Sulla non violenza

Col tempo ho capito che l’unica cosa che può davvero fermare la violenza nel mondo è non portarne più dentro.
Non è una questione di gesti visibili o parole corrette — è qualcosa che si gioca nel fondo, nelle viscere, dove spesso nemmeno guardiamo.
Finché continuiamo a cercare fuori la causa di ciò che non va, rimaniamo complici di quel disordine.
La svolta avviene quando lo sguardo si ribalta e inizia a guardare dentro, dove il mondo che ci circonda ha origine.
È lì che tutto si chiarisce: le guerre esteriori sono solo eco delle fratture interiori.
E quando si riesce a stare davvero nel silenzio più profondo, quello che non ha più nome, che non cerca nulla — qualcosa si scioglie.
Si comincia a percepire una pace che non ha bisogno di conferme, né di parole, né di ideologie.
Solo presenza, reale, intera.
In quello stato, cade la separazione tra chi guarda e ciò che è visto.
Non c’è più soggetto e oggetto.
Solo una realtà indivisa, che non si afferra, ma si vive.
E lì, forse, inizia la vera disobbedienza al mondo della violenza: smettere di portarla dentro. Sto parlando della non violenza concreta, e faccio tesoro dell’ironia, del sarcasmo, dell’invettiva caustica, che sono il sale prezioso del campare. Lo cominci a capire quando non schiacci più un insetto e provi a portarlo fuori casa, quando cerchi di salvare una pianta che in altri tempi avresti lasciato seccare.
Ovviamente sono fallibile e queste consapevolezze vengono sovente tradite dalla mia precarietà. Ma questo è ciò che sento nel mio profondo e da ciò intendo cominciare. La guerra non finirà mai, perché è solo un diverso grado di stabilità nella dualità. Si può solo cercare di evitare la violenza nella sua rappresentazione cruenta, e lasciarla vivere o morire nella sua sublimazione simbolica. Comunque, molto dipende dalle necessità storiche, dalla vita che ci ritroviamo, dal livello di benessere e privilegio che ci sono toccati, dalla realtà geografica che ci ha visti nascere. Essere non violenti è tuttavia uno stato interiore. Tutto il resto è menzogna.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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