
Non mi interessa parlare di No Other Choice come di un film “sulla crisi del lavoro” o su qualche altra etichetta buona per i dossier. Park Chan-wook non fa cinema sociologico e non ha mai avuto bisogno di spiegare il mondo: lo mette in funzione e basta. Qui fa una cosa ancora più radicale rispetto al passato: prende la violenza e la svuota di ogni teatralità, di ogni residuo tragico, fino a farla coincidere con il semplice funzionamento delle cose. È un film violentissimo, ma lo è nel modo più disturbante possibile, perché non alza mai la voce e non chiede mai permesso. Il protagonista non reagisce come reagirebbe un “personaggio” cinematografico. Non esplode, non crolla, non si ribella nel senso romantico del termine. Fa qualcosa di molto più inquietante: applica fino in fondo la logica che ha interiorizzato. Non inventa nulla, non devia. Segue il tracciato che il sistema gli ha già fornito. Ed è proprio questo che rende il film insopportabilmente coerente. Qui non c’è la vendetta barocca di Oldboy, non c’è la ritualità morale della trilogia della vendetta, non c’è nemmeno l’ambiguità sentimentale di Decision to Leave. Park sembra aver deciso di togliere tutto ciò che ancora poteva funzionare come alibi emotivo per lo spettatore.
La violenza non arriva come rottura, ma come prosecuzione naturale. Non è un gesto eccezionale, è un passaggio di fase. Avviene perché deve avvenire, nel modo più efficiente possibile, senza enfasi, senza godimento, senza spettacolo. È una violenza che non cerca giustificazioni perché non ne ha bisogno. E proprio per questo è più vicina alla realtà di qualunque messa in scena ipertrofica del trauma.
La moglie è uno dei personaggi più forti del film, e non perché “resiste” o “si oppone”. Fa qualcosa di molto più intelligente: capisce prima degli altri dove si trova. Non si aggrappa a un’idea morale alternativa, non invoca un fuori che non esiste. Sta dentro il sistema con una lucidità che fa paura. Non è passiva, è perfettamente consapevole. E questa consapevolezza la rende centrale, non ancillare. La famiglia, nel suo insieme, funziona come un coro silenzioso. Nessuno commenta, nessuno giudica, nessuno anticipa. Non perché manchi il conflitto, ma perché il conflitto è già stato assorbito a monte. È un mondo in cui non si discute più se qualcosa sia giusto o sbagliato, ma solo se sia funzionale.
In questo senso No Other Choice mi sembra uno dei film più freddi e insieme più onesti di Park Chan-wook. Non cerca empatia, non costruisce identificazioni, non offre catarsi. Non ti dice cosa pensare, non ti consola con una posizione morale riconoscibile. Ti mette davanti a una logica già operativa e ti lascia lì. È un cinema che ha smesso di credere nel personaggio tragico e lavora direttamente sulle strutture, sui meccanismi, sulle conseguenze. Per questo, pur essendo un film pienamente dentro la poetica di Park, è anche uno scarto netto. Meno mito, meno corpo, meno eccesso. Più sistema, più procedura, più responsabilità. È un film che non urla e non accusa, ma che ti guarda mentre riconosci qualcosa che preferiresti non riconoscere. Ed è esattamente questo, oggi, il punto in cui il cinema torna a essere pericoloso.






































































