“Taci anche tu, o Ram, taci. L’età dell’oro non è ancora giunta. Noi non siamo che all’età dell’argento. Fino a quel giorno l’Iniziazione è necessaria, e un abisso deve esistere fra l’Iniziato e il passante”“Sia dunque la Scienza chiusa preziosamente nel Tabernacolo dell’Iniziazione”.
“E ora tu che sai, taci! Prendi esempio da me, sii enigmatico, imperrocché la Forza risiede nel silenzio, e la Verità non può che generare follia nei cervello troppo deboli per comprenderla…”
Irruzione del Sacro (Eros) nella dimensionalità terrena. Notare l’esplosione triangolare (culto di Vod) nella sfericità che tutto ingloba (quadratura del cerchio da un punto di vista piramidale: base quadrata-triangolo tridimensionale-punto/vod/sommità). Avvento della quadridimensionalità in chiave angelica (Puer).
Mi riprometto di cercare di non scrivere più di questa “contemporaneità”, se non in funzione di un futuro che mi auguro il più possibile bio-tecnologico, o di un presente che riviva nella prospettiva dialettica con il passato di cui siamo emanazione. Ogni aspetto del vivere quotidiano è infettato da rigurgiti reazionari mascherati da diritti civili. Ogni ambito dell’arte, della cultura, della ricerca è oramai pregno di retoriche post-femministe, clientelari, di mercimonio di anime prima che di corpi. L’ignoranza regna sovrana e viene alimentata dal virus dell’informazione coatta, ove la manipolazione è strumento oramai talmente patente da risultare paradossalmente occultato. Per non dire del mondo che “abito”: musica e letteratura. Una sagra oscena, un banchetto putrefatto ove il belletto rosa e la cipria woke non riescono a nascondere il fetore di zombie che divorano zombie. Su tutto emerge sovrana questa ridicola urgenza di riscatto che napalmizza i millenni di culture e sapienza. Eppure, da questo cumulo di rovine non nasce alcuna Fenice, ma soltanto cenere che si ricompone in nuova cenere. Non si tratta di negare il presente, quanto piuttosto di spostare lo sguardo, di riaccendere il fuoco del discernimento critico, di coltivare un distacco che non sia rassegnazione bensì lucidità. L’arte che ancora vale, oggi, non è quella che si esibisce in slogan o che si veste di cause preconfezionate, ma quella che resiste come una crepa, un bisbiglio, un atto di insubordinazione al sistema delle mode morali ed estetiche. Eppure, da questo cumulo di rovine non nasce alcuna Fenice, ma soltanto cenere che si ricompone in nuova cenere. Non si tratta di negare il presente, quanto piuttosto di spostare lo sguardo, di riaccendere il fuoco del discernimento critico, di coltivare un distacco che non sia rassegnazione bensì lucidità. Vorrei poter credere che un tempo nuovo, autenticamente bio-tecnologico, ci restituirà l’innocenza dell’invenzione e non l’ennesima caricatura della stessa: un tempo in cui il gesto creativo non sarà subordinato alla logica della performance, ma all’urgenza della conoscenza. Forse è questa l’unica via di fuga da un presente che è soltanto un ossessivo replay del nulla. Il “femminismo” che oggi si presenta come “avanguardia” non di rado ha il volto di una lobby: un apparato che si nutre di slogan prefabbricati, che trasforma il grido storico di emancipazione in format da talk show, in merchandising identitario, in bandiera da sventolare per garantirsi posizioni di rendita. La lotta autentica per l’uguaglianza è stata sostituita da un’economia del risentimento e della visibilità, dove il successo di pochi gruppi ben piazzati coincide con la marginalizzazione di voci realmente divergenti. Ciò che doveva essere liberazione diventa disciplina: codici morali da rispettare, parole ammesse e interdette, manuali di correttezza che non hanno nulla di rivoluzionario ma molto di inquisitorio. In questa retorica, l’individuo scompare: contano solo le appartenenze, le etichette, il capitale simbolico da spendere in un mercato saturo di presunte cause. Così il “femminismo lobbistico” non difende più la donna, ma la trasforma in un brand: un marchio funzionale a campagne pubblicitarie, a candidature politiche, a un moralismo redditizio che di sovversivo non ha nulla. È il trionfo della quota, non del merito; della vittimizzazione, non della libertà; della scena, non della sostanza. Ed è per questo che non scriverò più di questa contemporaneità. Non per viltà né per stanchezza, ma perché essa stessa è già un testo saturo, autoreferenziale, incapace di generare senso. Non resta che lasciarla marcire nella sua bolla di clamore, senza più concederle l’onore di una parola. La mia scrittura, d’ora in avanti, non sarà cronaca né denuncia, ma scavo: verso il futuro che ancora non parla e verso il passato che continua a bruciare sotto la cenere. Il presente, questo presente, non merita altra voce che il silenzio.
C’è una vecchia barzelletta: Un uomo naufraga su un’isola deserta insieme a una splendida fotomodella. Dopo settimane di convivenza, tra i due nasce l’inevitabile passione. Tutto sembra perfetto. Ma un giorno l’uomo si avvicina alla fotomodella con un’espressione imbarazzata e le chiede: — “Senti… potresti farti un favore? Potresti disegnarti dei baffi con un carbone e vestirti da uomo, tipo con dei pantaloni larghi?” La modella, perplessa, acconsente. Lui allora le si avvicina, le dà una pacca sulla spalla e dice: — “Oh fratello, non sai con chi sto scopando!”
Oggi questa barzelletta sarebbe oggetto di strali da parte delle Nuove Erinni. Un gruppo goliardico di maialoni diventa il centro delle battaglia del progressismo totalitario. Il consenso come nuova frontiera della morale democratica: ecco una di quelle affermazioni che suonano bene, come i cori da stadio o le pubblicità dei biscotti integrali. Ma sotto il suono progressista si cela un paradosso inquietante. Perché se il consenso diventa la misura della morale, allora la verità si vota, la giustizia si sonda a campione e l’etica si scrive nei trend di Twitter. A quel punto, il filosofo abdica al sondaggista, e la coscienza cede il passo all’approvazione sociale. Siamo nel regno del “mi piace, quindi è giusto”. Ma la morale, quella vera, nasce spesso contro il consenso, non con esso. Socrate fu messo a morte per questo. Cristo non ha fatto sondaggi prima di salire sul Golgota. E Kant, che pure non era un tipo molto rock, parlava di imperativo categorico, non di ‘piattaforma partecipativa’. Ironia della sorte: in nome della democrazia, il consenso eretto a morale assoluta finisce per produrre una nuova forma di conformismo, lucidata e civile, ma non meno opprimente. Un totalitarismo soft, che ti chiede di essere d’accordo col sorriso. In definitiva: non tutto ciò che è condiviso è giusto, e non tutto ciò che è giusto sarà mai condiviso. La vera frontiera della morale, oggi, è forse il coraggio di disobbedire con grazia, non di annuire col pollice alzato.
Ormai l’Italia è diventato un paese affetto da palese disturbo bipolare grazie a una “sinistra” che è passata da Pasolini a tal Lorenzo Tosa, in preda a schizofrenie che la vedono da un lato legittimare ogni forma di perversione su “OnlyFans”, e dall’altro cassare e denunciare ogni istanza pecoreccia non legittimata dal nuovo regime woke. Ora la nuova problematica di grido sarebbe causata da questo gruppo di mariti porcelloni a cui piace far bisboccia goliardicamente (un gruppo facebook chiamato “Mia Moglie”)… apriti cielo! Ecco scatenarsi la cagnara post-murgiana, capitanata lancia in resta dal generale Tosa al comando di un’orda scatenata di Erinni pronte a far scalpo di questi dannati (che poi sarebbero più o meno gli stessi destinatari che mantengono florida l’economia dell’industria della perversione legittimata ; cito: “in definitiva, OnlyFans è una piattaforma che, piaccia o meno, offre nuove possibilità di emancipazione. In un mondo in cui le donne sono ancora spesso limitate da strutture di potere tradizionali, OnlyFans rappresenta uno spazio dove è possibile superare queste barriere e costruire una carriera autonoma. E mentre il dibattito continua, migliaia di donne stanno costruendo una carriera autonoma e redditizia attraverso le loro scelte. Un modo di raggiungere il successo che, pur nella sua particolarità, merita di essere rispettato per la sua autenticità”. Firmato: Matilde Manucci. Insomma, siamo dentro un processo pulsionale collettivo figlio di una patologia sociale che produce contemporaneamente scandalo e morale, indignazione e fascinazione. È come se il corpo sociale vivesse in un eterno cortocircuito: da un lato la repressione morale travestita da civiltà, dall’altro la compulsione alla trasgressione trasformata in merce, legittimata e perfino celebrata come “emancipazione”. Ciò che si manifesta non è altro che l’incapacità di elaborare un’etica che non sia immediatamente fagocitata dal mercato o ridotta a dispositivo di controllo. Ogni gesto, sia esso “scandaloso” o “virtuoso”, viene catturato da una macchina simbolica che lo rende al tempo stesso oggetto di consumo e bersaglio di indignazione.
Questa bipolarità non riguarda soltanto la politica o i media, ma è il riflesso di una condizione antropologica: l’uomo contemporaneo sembra oscillare senza tregua tra la necessità di mostrarsi libero e il bisogno di sottoporsi a una norma, tra la rivendicazione di autenticità e l’angoscia di una libertà che, in realtà, non sa reggere. Ne deriva una sorta di “moralismo pornografico”, dove la pornografia è non tanto l’esplicito quanto l’eccesso di esposizione, e il moralismo non è etica ma il bisogno compulsivo di giudicare, di inscrivere l’altro dentro categorie consolatorie. L’individuo non cerca più un fondamento, ma una continua conferma del proprio ruolo in questo gioco di specchi: indignarsi, consumare, indignarsi ancora. In fondo, l’osceno oggi non è più ciò che si nasconde, ma ciò che si mostra troppo: e l’indignazione che lo accompagna non è che l’altra faccia della stessa pulsione. In termini lacaniani, si potrebbe dire che ciò che osserviamo è la messa in scena del godimento (jouissance) come nuova forma di legittimazione sociale. La pulsione non viene più repressa — come nella tradizione borghese ottocentesca — ma nemmeno realmente liberata. Viene invece canalizzata, gestita, mercificata, resa prodotto. OnlyFans non è trasgressione in senso stretto, ma dispositivo simbolico che consente alla pulsione di circolare entro un perimetro regolato, un recinto che promette libertà ma in realtà garantisce controllo e profitto. L’indignazione pubblica, speculare a questa dinamica, rappresenta l’altra faccia del godimento: la comunità, attraverso il moralismo, “gode” nel denunciare, nello scovare il colpevole, nel punire il trasgressore. È il godimento dell’Altro che si fa Legge, la dimensione superegoica che ci comanda di godere e contemporaneamente di vergognarci di quel godimento. Il risultato è che viviamo immersi in un ciclo pulsionale infinito: ciò che scandalizza alimenta la stessa macchina che dovrebbe reprimere, e ciò che viene represso torna sotto altra forma, mascherato da emancipazione o da libertà individuale. L’osceno e il moralismo diventano così due modalità complementari della stessa struttura sociale, che non conosce più il limite simbolico ma solo la ripetizione compulsiva. In questo senso, l’Italia “bipolare” non è un’eccezione: è piuttosto un laboratorio in cui le contraddizioni del tardo capitalismo, fra emancipazione proclamata e controllo capillare, si mostrano con maggiore evidenza. Se guardiamo questa dinamica da una prospettiva politica, appare chiaro come la cosiddetta “nuova sinistra” abbia smarrito il terreno di un’analisi reale dei rapporti di potere, sostituendola con una gestione simbolica della morale. Invece di interrogarsi sulle condizioni materiali — lavoro, precarietà, disuguaglianze — essa si concentra sul presidio del linguaggio, sul controllo dei comportamenti, sul perpetuo scandalo.
