Fuga da “X”: Elon Musk da Obama a Trump. Il cortocircuito cognitivo progressista

Chi rimane coerente alle proprie visioni del mondo può passare dall’oggi al domani da progressista a conservatore, senza aver cambiato nulla del proprio agire, volendo, del proprio heideggeriano essere nel mondo.

Insomma, fatemi capire. Ci sono i “buoni” che escono da “X” e i “cattivi” che stanno con Musk e Trump, ossia con la nuova tecnologia al servizio del totalitarismo. Vengono evocati parallelismi apocalittici che rievocano certe similitudini col nazismo e il controllo delle masse tramite la tecnologia al servizio dell’oppressione dei nuovi cittadini-sudditi.

Una piccola formula a riassumere: X = Musk > androide> satelliti [vs] {mi cancello} = Davos – #mivaccino > scienza

Ormai tutta la tecnologia è “politica”. Ad abbandonare “X” sono i buoni, i progressisti che un tempo erano coloro che utilizzavano Twitter come social elitario per conversazioni di alto lignaggio, e che si vantavano di avere la famosa spunta blu, a rimarcare la loro distinzione rispetto agli altri. Con un facile parallelismo si può evidenziare quanto gli attuali progressisti siano distanti dai lavoratori – adesso identificati come masse di barbari inassimilabili, quasi a memento di problematiche risalenti alla Roma repubblicana – e come questa evidenza si sia concretizzata nell’arco di un tempo irrisorio: basti solo rievocare l’epoca del berlusconismo per toccare con mano quanto rapida sia stata la metamorfosi (oggi Sorrentino dovrebbe girare un’altra versione di “Loro”, molto probabilmente). La verità è che, ancora una volta, la politica si è mangiata le parole, giacché ogni cambiamento è sempre dapprima un mutamento del significante della parole contrapposta alla langue. Si prenda la parola liberalismo; in origine pensiero politico emerso come risposta al potere assoluto delle monarchie, oggi è parola che viene accostata al cosiddetto liberalismo digitale di Musk e Trump. E poco importa far notare che fino a qualche tempo fa lo stesso Musk era un sostenitore di Obama, perché la perenne epoché, nei fatti, è funzionale all’azzeramento della memoria breve, ossia di un eterno presentismo che le società della sorveglianza instaurano per garantire una costante sovversione dei valori ideologici acquisiti. Un esempio pertinente: l’elettore medio del Movimento 5 Stelle si forma secondo i dettami del Casaleggio-pensiero riassunti nel celebre video del 2008 “Gaia: The future of politics”, in cui si profetizzava un nuovo ordine mondiale culminante in nuove elezioni digitali con elezione del governo mondiale nel 2054, progressiva diminuzione della popolazione mondiale, tecnologizzazione mediatica di tutti gli apparati pubblici, ecc. Sembrerebbero scenari tipici à la Elon Musk, vicini a una sorta di transumanesimo green senza alcun dubbio. Orbene, in questo breve arco di tempo, un elettore potenziale del movimento di Casaleggio si è spostato su posizioni diametralmente opposte. Per non dire delle élite progressiste in perenne oscillazione fra fiducia nella scienza e nell’innovazione tecnologica (campagna vaccinale coercitiva, masse costrette a obbedire ai nuovi diktat della medicina, isolamento dei dissidenti, transumanesimo di stampo davosiano ecc.), critica ai nuovi modelli sovranisti nel nome di una paradossale sovranità italiana protezionistica (il recente caso Musk contro i magistrati italiani) di stampo vetero-leghista, al pericolo delle innovazioni tecnologiche di Musk, e via discorrendo, e sostegno alle campagne finanziarie dei George Soros, dei Bill Gates e dei Mark Zuckenberg*, ossia dei maggiori detentori del potere oligarchico ed economico su scala mondiale.

Così, mentre il resto del Paese annaspa, governato com’é da un’accozzaglia di riciclati a destra avente come patetico capo popolo il ministro Salvini, il gesto dell’abbandonare “X” assume nelle confuse e salottiere truppe Dem valore connotante, tratto identitario distintivo: questo è, a mio avviso, un pericoloso segnale di collasso e di deriva cognitiva senza precedenti. In realtà la rottura del monopolio del sistema delle tecno-finanza delle cordate Clinton-Obama-Pelosi, rappresenta uno schiaffo da parte di X e di Musk a tutta un’ideologia woke che si nutre parassitariamente dei finanziamenti a stati e partiti garantiti dalle plutocrazie imperanti.

*Le vere censure le subiamo ad opera dei social di Zuckenberg e di media come Open, basti ricordare cosa è accaduto durante la fase del covid-19 e cosa accade tutti i giorni alle nostre bacheche. Ma, stranamente, rispetto a tali atti di censura e violazione della libertà espressiva, il fronte progressista tace e non intima fughe.

Considerazioni estetiche sull’arte e la musica in funzione dell’elaborazione di una nuova ricerca sui programmi di studio

Capitolo 1: La Trasformazione Personale
Da almeno cinque anni la mia vita è cambiata. Accantonati gli sciocchi ardori, vivo le mie giornate con densità assoluta. È una sorta di centratura, di focus inerente l’eterno apprendere come missione di vita. I concerti sono diventati pochi e di qualità. Pubblico dei cd, e svariati libri di poesia, saggistica, narrativa per evidenziare il flusso vettoriale del mio percorso artistico. Curo il mio blog, la mia pagina YouTube: ogni cosa è ordinata per capitoli e playlist. Come docente in Conservatorio cerco di sensibilizzare gli allievi in direzione di un percorso critico e di ascolto costante. La mia reale attività si svolge in altri momenti della giornata. Ho sostanzialmente abbandonato il concetto di svago e vacanza, e ogni mia giornata, al di fuori degli impegni, si svolge secondo regole certosine, quasi da Abbazia. È una sorta di responsabilizzazione che mi conferisce piacere proprio per il suo aspetto di ricerca illimitata, vincolata dall’urgenza che è relativa alla deperibilità del nostro essere fisico. Devo molto al disturbo dell’equilibrio che mi ha colpito da dieci anni a questa parte. Grazie ad esso e al disagio quotidiano relativo, sono riuscito a selezionare un modus operandi che mi rende felice e mi appaga dello stare al mondo. Non solo; grazie a tale disagio ho imparato a godere di ogni singolo piacere che lo stupore della vita sa riservare. Quando arrivano le crisi, tremende, penso a quando poi apprezzerò lo stato di benessere una volta che saranno passate. Dopo tanti anni di yoga e grazie alla conoscenza di Eric Baret, ho capito che dovevo smettere di praticare questa disciplina di conoscenza e di dedicarmi ad altro, a ciò che è più consono alla mia natura. Così sono cominciate ad accorrere le anime belle, e ho avuto modo di conoscere esseri straordinari, a me affini, di selezionare e praticare la disciplina del dire quel che penso senza indugi, consapevole dei rischi professionali che un tale atteggiamento può comportare. I miei anni di yoga e meditazione adesso pulsano nel lascito di una sorta di frequenza che mi pervade. Vivo in un piccolo borgo sul mare e mi sono dotato di una casa meravigliosa con tanto di giardino e di luogo che funge da laboratorio musicale. Dalle mie finestre a vetri scorgo l’Etna maestoso. Mi accompagna una straordinaria e piena solitudine che condivido insieme alle mie due gatte Teodolinda e Minerva, e all’immensa schiera di legioni di spiriti guida e creature celestiali e tenebrose.

