nel 2026, siete ancora lì ad apporre con la matita su un foglio di carta la vostra preferenza. Costo: centinaia di milioni di euro. Le elezioni politiche in Italia costano circa 380 milioni nel 2018, circa 400 milioni nel 2022: seggi, personale, sicurezza, stampa, logistica. Un apparato enorme per sostenere un meccanismo tecnicamente novecentesco. Vivete in un mondo in cui pagate con lo smartphone, firmate contratti digitali, gestite conti online, affidate dati sensibili a sistemi informatici ogni giorno. Eppure il voto resta fermo: carta, matita, cabina. Altrove no. In Estonia si vota online dal 2005, e oggi oltre il 50% degli elettori utilizza il voto digitale, attraverso sistemi basati su identità elettronica e crittografia avanzata. Non è futuro, è amministrazione. Allora la domanda è semplice: perché il momento più delicato della democrazia resta ancorato a un rituale analogico? Davvero è un limite tecnico, o è una scelta politica? Perché modernizzare il voto significherebbe ridefinire accesso, controllo, partecipazione, cioè alterare equilibri consolidati. E forse, semplicemente, non conviene. Questa non è democrazia. È rappresentazione. Un dispositivo che simula il conflitto per evitare il pensiero.

Progressismo. Non ne posso più di anche questa retorica stanca, ripetitiva, quasi liturgica, secondo cui la Costituzione non si tocca, non si modifica, non si discute. Stiamo parlando di un documento che ha quasi ottant’anni ed è già stato modificato decine di volte. Quindi non è un testo sacro, non è intangibile, non è un dogma. È, ed è sempre stata, un testo politico, storico, contingente.
Eppure viene trattata come un feticcio.
Il punto è ancora più paradossale se si entra nel merito: la questione della separazione delle carriere dei magistrati, che oggi viene difesa in nome della Costituzione, ha radici storiche che risalgono proprio al periodo fascista. È stata introdotta in quel contesto e da allora è rimasta sostanzialmente invariata. Quindi si difende come “costituzionale” qualcosa che nasce dentro una precisa impostazione autoritaria. Questo dovrebbe almeno far riflettere. Invece no: si preferisce la retorica alla storia.
Quelli che hanno votato NO (la maggioranza di quelli che oggi esultano) sono gli stessi che durante la pandemia hanno sputato fiele nei confronti di chi protestava contro lo stupro della nostra costituzione. Sono LORO il mio nemico, quelli che oggi fanno finta di essere amanti della carta costituzionale. LORO erano i delatori. Quelli che discriminavano chi non sottostava a quel folle diktat. A quel tempo COSTORO non si sono fatti scrupoli dello scempio operato nei confronti della costituzione italiana.
E poi c’è l’altra parola che non sopporto più: “progressista”.
Io sono molto attento alle parole. E oggi “progressista” è diventato il contrario di ciò che dovrebbe essere. Progressista, per definizione, è chi mette in discussione, chi modifica, chi evolve. Qui invece assistiamo a una difesa rigida, conservativa, quasi museale di un impianto che non si può toccare. Questa non è progressione, è conservazione.
Allora diciamolo chiaramente: se il criterio è l’intangibilità in quanto tale, allora perché non tenere in vigore la Magna Carta? O qualsiasi altro documento storico che ha avuto un ruolo fondamentale? Perché fermarsi alla Costituzione del ’48?
La verità è che non si sta difendendo un principio, ma una posizione politica contingente.
E questa continua sacralizzazione selettiva, questo uso ideologico della Costituzione (che nasce,
ricordiamolo, da un accordo “rivoluzionario” di redazione di un documento per l’epoca assolutamente innovativo), questa deformazione del linguaggio – in cui il progressista diventa conservatore e il cambiamento diventa eresia – mi è semplicemente insopportabile. Ormai “progressismo” è sinonimo di “status quo” e idiosincrasia da spasmo del “diritto civile”.
Io questa retorica non la sopporto più.

ATLANTE INTERIORE: Carme VIII: Museo delle Verità

Entrai in una sala silenziosa
Dove le idee giacevano come animali imbalsamati.

Ogni teca conteneva una promessa, era il marzo con la sua estetica promiscua
A rendere incerto il mio passo di fronte alla redenzione della storia.
Una luce fredda cadeva sui relitti dei miei pensieri
A dispetto della frizzante calura che pressava dall’esterno sulle pareti fossili.

La cripta dei miei pensieri, così poco domestica, la visitavo dunque
Nella confusione fra sogno e pensiero che caratterizza il risveglio
Come un paleontologo speranzoso di ritrovare il Paradiso perduto
Perché vano è sperare di conservare più del frammento
E ogni intero è solo una menzogna ben illuminata.

Provai a ricordare
Ma ogni immagine si ritraeva come un animale disturbato
E mi restituiva la versione contaminata e molteplice
Di una casa che in quelle regioni indefinite frequento.

E come testimoni che non concordano
I misteriosi inquilini del fatiscente palazzo
Parevano farsi beffe dei miei sforzi di memoria
Rivelando nel disfacimento corporeo e dei loro volti
Che ciò che avevo visto non apparteneva alla memoria
Ma alla sottrazione della regione dei sensi.

Restò soltanto una pressione muta, un’evidenza senza figura
Che nessun nome riusciva a trattenere
Una certezza senza appello che al risveglio si sgretola senza rumore
Il frutto di una logica che non richiede prove.

La Struttura

A me ormai interessa una sola cosa: la struttura. Pioggia, vento, temporali, grandine, bufere: la struttura regge. Tutto il resto è rumore. Tutti dicevano che non avrebbe retto: “Non durerà, rifalla col cemento, fai una tettoia, rinforzala”. La solita favola della casa dei tre porcellini. E invece la struttura è lì. Regge. Duecentoquaranta euro, comprata su Amazon, una struttura pensata per i paesi nordici, figurarsi per la Sicilia, ma tutti replicavano “ahahahaha” — e invece eccola lì, in piedi, maestosa. Perfino chi l’ha montata ha dovuto ammettere “non credevo: la compro pure io”. Questa è l’unica soddisfazione rimasta: la struttura. Perché la struttura non è soltanto ferro, viti e tela; è un simbolo. È la prova che qualcosa può resistere mentre passano pioggia, vento, grandine, bufere, anni. Il mio obiettivo è uno solo: che la struttura resti. Anche quando io non ci sarò più. Quando qualcuno entrerà in casa — chi verrà dopo — e vedrà quella struttura ancora lì, e la fotograferà pensando: è ancora qui, resiste, resiste, resiste… ecco io avrò trionfato. La struttura va oltre la filosofia de “I Sepolcri” di Foscolo, oltre la memoria retorica dei monumenti: è una presenza che continua, una cosa che rimane come un monolite di plastica e ferro. È una scommessa reale. Perché se quella struttura regge agli agenti atmosferici, alle tempeste, alle catastrofi… allora avrò avuto ragione su tutto. E se avrò avuto ragione per questo particolare, allora questa sineddoche, questa cosa che “resiste” simboleggerà la verità di questa mia intuizione, una una prova metafisica incarnata nella materia. La mia vita — di musicista, di scrittore, di organizzatore, di quello che volete — sara stata allora tutta tesa a realizzare la struttura. La struttura come simbolo del mio essere nel mondo. Non semplicemente un oggetto, ma una forma concreta del modo in cui un’esistenza prende forma nelle cose che costruisce, abita e lascia dietro di sé. In quella struttura passano tutti i miei pensieri, i miei concerti, le mie letture, i miei studi, i miei scritti. È la mia piccola architettura dell’esistenza, la mia Arcadia possibile, la mia weltanschauung resa materia. Tutto lì dentro: nella struttura. E se permane avrò vinto la mia battaglia”.