In termini lacaniani, potremmo dire che ha preso il posto del Padre non più come garante di un limite simbolico, ma come Super-Io digitale, che impone di godere di certi dispositivi (le piattaforme, le narrazioni di emancipazione) e contemporaneamente di indignarsi contro chi ne devia l’uso. Questa schizofrenia ideologica è figlia di una verità rimossa: che l’economia del desiderio non si governa con decreti morali né con slogan identitari. Eppure, proprio nel tentativo di farlo, la “nuova sinistra” si riduce a funzionare come apparato di legittimazione del mercato: da un lato celebra l’illusione di emancipazione individuale (la carriera su OnlyFans come libertà), dall’altro produce il teatro dell’indignazione che serve a disciplinare le masse, a canalizzare le frustrazioni in forme spettacolari di denuncia. Così il politico si dissolve nell’amministrazione del godimento, e la società intera si scopre incapace di distinguere tra emancipazione reale e mera cattura pulsionale. È il trionfo di una moralità pornografica, dove tutto è esposto, consumato, denunciato, ma nulla realmente trasformato
Non rimane che lasciarsi alla visione postprandiale delle vecchie commedie italiane, nella calura agostana che lascia vagolare i Tosa di turno entro il perimetro ristretto della cronaca.
PS il gruppo incriminato è stato cancellato dalla nuova censura.
Nel codice non scritto della relazione fra artisti vi è sempre un’avversità che non ha nulla a che vedere con l’umano, una tensione necessaria al confronto che rappresenta l’invisibile tessuto connettivo di individui e comunità, ciò che trascende le vicende personali legate al successo o alla realizzazione del sé. Da ciò scaturisce la linfa preziosa del sacro, dalla ferita inferta all’Incommensurabile da cui sgorga il nettare che dà origine alle reazioni a catena che vanno dal rito collettivo alla performance. Per troppo tempo si è bollato tale necessario processo conflittuale entro i ristretti ambiti dello storicismo, dell’estetica che hanno finito col relegare tale processo entro i limiti dello spleen del Romanticismo. In realtà ciò che ancestralmente anima il fuoco della creazione è frutto di una polarità, quasi sempre di una sfida, fra uomo e uomo, fra uomo e divino, fra uomo e materia. Ogni tentativo associazionistico e comunitario è comunque figlio della sublimazione di tale conflitto, di una normativa sociale che si impone soprattutto nelle società opulente di questi ultimi secoli, volta a sedare, narcotizzare, stemperare le irruzioni dello skandalon nello scenario dell’urgenza espressiva e della comunicazione fra sapiens. Movimenti e collettivi, come un tempo le corporazioni di Arti e Mestieri del Medioevo, sono le chiese atte ad arginare l’iniziazione esoterica dell’arte, a contenerla entro i confini del decoro, della struttura, della fruizione. Quando stringete la mano a un artista, sappiate in fin dei conti la state stringendo al demonio, alla divinità che sorregge la stessa struttura della fascinazione. Diffidate sempre degli artisti concilianti, dei menestrelli di regime, dei cantori delle riforme: costoro sono l’emblema della mediocrità assurta nei cieli di cartapesta della società dello spettacolo.
Pregne le mie narici del fritto di melanzane, cotolette e calamari, percorro il lungomare col mio scooter. La velocità è da crociera, il collo torto a destra in direzione spiaggia. Vedo un Carmelo sdentato e urlante, una Concetta sovrappeso guadagnare la battigia come un pinguino di duecento chili offeso dai morsi dell’orca, scruto le danze maldestre da lido in cui si cimentano l’infante e il vecchio con mezzo coglione fuori dal costume, osservo le ambulanze parcheggiate in attesa di infarti. Sono in cerca di un supermercato aperto. Lo trovo. Sembriamo a Gaza dopo un saccheggio. La stanca commessa rimasta fa spallucce: quello che vede… Prendo della rimanenza di lattuga, del radicchio ancora passabile, dei pomodori da salsa rimasti in fondo a una cassetta di legno, del parmigiano stagionato, dei filetti di sgombro in vetro. Lei è una donna ancora piacente, sulla cinquantina, addetta allo stoccaggio degli alimenti e solo casualmente alla cassa. Le sue braccia sono muscolose, si allena negli orari di pausa. Oggi ho visto cose che voi umani… mi fa. Percepisco telepatia, sa che con me potrebbe parlare di tutto, da alcune gestualità suadenti, dalla delicatezza con cui mi porge i pomodori, deduco che ambirebbe a confidarsi dei suoi più intimi segreti. In un contesto ideale, si intende. Mondi che non si incroceranno mai. Così mi concentro sul battito della cassa e provvedo diligentemente a sistemare i prodotti nella busta. Fuori il cielo è plumbeo. Sono felice che questa giornata abbia in parte rovinato la crapula dell’Orda. Essa avrebbe tratto nutrimento e forza dal sole cocente, dalla canicola che frigge ciò che rimane delle loro sparute sinapsi, l’Orda avrebbe tratto autorità e legittimazione a darsi. Formulo la seguente massima: “la veglia del sole genera mostri” e mi pongo al fianco di Goya da un punto di vista dialettico. Le stradine interne della Timpa sono un miracolo di verde deturpato dall’immondizia rilasciata lungo i cigli dall’Orda. L’Orda è una struttura cosciente, attiva, sincronizzata, cancerogena che raggiunge il suo acme nel Ferragosto (Feriae Augusti) che dovrebbe richiamare al riposo profuso durante l’anno. Ma l’Orda ha trasformato fin dai tempi del boom economico i Vinalia rustica in baccanale infernale e delirio pagano privo di incesti. Sfreccio tra le autovetture dell’Orda che si appresta a rientrare dopo la bestiale due giorni. Sulle spiagge ardono ancora i ceppi della notte, qualche ragazzo smonta la tenda eretta in barba ai divieti. Provo imbarazzo e come un senso di impotenza che mi fiacca. Vedo gloriose società umane del futuro muoversi entro enormi bolle di sistemi ambientali sospesi, osservo la smaterializzazione dei corpi consapevole, immani distese di oceani e verdi vallate gestite dalla robotica, posso sentire la gioia di chi abiterà quelle epoche, di quel noi che accoglie ogni identità, posso percepire il respiro puro dell’eterna gioia. L’Orda ha i secoli contati. Una selva di botti e fuochi d’artificio tormenta il mio rientro a casa.
Forma dell’Informe Vorrei andare dentro ai quadri di Monet per essere colore fra i colori lucente come un colpo di fioretto frutto consapevole d’una pennellata estrema trascinata verso il basso della tela. Spasmo, scaracchio della setola gesto essenziale, irripetibile.
(Vampolieri 4-12-2020)
Non ricordo Leggero come un rinoceronte alato è il sogno rosa dell’altra notte di cui poco ricordo se non appunto il corno rosa di ‘sto rinoceronte che volava.
Non ricordo nulla e se ricordo qualcosa la dimentico ancora mediante un processo dialettico raffinato di cui non ricordo il metodo.
Eppure l’ho ideato io il metodo.
Era un metodo perfetto di cui però non ho ricordo – la mente si rischiara strizzata come una spugna rorida ora giace asciutta e secca nel torrido sole d’un mese che non conosco.
Per il resto non ricordo che il mio nome forse anche il cognome e poco altro non saprei ben dirvi che ho mangiato a pranzo se questa è la notte o il mezzogiorno.
Non ricordo neanche il senso dei miei versi se a scrivere è un estraneo o il sottoscritto vorrei tanto cantar la mia saudade e molto altro in questo cosmico sentire.
(Vampolieri 7-12-2020)
Settembre Mi piace questo principiare d’autunno quando l’aria si fa tersa e lento è il declinare del sole nello smorir del pomeriggio; e poi ancora lì restare, come attonito, in quell’attimo che precede il farsi d’aria ferma, in quello spasmo di furente estate, lì, sul ciglio della strada, a ricordare il presente.
In una notte d’inverno Fu in una certa notte d’inverno che provai la solitudine.
Fu nel guardare con perfida malia il denso costrutto pulsante nel niente l’astratto grigiore, la patina lucida che mi separa dagli oggetti di casa.
Dapprima fu un retrogusto, quasi un languore più tardi una forma di sopportabile vuoto una colla improvvisa di cui colsi l’essenza.
Ricordo era una notte di vento furioso parevano l’urla di corpi straziati e io col mio sguardo fisso in cucina fissavo le porte e i lor movimenti come un segugio confuso e ansimante.
Mi parve di scorgere fra scarti e stoviglie un altro ricamo dell’esistenza il canto silente del vivere inerte come uno spasmo di assenza fremente.
Difficile esprimere l’immane contorno che orla e separa lo spazio d’un niente eppure è un abisso racchiuso in un punto fra l’inerzia della tazza e la boria del bollitore.
Canicola Combattere lo spleen della radiazione canicolare pare esser divenuta la mia ultima lotta ché vedo come scarnificata e ossuta la reale natura della vita col farsi dell’estate più cocente.
Insiste dolente nel pensiero l’abbaglio d’una consapevolezza sorda ed è come se la luce e il fuoco di giugno svelassero con furia bellicosa le povere fattezze del mistero.
E ciò che ne rimane messo a nudo così, senza l’amore dei sapienti reca grossa ambascia al petto e al cuore e pare poca cosa, un mero scherzo lo spasmo dilaniato del morente o l’urlo di chi in vita giunge al mondo che in mano stringe poco, quasi niente.
(Stazzo 18-6-2023)
Come una perenne teofania C’è poi questo senso del vivere che si fa memoria al passo per le strade assolate del paese (rimanda a quelle cose ormai trascorse mentre emoziona dell’onde la tragedia dello schianto sui bastioni del porto). E quel poco d’ombra mia ch’ormai s’avvita al mezzogiorno della meridiana della chiesa a me pare il segno d’una ritrovata estraneità nient’altro che il vapore di un incantamento.