Capitolo 2: Il Concetto di Arte
Definire cosa sia l’arte, l’oggetto estetico, al netto dell’urgenza espressiva del darsi e del farsi nel gioco di permutazioni della vita dei sapiens, oggi, nel 2024, e dopo le sentenze espresse dalle avanguardie del secolo scorso, è impresa assai ardua. Cos’è l’arte dunque, un immane geroglifico indecifrabile, o piuttosto un insieme di pratiche d’uso, per citare due grandi esponenti dell’estetica italiana come Anceschi e Nanni? Tutte questioni messe in rilievo anni fa dalle provocazioni di Duchamp e dalla comparsa d’opere d’arte non distinguibili da veri e propri oggetti che non sono opere d’arte (il celebre scolabottiglie che viene preso dalla cantina ed esposto al museo così com’è, senza cioè che le sue proprietà morfologiche abbiano subito modifiche o alterazioni). Ma cosa possiamo dire oggi nel merito, immersi come siamo dentro la schiumizzazione della società globale e al centro del ciclone di un epocale cambiamento della stessa struttura percettiva del Reale? Beh, a me pare evidente che ciò che le società dei sapiens continuano a fruire come arte è ancora affare di ricerca al di fuori dell’opera stessa e che nessuna opera può imporre da sé la propria artisticità altrimenti ogni scolabottiglie diventerebbe opera d’arte. In buona sostanza, siamo ancora ancorati all’annosa questione: l’estetica è disciplina d’indagine scientifica o filosofica? Chi scrive è fortemente ancorato alla metafisica platonica, all’assioma che le opere d’arte costituiscano un filtro atto a rendere intelligibile l’Ente e, seppur se in maniera distorta, irradianti vagamente la forma dell’Idea (anche se tale mia convinzione vacilla durante gli stati percettivi, la trance, le visioni, i sogni connaturati all’espressione artistica, ossia in quei frangenti in cui tali forme paiono rivelarsi appieno nel decentramento della percezione sensoriale e del controllo mentale). E ad oggi è pur vero che ogni opera è incentrata, fruita e rigenerata dall’Io che “legge”, che pertanto soggettivizza e soggettivizzerà sempre ciò che contempla, precipitando l’opera nel paradosso di una universalizzazione soggettiva, giacché ogni opera è viva nel fruitore che ne fa esperienza. Ma occorrerà pur domandarsi cosa accadrà a questo benedetto Io quando l’arte sarà un fatto interconnettivo, esperienza telepatica, superamento di ogni forma di linguaggio, network sinestetico, ecc. ecc.?
Tutto par ancora ruotare intorno all’annoso equivoco novecentesco dei due termini poetica ed estetica, ossia tra produzione-mercato e metodo scientifico applicati all’arte, all’idea di opera come manufatto, come oggetto anche quando, paradossalmente, essa negasse la sua stessa natura di oggetto; insomma, tale carattere ambiguo dell’opera è/può ancora essere oggetto di indagine estetica? Un ponte che unisce due lembi di terra può essere opera funzionale ed al contempo artistica qualora venisse concepita da un architetto visionario? Naturalmente sì, ma ciò precipita il discorso entro la dicotomia di cui sopra: costruire una sedia perché mi serve è atto di techné e dunque potenzialmente sempre investito di una qualche artisticità.
L’Occidente, il modello egemone, impone la fruizione dell’arte nei luoghi deputati (musei, teatri) come pratiche d’uso (poetiche) – in chiara contraddizione col vissuto dell’arte in altre epoche e culture, in cui le ritualità collettive centravano il momento creativo come veicolo di catarsi e di ricongiungimento col divino – nei fatti sottraendo i manufatti ai luoghi in cui erano stati collocati (ovviamente si tratta spesso di luoghi non più esistenti o di manufatti relativi a civiltà scomparse, ma qui interessa evidenziare il processo).
In ciò si espleta lo iato tra monosemie dei segni della langue referenziale e polisemie della langue dell’arte, frattura ben espressa dal celebre dipinto di Magritte “ceci n’est pas une pipe”: l’arte è delega, ossia pratica da celebrare nei luoghi deputati, nei contesti appropriati pena il suo misconoscimento (basterà ricordare gli esperimenti in cui celebri musicisti vengono invitati a suonare per strada o in metropolitana fra l’indifferenza generale). In altre parole, è il contesto a decretare gli ambiti di fruizione dell’arte. Si comprenderà bene come molte altre concezioni di arte, come altre visioni del mondo possano sfuggire alla morsa di ogni criterio nosologizzante atto a catturare l’essenza del processo artistico e ad imbalsamarlo entro parametri di classificazione empirici, funzionali alla creazione di un idioma globale (penso allo scempio che è stato operato nei confronti del jazz afroamericano), giacché è proprio questa delega che investe opera e artista a generare il cortocircuito cognitivo figlio delle nevrosi della società dei consumi.

Capitolo 3: Estetica e Percezione
Il problema non è l’atto “in sé”, ma il ritenerlo ancora “provocatorio” nel 2019 e con una tale valutazione assurda in termini economici. Diventa atto patetico (o molto furbo) “dopo” ciò che c’è stato “prima”: i tagli di Fontana, i silenzi di Cage, le merde d’artista di Manzoni, gli scolabottiglie di Duchamp ecc. In questo senso, quest’operazione mi pare figlia del vuoto mediatico del tempo, della patinata stasi delle giovani generazioni che necessitano di tali “gesti”, i quali sono comunque afferenti alla ri-scrittura all’interno di un codice logoro. Non ci può essere “innovazione” né “provocazione” (in tal senso) nella deriva del post-moderno, se non per una salottiera predisposizione allo scandalo. Torna in mente la lezione di Bene: “non si può fare teatro col teatro, musica con la musica ecc.”. Operazioni come quelle dell’arte di Cattelan si iscrivono, a mio avviso, nel solco dell’arte parassitaria.
Ho imparato solo una cosa nella vita. Quello che definisci e organizzi muore. Quando generi una forma essa muore. Dunque vivo nel perenne divenire. Sembra precarietà e invece è continuità. In questo senso l’arte è morte perenne in costante permutazione. Simula la vita impregnando il presente di futuro, ma essa “muore” quando si fa opera e si concretizza in forma. L’opera è morte dell’artista e vita dell’arte.
In un mondo falso e finto, la lezione di Girard torna sempre utile (è ciò che con altri termini cerco di comunicare ai miei allievi, troppo presi dalla contingenza di questo Reale). Il linguaggio di Gesù è quello dello “skandalon” e sublima il logos demoniaco in termini di scandalo mimetico. Tutto nella Terra è demoniaco: le religioni, la fede, l’arte ecc. Non bisogna confondere il linguaggio incoerente e folgorante di Cristo con ciò che è stato narrato dai suoi discepoli. Quel che penso è che l’arte è sempre rivoluzionaria, nella ricerca incoerente e simbolica del suo stesso farsi; solo così lo “skandalon” diventa pura essenza di sacralità superando l‘idioma del demoniaco.