Sogno dell’11-3-2026: la Mente Estesa

Stanotte ho fatto un sogno curioso, che si è innestato perfettamente in una riflessione che facevo poco prima.
Sognavo di dover sostenere un esame enorme. Non un esame normale: un esame sulla storia dei sapiens, sulla filosofia, su interi campi del sapere umano. Una prova impossibile, una di quelle che nessun individuo potrebbe davvero preparare.
La cosa paradossale era che il professore che doveva interrogarmi era anche un mio grande estimatore, uno che aveva una forte stima della mia cultura e del mio lavoro artistico. Proprio per questo mi sentivo ancora più in imbarazzo: sapevo che qualunque argomento potesse uscire — un frammento di storia, un autore, una corrente filosofica — avrebbe potuto mettermi in difficoltà.
Ero lì, con la sensazione chiarissima di essere inevitabilmente impreparato.
Poi, nel sogno, mi sono ricordato di una cosa: non ero nel presente. Ero in un futuro. Un futuro in cui era possibile interconnettersi direttamente con le competenze degli altri, con le conoscenze del professore stesso, perfino con la struttura delle domande che mi avrebbe fatto.
E in quel momento tutto si è chiarito.
Non perché improvvisamente sapessi tutto, ma perché il sapere non era più qualcosa di individuale, custodito nella testa di qualcuno. Era diventato circolante, condiviso, interconnesso.
E il sogno mi è tornato in mente dopo una frase che avevo scritto poco prima: finirà che i Giuseppe Carbone di turno verranno educati dalle classi di allievi, che tramite processi neurali ne sapranno molto più di lui semplicemente interconnettendosi fra loro e con l’ignaro professore.
Senza questa considerazione fatta il mio sogno lo avrei rimosso.
Forse il punto è proprio questo: il futuro del sapere non sarà più la figura del professore che possiede la conoscenza, ma una rete di menti che la generano insieme. In quel mondo l’autorità culturale non verrà dal possesso delle informazioni, ma dalla capacità di orientarsi dentro l’intelligenza collettiva.
Nel sogno, quando ho capito questo, l’esame non faceva più paura. Perché non era più la prova di un individuo, ma il funzionamento di una rete.

La svolta futuristica.
A un certo punto ricordi che non sei nel presente ma in un futuro in cui puoi interconnetterti con il sapere del professore e con le domande stesse. In quel momento l’ansia sparisce: la conoscenza non è più individuale ma rete cognitiva condivisa. L’idea implicita è che il sapere non sarà più proprietà di un singolo soggetto, come nella figura tradizionale del professore, ma diventerà una struttura distribuita, dove le menti si collegano tra loro e con archivi cognitivi esterni. In quel momento il rapporto maestro-allievo cambia radicalmente: l’autorità non deriva più dal possesso del sapere ma dalla capacità di orientarlo.
Nel sogno, quando ti connetti alla rete di conoscenze, accade qualcosa di molto significativo: l’esame diventa risolvibile. Non perché tu sappia tutto, ma perché il sapere è circolante.
Questo sogno tocca un’idea che sta emergendo oggi in filosofia della mente e nelle neuroscienze, cioè la teoria della mente estesa.

Il deserto morale dell’Occidente

Negli anni Ottanta e Novanta una parte consistente della cultura di sinistra europea e americana si fondava su un presupposto teorico abbastanza chiaro: la difesa della pluralità delle culture contro l’uniformazione occidentale. Il terzomondismo, con tutte le sue ingenuità e le sue mitologie politiche, nasceva proprio da questa intuizione. Il mondo era pensato come un mosaico di civiltà, religioni, sistemi morali e strutture sociali differenti, e l’Occidente veniva criticato precisamente per la sua tendenza a ridurre questa complessità a un unico modello antropologico. Quella sinistra poteva essere accusata di molte cose, ma non di voler uniformare il pianeta. Al contrario, vedeva nella diversità delle forme di vita una ricchezza storica e antropologica. Negli ultimi vent’anni questo paradigma si è progressivamente rovesciato. Una parte rilevante della cultura progressista occidentale ha abbandonato il pluralismo antropologico per adottare una nuova forma di universalismo morale. Non più l’universalismo illuministico dei diritti, ma una versione etico-identitaria che tende a classificare culture, tradizioni e istituzioni secondo un unico sistema di valori considerato moralmente definitivo. È qui che nasce ciò che oggi viene chiamato cultura woke. Il paradosso è evidente: un movimento che si percepisce come radicalmente progressista finisce per riprodurre, con strumenti morali invece che coloniali, lo stesso impulso uniformante che la sinistra novecentesca criticava nell’Occidente. Il mondo torna così a essere diviso in due categorie: ciò che è conforme al paradigma morale dominante e ciò che deve essere corretto, rieducato o eliminato. È una logica che ignora una legge elementare dei sistemi complessi: la diversità non è un difetto del mondo ma la sua condizione di esistenza. In biologia l’evoluzione nasce dalle mutazioni. In cosmologia l’universo stesso esiste perché all’inizio non era perfettamente uniforme: piccole fluttuazioni nella distribuzione della materia hanno generato galassie, stelle e pianeti. Se il cosmo fosse stato perfettamente omogeneo sarebbe rimasto una distesa sterile di particelle. L’ordine assoluto produce il nulla. La vita nasce dalla deviazione. Gli ecosistemi funzionano allo stesso modo. Non elimini gli squali perché sono pericolosi per l’uomo. Non elimini i serpenti o gli orsi polari perché possono uccidere. Esistono dentro un equilibrio complesso e quando una specie viene distrutta l’intero sistema si altera. Questa intuizione ecologica elementare sembra però scomparire quando si passa dalle specie alle culture. Allora la differenza diventa una colpa. Popoli, civiltà, religioni devono essere rieducati, normalizzati, allineati. Quando questo non accade interviene la forza, oppure la delegittimazione morale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ogni volta che l’Occidente elimina uno dei suoi mostri geopolitici il sistema che lo circondava collassa producendo disordine e instabilità. Il motivo è sempre lo stesso. I sistemi complessi non funzionano eliminando l’anomalia. Funzionano attraverso pluralità, tensione e differenza. La stessa dinamica vale anche per le identità politiche. Molti Stati moderni fondano la propria legittimità su genealogie antichissime, su idee di sangue, di popolo o di destino religioso, come se la storia fosse una linea continua. Ma quasi tutte le identità nazionali sono costruzioni relativamente recenti. L’Italia nasce nel 1861. La Germania nel 1871. Molti Stati del Medio Oriente emergono solo dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Le civiltà hanno sempre costruito narrazioni retrospettive per dare profondità al proprio passato: Roma con il mito di Enea, l’Europa medievale con genealogie troiane inventate per le dinastie, molte tradizioni religiose con figure fondative a cui vengono attribuite leggi e testi molto più tardi. Sono narrazioni identitarie, e tutte le comunità politiche ne producono. Il problema nasce quando queste narrazioni diventano criteri di esclusione e quando la complessità storica viene ridotta a un’identità unica definita per sangue o per suolo. È la vecchia idea romantica ottocentesca del Blut und Boden, sangue e terra, che il Novecento ha portato alle sue conseguenze più estreme. Ma l’errore più grande dell’Occidente contemporaneo non è solo questo. È la convinzione che il mondo debba essere moralmente uniforme. Che tutte le culture debbano convergere verso un unico modello antropologico e politico. È un’illusione pericolosa, perché l’evoluzione — biologica, storica e cosmica — nasce sempre dalla deviazione, dalla tensione, dalla differenza. Eliminare il mostruoso significa eliminare il motore stesso della realtà. L’universo nasce da un’anomalia. La vita nasce da mutazioni. Le civiltà nascono dal conflitto. Un mondo perfettamente allineato non sarebbe una civiltà superiore. Sarebbe semplicemente un deserto.

Una mia riflessione sul tempo percepito dopo la visione de “La Piscina” (1969), di Jacques Deray

Ho rivisto La piscina (1969), di Jacques Deray. Non mi interessa la trama. Non mi interessa il delitto. Mi interessa il tempo. In quel film il tempo non scorre, si deposita. Alain Delon fuma. Romy Schneider si muove lentamente. Il sole non tramonta mai davvero. L’acqua resta lì, immobile, come una superficie mentale. Non succede nulla — ed è proprio questo che oggi è insopportabile. Mi ha colpito l’indolenza. Quell’estate senza notifiche, senza vibrazioni, senza l’ansia di essere altrove. Si passa dal fumare una sigaretta a guardare il sole. Dal girare una pagina di libro a restare sdraiati senza fare niente. Niente. E quel niente è enorme. Mi ha riportato alla mia infanzia e adolescenza. Estati lunghissime. Pomeriggi che non finivano mai. Fumetti letti tre volte. Televisione che iniziava a un certo orario. Il telefono che non suonava. Il tempo che non era occupato. Era vuoto. Anzi: era denso e lento. Nel film la piscina è una clessidra liquida. Ogni gesto pesa. Ogni silenzio dura troppo. Ogni sguardo diventa un evento. Oggi quell’indolenza è impossibile. Non perché siamo più attivi ma perché siamo continuamente interrotti. Abbiamo eliminato il tempo morto. Ma abbiamo eliminato anche il tempo. La piscina (1969) è un laboratorio dell’attesa. Non c’è fretta. Non c’è accelerazione. C’è solo esposizione. Il corpo sotto il sole. La pelle che brucia. La noia che cresce. Il desiderio che si deforma dentro la lentezza. Mi ha dato angoscia. Non nostalgia — angoscia. Perché ho capito che quel tempo non tornerà. E forse non vogliamo che torni. Quel tempo obbligava a restare dentro di sé. Oggi possiamo scappare in ogni momento. Allora no. Allora c’era la piscina. Il caldo. Il silenzio. Oggi c’è lo schermo. Che riempie tutto. La piscina non è un film sul delitto. È un film sull’impossibilità di accelerare. E forse l’omicidio nasce proprio lì: nella pressione insopportabile di un tempo che non passa. Un tempo che ti costringe a sentire. Senza distrazioni.

