Lei

Lo amava ma aveva giurato di non farglielo mai capire. Non c’era una reale ragione, un movente, ma era perenne la flebile frequenza dello scopo: mai avrebbe dovuto avere contezza o sentore di essere amato da lei. Di ciò solamente lei era certa. La mente, lo si sa, fa strani percorsi e sovente imbocca strade secondarie per capriccio o distrazione, strade che si fanno poi viottoli semi asfaltati e che diventano trazzere, e trazzere che finiscono in un precipizio (lei aveva angoscia del baratro. Lui era invece un temerario. Lei lo invidiava e al contempo lo detestava. Ma non era per questo motivo che in lei era nata questa frequenza, o quantomeno non era quest’ultima che un dettaglio rispetto al magistero del suo scopo). Si frequentavano da buoni amici. Lei era certa del suo ardore e non mancava di indossare capi provocanti, di assecondare le sue battute, di ammiccare di fronte ai suoi apprezzamenti, e di usare ogni sua arma di seduzione. Si masturbava forsennatamente, spesso pensando a lui che bramava lei, godeva nello spasmo che raggiungeva il culmine autoerotico in funzione della consapevolezza che lui non l’avrebbe mai posseduta. Il segreto di questa ossessione era il prisma caleidoscopico su cui si rifrangeva la multiforme natura della sensorialità umana, il gioiello che rifletteva la straniante distorsione del vivere che in lei assumeva la forma dell’opale nero della negazione, del negarsi quale suggello estremo di una onnipotenza praticabile. Cosa generasse tale rigore nel perseguimento dell’obiettivo e perché mai lei avesse con così ferma forza individuato lui come strumento del suo silente desiderio, rimarrà mistero insondabile. Lei stessa subiva la fissità del suo immaginario, una fissità che le risultava paradossalmente estranea, ma che andava assimilata con la stessa determinazione che si ha quando si assume l’amaro del farmaco salvifico. Ogni azione del suo quotidiano era tesa dunque alla seduzione di lui, in ogni telefonata si celava il cuore pulsante della sua ossessione (che pensi se cambio banca? consigli di affittarlo il mio garage? non mi è piaciuta la serie che mi hai consigliato…), così come la falsa indifferenza ai racconti delle avventure di lui era l’humus fertile della maieutica dell’arte crudele del dominio della gelosia.

Morì per un ictus istantaneo sulla tazza del gabinetto, e su di lei calò il sipario fragoroso e nero che fece un rumore assordante all’interno del cranio lesionato dalla caduta. Lui andò al funerale e pianse molto, ma durò pochi giorni. La dimenticò in fretta. Non si chiese mai perché.

Francesco Cusa

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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