Capitolo 4: Critica e Mercato dell’Arte
Nel micro-macro mondo del jazz-giezz, capita di leggere sui social di querelle e litigi in ambito di critica musicale, la qual cosa poi in Italia implica (soprattutto per i musicisti che partecipano a queste chiacchiere), sempre che non si rientri entro certi parametri di scuderia e di “ecologia” degli interventi, l’esser messi alle berlina, ghettizzati, tacciati di vittimismo. Personalmente mi curo poco di ciò nella sostanza (magari, non nelle forme del mio essere sociale); queste cose le ho scritte in tempi non sospetti, e dunque ogni tanto mi riservo qualche considerazione, come in questo caso.
Cominciamo col dire un’ovvietà: la critica jazz italiana jazz, con alcune importanti eccezioni (e parliamo di vere eccellenze che mi onoro di conoscere e stimare), è, ancora nel 2024, critica di matrice dilettantistica, dopolavoristica e amatoriale. Pochi conoscono seriamente linguaggi, tecniche, semiotiche a un livello musicologico di base, pochissimi poi sono quelli che praticano la musica e sono in grado di leggere uno spartito. Intendiamoci, l’essere preparati anche in maniera professionalmente seria implicherebbe un livello di consapevolezza ulteriore, ossia la realizzazione d’esser al gradino di partenza della riflessione estetica in determinati ambiti, non del jazz in sé, ma “dei” jazz declinato al plurale.
Pensare di riconoscere un idioma comune generico e confidare di potersi districare con destrezza nella giungla dei nuovi codici è impresa alquanto ardua, giacché pochi hanno gli strumenti necessari per cogliere i nessi dell’attuale livello di frantumazione del linguaggio jazzistico (i risultati visibili e patenti di tali operazioni di semplificazione dei linguaggi o, per converso, di sofisticate quanto sterili (ri)letture di materiali sonori semplici e lineari, sono facilmente verificabili). Cosicché assistiamo alle kermesse paesane, agli scannatoi da social in cui ciascuno (devo dire con una notevole dose di arroganza, del resto tipica di chi è affetto dalla sindrome di Dunning-Kruger), prova a perorare la propria isterica causa: “gli italiani non fanno jazz, i neri sì” e altre sciocchezze del genere, come è difficile sovente di leggere. Un dato tecnico: riuscire a decifrare e a comprendere il senso di una composizione di jazz contemporaneo oggi implica un elevatissimo grado di conoscenza tecnica, armonica, ritmica, melodica di base. Sono linguaggi complessi a cui non è possibile approcciarsi se non attraverso un tirocinio di studi e pratiche costanti.
Intendiamoci: ogni parere è sacro. La musica, l’arte non appartengono agli artisti; esse vivono autonomamente come oggetti estetici, singolarità. Però, un conto è esprimere una critica sentita che, per quanto naïf, sia in grado di penetrare meglio e più di ogni altra il senso intimo e profondo dell’opera, altra cosa è invece assumere atteggiamenti spocchiosi e denigranti nei confronti di chi poi questo universo sonoro lo abita e si espone direttamente sul palco.
Carmelo Bene divideva i critici in tre categorie: gazzettieri, travestiti e supermaschi. Sempre Carmelo Bene affermava: “piantiamola con la storia del pubblico che non vuole niente”. E cosa ha significato in termini di pubblico tutta la manfrina di queste ultime decadi? È del tutto evidente che, se i soggetti-organizzatori della “Cosa-Jazz-Italiana” (e con essi buona parte di critici- organizzatori) hanno ben pensato di perorare determinate proposte jazzistiche fin dal principio degli anni Novanta, il pubblico che si è generato è il prodotto di tale semina. Questa questione di carattere più, diciamo, sociologico, dovrebbe essere centrale per tutta una fetta di critica meno ferrata in campo musicologico e magari più incline a occuparsi di inchieste di taglio giornalistico (alcuni riuscirebbero certamente meglio in tali propositi, e farebbero meglio a evitare di entrare in analisi di opere obiettivamente inaccessibili al loro livello di conoscenze musicali). Un tempo era Kipling a sostenere che un verso di Keats è grandezza e tutto il resto è poesia. Oggi qualsiasi “gazzettiere” (per tornare alla tripartizione di Bene) può permettersi tali azzardi (sempre leciti, per carità, purché siano frutto del criterio della pertinenza).
Purtroppo, mi capita spesso di constatare che certe forme di ignoranza (soprattutto in questi aleatori ambiti, che aleatori non dovrebbero mai essere dal punto di vista di una seria impostazione estetica) sono alle basi del “giudizio” critico di un’opera, di ciò che costituisce il plesso di argomentazioni sterili che, sovente, fungono da stampelle alla rigidità di un costrutto sintattico campato in aria. La storia dell’arte è somma epistemologia dell’errore. Dagli sbagli si è generata una poetica, soprattutto nel (nei) jazz. Ciò che pare essersi cristallizzato nel suo fondale cieco è l’urgenza espressiva dei gazzettieri, che non tengono mai conto, salvo che in qualche raro caso, dell’assoluta incostanza dell’artista e dei suoi prodotti, viceversa violentati alla bacheca del giudizio scolastico di certi trend giornalistici. Lo so, sono problematiche ataviche; era ciò che faceva di Huysmans prima l’artista e poi il critico. Badate bene che a fare certi discorsi ancora nel 2024, dopo tutte le diatribe dei Settanta, degli Ottanta e dei Novanta, si corre il rischio di perdere il senno. Ma tant’è, sono ancora qui a sentire la necessità di scriverle certe cose, che a me paiono fin troppo evidenti. Siamo ancora – incredibilmente – al dilemma tra critica soggettivizzata e critica scientifica… che poi… dilemma… oramai non interessa quasi più nessuno di certe questioni, il jazzista medio essendo una sorta di pelandrone del gusto e la critica nostrana l’equivalente di una comitiva turistica in viaggio (si generalizza, ma questo è nella sostanza: ci sono poi, certo, gli eremiti dell’ascolto, gli integralisti, ma quelli sono ancora più pericolosi per mille altri aspetti che sarebbe utile analizzare in altro scritto).

Capitolo 5: La Crisi del Jazz in Italia
Lasciamo cadere una frase a chiusura di questo scritto, magari a qualcuno arriva forte e chiaro il messaggio analogico di questo limitato scrivere: Danton all’assemblea: “ Noi non vogliamo giudicare Luigi XVI, vogliamo assassinarlo”. Non è forse ciò che, in questa epoca, il critico fa, nei giorni dell’esercizio del suo potere? E questo assassinare con le parole e il giudizio, non è forse figlio della brutale pigrizia post-prandiale piuttosto che di una reale natura attiva e consapevole che abbia scopi e fini nobili?
L’artista è un giullare, un saltimbanco, ha il dovere sacrale di esibirsi di fronte al sovrano, foss’anche il più spietato fra i tiranni. Ciò perché ogni artista, se è tale, ossia se risponde a una vocazione, non mette mai in scena “se stesso”, il suo essere cittadino, soggetto, contribuente, ma sempre e solo l’altro da sé, ciò che non gli appartiene ma di cui egli è tramite e latore. Un artista consegna dispacci nelle vesti di Mercurio; funge da specchio. Egli è per sua natura immortale. Occorre che questa cosa se la ficchino bene in testa critici e organizzatori.
Senza ciò che Jung definisce “incapacità di adattamento”, non può esserci l’artista, il quale ha l’obbligo di tenersi fuori dai trend e di ubbidire ai suoi demoni. Siamo così di fronte a una pletora di manieristi privi di “manierismo”, a frotte di scimmiottanti ammaestrati. Senza “scandalo” non si fa “poesia”, senza vocazione e urgenza espressiva non si “canta messa”.
La fenomenologia da “nuovo talento”, la cui valorizzazione passa dalle parti di un sensazionalismo cretino, esprime così, inesorabilmente, le retoriche dell’attuale scenario, dominato da un appeal da fiera della musica, animato da replicanti col tabù dell’iconoclastia e affetti dalla sindrome da ufficio stampa.
La parola d’ordine è: non fare la parte della vittima. Ecco uno stallo da Far West. Peccato manchino pistole, fucili e cinturoni.
“Ogni grande quadro è dipinto contro la pittura, anzi distrugge tutta la pittura. Così ogni volta che leggo un grande libro assisto alla distruzione del linguaggio, vedo la parola levitare al di sopra di tutti i linguaggi e non posare in ‘ullo’, come la lingua di Dante al di sopra delle parlate italiane. (…) Ma perché questo avvenga, la voce deve parlare dal versante della morte”. (Cristina Campo).