ATLANTE INTERIORE. Carme VII: Ossa e Ideologie


 Pensai in quella sera di fine febbraio che ogni artista è Dio, Uomo, Demone
Che ogni artista è il luogo in cui queste tre maschere si contendono lo stesso volto
Fino a consumarlo.
 
Che ogni artista deve contenere la sommatoria di tutte le esperienze umane
E al contempo il vuoto che segue ad ogni respiro, pensai in quella tiepida sera siciliana
Che ogni artista è fascista, comunista, anarchico e tiranno.
 
Pensavo tornando a casa
Come un contabile che conta i passi delle proprie menzogne
Che nessuna innocenza gli è concessa e che il punto di combustione
Dove le idee si scontrano e bruciano senza lasciare testimoni
È l’istante in cui si conclamano la perfezione d’una estetica morta
E la colpa di aver vissuto fino a quel momento saliente.
 
Mi attardai a osservare un cane che frugava fra gli scarti
Fissai quell’animale che mordeva ciò che resta e sputava le ossa dell’ideologia
Cercai di dare un senso commestibile alle rovine delle mie meditazioni
Sentendo al contempo nelle falangi un freddo minerale
Come se ogni parola scritta fino a quel giorno si fosse depositata lì
In forma di detrito.
 
Il cane scavava con la pazienza cieca dei randagi
Ed io pensai che l’artista è fallimento del mondo
Sovrano delle maschere e loro discarico
Archivio e latrina dei liquami dell’Urbe
Complice di ogni atto eversivo che incrini l’opacità dello specchio
E alteri per sempre la natura dell’inganno.

Eccolo il suono frantumato dell’osso secco delle ideologie
Latrato che assolve e non redime dai peccati
Con un lampo che è l’odore dei rifiuti
Con un tuono che è il profumo dei limoni.
 
Piovve mentre Dio parlava ancora di ordine,
l’Uomo di necessità, il Demone di eccesso.
Sull’orlo osceno dell’uscio di casa
Pensai con un fremito
che ogni artista è dannato alla simultaneità.
 
Il selciato trattenne poi il rumore dei miei passi.

LACAN BOYS/LACAN GIRLS

https://open.spotify.com/track/0KoQXkeRyQiDYT7sSOOa9X?si=k7Uu5iedRJSi0y1ol29Geg

Secoli fa producevo robe simili; questo era un cd “diviso a metà”, “Lacan Boys” e “Lacan Girls”, qua nella versione con Marta Raviglia, Gaia Mattiuzzi Giacomo Ancillotto e il sottoscritto. La difficoltà stava nel riadattare le partiture per il sestetto per una formazione ridotta e composta da due voci, una chitarra e una batteria…
Il titolo già diceva tutto. Lacan non come citazione ornamentale, ma come detonatore. Linguaggio, desiderio, soggetto diviso. Portare tutto questo dentro una forma che oscillasse tra scrittura rigorosa e improvvisazione radicale.
Dal canto al… al country friselliano…
era una battuta, ma fino a un certo punto. C’era quella tensione sospesa, quella cantabilità obliqua, ma filtrata attraverso una struttura ferrea.
Riascoltandolo oggi sento un progetto compiuto, coerente, straniante. Un lavoro che teneva insieme rischio e forma senza concessioni. E in quell’equilibrio c’era una qualche stilla di libertà.

My music here: https://francescocusa.bandcamp.com/

Il sogno: Matera metafisica

Ormai io vivo lì. Insegno in conservatorio, in una sorta di Matera che non è Matera, ma che nel sogno è Matera. Insegno in aule quasi sempre crepuscolari, vuote, senza allievi. E io sono lì a fare registri. Sempre registri. Poi, a un certo punto, devo correre. Devo prendere un autobus che mi riporterà — così penso — in Sicilia. E quindi conosco tutto. Conosco le strade di questa Matera che non è Matera. Le frequento, le abito. L’altro giorno ero carico di roba. E sbaglio strada. Una strada che faccio sempre, che conosco perfettamente. Giro a sinistra e finisco in una trazzera. Comincia a piovere. Allora torno indietro, perché mi rendo conto dell’errore. Sarebbe interessante descrivere questi luoghi, ma è difficilissimo. Mi ricordo però una cosa assurda: avevo messo le Birkenstock al contrario, chiuse, per evitare che l’acqua mi entrasse dentro i piedi. Cammino sotto la pioggia, con questo peso addosso. Faccio una salita. Sbaglio ancora. Arrivo nella villa comunale, che conosco benissimo. Giro a sinistra, vedo un’altra trazzera. Capisco di aver sbagliato di nuovo. Rientro nella villa, la attraverso tutta, riprendo a sinistra. Passo in un paesaggio molto suggestivo. Poi scendo. C’è una specie di sottopassaggio. E lì succede un’altra cosa: una donna, molto procace, rimane incastrata con la gonna. Le si vedono le cosce, resta bloccata. Io cerco di passare, quasi addosso a lei, ma faccio una fatica enorme. Lei si scusa. Io continuo. Arrivo — ma è tardi. L’autobus è già partito. Ed è incredibile questa cosa: io conosco perfettamente le aule di questo conservatorio, che è anche inquietante, devo dire. Conosco tutte le strade di questa Matera che non esiste, ma che nel sogno è reale. Conosco l’ubicazione dei palazzi, riconosco i lampioni, ogni singola pianta, la differenza tra le strade non asfaltate e quelle in pietra, le trazzere, ogni angolo, ogni chiostro. E non ci sono sassi, in questa Matera. Ma tutto il resto sì. Tutto.

E allora mi domando: che cos’è questa conoscenza? Come posso sapere con assoluta precisione dove si trovano le vie, i chiostri, le svolte, le pendenze, la consistenza delle strade di una città che non esiste? Come può il mio cervello costruire con tale coerenza topografica un luogo intero, dotarlo di continuità, memoria, orientamento, e farmelo attraversare come se vi avessi vissuto per anni? È pura invenzione? È una capacità combinatoria estrema della mente, che riassembla frammenti reali fino a produrre un territorio autosufficiente? Oppure è accesso a qualcosa che eccede l’individuo — ciò che Steiner chiamerebbe Akasha — un deposito di forme e strutture che non appartengono solo alla biografia, ma a una memoria più vasta? Perché nel sogno non sto “immaginando”: sto ricordando. Ricordando una città che non ho mai visto, ma che conosco in ogni dettaglio. E questa è forse la cosa più inquietante e più affascinante insieme: la precisione. Non l’immagine vaga, ma la mappa esatta. Come se esistesse davvero.
E allora mi domando: che cos’è questa conoscenza? Come posso sapere con assoluta precisione dove si trovano le vie, i chiostri, le svolte, le pendenze, la consistenza delle strade di una città che non esiste? Come può il mio cervello costruire con tale coerenza topografica un luogo intero, dotarlo di continuità, memoria, orientamento, e farmelo attraversare come se vi avessi vissuto per anni? È pura invenzione? È una capacità combinatoria estrema della mente, che riassembla frammenti reali fino a produrre un territorio autosufficiente?

Dal punto di vista neuroscientifico potrei dire che è l’ippocampo, con le sue place cells e grid cells, a generare mappe cognitive coerenti, a simulare ambienti complessi, a riorganizzare ricordi spaziali in configurazioni nuove ma strutturalmente plausibili. Il cervello è una macchina predittiva, una centrale di simulazione continua: non riproduce il mondo, lo modella. E nel sogno, libero dal vincolo sensoriale, può espandere questa funzione fino a costruire intere città con continuità geometrica e memoria interna. Ma questa spiegazione, per quanto elegante, non esaurisce la questione. Perché nel sogno non sto semplicemente “simulando”: sto riconoscendo. Non mi oriento per tentativi, mi oriento per familiarità.

E allora entra in gioco l’altra possibilità, quella metafisica. Se davvero esiste qualcosa come un archivio delle forme, un deposito di strutture, un campo di informazioni che precede e oltrepassa l’individuo — pensiamo a Borges — allora forse non sto inventando nulla. Forse sto attingendo. Forse quelle città non sono creazioni arbitrarie, ma configurazioni possibili già inscritte in una memoria più vasta della mia biografia. La precisione topografica, la continuità delle strade, la riconoscibilità dei luoghi potrebbero essere il segno non di una fantasia potente, ma di un accesso. E la cosa più inquietante è questa: nel sogno non dubito mai. So dove sono. So dove devo andare. È solo al risveglio che quella città si dissolve, lasciando dietro di sé la sensazione netta di aver abitato qualcosa che non posso più trattenere.