Cielo fermo Provo angoscia per l’imminente arrivo dell’estate quando la luce torrida mostrerà le piaghe virulente delle strade di catrame quando arrancheremo con la fatica dell’insetto non più figli di Vitruvio nella nostra offesa nudità.
(Stazzo 7-4-2023)
Pistoleri Sostavamo nell’ombra giallo ocra per deserti della mente in uno stallo messicano.
Eravamo poveri e affamati. Eravamo disposti a uccidere.
Estrassi la pistola e feci fuoco in direzione del tramonto.
Ora il mio corpo giace sulla terra rossa degli avi mentre una finestra di memorie sembra chiudersi per sempre.
L’eternità puzza di polvere da sparo.
(Stazzo 22-4-2023)
Genesi Immobili come ancore ai fondali nutriamo di tempo le nostre vitree icone nell’attesa di un’azione che ci renda umani di una storia che illumini le ombre e che ci renda degni di apparire al mondo.
(Stazzo 2-6-2023)
Inesorabile Nel corpo si fonda la Legge solo memoria carnale memoria. Scorre la polvere nella clessidra grano a grano nella soave indifferenza della notte vibrano le fiammelle nei cimiteri. Giunge roco e improvviso lo straziante urlo del gallo che fa palpitare i cuori di terrore mentre immote, come rapprese, stan le frasche ai venti dei sottosuolo: sono le due e trentaquattro di una notte diversa.
(Stazzo 16-6-2023)
Estasi L’Entità che srotola il tappeto del firmamento dev’essere maestra di seduzione e avvezza alle più sofisticate arti della fascinazione, se questo struggente miracolo d’adesso mi rende così ebbro di stupore e al contempo vigile come una volpe ferita.
(Stazzo 30-6-2023)
Notte di luglio Soffia meraviglioso vento dell’estate la notte è inebriante e piena di profumi colano d’afrori le frasche al loro canto. Io mai penso d’aver provato simil gioia: vedere la mia vita dispiegarsi un manto dai lucori argentei che avvolge soavemente la mia finitezza tale venerea manifestazione, dico, che squarcia e polverizza il cuore mi provoca un delirio immenso e di piacere mi sconquassa l’anima. Contemplo questa mia liquefazione come il miracolato fa con le reliquie del suo corpo sanato… arde l’irrelato istante che mi lega al tutto e brucio del fuoco siderale del devoto.
Purtroppo abbiamo bisogno di continui stimoli in un processo mediatico che, da un lato viene criticato, e dall’altro si nutre degli scarti del Sistema. Perfino atti lodevoli diventano preda della fagocitazione della società della sorveglianza che necessita di feticci da mandare al macello. Per fortuna tutto questo scomparirà a breve, insieme a tutto il portato della delega parlamentare, del voto a matita, degli scranni a Montecitorio ecc. Non parlo della signora nello specifico, che è magari mossa da spirito e anelito nobili, ma di ciò che “siamo” rispetto al processo del Divenire. Necessitiamo di continui stimoli per mantenere lo status cognitivo a noi necessario per “sopportare la vita”. Dal nulla emergono fenomeni: culturali, artistici. Nello spazio di qualche giorno, emeriti sconosciuti assurgono al ruolo di star, per poi essere ri-fagocitati in un batter d’occhio dalle procelle del mare in tempesta. Siamo adolescenti perenni che giocano a fare i “grandi” col petto gonfio di indignazione da mostrare alle piazze, come tordi in amore. La signora in questione è il perfetto medium di chi vorrà fare dei suoi concetti “prodotto”. Si rimane basiti dai processi iterativi che colgono perfino le menti più eccelse. È in atto una spaventosa rimozione collettiva, di cancellazione della memoria breve, che porta a una spaventosa iterazione dentro un infinito cul de sac. Questi sono i prodotti della società del sistema che vivono nel paradosso di chi contesta il sistema stesso, del sistema che si nutre di ciò (molti amici di stanno finalmente accorgendo dei disastri della cultura woke, da me preannunciati in tempi non sospetti). La repentinità con cui da un giorno all’altro un soggetto diventa simbolo collettivo è il segnale del processo in atto. Sono le stesse folle che al tempo della deriva del green pass stavano su fazioni opposte, è la stessa psicologia delle folle che fa da titolo a uno dei saggi che resiste alle zanne del tempo.
Non ho nulla contro le idee della signora Albanese, che condivido anzi nella sostanza in toto. Intendo solo rimarcare come la macchina mediatica – nonostante gli evidenti segnali di ruggine palesati – sia già pronta a divorare l’ennesima eroina della cosiddetta “società civile” (termine che oramai detesto, come all’epoca detestavo quello di “girotondini”). Io non voto da anni e non partecipo da anni ad alcuna manifestazione. Aderire significa condividere le regole del gioco. E a me questo gioco della delega politica non interessa più. La verità è che non sopporto più questa patetica danza intorno al presentismo, la sostituzione indefessa di feticci funzionali ad evidenziare l’ennesimo skandalon, l’ennesima indignazione, per orchestrata o meno che sia. Non sopporto più non tanto i nuovi eroi, ma le folle che si accalcano al grido perenne della condivisione coatta, le masse sciamanti che domani saranno in lotta per lo scatto pensionistico, e con gli arancini al vento in segno di solidarietà. Intanto il popolo palestinese viene sterminato grazie al sottile gioco di permutazioni che non prevede alcuna interferenza sul piano fattuale. Le piazze si specchiano su se stesse. Si va a casa con la coscienza a posto sotto un cielo senza bombe.
Suonano le campane a morto nel piccolo borgo di mare mentre l’estate va avanti e noncuranti corrono gli sbuffi di cirri a screziare l’azzurro.
[Pensavo all’importanza di ogni piccolo gesto pensavo a come ogni nostra scelta possa produrre conseguenze anche letali pensavo che occorre maneggiare la vita con la cura dell’artificiere che disinnesca l’ordigno].
Pensavo.
Adesso che è scesa la notte e che il bagno di luna rende preziosi anche l’orrore e i ghigni contorti dei pazzi, osservo la luce distante di una casa mai vista che mostra l’abisso concreto d’una cucina infestata d’agosto.
Sono reduce da questa doppia visione serale. Non mi dilungherò troppo in recensioni specifiche che potrete trovare ovunque. A me interessa mettere in relazione le due opere proprio per le sensazioni suscitate dalla doppia fruizione in sala. Comincio col dire che le mie preferenze vanno tutte per la commovente e sconcertante opera dei Fratelli Philippou, con ciò non relegando “Presence” nell’alveo dell’esercizio di maniera sul genere. Il problema di Soderbergh, per il sottoscritto, è sempre quello del suo procedere con la marcia tirata, misurata, cosa che piace molto ai critici ma che a me rimanda a una sorta di ibrido tra Sophia Coppola e James Ivory, ossia a quanto di più distante mi separa dal cinema. In entrambi i film comunque è centrale la presenza dell’Altro, ossia del disumano, dell’oltreumano, dello spettro, del demone. In maniera più marcata in “Presence” – la camera in soggettiva é lo spettro – in chiave più indiretta in “Bring Her Back”, dove il tema del dolore straziante si fa cannibalismo del corpo, matericità sacrificale del sovrannaturale. In questo senso l’accostamento di Soderbergh al ghost movie appare più scolastico e meno originale, se si riesce a scrostare la patina che di solito viene apposta quale segno della cifra autoriale del regista di successo che si presta al nuovo genere, rivelandosi poco più di un gioco sapiente di citazioni ben nascoste. Viceversa l’opera dei Philippou mostra una straordinaria capacità introspettiva dell’inferno in cui versa certa psiche giovanile, e ci regala un film straordinario sulla catarsi e la passione del corpo, come solo “Martyrs” di Pascal Laugier è riuscito a fare nel 2008. La cruda rappresentazione del sacro dei Philippou (altrettanto pregevole da un punto di vista registico) si scontra così con gli artifici tecnici della teorizzazione dell’ultraterreno in Soderbergh, risultando vincente per la capacità di saper osare e mostrare senza timore i tabù e i limiti imposti dalla civiltà repressiva che produce il mostruoso attraverso la sua estetizzazione o medicalizzazione (ciò che un tempo suscitava orrore viene oggi integrato come eccezione patologica, deviazione codificata o prodotto spettacolare, neutralizzando così il suo potenziale critico e destabilizzante). In questo senso non dovete perdervi “Bring Her Back”, se non desiderate i soliti “spiegoni” sul rituale in atto che, come in ogni capolavoro videoludico che si rispetti, vengono qui lasciati aperti all’interpretazione dello spettatore, e se non volete perdervi la straordinaria prova del piccolo Oliver, ossia di uno dei protagonisti minorenni più carismatici del cinema degli ultimi decenni.
Leggo di soloni che discettano di religioni e spiritualità… Come faranno a interpretare e a decifrare, chessó, le simbologie di Saunier sul mito edenico senza conoscere reti neurali e PlayStation 5? Che razza di conoscenza può mai darsi nell’ancoraggio di una fissità che non preveda una tradizione in movimento? Da quale pulpito si ergono questi novelli Torquemada a lanciare anatemi e su che basi si pongono a sentenziare, quando non sono in grado di avere un dialogo decoroso con i ragazzi delle nuove generazioni? Sempre ad ammonire, a relegare entro ambiti chiesastici la naturalezza del campare, sempre a giudicare e a riferirsi a tradizioni che sono alloro volta figlie di portati pre diluviani… Quanta arroganza in questi preti non officianti, quanta foga antropocentrica, conato patetico di chi poi in punto di morte si ritroverà a imprecare contro un’ontologia monca. Costoro sono ancora peggiori degli scientisti d’accatto, dei latori di un materialismo zombie che si nutre dei cadaveri del positivismo, pagliacci travestiti da cinici che se la fanno addosso di fronte a una gonna satanica. Entrambi sono il cascame del disagio, della cronica incapacità ad adattarsi alle meraviglie del divenire. Saranno dannati nel loro personale inferno dantesco: dannati dai limiti del loro stesso immaginario. Bestie.
