
Nel giro di poche settimane, il furore collettivo per Gaza si è dissolto come nebbia nella mattina algoritmica. Guai a chi, solo un mese fa, non manifestava, non si schierava, non gridava: adesso cala la mannaia del silenzio mediatico. Gaza rimossa: il lutto fagocitato dal presente performativo. Potrebbe essere il titolo di un saggio d’altri tempi, dei tempi dell’impegno intellettuale militante. Che dire dunque? L’orrore è rimasto, ma la sua eco si è spenta nel rumore di fondo della nuova cronaca, dell’ultimo scandalo, del prossimo lutto di tendenza. È la logica del presentismo, quella che François Hartog descriveva come “il regime d’historicité del nostro tempo”: un eterno presente che divora tutto, anche la possibilità della memoria. Viviamo in un’epoca in cui il tempo non sedimenta, ma scorre come una superficie oleosa su cui nulla aderisce (il che non è di per sé un male, ma è segno di una mutazione che ancora non si è coniugata a una consapevolezza globale). La Palestina, come l’Ucraina, come l’Afghanistan, come le crisi precedenti, è diventata una notifica scaduta. Ogni indignazione ha la durata di un ciclo di scroll, e ogni tragedia si consuma nella simultaneità della prossima. Le società tardo-mediatiche — quelle che Guy Debord avrebbe definito società dello spettacolo — non rimuovono il passato: lo digeriscono immediatamente. Il lutto si risolve nel post, la colpa nel like, la rivolta nel trending topic. La storia è diventata una funzione d’archivio, un feed verticale dove tutto scompare perché tutto è visibile nello stesso istante. Non si tratta di oblio, ma di indigestione del presente. Viviamo in un tempo in cui il futuro non arriva e il passato non ritorna, ma entrambi vengono inglobati in un “ora” che non ha profondità. È la post-storia di cui parlava Baudrillard, dove il reale si dissolve nel flusso di rappresentazioni che pretendono di sostituirlo. Così Gaza non è stata dimenticata: è stata consumata. E la memoria, per sopravvivere, dovrebbe opporsi alla logica del consumo. Ma non si può ricordare ciò che non si è mai veramente vissuto, solo osservato attraverso lo schermo. Il problema non è l’indifferenza: è l’impossibilità stessa della durata emotiva. L’indignazione collettiva è diventata una pulsazione estetica, non etica: accade, si esaurisce, e lascia il posto alla prossima. Il dissenso si è fatto design, la solidarietà un algoritmo. Il tempo dell’azione è stato sostituito dal tempo della reazione. Eppure la Palestina resta. Resta come frattura nella coscienza, come test della nostra capacità di non essere contemporanei del nostro presente. Solo chi resiste alla cronofagia del mondo digitale può ancora parlare di Gaza — non per compassione, ma per memoria attiva. Perché ricordare, oggi, significa sottrarsi al flusso, fare attrito, rallentare. Significa, letteralmente, opporsi alla scomparsa. Ma questo esercizio è tutt’altro che semplice; occorrono anni di lavoro individuale e di esercizio intellettivo e di coscienza.