“Sant’Agata e l’Elefante”, un racconto di anni fa contenuto nel mio libro “Il Surrealismo della Pianta Grassa”

LINK ACQUISTO: https://www.amazon.it/Novelle-crudeli-Dallorrore-grottesco-quotidiani/dp/8898644035

SANT’AGATA E LELEFANTE

Festa di Sant’Agata a Catania. Profano e sacro, ovvero ciò che dovrebbe essere la costante cittadina: una Catania perennemente festaiola. Città d’azzardo e d’azzardi. Una Las Vegas millenaria. La soluzione in tre sostanziali punti.

1) Peculiarità tipiche del catanese ottimizzate.

2) Sublimazione dell’effimero.

3) Gioco d’azzardo, cucina, creatività.

Che altro vuoi fare in questa morente città, se non rendere tal decadenza surreale? Lavorano tutti, lavora (soprattutto) la mafia, si incrementa (il)legalmente il turismo, e si finanzia coi proventi la cultura. Storcete il naso? Perché che volete fare qua? Fabbriche? Ancora? Non scherziamo. Prendiamo il toro per le corna. Vi immaginate quanti turisti russi, cinesi ecc.? La città tutta colorata a festa, 365 giorni l’anno. Progetti di architetti, investimenti, bla bla bla. Un carnevale permanente. Immaginate… immaginate un enorme elefante con la proboscide illuminata e i coglioni bene in vista… visualizzate questo enorme colosso ad accogliere fra le zampe e le palle i panfili dei giocatori e degli amanti del vizio provenienti da ogni parte del mondo. Constatate adesso i frutti del sacrosanto rapporto dialettico tra i vari ceti della città, come accade durante i giorni della festa, in un naturale coinvolgimento di truffatori, delinquenti, mecenati e società (cosiddetta) civile (alto e basso, basso e alto, alto e basso ecc.). La mafia perfettamente integrata nel percorso economico, come ha fatto il paese di Lincoln. Las Vegas che fa? Ricicla. Catania è una città puttana. Si aprirebbero scuole per croupiers ove formare i ragazzi dei quartieri per una futura autogestione dei numerosissimi casinò, pronti ad accogliere i viziosi del gioco e del tavolo verde da ogni parte del globo. E poi prostituzione legalizzata senza limiti, con l’indotto a finanziare mostre, concerti ecc. La città trasformata in un grandioso Luna Park, in un pachiderma bonario e gioioso. Eccola, l’anima corrotta e nobile del catanese, questa della festa agatina. D’altronde, hai una Santa dalle tette mozzate che circola per tre giorni senza interruzione. Con quelle ci fai “minnuzze” di Sant’Agata, ma anche (metaforicamente) panzerotti (panze rotte) alla crema, con tanto di capezzolo, o scapezzolati al cioccolato. Crapula & Baccanale: la vera vocazione della città. La legalità dell’inganno, il manifesto di un luogo che sta perdendo la sua identità a causa di questa omologazione al “Nord”, di questo ammorbante “lenitivo” sassone, di questa mefitica nebbia della creatività. La crisi è sempre psicologica. Hanno ammorbato e depresso l’elefante/Ganesha cittadino (“mangiare a quattro Ganesha2, ebbi a dire). Occorre fare ricchezza delle nostre uniche peculiarità, altrimenti saremo destinati all’eccezionalità del rito.

ATLANTE INTERIORE. Carme VI: “Le Ceneri del Carnevale”

Carnasciale carnevale il ragù fuoriesce dai maccheroni coi cinque buchi
Pensai ai miei calzoni da piccolo nell’inverno di tanti febbrai fa
Al gelo delle stanze vuote e scure della casa dei nonni
Quando vedevo le teste mozzate dal ghigno scolpito
Far capolino da sotto gli armadi e i letti
Rotolando nei corridoi come palle di legno
Le teste dei burattini finiti all’inferno
Da gettare nel braciere
In quelle notti gelide di febbraio.

Fuori il vento si fa violento e la vegetazione par fremere
Con movenze carnali di passanti intirizziti ma flessuosi
Avvinti ai sibili alle finestre che si fanno ululati…
Vagolano i lampioni come lampare sulle barche di strada
Che interdetto è il mare nel tempo della cautela temeraria
del rischio calcolato.

Pensai che ogni uomo è la sua dimora
Nell’esilio delle bolle mediatiche delle attuali globosfere
Celle modulari del grande alveare
Nuove porte verso il passaggio evolutivo della specie
Interni che diventano esterni
L’ancoraggio del palato, della cucina gourmet che vincola
Trattiene, seduce, stimola
Ci si ferisce ancora, dai corpi sgorga il sangue dei millenni
Ancora
Pensai ancora
Tastai le geografie estreme del mio corpo
Ciò che mi separa dall’altro da me
Toccai la consistenza del mio essere carnale
La vidi implodere nell’acufene che mi tormenta
Sprofondare negli abissi della mia indefinita interiorità…

Non siamo ancora pronti.
Pensai.

Nelle piazze i ceppi bruciano.
Brucia il fantoccio del Re Carnevale.
Macchine di carne nella notte.

Su “Il tornello dei dileggi” di Salvatore Massimo Fazio

Il tornello dei dileggi è un romanzo che nasce da una tensione precisa: quella tra l’osservazione minuta del reale e il bisogno di non lasciarsi risucchiare da esso. Le recensioni che lo hanno accompagnato insistono giustamente su questo punto: un libro corale, frammentato, popolato da figure che sembrano muoversi per attrito più che per volontà, dove il linguaggio non cerca l’eleganza ma l’urto, e la narrazione procede per accumulo, deviazione, piccoli scarti laterali.
Fazio scrive di personaggi che non hanno nulla di eroico, e proprio per questo risultano credibili. Non sono maschere simboliche, né tipi sociologici puri: sono esseri che oscillano tra lucidità e autoinganno, tra slanci e ritorni, come se ogni movimento in avanti fosse immediatamente compensato da una forza contraria. È qui che il “tornello” smette di essere solo un’immagine efficace e diventa struttura mentale: si passa, si gira, ma non si esce mai davvero dal sistema.
Molti hanno sottolineato la natura ironica – a tratti corrosiva – del libro, ma non si tratta di ironia compiaciuta. Il dileggio di Fazio non è satira dall’alto, è un meccanismo interno al testo, una forma di difesa contro il rischio della retorica e dell’autocommiserazione. È una scrittura che preferisce graffiare piuttosto che spiegare, lasciando spesso il lettore in una zona di disagio controllato.
Dentro questa dinamica, Catania non è mai semplicemente un fondale, ma nemmeno un feticcio. È una presenza laterale, costante, che agisce come campo di ritorno. Qui Brancati torna utile non come citazione d’obbligo, ma come intuizione ancora valida: l’elastico. I personaggi tentano di allontanarsi – culturalmente, emotivamente, esistenzialmente – ma vengono richiamati indietro da una centralità che non è geografica bensì antropologica. L’Etna, l’etnicità, il corpo della città funzionano come un centro di gravità che non giudica, ma non lascia andare.
La forza del romanzo sta proprio in questa ambiguità: da un lato il desiderio di smontare i rituali, i linguaggi e le pose di un certo mondo intellettuale e urbano; dall’altro l’impossibilità di uscirne davvero. Non c’è condanna morale, ma nemmeno indulgenza. Fazio osserva, registra, espone.
Il tornello dei dileggi è un libro che non cerca di piacere. E proprio per questo, quando funziona, convince. È caustico perché non si concede scappatoie, ma è anche celebrativo nel senso migliore del termine: celebra la complessità, l’inquietudine, l’irriducibilità di un certo modo di stare al mondo. Non c’è redenzione ne Il tornello dei dileggi. Né promessa di uscita. Il libro non apre varchi, non educa, non migliora nessuno. Perché racconta un mondo che gira a vuoto, che si osserva mentre gira e che scambia questa autocoscienza per salvezza. Qui il tornello non è metafora gentile: è una struttura coercitiva. Si passa, si ritorna, si inciampa negli stessi nomi, negli stessi tic, negli stessi slanci abortiti.
Catania, allora, non è un tema: è il campo magnetico. Un luogo che non ti impedisce di andare via, ma ti segue ovunque. Come l’Etna quando non la guardi: agisce lo stesso. Brancati lo aveva capito meglio di molti altri, e Fazio lo riscrive senza nostalgia e senza indulgenza. L’elastico non si spezza, non perché manchi la forza, ma perché manca davvero un fuori.
Questo romanzo non chiede consenso. Ti guarda e continua a girare. Se ti riconosci, peggio per te. Se non ti riconosci, probabilmente stai già passando dal tornello un’altra volta. (Francesco Cusa)

Schizofrenie

Dunque, fatemi capire.
Al referendum, a sinistra, si vota NO. Compatti. In nome delle garanzie, dell’autonomia della magistratura, dello Stato di diritto. Poi però, nelle piazze, si sta sistematicamente contro la polizia e a favore dei manifestanti, come se le forze dell’ordine fossero un corpo estraneo, strutturalmente illegittimo. E nello stesso tempo si celebrano – giustamente – le giornate della memoria per le vittime della mafia, per i magistrati e per gli uomini delle forze dell’ordine massacrati nelle stragi.