Diciamolo da subito, Francesco Gianino ha scritto un “diario di borderline” straordinario, un’opera animista sotto forma di flusso di coscienza che tutto avvolge e divora: strade, facce, panini, tramonti, gonne, cosce, bestie, bar, amici, nemici, kebab, cinema, amori, rancori, fotografie, amarezze. Sembra di essere in una sorta di riadattamento miniaturizzato de “Gli anni perduti” di Brancati commissionato alla penna del Vittorini. Il tema del libro a me pare quello dell’immanenza del kairos, di un sempiterno presente in cui lo sguardo dell’osservatore (degli osservatori) viene a posarsi sulle vicende manifeste della narrazione, accendendo la curiosità del narratore/viaggiatore/lettore sull’urgenza della manifestazione ontica, ossia di ciò che appare all’orizzonte degli eventi, ma che qui non ha la forza di affermarsi nella sua funzionalità semantica, di significante, storica. In questo senso il tempo di Gianino è un tempo assolutamente proustiano, iterativo, squadernato sulla prospettiva di un presente che blocca l’irruzione del futuro, come nella Natàca di Brancati in cui i protagonisti paiono fagocitati dalla loro stessa smania d’agire che si rivelerà metodologicamente vana. In questo flusso narrativo seducente e accattivante, Gianino lascia andare le sue navi di carta e le abbandona al destino della ciclicità abissale della città, con la tipica iperattività dei nocchieri stanchi, dei Caronte destinati a condurre le torme all’eterna dimora delle rotture delle continuità, perché occorre comunque attraversare la notte, pur sapendo che non sarà più mattino. Eppure in questo sublime affresco, par di cogliere un sentore, come una umbratile vena di prossimità all’origine, di riscatto dal fallimento dell’essere… non saprei ben dire dove e in che parte del libro… è una sensazione, quasi una vertigine che mi coglie essendo uno dei personaggi del diario deprivato dell’anima e in cerca di fuga dalle pieghe strutturali e di una metafora dell’esperienza. Fuggire dalla mente dello scrittore, di Gianino, come nello splendido videogame “Alan Wake”, ecco, forse è questo lo scopo della mia dimensione del vivere. Ciò lo devo a “Bosco in città”.
Sotto al bancone del bar una mamma strattona il marmocchio che piange e urla. Il cono gelato è a terra. Un cane bassotto lecca il gelato mentre la mamma occhialuta ripete ossessivamente hai visto hai visto hai visto in direzione zona industriale di Siracusa. Il barman che assomiglia a Raf Luca accorre con secchiello e straccio. Dintorno la cornice del mare di luglio. Sembra un quadro animato faccio a Claudia telepaticamente. La piazzetta fuori sembra fuoriuscita da un racconto d’un Guareschi recitato da Tuccio Musumeci per una comitiva di turisti non vedenti. Ci sta il venditore di collane, quello dei giocattoli e dei palloncini, ci stanno i vecchi a non fare un cazzo, le mamme in sandali che sculettano pure quando devono rincorrere i pargoli, ci sta l’ape con i gelati che fa ancora il torrone con i frutti canditi. La chiesetta sta alla sinistra col suo sagrato a ricordarci le utopie fallite di De Chirico, due ragazzi in bici impennano e io ansimo fra la calura e la tachicardia. Ogni mio movimento è uno scempio interiore mentre un tempo ero in grado di stare per ore a palleggiare fra le rocce roventi. Mi muovo come un vecchio nonno messo male, anche se sono forse l’unico a mirare l’ordito delle volute degli uccelli sulle ultime e ostinate rifrazioni dei raggi solari. Penso alla mafaldina calda con la mortadella e la sento scrocchiare nel palato di antichi muratori col cappello fatto con la carta del quotidiano. Questa non è estate, questa è un’agonia. Lontano, ad altre latitudini la foresta è disboscata. Nessuna amazzone corre più sul limitare del ruscello azzurro. Un vecchio nel rientrare a casa per la cena, discosta un po’ l’anca per un ultimo peto.
Ci sono incontri che non seguono logiche prevedibili. Conosco il Maestro Francesco Cusa da circa un anno: tempo sufficiente per capire che la sua opera non si lascia semplicemente leggere o ascoltare, ma pretende di essere attraversata. Le nostre conversazioni — a volte in disaccordo — mi hanno permesso di intercettare quel nucleo vivo e scomodo del suo lavoro, che si muove su coordinate estetiche sadiane. Non si tratta di citazione o posa: è struttura, è visione, è una scelta deliberata e radicale di campo. Il primo indizio? “Psicopatologia del serial killer”, album della sua formazione Skrunch, pubblicato nel 2003 che adoro e ascolto quasi ogni giorno, poiché inserita nella mia playlist di Spotify. Un lavoro che non si ascolta: si disseziona. Non c’è accompagnamento, né melodia rassicurante. Ho scoperto la batteria del Cusa e mi sono rivista, attraverso questo album, nell’istante in cui spingo la spatola sulla tela. Cusa lavora come bisturi, gli altri strumenti si muovono su piani taglienti, in attrito continuo. Il disco è pensato come una vera e propria drammaturgia sonora disturbante, a metà tra installazione e teatro psichiatrico. I titoli dei brani e la messa in scena ironica confermano che qui non c’è provocazione gratuita, ma costruzione di un linguaggio disfunzionale e quindi verosimile. Sadiano, appunto. Anche nella scrittura si ritrova questo impianto: da Vic a 2056, sono romanzi e racconti che non costruiscono personaggi, ma li usano come casi clinici. Non c’è redenzione, non c’è pedagogia. Il linguaggio è nervoso, sincopato, deliberatamente anti-narrativo. Come in de Sade, il dispositivo serve a scardinare il lettore più che a sedurlo. L’effetto è respingente, ma lucidissimo. Nella musica come nella scrittura, Cusa lavora su un’estetica del collasso controllato: una tecnica che richiama certe tele di Bacon, certi scatti chirurgici di Witkin, o la scultura organica di Berlinde De Bruyckere. Tutto viene deformato, ricodificato, restituito come dato emotivo crudo. Nessuna carezza, ma una struttura solida che regge l’urto. Anche quando ironizza, Cusa non alleggerisce mai. Usa il sarcasmo come uno scalpello. I suoi personaggi ridono, ma è un riso contratto, nervoso, più vicino a quello di un paziente sotto stimolazione elettrica che a una battuta. La stessa dinamica la si ritrova nel suo approccio ai temi politici, religiosi, etici: mai di superficie, mai lineare, sempre conflittuale. In definitiva, il buon Cusa è sadiano non per estetica dell’eccesso, ma per come costruisce lo spazio del disagio. Non cerca l’effetto shock, ma lo shock strutturale. È un artista che lavora per negazione, non cancellazione alla Isgrò badate bene, ma negazione della forma, del ruolo, della narrazione tradizionale. Forse chi lo conosce meglio di me potrà confermare questa sua coerenza anche nella quotidianità, nei rapporti interpersonali. E in questo, che lo si condivida o meno, è uno degli artisti davvero coerenti che io conosca.
Traggo ispirazione dal mirabile saggio introduttivo di Gianni Nicoletti all’opera.
L’inversione in De Sade è il requisito necessario all’accesso alla sacralità, ciò che anima e produce l’erotismo cieco della divinità macchinica, dell’Eros puer che si manifesta nei templi riservati al suo officio: la sala del bordello, la sala dell’orgia, dello scannatoio. Questi luoghi riservati fungono da veri e propri laboratori alchemici atti a procrastinare l’avvento dell’orgasmo, a scardinare il paradigma di quel tempo in funzione di un progressismo che la nostra contemporaneità non è più in grado di cogliere, ossia di una reiterazione che mima il ripetersi ciclico della natura (le frustate maniacalmente contate) entro un cosmo carnale ed esclusivamente corporeo. La coprofagia, la gerarchia del trou, l’Eiezione e l’Orca Universale, sono tutte costanti relative all’inversione celebrante l’ara escrementizia, l’andare contro-natura necessario per il libertino che “prende la base per il vertice e viceversa”, il contenitore dell’ano, la bocca come vagina quali ricettacoli dell’eiaculazione iniziatica che si conclude quasi sempre con lo sterminio della vittima sacrificale. Il Tremendo, come lo intendeva Abhinavagupta, è lo scarto che si fa mostruoso gioiello, l’object petit a di Lacan che l’evacuazione produce, la celeste praline di Rimbaud e, come in Bunuel, l’atto sublime volto a sconvolgere la morale e a capovolgere il senso di tutti i valori in funzione del vizio. Ecco perché l’ano diventa il centro indispensabile per il Vescovo di Blangis, mentre la vagina è detestata se non per la speranza di una volontà d’incesto e di procreazione bastarda. Così terremoti ed eruzioni diventano sinergici all’esplorazione viscerale, all’espulsione della terra e dei corpi, secondo misurazioni matematiche e ricerche maniacali della simmetria. “Gioia eccellente è precipitare nel cratere del Vesuvio la Principessa italiana, già compagna delle orge di Juliette: un gesto sacrificale ma non sanamente primitivo, ideale (russoviano), anzi della più corrotta attività pensatoria che l’Occidente sia riuscito, finora, a formulare.
Nei sogni lucidi intravedo le entità biomacchiniche colonizzare la prospettiva circolare del tempo che ci dannava.
Con un sospiro fummo condotti sul limitare della stella più vicina e non ebbimo neanche il tempo di voltarci sulle migliaia di anni che ci lasciavamo alle spalle.
Ci sembró così vano tenere alla memoria così imbarazzante il pensare alle nostre vite trascorse, ai nostri affetti, che in un lampo scordammo d’esistere d’esser stati corpo e d’aver vissuto.
Eppure eravamo ancora lì febbricitanti nell’istante concreto d’una vigile presenza che si stagliava nitido sulla spettralità causata dalla distorsione magnetica della nana rossa.
Fu allora che percepii la disgregazione di ogni mio atomo e particella fu allora che sentii la ruvida asperità del tempo, la rigida struttura delle sue abissali pareti (un acufene, l’eco della mia parvenza il fantasma di una struttura sensoria l’implosione del campo quantico, gli ultimi spasmi del senso).
E poi ancora il litorale violaceo d’una nube gassosa, l’accartocciarsi dei significati, l’ultimo vortice di vitalità fra gli spasmi della ragione agonizzante.