Capitolo 6: Sfide e Prospettive per i Musicisti
La situazione dei musicisti di jazz (uso questo termine nella sua accezione ampia) sta vivendo in Italia la peggiore crisi di sempre. Complice un momento storico peculiare di passaggio, in cui la digitalizzazione e la diffusione via social di gran parte di contenuti un tempo riservati agli spettatori dei concerti, ha messo in crisi la già traballante macchina organizzativa nostrana.
Oggi è impossibile vivere suonando jazz nel nostro paese, a meno di non far parte di una ristretta cerchia di artisti legati a cordate, amicizie, salotti e cerchie iniziatiche degne di una nuova Scientology Sincopata. L’unica via di fuga pare essere quella dell’insegnamento in Conservatorio: altro percorso irto di ostacoli, spesso insormontabili. Ci ritroviamo dunque, da musicisti e insegnanti, a prospettare un futuro in cui questi nuovi studenti non avranno alcuno sbocco al di fuori dell’insegnamento, in base a un gioco perverso di permutazioni che vedrà futuri insegnanti senza esperienza di palco e di vita.
La classica obiezione – è sempre stato così – non può essere presa a modello: i grossi nomi ci sono sempre stati, ma a latere, è sempre stata viva e pulsante (fino al 2000 circa) una scena artistica che viveva delle esperienze performative rese possibili da una sorta di biodiversità dell’offerta di luoghi in cui suonare essendo remunerati. Il 2023 offre invece una proposta congestionata dai criteri dei cosiddetti “centri di produzione”, dalla politica dei bandi, dagli uffici stampa, dalle onnipotenze dei direttori artistici.
L’esercizio della critica è totalmente assente in questo ambito, anche perché, sovente, molti critici sono a loro volta coinvolti in ruoli di direzione artistica e di gestione delle risorse. Nessuna voce si alza in soccorso di questa situazione, che rappresenta un vero e proprio dramma per molti artisti che non sono sotto l’ombrello riparatore dell’insegnamento statale. Un dramma che viene totalmente ignorato, per ragioni anche facilmente comprensibili e relative allo schierarsi contro qualcosa, pratica assolutamente bandita in un mondo museale, rigido e non avvezzo alla dialettica feroce, viceversa, prassi che funge da stimolo in ogni altro contesto culturale (fa specie constatare invece quanto sia compatto e solidale tal microcosmo della critica, degli addetti ai lavori e di molti musicisti, quando si toccano questioni di lana caprina relative a sterili polemiche di ordine accademico/lessicale sulla natura di questo benedetto jazz).
La situazione è veramente critica per molti colleghi, spesso costretti a dover fare i salti mortali per sbarcare il lunario. Le conseguenze devastanti di tale depauperazione culturale sono già riscontrabili sul piano della proposta artistica generale, e nel pessimismo prossimo all’ignavia di molti ragazzi che si avvicinano al mondo del jazz con passione sincera, e che si ritrovano di fronte a ostacoli di natura extramusicale veramente frustranti, a spendere una marea di soldi per realizzare cd che nessuno ascolta più, per pagare uffici stampa salatissimi, ecc. Centinaia di ragazzi alla mercé di osti che offrono la classica jam cui partecipare gratuitamente, del tutto avulsi da una reale politica consapevole del mestiere del musicista praticato come lavoro, saranno il plotone di insegnanti del futuro, di ciò che rimarrà dei conservatori e delle scuole private e pubbliche (con quale bagaglio di esperienza, viene da chiedersi?).
Domanda ai critici nostrani: quale humus culturale pensate possa svilupparsi a seguito di una situazione così svilente e discriminante dei musicisti italiani nei prossimi decenni? Qualcuno che abbia voglia di fare giornalismo di inchiesta ci sta ancora in questo martoriato mondo del jazz italiano? Di questo passo ci ritroveremo fra breve a leggere le recensioni delle giornate di lezione in classe dei docenti. Il problema è sempre lo stesso: “ma che senso ha dire queste cose? Tanto decidono sempre gli stessi e se ti lamenti passi per vittima”. E via coi nomi di artisti, giornalisti e organizzatori che potete immaginare. Fin quando questi rimangono discorsi con i miei coetanei, stanchi e delusi, posso anche capire, ma quando queste obiezioni vengono fatte da musicisti giovanissimi c’è da preoccuparsi seriamente.
Chi scrive per passione poi, di solito, subisce le fascinazioni delle mode o non ha gli strumenti musicologici necessari per comprendere gli approcci compositivi e metodologici della musica attuale (analizzare la musica d’oggi implica competenze di un certo rilievo: penso che si possano contare sulla dita di una mano coloro i quali siano in grado di affrontare con criterio le partiture di Steve Coleman o di Steve Lehman, giusto per fare due nomi).
La verità è che, in questo minestrone tutto nostrano, dove i ruoli fra giornalisti, appassionati, critici, organizzatori, musicisti, direttori artistici sono interscambiabili, ad avere udienza sono solo musicisti afferenti a certe cordate o nelle grazie di qualche eminenza. Per esempio, è stata quasi del tutto bypassata la “generazione di mezzo” (gli attuali cinquanta/sessantenni) la cui enorme produzione pare essersi perduta negli abissi temporali degli anni Ottanta e Novanta.
Posso affermare senza indugi che a nessuno frega nulla della ricerca esplorativa sul campo e delle fonti – e in questo senso il jazz in Italia non gode di applicazioni serie da parte di studiosi seri. Io, da allievo di Roberto Leydi, Cane, Gino Stefani, Clementi, ecc., penso di poter affermare con contezza quanto ho scritto.
Ricordo bene le nostre discussioni con Gianni Lenoci, un altro che pativa molto questa indifferenza, e ho bene in mente cosa sia successo dopo la sua scomparsa (penso sempre ai nostri concerti in luoghi sgangherati con tastiere e batterie di comodo, di fronte a quattro allampanati). Poi magari arriva l’ultima novità d’Oltreoceano: ecco drappelli di appassionati scrivani pronti a farsi 500 km per sentire quattro pernacchioni assestati bene.
Il jazz e i musicisti sono un bene prezioso per la cultura di un paese. Chi scrive di musica, chi organizza deve tenerne conto, perché ciò rappresenta il patrimonio artistico di riferimento. Non occuparsi di tutto questo è l’equivalente di lasciare deperire monumenti, pinacoteche, musei, ecc. Quando lo si capirà sarà troppo tardi.

Capitolo 7: L’Essenza dell’Arte
L’arte non è solamente la manifestazione di un’abilità tecnica, ma è anche il riflesso della vita di chi crea. Ogni opera rappresenta un viaggio, una ricerca interiore che si materializza attraverso il linguaggio dei colori, dei suoni, delle forme. L’arte come imitazione, come espressione di una verità profonda, deve essere vista nella sua totalità. Se non c’è autenticità nel processo creativo, l’opera rischia di diventare una mera copia di sé stessa, priva di vita e significato.
Il dialogo tra l’artista e l’opera si svolge in un contesto di continua evoluzione, dove ogni creazione è influenzata dalla società, dalla cultura e dalle esperienze personali dell’artista. Per comprendere appieno l’arte è fondamentale partire dall’interpretazione della soggettività e dell’oggettività che la caratterizzano. Questo porta a una riflessione sul processo creativo e sulle emozioni che lo animano.
È necessario quindi promuovere una maggiore sensibilità nei confronti dell’arte, sia essa visiva che musicale. Solo attraverso la consapevolezza del valore culturale e sociale dell’arte si può pensare a un futuro in cui le nuove generazioni possano realmente vivere e respirare creatività, senza limitazioni imposte da un sistema che preferisce l’omologazione alla diversità.

Capitolo 8: Considerazioni Finali
In conclusione, le riflessioni sulla situazione attuale del jazz e sulla necessità di un cambiamento non possono essere ignorate. L’arte, in tutte le sue forme, deve/dovrà tornare un mezzo di espressione e di connessione tra individui diversi. Questo non significa semplicemente ritornare a pratiche del passato, ma piuttosto evolversi in modo da abbracciare le nuove tecnologie e le nuove modalità di comunicazione, trovando al contempo un equilibrio nella dialettica con le tradizioni storiche più illuminate.
La crisi del jazz in Italia rappresenta una microcosmo peculiare delle sfide da inquadrare in un’ottica globale. La digitalizzazione, la globalizzazione e le pressioni commerciali hanno reso più difficile per molti artisti mantenere la propria autenticità e il proprio spazio nel panorama culturale. Ciò richiede un impatto concertato da parte di artisti, critici, educatori e istituzioni. Gli artisti dovrebbero continuare a perseguire la loro visione e a sfidare le norme costituite, mentre i critici dovrebbero impegnarsi a comprendere e valorizzare la complessità delle opere che analizzano (anche se sovente ciò è loro impossibile per le motivazioni espresse sopra). Gli educatori, dall’altro lato, hanno la responsabilità di istruire le nuove generazioni con una consapevolezza non solo delle tecniche musicali, ma anche della loro importanza culturale e sociale.
Infine, è fondamentale rafforzare la connessione tra il pubblico e l’arte. Questo può avvenire attraverso attività di sensibilizzazione, eventi comunitari e spazi di dialogo che incoraggino la fruizione dell’arte al di fuori delle sue tradizionali istituzioni. Solo così possiamo sperare di alimentare una scena artistica vibrante e sostenibile, in grado di riflettere la complessità dell’esperienza umana e di affrontare le sfide del mondo contemporaneo.
La cultura non è solo patrimonio da custodire, ma un flusso vivente che richiede nutrimento, cura e attenzione. Così, guardando avanti, ci troviamo di fronte a un compito cruciale: mantenere viva la fiamma della creatività, della libertà espressiva e della riflessione critica, quale focus in perenne metamorfosi alimentato dal combustibile dei nuovi linguaggi.
Francesco Cusa


Domande: alla luce di questo scritto quali sono le vostre aspirazioni, le vostre utopie e, soprattutto le vostre paure: cosa vi impedisce di sognare e di avere grandi ambizioni? Quanto e in che misura, secondo voi, questo sentire dovrebbe acquisire centralità nel processo formativo di un Conservatorio di Musica?

