
Io non penso di poter più segnare una netta linea di demarcazione tra ciò che vivo da “sveglio” rispetto a ciò di cui ho esperienza nel “sogno”. Tale confine è oramai per me talmente labile da risultare indistinto. Anzi, direi che ciò che più si avvicina alla mia profonda natura percettiva è certamente manifesto sul piano onirico, e lo è a tal punto – pur essendo il vissuto onirico indicibile o trasmissibile sul piano della realtà che percepiamo come fisica – da inferire sul piano dialettico in maniera preponderante col mio quotidiano. Oramai non si tratta più di “sogni”, bensì di reali “accessi” in altre sfere che rispondono a criteri e logiche peculiari, talmente paradossali per il nostro sentire comune da risultare sconcertanti. Sconcertanti, naturalmente, è in riferimento al quando si “rientra” nella guaina sensoriale che illusoriamente sovrintende l’ordine gerarchico della nostra vita. Quegli altri cosmi abitati dalle nostre essenze immateriali (termine improprio chi qui uso per semplificazione dialogica) sono immediatamente accessibili, adiacenti, intimamente connessi col piano del nostro mondo sensibile, e rappresentano una implementazione del nostro codice percettivo, quasi un decodificatore atto a cortocircuitare gli algoritmi che sigillano i nostri universi fisici. In uno dei tanti multiversi di questa notte era esperibile la malinconia per tutti i “Natali” vissuti nelle varie epoche: le emozioni di intere generazioni, le canzoni degli anni Cinquanta della vigilia alla radio, i preparativi di fine Ottocento, le meditazioni medievali, le celebrazioni dei solstizi negli abissi dei secoli, erano al contempo a me soggettivamente compresenti, vivide e fruite su un piano al contempo organico e inorganico… Altro non mi è consentito aggiungere.