Nel paese si fa estate e tutte le fogne riversano a mare i liquami. Una signora saluta un’altra signora di ottocento chili affacciata al balcone. Il balcone crolla e ammazza sette neonati parcheggiati in carrozzine in occasione del “Baby Carrozzina Day”. Le mamme urlano. I pescatori rientrano dal tramonto e accorrono a tirare fuori dalle macerie neonati e signora di ottocento chili. Suonano all’impazzata le campane della chiesa, accorrono i vigili urbani a fare confusione. Viene estratta con una gru la signora di ottocento chili ancora viva. Ha in bocca tre neonati e dice che ha ancora fame. I vigili del fuoco sparano, ma i proiettili rimbalzano sulla donna di ottocento chili e ammazzano tutte le madri restanti. I pescatori cominciano allora a prendere a colpi di fiocina i vigili mentre la Bestia di ottocento chili attacca il bar. L’ultimo vigile fa in tempo a sparare un colpo di lanciarazzi. È il segnale di pericolo. Accorrono gli uomini dell’esercito e attaccano la Bestia con razzi di ultima generazione. Una ragazza col cranio rasato si impadronisce del campanile e comincia a sventolare una bandiera palestinese. Nel frattempo la gente caca e piscia dai cessi di casa. Il mare è una cloaca. La Bestia colpita da un colpo di bazooka scagliato dall’appuntato dei carabinieri Montefusco, esplode in mille frattaglie. Segue un silenzio surreale e la gente del paese comincia a contare i morti e i feriti. Quelli dell’esercito si incazzano con l’appuntato. Chiedono chi gli avesse detto di prendere senza autorizzazione quel bazooka in dotazione alle forze armate. Fanno, ma come, ma quando, ma come è possibile una cosa del genere, ma dove la si è mai vista. L’appuntato Montefusco cincischia e si mangia le parole. La ragazza col cranio rasato è una terrorista e si fa esplodere dal campanile al grido di “vogliamo più diritti civili per noi esseri fluidi”. Padre Pollanca sviene. Due ragazzi impennano con gli scooter truccati. Il vigile urbano rantolante straccia la ricevuta dal blocchetto degli assegni. Cammina strusciando sui gomiti. Multa per molestie alla quiete pubblica.
Sera di lunedì a Stazzo. La leggiadria di una mamma bona come solo Gesù Cristo le manda in Terra. Quattro pargoli urlano. Lui è il marito. Segaligno e pragmatico. Lei corre coi suoi sandaletti dietro alla piccola ribelle che fugge verso la piazza. Sembra una dea ellenica condannata alla vita mortale da uno Zeus vendicativo. Lui insacca pargoli come sacchi di patate dentro la Cinquecento Fiat nuova di zecca. Insacca figli e giocattolame con la perizia del fornaio, mentre figli e giocattolame fuoriescono dallo sportello opposto. Sembra un vecchio cartone animato di Felix The Cat. Lei ritorna con la creatura e con grazia riporta le pecorelle all’ovile dell’auto. Il marito è come l’elastico potente delle nostre fionde da adolescenti. Sembra Don Lurio un po’ più alto. Lei gli dà una carezza amorevole, e mette la sicura alla portiera posteriore. Le urla e i pianti dei pargoli indemoniati risuonano adesso ovattate. Io sono lì a guardare. Capisco perché mi ritrovo solo a contemplare questa scena. Avessi potuto scegliere cosa avrei risposto? La vita con la dea e questo inferno? No. Signori. No. Preferisco una vecchiaia di masturbazioni mentre la badante trans mi sderena col catetere. E dunque come il Raimondo Vianello di “Di nuovo tante scuse” (sigla finale), inforco salterellando la sella del mio scooter e agito la mia chioma fantasma prima di indossare il casco. Sgaso. Cristo come sgaso. L’aria fredda del mare entra da sotto nei miei pantaloncini creando un effetto Badedas. Sì. Sono io Zeus. Signore dell’Olimpo Altro che cazzi.
Appena terminato. Sublime Stendhal. Aveva ragione Calvino nel definire la duchessa Sanseverina come “il più grande personaggio femminile della letteratura italiana”. Qui il “romanzo sociale” rompe ogni categoria di genere, e in pieno 2025 ci parla ancora di mondanità e innocenza, di sacralità e follia, in una perenne tensione che non si risolve nel tempo. Perfino nella rinuncia e nella solitudine, tutti i personaggi di Stendhal trovano riscatto catartico, e nella prigionia e nella morte permangono tracce di affascinante seduzione, di perenne fascinazione, esaltate paradossalmente dal sacrificio e dall’umiliazione. Non a caso Fabrizio Del Dongo troverà nel carcere la sua reale passione amorosa che lo porterà al delirio della predica visionaria quale canto, e la marchesa il suo happy few proprio nell’abbandono della corte del principe a seguito del conte Mosca.
Proviamo ad affrontare queste due complesse pagine in Heidegger. “Ciascuno è l’altro e nessuno è se stesso”. “Si è nella maniera dell’auto-inconsistenza e dell’inautenticita”.
Oggi queste pagine risuonano ammonitorie e preveggenti. La “medietà” heideggeriana, ciò che egli connota con il “SI”, è attualmente il focus su cui la “pubblicità oscura tutto e fa passare ciò che ha velato per il noto e accessibile a tutti”. L’appiattimento di cui parla Heidegger è oggi una maniera del si che ha completamente fagocitato ciò che più avanti sarà definito come il suo stesso significato. L’onnipresenza del si é oramai del tutto patente, giacché l’impersonalità è talmente connotata del suo stesso significato della fatticità dell’esserci, da risultare paradossale soggettività indefinita.
La verità è nella quotidianità del suo perenne liquefarsi ontico, che attende solamente d’esser sublimata dalla futura smaterializzazione delle entità corporee dei sapiens. E dunque il nessuno diviene paradossale oggetto immune dalla sua esplicazione, non più carsicamente occultato dalla dialettica del chi e del si.
In questo concerto del 2015 (dieci anni fa), una versione del mio Francesco Cusa & The Assassins, qui con Cristiano Arcelli, Flavio Zanuttini e Giulio Stermieri. Dieci anni fa percorrevo strade compositive ed esecutive molto legate alla poliritmia e alla verticalità contrappuntistica. Purtroppo oggi si ha scarsa memoria di tutto questo. Qui siamo a Mezzolombardo per “Trentino Jazz”.
Ci sono alcune cose che mi danno alla nausea dopo questa tornata referendaria. 1) La prima è il vergognoso cappello che il PD ha messo sui votanti al referendum, spacciando una debàcle per un successo elettorale (con ciò sputando in faccia a tutti coloro che sono andati a votare per il No o per il Sì che non sono piddini). Ciò significa non aver compreso le ragioni di cui parlavo nel mio scritto di ieri, e a cui rimando (https://francescocusa.com/2025/06/09/il-feticismo-della-macchina-elettorale-nellera-dellia-2/).
A corollario mi piace inserire due altri fatti, che i meno contaminati avranno la lungimiranza di accostare al primo.
La verità è che tutta questa espressione di cultura saccente e ideologizzata all’estremo, ostentata dai vari Parenzo, Gruber, Gramellini, Fazio, Mentana, Schlein, Landini, Boldrini, Calenda, Renzi, Fornero, Formigli, con insoliti richiami al voto pena la solita derubricazione nell’alveo dei “barbari, ignoranti, razzisti, fascisti”, genera antipatia. Questo dato dell’antipatia non rientrerà mai nelle analisi del voto, non sarà analizzato come tema ricorrente e centrale da parte dell’intellighenzia salottiera e della politica woke, che per tali ragioni è paradossalmente interdetta all’accesso del significato occultato nella riformistica ridda di significanti impazziti. Tutta questa espressione di ideologia saccente alla gente fa antipatia perché figlia di una rimozione delle tematiche concrete di certo gramscianesimo e pasolinismo (in senso buono) – ricordiamolo, uno che votò contro l’aborto al referendum – e, più prosaicamente, rende ostile la maggioranza degli italiani nei rispetti di una prassi del campare assolutamente priva di empatia e dialettica, al di fuori delle cerchie del Clero e del Circo Mediatico. Tale iato ha determinato un solco oramai invalicabile dopo la barbarie del greenpass, tema che troppo velocemente, quel che rimane della sinistra, ha finito con l’archiviare, con ciò ignorando il pulsare di quelle ferite ancora aperte sul corpo che ci si ostina a definire “elettorale”.
L’uomo è crudele. La storia della sua evoluzione, della nascita di stati e nazioni è fondata sull’omicidio, le guerre, gli sterminii e sul perenne tentativo di regolamentare giuridicamente tali modalità connnaturate al dominio e al potere. Madri, padri, nonni, nonne, figli, figlie, zie, zii, cugini, cugine, nuore e generi, hanno costellato la recente storia della famiglia patriarcale e nucleare di efferati assassinii fra le mura domestiche. L’assassinio non ha mai conosciuto generi: si sono sempre uccisi i neonati nelle culle, le mogli e le fidanzate, si sono avvelenati i mariti, si sono ammazzati i padri e i figli, ecc. ecc. Nell’era ormai in eclissi della globalizzazione, la diffusione mediatica delle notizie ha reso semplicemente più facile l’accesso delle masse alla conoscenza di ogni delitto perpetrato fin nel più remoto angolo del paese. Da qui la necessità di coniare nuovi neologismi, quali ad esempio femminicidio (poco importa constatare che gli omicidi di donne sono in realtà diminuiti in percentuale rispetto al passato), allo scopo di determinare nuovi aspetti lessicali funzionali a captare nuove sensibilità ed esigenze della collettività (ciò è falso, ma fingiamo sia vero). Uno degli ultimi casi alla ribalta vede l’omicidio di una povera ragazza da parte di un ragazzo squilibrato di 19 anni. La ragazza era fidanzata con costui dall’età di 12 anni. Ora, soffermiamoci qualche secondo su questo particolare. Quale società può dotarsi di strumenti consoni ad arginare una fenomenologia apparente (si uccide molto meno che in passato, ma i media pressano affinché la percezione collettiva sia sempre in stato di allarme) quando una famiglia può tollerare, o peggio, avallare il fatto che una bambina possa fidanzarsi a 12 anni? Inoltre: come si può conciliare un sistema giudiziario iper garantista da parte delle cosiddette sinistre DEM con la gogna mediatica nei confronti dell’assassino di turno? Da un lato si teorizza un sistema che mira alla mitigazione delle pene, mentre dall’altro si fomenta una pretestuosa politica di genere attua solamente a discriminare e a ghettizzare una pulsionalità naturale e ben descritta nei manuali di psicanalisi.
Trovo straordinarie queste due complesse pagine heideggeriane, dense di profondo spirito di comprensione e compenetrazione fra esseri umani. Provo una bozza di riassunto. Almeno per quel che ci ho capito.
In queste pagine, Heidegger articola una visione dell’essere umano non come individuo isolato, ma immerso in una rete di relazioni, dove il rapporto con gli altri è originario, costitutivo, e vissuto in forma di cura, attenzione, circospezione. Questo modo di essere-con non è un’aggiunta accidentale, ma rappresenta il cuore stesso dell’esistenza. La cura non è solo un atto pratico: è una forma di comprensione dell’altro, che per tale ragione diventa dischiuso (cioè reso visibile) nel prendersi cura di lui. Questa affermazione ribalta la concezione cartesiana dell’individuo isolato: prima di essere un “io che pensa”, l’esserci è un essere-con-gli-altri che si prende cura e comprende, in quanto Heidegger evidenzia che la conoscenza dell’altro non è qualcosa che si aggiunge all’esistenza, ma é ad essa connaturato. Conoscere è essere-con. L’incontro con l’altro si dà sempre all’interno di una struttura condivisa del mondo.
Questo il senso del nostro tendere verso il network, la condivisione, che adesso appare ancora come un evento artificiale, ma che nel prossimo futuro sarà il viatico alla fine di ogni conflitto.