Insomma: con la magistratura sempre, con la polizia solo quando conviene. A intermittenza. A seconda del contesto. A seconda dell’umore politico del momento.

Ricordiamo il Pasolini di Villa Giulia? No. Lasciamo perdere. Tirarlo fuori oggi significherebbe ridurre un pensiero complesso a una scorciatoia polemica buona per qualsiasi stagione. Il problema è un altro. Il problema è: che fate, esattamente? Perché vista da fuori, questa oscillazione non sembra dialettica critica, ma confusione.

Magistratura e forze dell’ordine non sono la stessa cosa, ovvio. Ma non sono nemmeno due mondi separabili moralmente a piacere. Sono corpi distinti, con ruoli e responsabilità diverse, che però operano dentro lo stesso perimetro: lo Stato di diritto. Non formano un unico corpo, ma fanno parte di uno stesso circuito della legalità. È un fatto, non un’opinione.

Le commemorazioni di Capaci, di Via D’Amelio, e di tutte le altre stragi celebrano insieme magistrati e forze dell’ordine perché colpiti in quanto parte dello stesso fronte dello Stato contro la criminalità organizzata. Nelle manifestazioni, invece, la polizia viene spesso condannata in blocco, non per singoli atti o responsabilità specifiche, ma come simbolo politico negativo, come presenza di per sé repressiva.

La contraddizione è tutta qui.
O riconosci l’unità funzionale dello Stato di diritto, oppure non puoi celebrarla a giorni alterni.

La stessa sinistra che nelle piazze delegittima la polizia come corpo, nelle ricorrenze solenni la riabilita come presidio repubblicano. La stessa che vota NO al referendum per difendere la magistratura sembra dimenticare che quella magistratura lavora quotidianamente insieme alla polizia giudiziaria, dentro un sistema istituzionale unitario, per quanto articolato e imperfetto.

Non è una questione di stare “con” o “contro”. È una questione di coerenza. Le istituzioni non diventano buone o cattive a seconda della giornata, del corteo o del calendario civile. O fanno parte dello Stato di diritto, oppure lo Stato di diritto è solo uno slogan da usare quando serve.

C’era una volta una sinistra che distingueva tra critica del potere e demolizione delle istituzioni. Una sinistra che sapeva che la legalità non è un totem morale, ma un equilibrio fragile tra funzioni diverse, controlli reciproci, responsabilità concrete. Oggi, invece, si assiste a una dissociazione continua: la polizia trattata come problema strutturale nelle piazze, la magistratura trasformata in entità morale intoccabile quando torna utile, soprattutto in occasione di un NO referendario.

Vi devo davvero citare Calamandrei e Berlinguer per spiegare che questa non è critica, ma smarrimento?

PS da tempo non voto. Non ho appartenenze politiche o ideologiche di sorta.

Dall’agenda rossa di Paolo Borsellino: un racconto tratto dal mio libro “Novelle Crudeli”

LINK PER L’ACQUISTO: https://www.amazon.it/Novelle-crudeli-Dallorrore-grottesco-quotidiani/dp/8898644035

Sono al mare con la famiglia. Da lontano i lidi pieni di gente. Spiagge affollate. Cabine a schiera. Fritture nella canicola. Pance. Costumi. Schiamazzi lontani. Le rade folate di scirocco sanno di creme abbronzanti e doposole. Qui, dal mio angolo di spiaggia protetto, vedo questa gente baluginare nella canicola: fantasmi, parvenze diurne. Sono stanco. Di molte notti stanco. Dormo poco. I miei occhi lacrimano dalla stanchezza. Seduto nella mia sdraio ondeggio in questo andirivieni di sonno-veglia. E poi questo caldo. Ho in mano una matita e sulla coscia destra la Settimana Enigmistica. Dovrei fare le parole crociate sotto l’ombrellone. Il 7 verticale rimane incompleto. Un palazzo abusivo senza intonaco, in mezzo a dei buchi neri come il catrame. Caselle vuote da riempire. Buchi da colmare… Ieri sera, in casa dell’avvocato (omissis), sfogliando quel libro sulla civiltà hymalayana mi avevano toccato le immagini dei kirtimukha, sculture indiane collocate generalmente all’ingresso dei templi, enormi volti muniti di grandi denti e di un’imponente mascella superiore, ma totalmente sprovvisti di mascella inferiore. «È il tempo che non può divorare se stesso» recitava la scritta in calce alla foto in bianco e nero. La cosa mi aveva incuriosito. Oggi mi sconcerta. Mi risveglia la zaffata di parmigiana alle melanzane. Devo essermi riaddormentato. Sudore. Odori. Profumi che mi legano alla morfologia di questi luoghi, alla mappatura di questo mio concreto esserci. Ma non appena socchiudo gli occhi, che paiono calare giù come imponenti mannaie, c’è quella faccia tutta denti e quella scritta che mi si scioglie in bocca, come il sorbetto al mandarino di ieri sera. È il tempo che non può divorare se stesso. Eppure io di facce così ne ho viste. Penso a (omissis) e anche a (omissis). Ne ho incontrate in giro per la Sicilia di facce così. Non tantissime a dire il vero. Me ne ho incontrate. Appartengono a quelle categorie di maschere tutte denti con un che di trascendente in quello strabuzzare di palle degli occhi. Vicini alla categoria del disagiato psichico, ma con caratteristiche diametralmente opposte, questi individui hanno il totale controllo emotivo dell’intera struttura psico-fisica. Rasentano l’handicap maxillo-facciale, come una tangenziale tedesca, ma non intersecano la categoria dello scimunito. Mai. Al contrario. Questi sono quelli più pericolosi. È il ghigno disumano del Reale, scarnificato dall’emozione, imploso nella catarsi sadica di chi ha compreso che non c’è legge che non sia prodotto e scoria dell’uomo. Apro e chiudo gli occhi. Non so se sono sveglio. Non so se sto dormendo. I miei baffi sono quelli di Giovanni in questo stato di limbo. Mi stanno appiccicati come quelli di Charlotte. Che poi mi faceva impressione Charlie Chaplin quando lo vedevo senza baffi. Mi pareva cattivo. Comunque mi faceva effetto. Uno sputo di vento, che ricorda il mio phon quando funziona male, giunge al solo scopo di ridestarmi ancora da questo torpore fasullo. Questa sottospecie di brezza, questo rivolo di bava ossigenata, solleva ora mulinelli di sabbia facendo luccicare di pulviscolo giallo dorato queste terrazze. Il verde delle pale di ficodindia che spuntano dal muretto in pietra irrompe con contrasto e violenza. Kirtimukha e “pale” di ficodindia… La “pala” di ficodindia è l’essenza spinosa della Sicilia. È qualcosa di ancestrale, di preistorico. È il tempo immanente che si fa frutto. Che germoglia di spine e zuccheri. Senza faccia. Senza occhi. Senza baffi. È il tempo divorato dai e dei siciliani. È un profumo, come questo delle melanzane fritte. Indecente e suadente al contempo. Qua, in Sicilia, si mangia. Si mangia. Ci si insozza di fritti. Si divorano case, strade e templi: a quattro ganasce. Si cagano zagare. Una ogni mille cagate. Si defecano decreti e norme. Mentre le guance odorano di Mennen, i colli di essenze di gelsomino e dalle ascelle si dipanano a raggiera gli aloni acidi e corrosivi che corrono come onde radio per i tessuti sintetici delle magliette taroccate. Stato e anti-Stato sono solo due categorie del pensiero. Sono la frammentazione dualistica di un Divenire. Una cosa buona giusto per i manuali da salotto dell’antimafia. Qui le facce del Kirtimukha si sono mangiate pure il barocco. Qui quando soffia il Maestrale riappaiono Ulisse con le vele rigonfie e Penelope che fa e disfà la tela, in un eterno canto greco. Qui il passato si frantuma nelle mascelle del Divenire, come calcare alla piccozza. Qui, nella padella del tempo, ristagna l’olio fritto dei secoli. Sordo. Pesante come le acque di uno stagno. La gente è furiosa. Spaventata. Disperata. Hanno fatto saltare un’autostrada. Ma è successa davvero ’sta cosa? Questa disperazione civile è un canto corale o la furia delle Erinni? È uno strumento della tragedia? Lontano giungono le grida dei bambini: di gioia e di pianto. Il chiasso delle cose lontane, delle piccinerie delle famiglie con il salvagente nero come il catrame. Con i gomiti faccio leva sui braccioli della sedia. Sento il mio corpo scricchiolare. Lo sento gigantesco come non mai. Ogni mia giuntura pare corrosa dalla salsedine. Più che vecchio mi sento antico. Come un relitto spagnolo conservato in perfetto stato. Le gambe sono quelle di un pescatore, con i pantaloni arrotolati al ginocchio. Faccio un enorme sbadiglio mentre inarco la schiena e con le braccia sfioro il canneto, il sole e il cielo e poi ancora di più. Oltre. Ah, potessi ancora stirarmi. Ancora e ancora. Mi sento perfettamente riposato, come se avessi dormito per ore. Accendo la sigaretta ed espiro il fumo verso quest’orizzonte di mari-case-genti-spiagge-cabine-salvagenti. Ispiro ed espiro. A ogni boccata di nicotina e catrame gli occhi chiusi nell’implosione di questo big-bang intimistico. A ogni espirazione occhi strabuzzati come le facce di (omissis) e di (omissis) e del Kirtimukha. Forse dovrei tagliarmi ’sti cazzo di baffi. Ma prima dovrei smettere di fumare. Mi pare, onestamente, cosa difficile. Molto difficile.

