Recensione di “Bosco in città”, di Francesco Gianino

Diciamolo da subito, Francesco Gianino ha scritto un “diario di borderline” straordinario, un’opera animista sotto forma di flusso di coscienza che tutto avvolge e divora: strade, facce, panini, tramonti, gonne, cosce, bestie, bar, amici, nemici, kebab, cinema, amori, rancori, fotografie, amarezze. Sembra di essere in una sorta di riadattamento miniaturizzato de “Gli anni perduti” di Brancati commissionato alla penna del Vittorini. Il tema del libro a me pare quello dell’immanenza del kairos, di un sempiterno presente in cui lo sguardo dell’osservatore (degli osservatori) viene a posarsi sulle vicende manifeste della narrazione, accendendo la curiosità del narratore/viaggiatore/lettore sull’urgenza della manifestazione ontica, ossia di ciò che appare all’orizzonte degli eventi, ma che qui non ha la forza di affermarsi nella sua funzionalità semantica, di significante, storica. In questo senso il tempo di Gianino è un tempo assolutamente proustiano, iterativo, squadernato sulla prospettiva di un presente che blocca l’irruzione del futuro, come nella Natàca di Brancati in cui i protagonisti paiono fagocitati dalla loro stessa smania d’agire che si rivelerà metodologicamente vana. In questo flusso narrativo seducente e accattivante, Gianino lascia andare le sue navi di carta e le abbandona al destino della ciclicità abissale della città, con la tipica iperattività dei nocchieri stanchi, dei Caronte destinati a condurre le torme all’eterna dimora delle rotture delle continuità, perché occorre comunque attraversare la notte, pur sapendo che non sarà più mattino. Eppure in questo sublime affresco, par di cogliere un sentore, come una umbratile vena di prossimità all’origine, di riscatto dal fallimento dell’essere… non saprei ben dire dove e in che parte del libro… è una sensazione, quasi una vertigine che mi coglie essendo uno dei personaggi del diario deprivato dell’anima e in cerca di fuga dalle pieghe strutturali e di una metafora dell’esperienza. Fuggire dalla mente dello scrittore, di Gianino, come nello splendido videogame “Alan Wake”, ecco, forse è questo lo scopo della mia dimensione del vivere. Ciò lo devo a “Bosco in città”.

Lo Stimmataro

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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