RISPOSTE DEGLI STUDENTI
“La mia attenzione si concentra principalmente sul capitolo sei del maestro Francesco Cusa, in cui condivide considerazioni fondamentali riguardo all’attuale situazione del jazz in Italia. Nella parte finale, affronta con domande, le nostre aspirazioni, le utopie, le paure e se c’è qualcosa che ci impedisce di sognare e coltivare grandi ambizioni, evidenziando quanto questi temi dovrebbero essere centrali nel processo formativo di un Conservatorio di Musica.
Aggiungo la mia riflessione, motivata dalla mia esperienza iniziata nonostante le diverse difficoltà, già da giovanissimo (11 anni). Ho accumulato diversi momenti musicali, ma mi avvicino al jazz solo ora, con cautela e il desiderio di comprenderlo profondamente. Quale occasione migliore di un esame di ammissione al conservatorio Vincenzo Bellini di Catania, che vanta un corpo docente di spicco?
Se avessi condiviso questi pensieri venti o trent’anni fa, il contesto sarebbe stato diverso. Negli ultimi trent’anni, infatti, abbiamo assistito a un cambiamento significativo, spesso aggravato da una competizione al ribasso nelle varie aree musicali, dalle registrazioni ai concerti alla didattica privata. Questo ha portato a una perdita di equilibrio tra identità e qualità, sia nella domanda che nell’offerta.
Ritengo che questo sia un tema molto ampio; immergersi in esso potrebbe significare aprire il vaso di Pandora, quindi mi fermo qui. La mia aspirazione è quella di comporre una colonna sonora che possa rimanere nel tempo, ma le mie paure, legate alla situazione attuale mondiale, (per quanto io possa fare poco o niente) ostacolano questa ambizione. In questo momento, il processo formativo nel Conservatorio, che riunisce professionisti riconosciuti a livello nazionale e internazionale per il loro contributo didattico e musicale, diventa per me centrale, specialmente nel jazz, dopo aver seguito un percorso di studi e formazione in territorio cubano”.
Pasquale “Ninni” Simonelli, Triennio batteria e percussioni jazz, secondo anno, 2023/24.

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“Studio musica, in particolare il jazz, poiché per me rappresenta un’esigenza interiore, un bisogno privo di interessi legati alle dinamiche “di mercato”. Tuttavia, mi trovo ora nella necessità di confrontarmi con l’aspetto professionale della musica e di comprendere cosa significhi essere un musicista professionista nel 2024.
Se da un punto di vista della formazione musicale il Conservatorio si è rivelato una risorsa di grande valore, non posso affermare lo stesso per quanto riguarda la preparazione relativa alla dimensione professionale. Invero, mentre in altri paesi si valorizza da tempo la figura professionale del musicista, i Conservatori italiani restano legati a un’impostazione tradizionale, concentrata quasi esclusivamente sull’estetica della formazione musicale, senza considerare adeguatamente il percorso professionale post-diploma del musicista.
Per migliorare l’efficacia della propria offerta, i Conservatori dovrebbero non solo considerare gli aspetti legati alla professione musicale, ma anche incentivare la produzione artistica. Ciò potrebbe avvenire ampliando le opportunità per gli studenti di esibirsi con programmi personali, evitando di limitarsi ai saggi di fine anno o di corso.
Questa situazione si inserisce in un contesto socio-culturale ambiguo, che finisce per diventare ostile verso i giovani musicisti desiderosi di esprimersi e di far sentire la propria voce. Da alcuni anni frequento assiduamente le realtà jazz nel territorio catanese e, talvolta, anche al di fuori, e noto che molte di queste sembrano basarsi su una sorta di “estetica dell’estetica”. In altre parole, a volte organizzatori, pubblico e musicisti appaiono bloccati su elementi invariabili e prevedibili, rendendo i concerti più eventi sociali che esperienze musicali. Partecipare a un concerto jazz, in tali casi, è diventato una sorta di status symbol: l’obiettivo principale non è più godere della musica, ma “esserci”.
Questa dinamica riduce il desiderio di cambiamento, portando a preferire la stabilità di un ambiente rassicurante.
Un altro fattore sfavorevole per le nuove generazioni è il rarissimo coinvolgimento da parte dei musicisti più esperti, un aspetto che sarebbe opportuno approfondire per comprenderne le cause. Tuttavia, resta il fatto che, in un passato non troppo remoto, le generazioni di musicisti più affermati coinvolgevano frequentemente i giovani.
Le realtà jazz italiane appaiono spesso chiuse e nettamente separate, con conseguenze come la frammentazione in piccole sottocomunità di una nicchia già non troppo ampia, e la chiusura verso nuove idee e modalità interpretative. Questo atteggiamento conduce a una lenta decadenza di tali realtà, che finiscono per attrarre e coinvolgere sempre meno persone”.
Francesco Cerra, Primo Biennio di Chitarra jazz, 2023/24

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“Ho apprezzato molto il lavoro scritto dal Maestro Francesco Cusa e mi sento di esprimere un mio parere su quanto letto e su quello che secondo me blocca non solo la crescita musicale ma anche molti aspetti della nostra vita.
In primis la società e la “realtà” non ti mette nelle condizioni di poter esplorare te stesso e di capire se e cosa vuoi essere nella musica, e ciò richiede un percorso lungo dove le nostre esperienze, le persone che incontriamo, ci formano.
Con l’assenza di ricerca e della scoperta di nuovi metodi, modi di comunicare e interagire, non può esserci una vera evoluzione.
Questo pensiero è attribuibile all’ambito musicale ma potrebbe facilmente estendersi come concetto in qualsiasi sfera della nostra vita.
La mia personale visione cerca di unificare la ricerca del nuovo con l’importanza del rispetto delle tradizioni.
Lo studio e la comprensione del passato che diventa sempre più preciso e profondo grazie anche alle nuove tecnologie, può permettere un’evoluzione attraverso il proprio sentire.
Un altro fattore importante è quello della globalizzazione.
Certamente ha ampliato le nostre possibilità, ha contribuito a migliorare alcuni aspetti della nostra vita.
A che prezzo?
L’uomo ha le sue debolezze, e forse l’epoca che stiamo vivendo riesce a stimolare maggiormente la ricerca di distrazioni, il volersi mettere in mostra, cose che spesso vengono mascherate da un finto perbenismo.
Uno dei miei sogni sarebbe quello di creare un ambiente dove si possa dare la possibilità al singolo di avere le giuste informazioni per poter prendere piena consapevolezza.
Quanto detto può sicuramente generare incertezze e paure sul proprio futuro, specialmente nei giovani che tentano di costruirsi un futuro attraverso la musica, facendoli sentire spesso schiavi di una passione che ti mostra che il lusso di poter essere sereni e appagati con la propria musica è concesso solo a pochissimi eletti.
Ed è proprio la paura ad alimentare questa crisi temporale che paralizza tutto, diventando un circolo vizioso che sembra non lasciare scampo.
Sarebbe auspicabile una presa di coscienza individuale nel rispetto del valore dell’arte. Il vero lavoro e la voglia di ricerca sono il carburante principale.
In conclusione, affinché ciò possa avverarsi, coloro che hanno il dono di potersi esprimere tramite la musica, dovrebbero essere messi nelle condizioni di poter coltivare questo prezioso frutto.
Si ha sempre bisogno di una guida, di qualcuno che ha calpestato quel terreno ancor prima di noi, qualcuno che ci dia degli strumenti e che ci indichi una strada per poter arrivare a realizzare i nostri sogni”.
Giuseppe Vecchio, Triennio batteria e percussioni jazz, secondo anno, 2023/24

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“Dopo aver letto attentamente quanto da lei scritto, risulta assai difficile negare il proprio assenso riguardo al suo pensiero. In merito al quesito da lei posto, vorrei esporre e condividere il mio pensiero.
“L’arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere agli altri”. (Edgar Degas).
Premetto che ho sempre amato il paradosso socratico del “so di non sapere”, concetto basato su un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere. “Non sapremo mai cosa esattamente sappiamo, e sappiamo solamente ciò che pensiamo di sapere”.
Dare una definizione di “arte” non è opera semplice; potremmo pensare a qualcosa di astratto, non tangibile, indefinito, di immenso, una dimensione dove ogni regola perde di valore, quel qualcosa che ci permette di plasmare la materia, di produrre contenuti che hanno un’ esistenza propria. Dunque ne consegue che la musica, in quanto espressione d’arte, si ampia, indefinita e potenzialmente illimitata; un iter infinito senza destinazione ma pieno di tappe. Per intraprendere questo tipo di viaggio ritengo che le parole chiave siano “dedizione” e “studio”; tutto ciò che è necessario per acquisire maggiori conoscenze e sviluppare un nuovo approccio di pensiero.
Oggi vivo un rapporto di “odi et amo” verso la musica, che ritengo essere il punto di contatto con il mio Io più profondo, quel luogo in cui mi rifugio e che mi permette di veicolare le mie emozioni, i miei sentimenti, i miei stati d’animo, in cui la passione però si scontra con le avversità che da essa ne derivano: una di esse, ad esempio, riguarda le lacune tecniche del mio strumento che, colmate, mi permetterebbero di essere in grado di affrontare le sfide che l’ambiente didattico presenta.
Nel corso degli anni la sensazione di incompletezza, di inadeguatezza, relative a queste lacune hanno fatto si che il mio approccio verso la musica e le mie ambizioni cambiassero radicalmente. In merito a ciò devo senza dubbio tanto al Conservatorio, che ha svolto un ruolo principale nella mia crescita sia musicale che personale. Relazionarmi con colleghi ed insegnanti ha rafforzato in me l’idea che la musica, in primis, è “condivisione”.
Il mio approccio ad essa è divenuto sempre più aperto e flessibile al sapere, una sorta di “spugna” capace di assorbire ed assimilare tutto ciò che questa forma di “arte nobile” ci dispensa. Ho maturato sempre più la “consapevolezza” che la musica, è sì disciplina improntata sulla didattica e pratiche strumentali, ma anche creatività, talento, passione, percezione, linguaggi, espressione. La paragono al simbolo dello “yin e lo yang”, che raffigura l’equilibrio tra le due energie, due forze che si attraggono, complementari, entrambe essenziali.
La mia paura verso l’abnegazione allo studio, quel percorso spirituale di “sacrificio”, il rinunciare all’istinto di far prevalere interessi personali, verso un processo non definito, quel buco nero, quella sensazione di instabilità a cui la società ci espone, si è trasformata in un meta di apprendimento costante, lasciandomi sempre qualcosa su cui riflettere, ragionare, per migliorare e crescere continuamente.
“Non studiamo per essere i migliori, ma per migliorare”. (Ezio Bosso).
Marco Mulè, primo anno Biennio Batteria Jazz, 2023-24.