Non sopporto

I posti che mi urtano sono quelli che si chiamano tipo “al buon sapore”, “al buon pane”. Peggio ancora “prodotti locali”. Immagino una vecchia con le unghie nere che impasta la giardiniera con le mani. Sgaso subito appena vedo sti cartelli. Altro termine che mi vede alla larga è “nostrano”. Prodotto nostrano. “Olio di casa”. Ma quale casa? Che casa hai? Com’è sta casa? Ovviamente non sopporto il nome “pepato fresco”, anche se mi piace un casino come formaggio, ma non lo compro mai per via del nome. Non riesco a dire “mi dia 200 grammi di pepato fresco”. Mi faccio schifo. Io non comprerei mai cose da uno che si chiama “Gino”. Biciclette da Gino. Elettrocasa da Gino. Detesto le parole “curatela”, “giureconsulto”. Non sopporto “accoglienza”, soprattutto quando è scritta su una lavagnetta con il gessetto. Non voglio essere accolto. Voglio entrare, pagare, mangiare, uscire. Fine. L’accoglienza è il primo stadio del sequestro. Non sopporto “esperienza”. L’esperienza gastronomica. L’esperienza sensoriale. L’esperienza immersiva. L’unica esperienza immersiva che riconosco è l’annegamento. Non sopporto “a conduzione familiare”. A me rimanda a litigi in cucina, figli che non volevano stare lì, cognati con enfisema ed espettorazioni, nonne con perdite anali e vaginali. Non sopporto “artigianale” quando è scritto in Arial. Non sopporto “selezionato”. Da chi? Quando? Con quale competenza? Non sopporto le persone che dicono “restiamo umili”, “restiamo umani”, penso sempre a una sorta di San Francesco meccanico tipo Iron Man. Non sopporto i camerieri che parlano al plurale inclusivo. “Vi portiamo”, “vi consigliamo”, “vi accompagniamo”. Chi siete, una setta? Non sopporto “pochi coperti”, detto sempre con quell’aria da resistenza partigiana. Se hai pochi coperti è perché non sai organizzarti, e perché non ci viene nessuno nel tuo locale di merda ameno. Non sopporto il folklore usato come deodorante morale. Non sopporto l’odore di fritto mescolato alla retorica. Non sopporto il vittimismo come modello di business. Non sopporto l’idea che io debba ringraziarti per aver fatto il tuo lavoro male ma “col cuore”. E soprattutto non sopporto l’obbligo morale di apprezzare la mediocrità solo perché è rumorosa, locale e convinta di sé. Non sopporto piattino felice · assaggino dello chef · bocconcini gioiosi · taglierino goloso · sfizietti misti · dolcetto coccoloso · cremina vellutina · salsina furbetta · schiumetta leggera · spumetta giocosa · croccantino simpatico · cuoricino morbido · manina di pane · ditina di pollo · patatina sorridente · gnocchetto felice · polpettina birichina · sorbetto carezzoso · dessertino finale. Io non sono snob. Sono stanco. Stanco di essere preso in ostaggio da gente che scambia il pressappochismo per destino e la sciatteria per bandiera.

A un certo punto il linguaggio fa un rumore secco, come quando cade qualcosa che non si rompe ma non serve più.

Il mio mondo onirico

Da un po’ di tempo faccio sogni che non riesco più a riportare indietro. Non perché siano confusi o vaghi, ma per l’esatto contrario. Sono troppo precisi, troppo vasti. Appena provo a tradurli in parole, si sfaldano. Non reggono il passaggio. Non li immagino: li attraverso. Li abito, come si abita un luogo che non ha bisogno di essere spiegato a nessuno. Dentro quei sogni mi muovo in mondi articolatissimi, pieni di trame, relazioni, competenze. Architetture di senso che non hanno nulla di arbitrario o di simbolico. Funzionano. Sono coerenti. Stanno in piedi da sole. Chiamarla surrealtà è comodo, ma falso. Non c’è niente di surreale, in realtà. È una realtà diversa, con leggi proprie, con una densità che la veglia non riesce a sostenere. Lì possiedo conoscenze — e non lo dico in senso poetico — che nella vita diurna non sono nemmeno concepibili. Non le apprendo, non le costruisco: ci sono dentro. Le uso. Le riconosco come naturali. Non sono immagini. Non sono simboli. Non sono nemmeno storie. Sono dimensioni. E sono indicibili non perché manchi il linguaggio, ma perché manca la struttura mentale per riportarle qui senza distruggerle. Appena mi sveglio me ne accorgo subito: non resta quasi niente. Non un frammento utile, non una forma salvabile. Non perché il sogno svanisca, ma perché quello che è accaduto è stato troppo grande per essere tradotto. Resta solo una certezza scomoda, muta: è successo. C’è stato un accesso. E ora non c’è più. Forse l’errore è continuare a voler capire. O peggio: voler raccontare. L’onirico, a questo livello, non chiede di essere spiegato. Non è un teatro dell’inconscio, non è una metafora da interpretare. È un territorio autonomo, che non ha bisogno della veglia per esistere. Lì la conoscenza non si apprende: si coincide con ciò che accade. E per questo il ritorno è sempre violento. Non si torna da un sogno, si torna da una pienezza. La veglia allora appare per quello che è: una riduzione necessaria, ma dolorosa. Non c’è nostalgia in tutto questo. C’è constatazione. La consapevolezza che esistono livelli dell’esperienza ai quali accediamo solo temporaneamente, e che proprio per questo non possiamo trattenere. Ci sono conoscenze che non tornano, mondi che non seguono, dimensioni che si concedono solo a patto di non essere possedute. E io, nel bene e nel male, continuo ad abitarle.

ATLANTE INTERIORE: Carme V “Tifone”

Vedesti le giornate trascolorare tra le mura di casa e il giardino
Vedesti colli stirarsi e sporgersi fra la folla che evitavi
Vedesti il tempo frantumarsi sulle scogliere del mare di Stazzo
Vedesti i gatti annusare i colori delle palme
Nel perenne gennaio
Nel gennaio perenne
Eri la vertigine che declinava alla nausea, l’occhio alle filiere di tralicci al vento
Alla vibrazione sorda del vulcano, con la mano sul cuore claudicante
E l’acufene stridente come l’urlo del sordo con l’arto spezzato.

Più tardi vennero i nubifragi e le strade furono inondate dall’acqua
Forte lo scirocco pareva soffiare da antiche leggende
E ancora una volta fummo cacciati dentro alle case
Paurosi e tremebondi delle forze di Natura
Invocammo dei e santi da tempo dimenticati
E riesumammo le vecchie candele dai cassetti e i neri rosari dagli armadi
Sgranandone i chicchi, balbettando preghiere, senza troppo credere…
Grande furore del mare nella notte verghiana
Oh immane chimera che divori le coste
Col tuo morso raggeli l’oscurità interdetta
E rendi tolemaico il nostro presente.