La gente parlava di morte e nelle case si continuava a vivere. Fuori un incendio di grilli le ali di mantide solcavano il cielo. Il primo a morire fu un bimbo fatto di ombra. Poi morirono i gatti e tutti i signori con in mano un giornale. Infine toccò alle madri, alle figlie e alle tartarughe. L’arcobaleno era una grossa falce, caddero le teste delle giraffe. All’orizzonte le nuvole rosa oziavano nel disumano e ridevano delle orbite dei satelliti. Si squarciarono i cieli e suonarono le trombe del Giudizio. Nessuno volle più resuscitare.
Il vero mostro sulla Terra è il sapiens sapiens. Guardate qua. Io spero che ci evolveremo verso forme altre che non prevedano più questo osceno parassitarismo da parte di questo usurpatore estraneo al meraviglioso Regno di Natura. Quando parliamo di diritti umani e civili dovremmo forse avere contezza che stiamo solo parlando di criteri atti a garantire la sopravvivenza della specie parassita, di un atto egoistico che utilizza la scusa della ricerca del benessere collettivo come stratagemma di sfruttamento delle risorse del pianeta colonizzato. Per fortuna esistono ancora anime illuminate fra noi barbari divoratori di corpi.
A 58 anni suonati non è più momento di compromessi. Posso dire oramai con certezza che la riconoscenza e il rispetto non fanno che parte minima nell’ambiente della cosiddetta comunità di jazzisti e addetti ai lavori. Negli anni ho potuto toccare con mano quanto amaro sia il fiele della riconoscenza. Di persone nobili e obiettive ne conosco poche: si possono contare sulla punta delle dita. Il resto é rappresentato da una marea montante di arrivisti e cialtroni senza arte né parte. Gentaglia disposta a vendersi per un pugno di dollari. Fortunatamente godo di poche e fidate amicizie, e di tante belle persone che seguono con passione e dedizione quel che vado ancora facendo dopo una vita. Si fanno pulizie zen. Non sono pulizie patenti. Avvengono su un piano altro, spirituale. La maggior parte di costoro non si accorgerà praticamente di nulla. Acari. Viceversa a chi è in sintonia non serviranno queste parole. A costoro andrà sempre la mia infinita gratitudine.
Io le ho vissute tutte. Tutte. Da quando avevo 5 anni. Ho sofferto. Ho visto il saccheggio della squadra di Stato, la Fiat, l’ho vista fregarsi una marea di scudetti quando ancora era possibile farlo impunemente. Questa sera l’Inter ha superato quella del 2010. Sono emozioni che non si possono descrivere. Questa è l’EPICA. L’Epica. Sì, possiamo dire di aver vissuto uno degli eventi calcistici più importanti di tutti i tempi. Sì, possiamo dire di aver rivisto Italia-Germania 4 a 3, ossia di uno degli eventi che rimarranno nella storia. Ottenere un successo simile contro una squadra del genere, che ha il giocatore più forte al mondo, centuplica il valore di questa impresa. L’Inter a pezzi, con una squadra costruita con i parametri zero, con i suoi vecchietti eroici, realizza il sogno di ogni tifoso interista: vincere eroicamente, scrivere una pagina di storia, e generare uno spappolamento di fegato nel popolo gobbo. Escludo le altre tifoserie, perché penso che di fronte a una partita del genere, ciascun tifoso non possa che genuflettersi di fronte a questa meraviglia. Coi gobbi ho un conto in sospeso: con loro, salve qualche rara eccezione, sarò sempre caustico. Sono anni che gettano fiele. E il karma si ritorce contro. Alcuni si ricorderanno la mia profezia: pagherete caro. Il Barcellona prende ancora scoppole dall’Inter: arroganti, altezzosi, miliardari… andate ancora a casa. Ora. Siamo alla seconda finale in tre anni. Vada come vada. L’Inter è una splendida realtà mondiale. Con gli ulteriori introiti della finale faremo una campagna acquisti sensata e ringiovaniremo l’organico. Certamente saremo protagonisti per anni e anni sotto la guida di Simone Inzaghi, uno dei più grandi allenatori del mondo. Di certo ci sono dei segnali: il Barcellona in semifinale, Ibra e Conte che vanno via perché non ritengono la squadra alla loro altezza, Frattesi che voleva andare via e diventa protagonista, Monaco… ma…
Parliamo di calcio seriamente.
1) Questo il sito della UEFA. 2) È ora di finirla col vantare i campionati esteri. L’Italia negli ultimi tre anni è stata sei volte in finali di coppe europee. Ovviamente grazie a Inter, Atalanta, Fiorentina e Roma: non c’è traccia di Rube e Milan. 3) Acerbi: quando arrivò tutti gli interisti reclamarono. Mikhitaryan: calciatore bollito, si diceva. Chalanoglu eterna mancata promessa. Di Barella, Conte disse che doveva competere con giocatori simili che venivano dal Cagliari. Sommer, altro vecchio arnese arrivato al posto di Onana (si è visto che fine ha fatto quest’ultimo). Dumfries, ora forse uno dei più forti al mondo, arrivato al posto di Hakimi con tutte le delusioni del caso. Darmian, altro rottame arrivato come scarto degli scarti. Thuram? Oggetto misterioso giunto a colmare il vuoto di Lukaku. Taremi e Arnautovic, giocatori a fine carriera. Di Marco? Uno che aveva sempre giocato in provincia. Ora questi calciatori sono parte della storia. Grazie a chi? A una programmazione oculata, una dirigenza con le palle e un allenatore straordinario. 4) È ora di finirla con altre baggianate: le seconde linee dell’Inter sono di assoluto livello, e ieri lo si è visto eccome. La preparazione atletica dell’Inter è incredibile: una squadra stanca non ribalta partite col Bayern e un Barcellona con in squadra diciassettenni. 5) Forse è ora per i gobbi (mi auguro che i milanisti si dissocino da questa alleanza perversa) di cominciare a piantarla con le puttanate, e di realizzare che l’Inter è una squadra di livello mondiale e, non da ultimo, di valutare le leggi del karma.
Ho finito.
Grazie Inter per avermi fatto vivere questa gioia.
Lo amava ma aveva giurato di non farglielo mai capire. Non c’era una reale ragione, un movente, ma era perenne la flebile frequenza dello scopo: mai avrebbe dovuto avere contezza o sentore di essere amato da lei. Di ciò solamente lei era certa. La mente, lo si sa, fa strani percorsi e sovente imbocca strade secondarie per capriccio o distrazione, strade che si fanno poi viottoli semi asfaltati e che diventano trazzere, e trazzere che finiscono in un precipizio (lei aveva angoscia del baratro. Lui era invece un temerario. Lei lo invidiava e al contempo lo detestava. Ma non era per questo motivo che in lei era nata questa frequenza, o quantomeno non era quest’ultima che un dettaglio rispetto al magistero del suo scopo). Si frequentavano da buoni amici. Lei era certa del suo ardore e non mancava di indossare capi provocanti, di assecondare le sue battute, di ammiccare di fronte ai suoi apprezzamenti, e di usare ogni sua arma di seduzione. Si masturbava forsennatamente, spesso pensando a lui che bramava lei, godeva nello spasmo che raggiungeva il culmine autoerotico in funzione della consapevolezza che lui non l’avrebbe mai posseduta. Il segreto di questa ossessione era il prisma caleidoscopico su cui si rifrangeva la multiforme natura della sensorialità umana, il gioiello che rifletteva la straniante distorsione del vivere che in lei assumeva la forma dell’opale nero della negazione, del negarsi quale suggello estremo di una onnipotenza praticabile. Cosa generasse tale rigore nel perseguimento dell’obiettivo e perché mai lei avesse con così ferma forza individuato lui come strumento del suo silente desiderio, rimarrà mistero insondabile. Lei stessa subiva la fissità del suo immaginario, una fissità che le risultava paradossalmente estranea, ma che andava assimilata con la stessa determinazione che si ha quando si assume l’amaro del farmaco salvifico. Ogni azione del suo quotidiano era tesa dunque alla seduzione di lui, in ogni telefonata si celava il cuore pulsante della sua ossessione (che pensi se cambio banca? consigli di affittarlo il mio garage? non mi è piaciuta la serie che mi hai consigliato…), così come la falsa indifferenza ai racconti delle avventure di lui era l’humus fertile della maieutica dell’arte crudele del dominio della gelosia.
Morì per un ictus istantaneo sulla tazza del gabinetto, e su di lei calò il sipario fragoroso e nero che fece un rumore assordante all’interno del cranio lesionato dalla caduta. Lui andò al funerale e pianse molto, ma durò pochi giorni. La dimenticò in fretta. Non si chiese mai perché.
Primo maggio promo maggio. Concertini e mafalde alla mortazza. Le coppie già svernano nella sera del dì di festa. Volano i rondoni, si spiaccicano i mosconi sulle auto, si pranza fuori nella primavera che inebria dei suoi afrori chi ancora avrà l’ardire di sognare una vita amorosa, fra cacate di piccioni random e peti tonanti di comitive di coppiette in gita, a sonorizzare stanze d’albergo hi-tech, nel relax d’una confidenza pigra che divora le ultime emozioni. I vecchi osservano e giudicano. Le vecchie giudicano e osservano. Cominciano a friggere le calze a compressione e il pantoprazolo è l’unico reale alimento salvifico, l’idrante che spegne il sacro fuoco del sepolcro dell’Ernia Iatale. Il sudore: tutto scola a irrorare di veleni gli interni foderati, i doppiopetti da matrimonio, i corpetti macchiati dalle ascelle corrosive, suonano le fanfare dell’appiccicaticcio. Le musiche da concertone saranno la vostra prossima ideale colonna sonora, il vostro ennesimo ultimo canto volgare. Teste che ciondolano e torce dell’iPhone.
Il 25 aprile non sarà mai un “14 luglio” o un “4 luglio”, perché l’Italia non è storicamente un “paese” ma un insieme di particolarismi e di corporativismi. Il 25 aprile è divisivo perché è la data che coincide con la fine di una guerra civile feroce e dilaniante. Sarà sempre una festa lacerante e mai di “tutti”, perché in essa convergono ideologie contrastanti e aliene che di lustro in lustro si susseguono: quest’anno era il 25 aprile dei pro-Pal contro i pro-Israele, sullo sfondo di un rinnovato clericalismo di matrice consolatoria a seguito della morte del Pontefice. Fin quando gli “ismi” prevarranno, e si continuerà a far stupro della storicizzazione degli eventi, non si darà mai ragione alla solennità di una celebrazione che sarà sempre figlia delle idiosincrasie di un paese che si addormenta fascista e si risveglia partigiano. La storia, dolorosa di quegli anni, è quella dei morti che hanno lottato per un’utopia: essi si stanno rivoltando nella tomba per ragioni diverse rispetto a quella celebrativa d’oggi. I morti del 25 aprile si rivoltano nella tomba dopo anni di dittatura sanitaria, di mortificazione dei lavoratori, di distacco della sinistra dalle ragioni della povera gente, di prostituzione all’egemonia di Bruxelles, di dittatura “woke” che discrimina fingendo di includere, di aderenza ai confini economici di Schengen che privano la libera circolazione dei popoli.