Recensione di “Parthenope” di Paolo Sorrentino

Parthenope è la divinità che raccoglie ogni aspetto della vita e delle contraddizioni di un universo chiamato Napoli. Sorrentino tramite la storia di una donna racconta la città, adagiata come il molle corpo del Leviatano che nasce dalle acque per assurgere alle vette del Vesuvio. In mezzo passa la vita, con le angosce, gli ardori, le speranze, i tradimenti, le ambizioni, le delusioni, le follie, le depressioni, i disincanti, le paure, gli azzardi, i vizi, l’eros, l’incesto, la blasfemia, tutti insieme divorati da un grande Khirtimuka, da chimere e divinità che fagocitano il tempo. Parthenope nasce dalle acque e alle acque del mare di Capri e del golfo, al celeste del cielo, della maglietta del Napoli Calcio ritorna, in un incessante gioco di apparizioni e sparizioni, di tuffi e immersioni nel liquido amniotico che irrora i sogni e la vita cosciente. In questo flusso di carrellate orchestrate dal regista-demiurgo, le scene si affastellano come quadri rosselliniani destrutturati da una potenziale trama, come visioni che richiamano la memoria collettiva dei film di De Sica e dell’onirico felliniano, così come si susseguono le citazioni, a cominciare da quella in esergo di Céline, preziose come monili e gioielli, a tenere insieme sacro e profano, e dunque la miseria dei bassi e le opulenze della borghesia annoiata, gli ori dei camorristi e le reliquie del santo… antropologie… E qui occorre rimarcare la funzione di guida del professor Marotta (uno straordinario Silvio Orando) che, in simbiosi col mostruoso della sua vita domestica, “inizia” la discepola Parthenope all’arte sublime del vedere, all’onnicomprensività che sublima l’osceno, ossessivamente rimarcata dalla canzone di Cocciante, in cui l’ordinario confluisce nel Fato, nell’era già tutto previsto, nell’immanenza che non preclude all’imperfezione del meraviglioso. E così Parthenope continua a stupirsi fino alla vecchiaia, consapevole del suo viaggio intimistico che non può che essere solitario, in cui ogni cosa è pregna di santità e si nutre di miracoli, fra “l’irrilevante e il decisivo”.

Ha ancora senso parlare di arte e di artisti nel 2024?

Scrivo a braccio cercando di riassumere alcuni miei interventi vocali espressi in una chat whatsapp sull’argomento. Lascerò dunque spazio all’ardore del discorso più che al puntiglio della citazione.

Definire cosa sia l’arte, l’oggetto estetico, al netto dell’urgenza espressiva del darsi e del farsi nel gioco di permutazioni della vita dei sapiens, oggi, nel 2024, e dopo le sentenze espresse dalle avanguardie del secolo scorso, è impresa assai ardua. Cos’è l’arte dunque, un immane geroglifico indecifrabile, o piuttosto un insieme di pratiche d’uso, per citare due grandi esponenti dell’estetica italiana come Anceschi e Nanni. Tutte questioni messe in rilievo anni fa dalle provocazioni di Duchamp e dalla comparsa d’opere d’arte non distinguibili da veri e propri oggetti che non sono opere d’arte (il celebre scolabottiglie che viene preso dalla cantina ed esposto al museo così com’é, senza cioè che le sue proprietà morfologiche abbiano subito modifiche o alterazioni). Ma cosa possiamo dire oggi nel merito, immersi come siamo dentro la schiumizzazione della società globale e al centro del ciclone di un epocale cambiamento della stessa struttura percettiva del Reale? Beh, a me pare evidente che ciò che le società dei sapiens continuano a fruire come arte è ancora affare di ricerca al di fuori dell’opera stessa e che nessuna opera può imporre da sé la propria artisticità, altrimenti ogni scolabottiglie diventerebbe opera d’arte. In buona sostanza, siamo ancora ancorati all’annosa questione: l’estetica è disciplina d’indagine scientifica o filosofica? Chi scrive è fortemente ancorato alla metafisica platonica, all’assioma che le opere d’arte costituiscano un filtro atto a rendere intelligibile l’Ente e, seppur se in maniera distorta, irradianti vagamente la forma dell’Idea (anche se tale mia convinzione vacilla durante gli stati percettivi, la trance, le visioni, i sogni connaturati all’espressione artistica, ossia in quei frangenti in cui tali forme paiono rivelarsi appieno nel decentramento della percezione sensoriale e del controllo mentale). E ad oggi è pur vero che ogni opera è incentrata, fruita e rigenerata dall’Io che “legge”, che pertanto soggettivizza e soggettivizzerà sempre ciò che contempla, precipitando l’opera nel paradosso di una universalizzazione soggettiva, giacché ogni opera è viva nel fruitore che ne fa esperienza, ma occorrerà pur domandarsi cosa accadrà a questo benedetto Io quando l’arte sarà un fatto interconnettivo, esperienza telepatica, superamento di ogni forma di linguaggio, network sinestetico ecc. ecc.? Tutto par ancora ruotare intorno all’annoso equivoco novecentesco dei due termini poetica ed estetica, ossia tra produzione-mercato e metodo scientifico applicati all’arte, all’idea di opera come manufatto, come oggetto anche quando, paradossalmente, essa negasse la sua stessa natura di oggetto; insomma, tale carattere ambiguo dell’opera è/può ancora essere oggetto di indagine estetica? Un ponte che unisce due lembi di terra può essere opera funzionale ed al contempo artistica qualora venisse concepita da un architetto visionario? Naturalmente sì, ma ciò precipita il discorso entro la dicotomia di cui sopra: costruire una sedia perché mi serve è atto di techné e dunque potenzialmente sempre investito di una qualche artisticità. L’Occidente, il modello egemone, impone la fruizione dell’arte nei luoghi deputati (musei, teatri) come pratiche d’uso (poetiche) – in chiara contraddizione col vissuto dell’arte in altre epoche e culture, in cui le ritualità collettive centravano il momento creativo come veicolo di catarsi e di ricongiungimento col divino – nei fatti sottraendo i manufatti ai luoghi in cui erano stati collocati (ovviamente si tratta spesso di luoghi non più esistenti, o di manufatti relativi a civiltà scomparse, ma qui interessa evidenziare il processo). In ciò si espleta lo iato tra monosemie dei segni della langue referenziale e polisemie della langue dell’arte, frattura ben espressa dal celebre dipinto di Magritte “ceci n’est pas une pipe”: l’arte è delega, ossia pratica da celebrare nei luoghi deputati, nei contesti appropriati pena il suo misconoscimento (basterà ricordare gli esperimenti in cui celebri musicisti vengono invitati a suonare per strada o in metropolitana fra l’indifferenza generale). In altre parole, è il contesto a decretare gli ambiti di fruizione dell’arte. Si comprenderà bene come molte altre concezioni di arte, come altre visioni del mondo possano sfuggire alla morsa di ogni criterio nosologizzante atto a catturare l’essenza del processo artistico e ad imbalsamarlo entro parametri di classificazione empirici, funzionali alla creazione di un idioma globale (penso allo scempio che è stato operato nei confronti del jazz afroamericano), giacché è proprio questa delega che investe opera e artista a generare il cortocircuito cognitivo figlio delle nevrosi della società dei consumi.