Misurammo così la furia con scale improprie,
Chiamando “emergenza” ciò che era destino,
Chiamando “evento” ciò che da sempre ritorna
Mentre la notte insegnava ancora una volta
La coreutica dei lampioni oscillanti nel falso ordine urbano,
Del ronzio continuo dei cavi,
Della casa che scricchiola come un corpo stanco.

Restammo
Inermi testimoni di un sapere che arretra
Consapevoli almeno della provvisorietà di ogni civiltà.

Così tornò il mattino, indebitato con la notte,
e il mare si ritirò fingendo pace,
ma Tifone rimase –
non nel cielo,
bensì nel tempo che ci attraversa
e non chiede il permesso.

Francesco Cusa

In questo porco mondo: Dialogo fra Poveracci e l’Oste Jazz


Poveracci: – Passavo da qui… per il mio quartetto… posso o sta affettando?
Oste Jazz: – … chi sei? chi sei?
Poveracci: – Poveracci… quello della mail… della telefonata… sono il Poveracci Trio….
Oste Jazz – … Rosa! Rosa!… quanti sono a tavola?
Poveracci – … posso ripassare se…
Oste Jazz: – …Pronto?… Carissimo!… Certo, certo… 24, 25, 26 bloccati!… porta chi cazzo vuoi, avete tavolo d’onore… saluta Gabry… ahahaha…eheheh…sì, sì il disco spacca… cosa vuoi che ti dica? Bacio!
Poveracci: – …
Oste Jazz: – “Click!”
Poveracci: – Se vuole posso rimandarle mail, se è impegnato… può scaricare il file del nostro cd…
Oste Jazz: – … scaricare, scaricare… la casse di birra ti posso scaricare… che genere fate? Basta che non è roba con elettronica vi posso dare “Il lunedi da cani”. Ma se ne parla fra sei mesi…
Poveracci: – … io suono la chitarra elettrica, ma posso venire senza effetti…
Oste Jazz: – No elettronica! Rosaaaa! Rispondi cazzo!
Poveracci: – La chitarra la devo…
Oste Jazz: – Gennaio… aspé… gennaio… il 15… dopo le vacanze di Natale no… il 23… però vi faccio tre piatti di spaghetti…
Poveracci: – il bassista viene da fuori, qualcosa per le…
Oste Jazz: – se va bene, tranquillo… qualcosa ci esce… ma dì al batterista di portarsi la sua perché l’indomani suona… coso… come si chiama quello indiano?
Poveracci: – ok allora per il 23 gennaio. Grazie e buona serata.
Oste Jazz: – Rosaaaaaaa!


Poveracci nel freddo dei portici digrigna i denti. Poveracci è rabbioso e pensa all’Oste Jazz morto. Pensa a quel cranio fracassato a colpi di batticarne. Poveracci vorrebbe essere quello dei tre giorni bloccati. Poveracci vorrebbe essere quello della serata di grido e non quello relegato al “Lunedì da cani”. Poveracci sa che quel riferimento allude ai lunedì freddi e nebbiosi del Nord, ma come non cogliere l’allusione al fatto che in tali lunedì suonano solo i senza nome, gli emarginati, gli studentelli… Poveracci vuole sangue. Poveracci tira un calcio alla cassetta della posta. Poveracci viene visto dal vigile che gli dice che minchia fai. Poveracci si scusa e dice che era nervoso per via della sua ragazza. Dice così perché non può riferire del jazz e del suo dramma interiore. Il vigile gli grida deficiente. Poveracci pensa che solo lo studio potrà dargli merito e ragione. Poveracci entra in casa e si riscalda le polpette di soia. Poveracci studia fino alle 5 del mattino per essere pronto alla serata del 23 gennaio fra sei mesi. Poveracci dorme e sogna John Scofield. Poveracci adora le tempie di Scofield. Poveracci fa una pazzia e pensa al suo prossimo album. Poveracci vorrebbe ironicamente chiamarlo “A tempie di jazz”. Ma, Poveracci, sa perfettamente che non avrà mai il coraggio di farlo. Poveracci sogna queste pazzie. Ma anche quando sogna, Poveracci, sa che nella vita reale queste cose non passano. Che il contesto del jazz in Italia non capirebbe. Ma, almeno nei sogni, sì cazzo, almeno nei sogni, Poveracci vince il top jazz con il suo: Poveracci Trio: “A tempie di jazz” plays the music of John Scofield. Almeno nei sogni.

Recensione di “No Other Choice” di Park Chan-wook

Non mi interessa parlare di No Other Choice come di un film “sulla crisi del lavoro” o su qualche altra etichetta buona per i dossier. Park Chan-wook non fa cinema sociologico e non ha mai avuto bisogno di spiegare il mondo: lo mette in funzione e basta. Qui fa una cosa ancora più radicale rispetto al passato: prende la violenza e la svuota di ogni teatralità, di ogni residuo tragico, fino a farla coincidere con il semplice funzionamento delle cose. È un film violentissimo, ma lo è nel modo più disturbante possibile, perché non alza mai la voce e non chiede mai permesso. Il protagonista non reagisce come reagirebbe un “personaggio” cinematografico. Non esplode, non crolla, non si ribella nel senso romantico del termine. Fa qualcosa di molto più inquietante: applica fino in fondo la logica che ha interiorizzato. Non inventa nulla, non devia. Segue il tracciato che il sistema gli ha già fornito. Ed è proprio questo che rende il film insopportabilmente coerente. Qui non c’è la vendetta barocca di Oldboy, non c’è la ritualità morale della trilogia della vendetta, non c’è nemmeno l’ambiguità sentimentale di Decision to Leave. Park sembra aver deciso di togliere tutto ciò che ancora poteva funzionare come alibi emotivo per lo spettatore.

La violenza non arriva come rottura, ma come prosecuzione naturale. Non è un gesto eccezionale, è un passaggio di fase. Avviene perché deve avvenire, nel modo più efficiente possibile, senza enfasi, senza godimento, senza spettacolo. È una violenza che non cerca giustificazioni perché non ne ha bisogno. E proprio per questo è più vicina alla realtà di qualunque messa in scena ipertrofica del trauma.

La moglie è uno dei personaggi più forti del film, e non perché “resiste” o “si oppone”. Fa qualcosa di molto più intelligente: capisce prima degli altri dove si trova. Non si aggrappa a un’idea morale alternativa, non invoca un fuori che non esiste. Sta dentro il sistema con una lucidità che fa paura. Non è passiva, è perfettamente consapevole. E questa consapevolezza la rende centrale, non ancillare. La famiglia, nel suo insieme, funziona come un coro silenzioso. Nessuno commenta, nessuno giudica, nessuno anticipa. Non perché manchi il conflitto, ma perché il conflitto è già stato assorbito a monte. È un mondo in cui non si discute più se qualcosa sia giusto o sbagliato, ma solo se sia funzionale.

In questo senso No Other Choice mi sembra uno dei film più freddi e insieme più onesti di Park Chan-wook. Non cerca empatia, non costruisce identificazioni, non offre catarsi. Non ti dice cosa pensare, non ti consola con una posizione morale riconoscibile. Ti mette davanti a una logica già operativa e ti lascia lì. È un cinema che ha smesso di credere nel personaggio tragico e lavora direttamente sulle strutture, sui meccanismi, sulle conseguenze. Per questo, pur essendo un film pienamente dentro la poetica di Park, è anche uno scarto netto. Meno mito, meno corpo, meno eccesso. Più sistema, più procedura, più responsabilità. È un film che non urla e non accusa, ma che ti guarda mentre riconosci qualcosa che preferiresti non riconoscere. Ed è esattamente questo, oggi, il punto in cui il cinema torna a essere pericoloso.

Sogno, Akasha e perdita: musiche inconcepibili

Ormai il mio rapporto con l’onirico è diventato più reale di quello che intrattengo con la realtà dello stato di veglia. Non è una provocazione, né una posa letteraria: è una constatazione che mi accompagna sempre più spesso al risveglio. I sogni che attraverso sono talmente articolati, sofisticati, densi di senso e di conoscenza, da rendere la realtà quotidiana una superficie impoverita, quasi un’eco distante. Si tratta di mondi che non sono semplicemente “immaginati”. Sono strutturati. Sono coerenti. Sono abitati da competenze, relazioni, linguaggi e saperi che eccedono di gran lunga ciò che riesco a maneggiare nello stato di coscienza ordinaria. Ed è proprio questo l’aspetto più destabilizzante: la qualità della conoscenza che in quei mondi appare immediatamente disponibile, naturale, perfettamente padroneggiata. Al risveglio, invece, provo un senso di scoramento profondo, di smarrimento autentico, perché mi accorgo che quella vastità mi è stata sottratta senza possibilità di appiglio. Non solo non riesco a ricordarla: non riesco nemmeno a concepirla.