Io passo le mie giornate diurne nella piena solitudine del mio giardino. La sera metto in scena ciò che rimane del mio essere clown, la pantomima dell’essere sociale. La notte torno alla mia densa solitudine abitata da ogni sorta di creatura d’Oltremondo. Le mie gatte sono i miei due angeli custodi. Se c’è ancora qualcosa di soggettivo in me, lo potete ritrovare nei miei scritti e nelle musiche. Tutto il resto è recita. Delle retoriche ricorrenze dei sapiens più non mi curo. Festeggiate. Celebrate. Papi morti e ideologiche ricorrenze, mettete pure le vostre radici precarie nelle paludi dell’immane Significante. Il mio sguardo è fisso al futuro, che è sempre adesso, nell’immanenza panica di un’eterno risorgere.
Pasqua. Le 14. Strade assolate. Strade desolate. Profumi di primavera. Zaffate di carne in arrosto cotta in aceto furente. L’Esterno divora gli Interni. Un ciclista solitario è un mio fratello. Un vecchio che cammina sul marciapiede con le mani dietro la schiena. Domani è Pasquetta. Penso. L’Esterno del Cristo risorto. L’Interno delle piaghe d’Egitto : “morirà ogni primogenito nel paese di Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito della schiava che sta dietro la mola, e ogni primogenito del bestiame”. La strage di agnelli. Il prete e la messa. Le uova di cioccolato che si schiudono ai primi caldi. La sorpresa scartata. Gli occhiali da sole. Le piscine ancora coperte. Le pance gonfie. L’eccesso e il lamento. La Lamentazione d’Occidente che si fa struttura di colesterolo. Cani randagi frugano fra i rifiuti. Il sole tramonta tardi. Troppo tardi. Domani… domani ogni Esterno diventerà Interno e gli sciami di sapiens fagociteranno ancora per le campagne fiorite. Nessuno è esente da colpa. Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo.
Tempo, ironia e creazione in “Preghierina della sera” di Francesco Cusa
Nel suo breve ma denso testo “Preghierina della sera”, Francesco Cusa mette in scena un’invocazione parodica in cui il sacro si contamina con il grottesco e il desiderio personale si fa legge universale. Il tono è irriverente, volutamente iperbolico, e si muove tra un umorismo tagliente e un nichilismo ludico che ricorda certe provocazioni del Futurismo. Cusa immagina una creazione difettosa, che necessiterebbe di correzioni: la pizza dovrebbe essere priva di calorie, le zanzare trasformarsi in dolci baci, il jazz dovrebbe essere cancellato dalla storia per evitare “rotture di palle sonore”. Qui il concetto di tempo viene distorto in modo surreale, richiamando implicitamente diverse concezioni filosofiche. Se nella visione classica il tempo è un flusso inalterabile, in Kant esso è una forma a priori della sensibilità, il filtro attraverso cui percepiamo il mondo. In questa prospettiva, la richiesta dell’artista catanese di riscrivere la storia della musica non è solo impossibile, ma è anche un paradosso della percezione soggettiva: cancellare il jazz significherebbe riscrivere anche se stessi e il proprio rapporto con la realtà. Più vicino al pensiero di Rovelli, invece, il tempo qui sembra emergere come una rete di relazioni mutevoli: la sua manipolazione diventa quasi plausibile in un universo dove il passato non è un blocco monolitico ma un intreccio di connessioni fluide. Dal punto di vista artistico, il testo sembra oscillare tra due estetiche opposte. Da un lato, la volontà di riformare la creazione con soluzioni drastiche e arbitrarie richiama l’energia dissacrante del Futurismo, con la sua esaltazione della modernità e il rifiuto della tradizione. Pensiamo a opere come “Elasticità” di Boccioni o “Dinamismo di un cane al guinzaglio” di Balla, dove il movimento viene frantumato e ricostruito in una nuova sintesi visiva. Dall’altro, l’aspirazione a un mondo regolato secondo criteri di piacere e perfezione richiama la ricerca rinascimentale dell’armonia: se Cusa potesse “aggiustare” la realtà come un artista sul proprio dipinto, forse cercherebbe la stessa proporzione aurea che guidava Leonardo. Un altro esempio visivo interessante mi sovviene dai mosaici bizantini siciliani, come quelli della Cappella Palatina di Palermo (mia cara città natale) o del Duomo di Monreale (a due passi da casa mia). Qui, il tempo viene raccontato non in modo lineare, ma attraverso una sintesi simbolica in cui le diverse scene sacre convivono in uno spazio senza prospettiva unificata. È una concezione del tempo vicina a quella di Rovelli: il passato e il presente non sono separati, ma coesistono in una rete di relazioni che dipende dallo sguardo dell’osservatore. Allo stesso modo, “Preghierina della sera” gioca con la percezione del tempo: il protagonista si muove tra il presente e un passato immaginato, cercando di modificarli secondo un principio tutto personale, senza accorgersi che la realtà, come nei mosaici bizantini, non è fatta per essere ridisegnata secondo schemi individuali, ma esiste in un equilibrio complesso di connessioni. Ma ciò che rende “Preghierina della sera” interessante è proprio il suo fallimento programmatico: l’elenco di richieste finisce per rivelare l’impossibilità stessa di una creazione perfetta, lasciando emergere un’ironia che si nutre di desideri irrealizzabili. Insomma, alla fine, anche un artista davanti alla propria opera sa che ogni correzione porta con sé nuovi squilibri, e che l’arte, come la vita, è fatta anche di imperfezioni. Ma allora, Francescos Cusas cosa vuol dirci? Che siamo condannati a una creazione difettosa, o che il vero problema è che ci si illude di poterla migliorare?
Gino osserva la gente che esce la domenica. La gente che esce la domenica è tutta uguale. Giovani che ballano. Vecchi che ballano. Scampagnate. Profumo di una primavera priva di stagionalità. La gente sciama verso il verde perché il cemento è radioattivo con i primi caldi. Questo pensa Gino mentre pensa da casa alla gente che è fuori di casa. Sarà il profumo delle piante che si eccitano, pensa Gino. Gino decide di uscire. Una macchina strombazza. Una vecchia truccata corre per smaltire la salsicciata e sembra ancora più vecchia. Le città del Sud non ne vogliono sapere di aree pedonali. Gino osserva la auto inquinanti e le crepe del barocco. C’è il mare e i primi coraggiosi si lanciano a tuffo per inquinare le acque di sudori e cellule morte. I pesci scappano. I sapiens arrivano. Gino osserva dei ragazzi in scooter sui basalti sacri di Via Crociferi. Se ne fottono dei basalti sacri i giovani di quartiere. Gino pensa alla Gestapo e al manganello mentre altrove altri giovani senza scooter ripuliscono la scogliera. I vecchi inquinano più dei giovani. Non vogliono cambiamenti. Ma i vecchi escono le domeniche di buon mattino a inquinare. Non se ne stanno a casa. No, i vecchi escono con le loro macchine a nafta. Gino non inquina. È vecchio ma non inquina. Gino cura le piante di casa e non fa scampagnate d’aprile. Piove. Improvvisamente e per fortuna. I sapiens si rintanano nelle loro dimore come pecore all’ovile. Sono file infinite di Sapiens ai semafori. Macchine piene come uova infette di parassiti: i piccoli urlano dentro gli ovuli. Gino va per campagne disadorne che guardano il mare. La spazzatura dei sapiens è come un urlo silente spezzato dalle onde e dal vento. Ai semafori, alcuni dell’ultima generazione dei sapiens alzano lo sguardo. In cielo una cometa rovente.
Estrapolo liberamente da questi due testi. Lascio al lettore la libera interpretazione. L’accostamento fra i due testi é puramente analogico e dovrebbe far scaturire in certe menti e in certi cuori un barlume di profonda conoscenza.
COME ERODERE TUTTE LE PRECEDENTI STRUTTURE DI POTERE DEL MONDO, MINARE IL POTERE DELLO STATO E DELLA DEMOCRATIZZAZIONE DEL MONDO.
Fase 1: guadagnarsi la fiducia della gente tramite il lancio di canali giornalistici per le varie fazioni.
Fase 2: La Persuasione. Toni morbidi, concentrazione sui flussi di denaro in alternativa all’allarme della società della sorveglianza. I rischi della guerra nucleare. L’attenzione al cambiamento climatico globale. I corsi on line su qualsiasi cosa: dall’imparare a leggere all’immunoterapia sul cancro. Le simpatie per gli esponenti delle minoranze.
I sette punti. I sette slogan degli Omega.
Questo è il preludio di ciò che il Team Omega realizzò grazie alle applicazioni commerciali della IA ristretta (rimando al libro per i dettagli. Qui mi preme sottolineare alcuni punti). L’impero economico degli Omega esercita di fatto una totale influenza sulla scelta dei leader politici sostituendosi ai servizi forniti in precedenza dallo Stato, sbaragliando in pochissimo tempo la competenza delle tradizionali élite economiche. Prima di Prometheus (l’IA costruita) il 50% più povero della popolazione mondiale aveva solo il 4% della ricchezza globale. Di nazione in nazione, i partiti che adottavano i sette slogan degli Omega cominciarono a vincere a seguito della selezione (occulta) di candidati idonei operata da Prometheus. Ciò minó alla base il nascente movimento relativo al reddito di base universale per la disoccupazione figlia della tecnologizzazione, che implose giacché il Team Omega forniva la stessa cosa. Così nacque l’Alleanza Umanitaria, un’organizzazione non governativa atta a finanziare le attività umanitarie su scala globale. Nacquero progetti globali su scala esponenziale perfino in aree rurali e povere. I governi persero autorità in favore dell’Alleanza che pian piano assunse sempre più il ruolo di governo mondiale. Il pianeta è così governato per la prima volta da una unica entità virtuale in grado di garantire prosperità e vita per miliardi di anni.
Thoreau ha una concezione trascendentalista che prevede un accesso alla conoscenza per tramite della coscienza individuale, e per ciò teorizza una società futura priva di qualunque forma di governo. Senza la direzione materiale di una élite politica, senza la delega, scompare la necessità di un governo e di una democrazia rappresentativa. In questo senso ogni anima cosciente è superiore alla legge. Il voto, le petizioni, le riforme sono per Thoreau troppo parziali e con effetti troppo procrastinati nel tempo, per governi che necessitano poi di perpetuarsi che di soddisfare le esigenze di coloro che hanno delegato loro incautamente il potere.