(continua… forse…)

PS: sullo spostamento delle opere d’arte dai luoghi che ne accoglievano le potenzialità divinatorie, di culto ed energetiche, e sulle conseguenze della loro modalità di fruizione dei contemporanei, occorrerebbe intraprendere una ulteriore trattazione.

Recensione di “Megalopolis” di Francis Ford Coppola

Contingenza vs utopia. L’ultimo Film di Coppola è un delirio, ma a me poco importa. Coppola non poteva che delirare perché delirante è ciò che appare agli occhi di chi non può vedere. Un film-testamento caotico, frammentario, in cui le visioni si inframezzano alla narrazione, che si cura poco di scadere nel kitsch e nel trash, essendo una sorta di lascito meta-cinematografico da consegnare ai posteri. La nuova utopia di Coppola si trascina dietro il fardello della grevità del parallelismo reale tra New York e l’antica Roma, con tutto il portato di citazioni che un simile confronto comporta di default e nel paradosso della capacità del protagonista di controllare la spazio-temporalità. Chi vuol lasciare un’opera-testamento ha però poco tempo per preoccuparsi delle idiosincrasie del giudizio del pubblico e della critica, e in questo senso il regista è una sorta di demiurgo che intende rigenerare l’umanità ammonendo sulle conseguenze nefaste conseguenti al crollo dell’Impero. “Non lasciare che l’adesso distrugga il per sempre”, afferma l’architetto Cesar Catalina (Adam Driver), che nella sua arringa finale parla a nome del regista descrivendo le finalità escatologiche dell’uomo, chiamato a compiti alti e a una nuova idea e concezione di futuro. Megalopolis più che un film è una sorta di iper-testo che non si preoccupa di mantenere alcuna coerenza tra forma e contenuto dell’opera, e in cui campeggiano autentici sprazzi di magistero onirico di altissimo cinema a far da controcanto, quasi a voler suggerire una diversa fruizione, più centrata a perimetrare i confini dell’assurdo in quanto spazio esplorativo praticabile. Scienza e storia si mescolano così senza soluzioni di continuità, fra paradossi spazio-temporali, teoria delle stringhe, citazioni di Marco Aurelio e Shakespeare, e a far da “autista-guida” in questo caotico flusso è Laurence Fishburne, il Morpheus di Matrix, forse l’unica bussola atta a garantire una navigazione in questo maelstrom.

Nemesi

NEMESI

E giunsero nella notte oscuri e non visti
i messi muniti di falci e uncini
a far scempio dell’umano cogitare
dei discorsi e delle perifrasi
di lor dialoghi concitati
a pugnalare di sangue nero nella notte
sì, giunsero i messi a riportare l’ordine
presso gli ilici avidi e corrotti
tutto un rotolare di teste mozzate
di sordo rumoreggiar di crani sull’asfalto
giunsero a purgare le acquiescenze
a decorticare i falsi amori
a smascherare i sofismi del cogitare
a scomporre le ipocrisie del diritto
giunsero i messi nella notte
depistando i vigilanti
ingannando i controllori
giunsero a ricondurre la nuova umanità entro le solide cortecce dell’Albero Madre
oh sì, più neri della notte
avvolti nei loro mantelli
coi pugnali ricurvi essi estrassero il
codice
dai corpi ancora fumanti di acqueo vapore
una pioggia oscura di coltelli, lame, uncini, pugnali, lance ed asce
ricadde nella notte dei terrestri
per mille e mille giorni e per un tempo che apparve definirsi per convenzione
oh sì, come giunsero gli oscuri servi
del Giudice Estremo
a porre fine agli scempi
del viscido corteo di prelati
le fauci spalancate dei volti
un ultimo grido, un ultimo morso.

Stazzo 12/10/2024

Io studio tutto il giorno

Io studio tutto il giorno. Sempre. Non c’è domenica che tenga. Non ci sono vacanze. Aborro le vacanze. Cosa devi andare a vacanzare? Io studio. Tu vai in vacanza. Non ci sono finalità. Non si utilizzano strategie funzionali. Non si danno logiche compiacenti al mercato. La mia missione è devozionale. Vivo per sondare l’insondabile, per esplorare l’inesplorabile, per conoscere l’inconoscibile.
Indosso abiti e forme atti a depistare.
Mi infantilizzo ad hoc e mi senilizzo ad ovest, che non so cosa significhi, ma suona bene.
Combatto senza tregua contro i falsi, i corrotti e i mentitori, dunque con buona parte delle legioni che compongono questo “me”.
Dell’obiettivo me ne fotto, anche perché sono obiettivo di mio, così come del raggiungimento di uno scopo, perfino di scopare le case o i corpi, essendo peraltro indifferente agli scoop. Amo le sfide impossibili: so che non potrò leggere in questa vita tutti i libri che ho in casa, che non potrò giocare a tutti i giochi di PS5,6,7 ecc. che sono usciti e che usciranno, che non riuscirò a praticare nuove tecniche e metodologie di batteria, e molto altro ancora. Ma ho ben presente che devo andare avanti, senza titubanze. Nella bonaccia, timone fermo. Nel fortunale barra a dritta. Cerco complici. Gente affine. Miei simili. Fratelli e sorelle. Con costoro vorrei essere al di qua della morale e al di là della decenza. Edifico cattedrali sugli abissi immani assieme ad altri costruttori provenienti da altri mondi.

Questo faccio. Più o meno. Giorno e notte. Abito il Tremendo.

Recensione di “Joker: Folie à Deux” di Todd Philipps

La verità è che Todd Phillips non poteva realizzare seguito migliore al suo “Joker” di successo, e chi critica questo musical noir potrà solo far ricorso ad eventuali problematiche relative al personale gusto (il riferimento alle patetiche stroncature “veneziane” è voluto, eccome) non di certo a prerogative di sceneggiatura, dialoghi, scrittura, regia, plot ecc. Il Joker (confinato e imbottito di psicofarmaci nel manicomio di Arkham) rinasce dagli abissi mentali in cui versa Fleck grazie all’intervento di Lee Quinzel (Lady Gaga), ossia di una sorta di Araba Fenice che dà letteralmente fuoco alle polveri bagnate del narcotizzato prigioniero di Gotham City. Siamo di fronte ad un’opera tragica, struggente e malinconica che trova nel musical la sua consacrazione estetica e nel canto il leitmotiv che unisce il reame della fantasia con quello del Reale. Rispetto ai precedenti cinematografici, alla narrazione dei fumetti, alla storia del personaggio DC Comics, qui è il clown la reale vittima, il manipolato dalla sua amata che sarà la futura madre generatrice del nuovo Joker. In un certo senso siamo sempre a fronteggiare la “maledizione del Joker” di cui Jack Nicholson era stato triste profeta, a subire quel plus di pazzia del personaggio che tracima nel quotidiano degli attori, a confrontarci con la stessa osessione che ha ucciso Heath Ledger ne “Il Cavaliere Oscuro” di Nolan. Ma in Folie à Deux si consuma la fine dell’utopia rivoluzionaria, e la maschera del clown viene deposta in funzione di un’abdicazione assoluta rispetto a ogni istanza di ribellione proveniente dal basso, complice anche l’attuale scenario della politica interna americana che permea il film d’una velata condanna degli anarchismi à la “Tea Party Patriots” dopo i fatti di Capitol Hill. Di fatto è la sincerità dell’antieroe Fleck, la sua redenzione che lo porta a deporre le armi in funzione di riscatto da vinto, da Raskolnikov dostoevskiano, è l’umanità del detenuto brutalizzato che abdica a scatenare le ire delle Erinni che, non più Eumenidi, tornano a liberare il terribile potere femminino contro il traditore della nuova nascente utopia (ecco perché Lee Quinzel spara a Joker durante lo show nella visione anticipatoria di Fleck). Tant’è che è nelle aule del tribunale che si gioca la partita, come nella Grecia di un tempo, e a pagarne le conseguenze è Atena, ossia la Giustizia, la polis, la Legge, il plesso delle nostre regole che mirano a contenere gli effetti della folla nella Società della Sorveglianza. La deflagrazione finale simboleggia l’avvento del Caos in città, scatenata questa volta dalla matriarcale divinità femminea, e a saltare in aria è proprio il Palazzo di Giustizia, il tribunale, ossia il simbolo delle civiltà e delle democrazie occidentali (quasi un annuncio dell’avvento di un nuovo messia, del nuovo anticristo).