Non provo neppure a descrivere la maggior parte di questi sogni. Sarebbe inutile. Le competenze che li abitano — le strutture cognitive, simboliche, operative — sono talmente lontane dalle categorie del linguaggio vigile che ogni tentativo di trascrizione risulterebbe grottesco, riduttivo, falsificante. Quello che posso raccontare è solo una minima porzione. Un frammento. Un residuo narrabile.

Stanotte, per esempio, ho sognato che dovevo tenere un concerto con alcuni musicisti di sempre, compagni del mio passato. Al basso c’era Raffaele Balli, alla chitarra mi pare ci fosse Paolo Sorge, e Fabrizio Puglisi al piano, poi un’enorme orchestra e due batteristi: io e Roberto Gatto. Dovevamo suonare a Bologna, su un palco — forse addirittura in una piazza.

Nel sogno ero attraversato da una preoccupazione precisa: temevo che loro non conoscessero le mie composizioni. C’era un brano, in particolare, in sette quarti, di una complessità inaudita. Un pezzo che non ho mai scritto nella vita reale (non ne sarei stato capace!), e che tuttavia nel sogno esisteva come forma compiuta, necessaria, inevitabile. La cosa sconvolgente non era solo l’esistenza di quel brano, ma il fatto che io fossi in grado di cantare a ciascun musicista ogni singola parte, ogni incastro, ogni linea. Avevo una padronanza assoluta dell’armonia, della ritmica, della melodia, delle possibilità interpretative di ogni strumento. Era una competenza orchestrale totale, naturale, non mediata da sforzo o riflessione. Le composizioni erano di una difficoltà estrema, eppure io riuscivo a vocalizzarne ogni dettaglio, come se quell’intero sistema musicale fosse inscritto in me da sempre. Nulla era oscuro. Nulla era approssimativo. Tutto era perfettamente intelligibile.

Al risveglio, però, tutto questo è evaporato. Non sono riuscito a ricordare nemmeno una cellula ritmica, una progressione armonica, un frammento melodico. Ma soprattutto — ed è questo il punto più perturbante — non sono riuscito neppure a pensare quella complessità. Non un decimo. Non un millesimo. Non il barlume di ciò che, poche ore prima, mi appariva assolutamente ovvio.

È qui che nasce una convinzione che ormai sento sempre meno metaforica. Penso che, nel sogno, abbiamo accesso a ciò che Rudolf Steiner definisce l’Akasha: un deposito di conoscenza che non è individuale, non è autobiografico, non è nemmeno “creativo” nel senso comune del termine. È una forma di sapere totale, impersonale, vastissima, che attraversiamo solo temporaneamente. Il problema è che la coscienza non è attrezzata per trattenerla. Non può contenerla. Non può tradurla. Non può nemmeno ricordarla. Quello che resta, al risveglio, non è la conoscenza, ma la certezza di averla attraversata. E questa certezza, paradossalmente, pesa più di qualsiasi ricordo. Questo sogno che ho raccontato è solo uno dei pochissimi che riesco, a posteriori, a rendere narrabili. Gli altri — la stragrande maggioranza — sono ancora più complessi, più articolati, più radicalmente indicibili. Non perché manchi il linguaggio, ma perché manca la struttura mentale per sostenerli una volta tornati qui.

E forse è proprio questa la ferita più profonda del risveglio: non il sogno che svanisce, ma la consapevolezza che ciò che siamo in grado di conoscere supera infinitamente ciò che siamo in grado di ricordare.

Fenomenologia del tifoso interista e patologia del tifo vincente: ontologia minima del tifo italiano

Nel calcio italiano la realtà non basta, anzi spesso la realtà è un intralcio. Me ne accorgo ogni settimana, perché qui non vince soltanto chi gioca meglio o chi sta davanti in classifica, vince chi impone un racconto, chi occupa lo spazio mentale, chi trasforma ogni episodio in destino e ogni pareggio in epopea. Dentro questo dispositivo l’Inter 2025-2026 è la contraddizione perfetta: una squadra che gioca il miglior calcio del campionato, che è prima in classifica, e che viene comunque trattata come imputata permanente. Non siamo più nel campo della tattica o dell’analisi tecnica, ma in quello della filosofia della percezione. Conta meno ciò che accade sul campo e più ciò che viene detto che stia accadendo. La verità fattuale deve chiedere il permesso alla narrazione per esistere, e quando non coincide con il racconto dominante viene sminuita, relativizzata, sospesa. I numeri di questa stagione parlano chiaro ed è probabilmente per questo che danno fastidio: Inter prima a 43 punti dopo 19 giornate, con 14 vittorie, 1 pareggio e 4 sconfitte, 42 gol fatti e 17 subiti, equilibrio, continuità e produzione offensiva superiori a tutte le dirette concorrenti. Eppure ogni vittoria viene accompagnata da una formula tossica e ricorrente: “vittoria di gestione”, “partita non brillante”, “squadra non abbastanza cinica”. Traduzione: niente aura, niente entusiasmo, niente legittimazione simbolica. Qui entrano in scena le tifoserie avversarie, soprattutto rubentini e bilanisti, che da anni praticano una liturgia dell’autoincenso perfettamente funzionante. Loro si esaltano sempre: vincono e sono rinati, pareggiano e hanno carattere, perdono ed è colpa degli episodi, dell’arbitro, del calendario, del destino. È una teologia dell’autoassoluzione che funziona perché è compatta e disciplinata. Non è tifo, è controllo simbolico. Chi controlla il linguaggio controlla la percezione, e chi controlla la percezione può permettersi di ignorare la classifica. A questo si aggiunge una stampa sportiva italiana strutturalmente addomesticata, che spesso non ha neppure bisogno di essere prezzolata: vive di bacini d’utenza storici, di tifoserie rumorose, di click, di talk show, di titoli che devono reggere l’audience. In questo ecosistema l’Inter viene trattata con un filtro diverso: se vince è gestione, se domina è cinismo, se controlla è noia. È un trucco retorico semplice e antico: togliere aura al fatto per depotenziare la realtà. Così anche una stagione numericamente superiore viene raccontata come provvisoria, fragile, sospesa in attesa di una caduta che deve arrivare per forza. Il paradosso più grave però è interno. Il vero problema, spesso, sono i tifosi interisti stessi. Ma questo pessimismo cronico non è un difetto casuale: è una struttura mentale, quasi una postura filosofica. L’interista non gode mai del presente perché è stato educato alla diffidenza verso il tempo, all’idea che ciò che accade ora sia sempre reversibile, fragile, esposto alla smentita. È una forma di coscienza tragica, diversa dall’euforia mitologica degli altri tifosi. Dove gli altri credono nel destino favorevole, l’interista crede nella contingenza, nell’errore sempre possibile, nella caduta improvvisa. Questo lo rende meno compatto, meno rumoroso, meno incline all’autocelebrazione, ma anche più lucido, più razionale, più refrattario alla menzogna. È un tifo che non vive di promesse, ma di verifiche, che non si fida del racconto, ma del campo, che non confonde mai davvero il desiderio con la realtà. Il problema è che questa onestà cognitiva, in un sistema fondato sull’illusione e sull’enfasi, diventa svantaggio simbolico. Così l’interista finisce per autosvalutarsi, per anticipare l’accusa, per togliere forza alla propria stessa posizione, consegnando agli altri il monopolio dell’arroganza narrativa. Nel calcio, come nella vita pubblica, chi si giustifica ha già perso metà della battaglia simbolica. Quanto ai napoletani, va detto però qualcosa di diverso. I napoletani si comprendono. Sono una tifoseria che viene da anni lunghissimi senza vittorie, che ha visto finalmente la propria squadra tornare competitiva e vincente, e parliamo di una squadra del Sud, che in questo calcio spesso squilibrato merita rispetto e attenzione, anche quando eccede nell’entusiasmo. Quella loro esultanza continua è in parte una reazione storica, emotiva, identitaria, e come tale è leggibile e persino giustificabile. Purtroppo questa squadra porta con sé anche un limite evidente: avere in panchina un allenatore come Conte, che incarna tutto ciò che trovo detestabile nel calcio italiano, dal vittimismo permanente alla retorica tossica dell’assedio, dall’opportunismo morale alla manipolazione costante del racconto. Ma questa è un’altra storia. Io continuo a guardare i fatti, i numeri, il campo, perché alla fine è l’unico luogo che non mente. Tutto il resto è rumore.