(Almeno voi l’interpretazione. Le mie idee sono chiare)
Questo video dovrebbe passare alla storia come manifesto di ciò che la “sinistra” è oramai diventata in questo paese. Calenda è l’emblema di questa deriva che si apre in forma di voragine tra una élite oligarchica di rampolli e… l’umanità. E io potrei farvi nomi e cognomi di amici e conoscenti che stanno ancora dietro a questo imbellettamento dell’Osceno, che poi é la stessa gente che guarda a Formigli, Mentana, Fazio, alla Gruber come a baluardi di una ideologia progressista; si tratta insomma degli stessi che poi prenderanno le distanze dal Calenda di questo video e che in realtà, specie dopo gli shock della dittatura pandemica, sono diventati complici e tramite di questa monnezza targata DEM. Questo video mostra senza pietà lo status di questi disadattati, di questi fichetti da prendere a ceffoni, di questa cultura woke figlia della società della sorveglianza. E badate che a scrivere queste cose la si paga ancora, perché questi mentecatti poi decidono nei salotti buoni se tu devi lavorare o meno in certi settori, se puoi avere o meno mercato, se sei presentabile o meno. Peccato per costoro che queste cose io le avevo subodorate in tempi non sospetti, e dunque ora è perfettamente inutile atteggiarsi a falsi pentiti, è inutile cercare di prendere le distanze da tutto ciò, perché siete stati complici e delatori, avete predicato dalle discariche di questa monnezza, e del fetore di questa monnezza siete pregni. Fate vedere questo video ai vostri figli e spiegategli che qualsiasi cosa, perfino il demonio, è meglio di questa melassa venefica che sta ammorbando il decoro e la decenza. Forse solo così potrete togliervi un po’ di fetore di dosso. Forse. Solo così.
La vita s’addensa e raggruma con l’aria nei viluppi a far da guaina al passo un poco incerto del fantasma del mio tempo. Cala sotto i portici il sipario d’una Bologna che il passato mio divora ancora carica di ardori e vibrazioni d’un vissuto di memorie abbarbicate all’umido che all’ombra di navate ancora incrosta e nutre di miasmi la coscienza.
1) Stimmate – Una raccolta poetica intensa e visionaria, che indaga il dolore, la spiritualità e il senso di appartenenza attraverso immagini potenti e un linguaggio evocativo. STIMMATE: (poesie) https://www.ibs.it/stimmate-libro-francesco-cusa/e/9788893412506
Ma in cosa percepite questa Unione Europea? Per fatto che non ci sono più i passaporti necessari per il transito da una nazione all’altra? Che abbiamo l’euro dei banchieri e degli speculatori finanziari? La Gran Bretagna cosa è ora? Europa? O non lo è più perché è uscita dall’euro? È europea la Turchia? Secondo me confondete le contiguità storiche e le vicinanze culturali dovute alla nostra storia geografica con la realtà di una nazione europea unica dal punto di vista ideologico, politico e culturale. Nei fatti questa vostra Europa non è mai esistita, se non nella fantasia di certi pensatori e condottieri. Irrita oltremodo questo storpiare le ragioni della storia da parte degli intellettuali del Nuovo Clero, falsi e corrotti come un tallero sloveno fuori corso.
Ma voi ve lo immaginate un comizio dei Fratoiannez o della Schlein a Mirafiori, o allo Zen di Palermo, o a Scampia ecc.? Questa “sinistra”, ormai chiusa nel ghetto della propria autoreferenzialità, incarna sempre più la Marie Antoniette de “S’ils n’ont plus de pain qu’ils mangent de la brioche”, consapevole com’é della voragine che oramai la separa da quello che un tempo era la sua “base proletaria”. La cosa che qui si deve comprendere è che loro, oramai consapevoli di questo enorme gap, riservano a ciò che rimane della loro ideologia lo stesso trattamento che i reduci di Saló conferivano all’ideale fascista diventato nostalgico nello spazio di un amen. Le piazze di un tempo sono ora cortili e refettori di una cultura snobistica che parla di retoriche di diritti civili innestate su quelle dei diritti umani, e nel nome di una élite ripiegata su se stessa e sul proprio senso di inadeguatezza. Non rimane allora che la protesta pacata, la riforma mascherata da rivoluzione, tra un gingerino di Calenda e una Tesla tenuta in garage.
Apprendo con sgomento e dolore della scomparsa di Marco Ricci in terre lontane. Era in viaggio in solitaria, come di suo costume, e le circostanze della sua dipartita non sono attualmente chiare. Passa a miglior vita un essere nobile, discreto, sensibile, gentile e di rara umanità. Marco sembrava far parte di questo mondo e al contempo essere compenetrato nelle ragioni estranee di molte altre dimensioni. Era un chitarrista sublime, e già nei primi anni Novanta aveva impresso la sua cifra stilistica originale e innovativa. Ma è sempre stato uno studioso poco incline alla spettacolarizzazione e ai criteri di marketing propri di questo mondo musicale. Con me e Roberto Bartoli aveva fondato il T.A.O. trio, gruppo che mi vide esordire con il mio primo cd in assoluto nel 1994, e con noi ci stava Paolo Fresu. Il T.A.O. trio è stato un progetto che ha girato tantissimo in quegli anni, e con Marco e Roberto abbiamo condiviso tante esperienze in Italia e all’estero, quando era ancora possibile organizzare dei tour senza necessariamente passare attraverso le grinfie di cordate e clan. Marco era un essere speciale, dotato di una qualità rara, che definirei “sintesi sottrattiva”, qualità che si estrinsecava in ogni suo atteggiamento del vivere: come musicista, come uomo e come intellettuale. Qualche anno fa suonammo ancora insieme, per una reunion del trio del passato: non avrei mai creduto sarebbe stata l’ultima volta. Marco è poi venuto tante volte ai miei concerti, sempre con quella sua simpatia “gentile”, da uomo cortese ma sincero, affettuoso a suo modo. Mi diceva: “ti seguo, ti seguo sempre. Continua così”. Questa notizia mi provoca un dolore immenso, ma permea al contempo il mio spirito dell’aura che sa generare la sua dipartita; è come un abbraccio eterico che sa di profumi esotici e di diritture morali inesplicabili. Marco era un essere molto schivo ma al contempo profondo, di una profondità soave che lascia emergere alla superficie giusto il necessario, ciò che è educato mostrare. Viaggia in pace, nobile Marco, e grazie di aver condiviso una parte del tuo viaggio terreno con me.
Qui alcune “nostre” cose che ripubblicherò nei giorni a venire, per ricordare la sua e la nostra musica.
FINE DEL SESSANTOTTO Le “sinistre” mondialiste chiedono armi e guerre, le “destre” mondialiste chiedono negoziati e pace.
I nuovi fascisti utilizzano strumentalmente il “fascismo storico” per affermare surrettiziamente le loro istanze fasciste. Il discorso di Vecchioni e la manifestazione DEM (erano loro, altro che cazzi) sono lo spaccato purulento della piaga che infesta le menti e le culture del Nuovo Clero mediatico, di cui La 7 e testate come “Repubblica” sono i principali diffusori. Piano piano stanno venendo fuori con la loro reale natura guerrafondaia e suprematista.
Miti, religione e scienza sono tutti costrutti parte di un ordine immaginario basato sulla credenza. L’astrologia, il cristianesimo, la chimica, l’economia, la democrazia, la matematica esistono perché la maggioranza di individui cicrede. Il principio fondativo dei macrosistemi dei sapiens sapiens è quello dell’indottrinamento: aritmetiche, musiche, ricette di cucina, istruzione scolastica, grammatica, regole della tombola, codici stradali, leggi dello stato, pornografia, scacchi, semantiche, sono il portato contemporaneo di una coercizione millenaria adesso centrata sull’illusorio concetto di eguaglianza. Le divisioni del passato – la schiavitù, le caste, i ricchi e i poveri – sono attualmente istanze carsicamente occultate dalla retorica dei diritti e dei doveri da parte dei cittadini-tutti-uguali-di-fronte-alla-legge, dalla rete di macro sistemi normativi strutturati a più livelli che irreggimentano le logiche di controllo della politica globale. Tutto questo è immaginario, e poco importa se a renderlo reale sia un esperimento condotto in laboratorio o una favola di asini volanti raccontata ai bambini. Da questa prospettiva tutto è scienza, giacché tutto il portato espressivo dei sapiens scaturisce(dovrebbescaturire) da ciò che i greci chiamavano téchne, ossia da qualcosa che sia comunque l’inevitabile prodotto dell’ordine immaginario costituito che forgia e plasma il nostro processo creativo, da qualcosa che l’ordine immaginario può fagocitare e assimilare al fine di rendere sempre meno traumatico il nostro essere-nel-mondo (il fuoco, la ruota, il gioco dell’oca, la relatività generale, le Americhe, non potevano che essere, prima o poi, scoperti e/o inventati) Il principio omologante e intersoggettivo implica il superamento della dicotomia oggettivizzazione/soggettivazione (il metodo scientifico vs la coscienza dell’individuo) in funzione di un processo conoscitivo interamente mediatico, cioè condiviso. L’intersoggettività (gli déi, la Legge, una formula, la classifica della serie A di calcio) sarà sempre meno sottoposta a criteri di assimilazione legati ai necessari tempi di adattamento: nel prossimo futuro ogni forma di conoscenza sarà istantanea, e il tempo sarà contemplato in frazioni di frazioni di secondo che a noi sembreranno eternità. Le implicazioni di tutto questo processo saranno oggetto di altre mie riflessioni in futuro.
Sempre combatterò contro i passive-aggressive, contro quelli che ti fanno la morale per poi sibilare sinuosi e venefici dal sottoscala della parrocchia laica. Ne ho conosciuti parecchi di questa schiatta, uomini e donne d’una violenza rara, fisica e verbale, d’una violenza spesso cieca e irrelata. Stanno tutti con questa nuova vulgata del politicamente corrOtto-arcobalenato-post-piddino-trans-eunte, a fare gli interessi propri e a speculare sulla diversità e sulla miseria delle povera gente e degli immigrati. Sono quelli che chiamano fascisti gli altri essendo intolleranti in sommo grado, sono quelli che dei diritti civili hanno fatto cosmesi, dei veri kapó nell’anima. Delle macchiette nostalgiche di destra non mi sono mai curato, perché delle caricature ho sempre fatto sberleffo, e anche perché la connotazione delle maschere dei nostalgici è talmente palese da non rappresentare che il trionfo del carnascialesco. Il reale pericolo è sempre subdolo, giacché il demonio si presenta col vestito buono e con fare seducente. Il criterio morboso con cui si esercita il potere è oggi quello della fascinazione, del tentacolare ammaliamento prodotto serialmente e in contrasto col perenne stato di allarme funzionale alla società della sorveglianza.