Quando la malattia di Fleck diventa dominio del Soggetto muore così l’eroe e con esso il mito. La normalità del disturbo psichico non si confà con la spettacolarizzazione mediatica che attende di fagocitare l’osceno che pur combatte, giacché è proprio la hybris di Joker a provocare a distorsione del circuito della società dello spettacolo. Ecco perché la maggior parte degli spettatori esce dal film delusa, come delusi vanno via dal processo tutti i fan di Joker capeggiati da Lee Quinzel, di fronte alla deposizione finale di Fleck. Il finale, sublime, mostra il cadavere del corpo e il volto di Fleck in primo piano: il suo assassino, sfocato sullo sfondo come uno spettro, incide col coltello con cui ha ucciso Arthur il sorriso eterno sulla sua stessa bocca. Ride, ride e ancora ride. Joker rinasce e non morirà mai.

La crepa nella monade

È in una notte come questa

che gli angeli caddero a frotte 

nei cieli quell’arco di luce

rimase come un graffio in quel pianeta lontano. 

Più tardi sulla Terra 

due folli si innamorarono 

e generarono la figliolanza pazza

che portò caos e terrore. 

Il nesso che lega questi due eventi

così distanti nel tempo e nella ragione 

può essere colto sideralmente

dalle ferite al cuore del veggente. 

L’atto della preghiera feconda 

le terre desolate della logica 

irrora il simbolo che squaderna 

e sigilla porte che non devono

essere mai aperte. 

(Stazzo 4/10/2024)

In questo porco mondo: Pinuccio l’immortale

Pinuccio si credeva immortale fin dai primi giorni della sua nascita. Andava dicendo in paese che la sua non era stata una nascita ma una prosecuzione. Pinuccio si credeva immortale e innatale.

Al bar faceva esperimenti con gli avventori che stavano lì a oziare con il liquore Strega.

Un istante? Che cos’è un istante? Ora? Non c’è più! Ora? Se ne è andato! Se mi fermo all’istante… eccola l’immortalità! Capisci Tuccio? Comprendi Tonino? Mi segui Saretto?

Nessuno sembrava capire. I più lo stavano ad ascoltare stancamene come scogli di fronte ai perenni bisbigli del mare. Al massimo qualcuno faceva spallucce, qualcun altro spegneva la cicca sul portacenere “Campari”.

Pinuccio teneva le sue conferenze sull’immortalità al bar “Italia 90”, che aveva ancora l’insegna tutta sbiadita con quella marionetta orribile in posture arlecchinesche da maniaco omicida. In buona sostanza, Pinuccio asseriva che non sarebbe mai morto e che li avrebbe semmai visti morire tutti, uno dietro l’altro (loro, quelli del bar compreso il proprietario Mimmo) e questa cosa la ripeteva ogni volta che stava per andar via, spazientito dal disinteresse, o dal fatto che gli altri avessero ricominciato a parlare di calcio.

Quando a Pinuccio cadde in testa una trave del solaio, che lo schiacció come una lumaca sotto la suola di André The Giant, molti risero fra denti e dentiere, fra un Biancosarti e un liquore Strega, fra un colpo di tosse e uno scaracchio; alcuni andarono poi a pisciare sulla sua tomba.

Per la cronaca. Sulla lapide fu scritto per sua volontà (riferì il notaio, al bar per un caffè, con quel tono di voce alterata e canzonatoria che si riserva a quelli che non ci stanno proprio bene con la testa, giusto per evidenziare le segrete ambasce di Pinuccio) il seguente epitaffio: Pinuccio Cucé detto l’Immortale, nato lo -0/-0/-0000 e mai morto lo +0/+0/+0000.

(non) Fine

Recensione de“Il tempo che ci vuole” di Francesca Comencini

Raramente mi sono ritrovato a provare emozioni così forti in un film. “Il tempo che ci vuole” di Francesca Comencini è il racconto molto personale di momenti vissuti dalla regista con il padre, Luigi Comencini. È un inno al cinema, alla bellezza dell’arte che fiorisce dai traumi, dalle spine, dalla sofferenza, dalla droga. Inoltre è uno spaccato dell’Italia fascinosa e oscura di quegli anni, della strage di Piazza Fontana del rapimento e dell’uccisione di Moro, ecc. ecc. 

Raramente il nostro cinema contemporaneo si è concesso una prova così potente e al contempo delicata, poetica e violenta, soave e devastante. La regista mette a nudo senza pietà la sua personale “recherche”, e ne vien fuori un affresco di assoluta, adamantina bellezza. Il film raggiunge livelli di densità a tratti difficilmente sostenibile, anche grazie alle straordinarie prove di Fabrizio Gifuni, Romana Maggiora Vergano, Anna Mangiocavallo, densità che non molla lo spettatore neanche per un attimo: nella magia dell’infanzia, nel dramma della tossicità, nella simbiosi del rapporto padre-figlia che trova la catarsi nell’emozionante finale. La ricostruzione della scene girate durante la realizzazione del celebre “Pinocchio”, con la piccola Francesca a impallare il campo della ripresa, le infinite citazioni del cinema del passato così tanto amato da Luigi Comencini, la ricchezza solenne dei dialoghi, regala al nostro tempo una delle migliori opere cinematografiche di sempre. 

Prestate ascolto: non perdetelo. 

Recensione di “Never Let Go” di Alexandre Aja

Quando certa critica è unanime nel liquidare film di questo genere, di solito mi precipito a vederli. Quasi sempre tali approcci cinematografici vengono liquidati e derubricati negli alvei di comodo da parte di una critica ignorante e poco edotta rispetto alle tematiche trattate. Intendiamoci. “Never Let Go” non è un capolavoro, ma è certamente un film interessante che contiene illuminanti intuizioni, girato molto bene e appassionante fin dalle prime scene (lo spettatore è immerso subito entro l’assurdo mondo della madre e dei due figli che vivono isolati nel bosco). Come al solito non parlo della trama, perché la mia idea di recensione è da sempre indirizzata al lettore che ha già visto il film.

Mi limiterò dunque ad analizzare alcune simbologie, lasciando sedimentare eventuali conclusioni a chi legge.

La corda che tiene legati la madre con i due figli ha una funzione concreta e non solo simbolica: rende intoccabili i tre membri familiari alle creature possedute e consente loro un discreto margine di movimento nei dintorni della casa. La natura benedetta della casa-chiesa garantisce protezione e immunità alla piccola comunità dominata dal culto matriarcale.

Il cane “Koda” è il capro espiatorio necessario al sacrificio-nutrimento della piccola comunità: rappresenta la fuga della parte animica, la sottrazione al rito totemico. Tale fuga è viceversa necessaria al sacrificio umano, a sua volta funzionale alla manifestazione del demone-serpente (e dunque al viaggio a ritroso nel tempo, al sacrificio umano).

Il Reale: cosa è reale in “Never Let Go?”. Io penso che tutti i piani della narrazione siano concretamente compresenti nella visione del regista, prova ne è la mano del demone che appare sulle spalle di Sam nella foto scattata alla casa in fiamme. Le critiche alle molteplici interpretazioni dei vari finali possono aver senso solo se si assume una chiave interpretativa di tipo psicologico (la madre è l’unica a vedere i demoni non i figli, siamo di fronte a una psicosi, ecc. ecc.), ma questo criterio è smentito dal prosieguo: sia Sam che Nolan sono costretti ad affrontare le entità malvagie una volta spezzato l’incantesimo della corda.

L’iPhone rappresenta una sorta di oopart, l’irruzione sul piano del Reale di un oggetto appartenente al mondo materico. Né Sam, né Nolan possono del resto sapere cosa è, visto che hanno vissuto isolati in una bolla temporale fuori asincronica (vivono il tempo come kairos, non sul piano sincronico). Anche qui, un sacrificio è necessario (quello dell’escursionista-padre) affinché i differenti piani del reale possano riallinearsi e consentire una dialettica del mondo fiabesco-orrorifico con quello della contemporaneità (penso al motore d’aereo che piomba sulla casa di Donnie in “Donnie Darko”). Solo così sarà possibile salvare i due ragazzi.

Momma è la madre tentata dal Serpente, con evidente riferimento alla “Genesi” biblica, e si suicida nella “serra” precedentemente posseduta dal serpente, ossia nell’Eden domestico. Tramite questo altro atto si conclama la natura oscena della divinità-rettile ed è possibile la catarsi-salvezza dei due ragazzi (ma anche qui, il finale si rivela esser ancora più ambiguo lasciando aperte le ulteriori interpretazioni).

Mi fermo qui per comodità. Moltissime altre sarebbero le considerazioni da fare (il materiale simbolico messo in scena è enorme), su tutte una metaforica sul concetto di limite e confine fra mondi, culture, geografie, nazioni, immaginari ecc. (a tal proposito mi viene in mente il paragone a un film come “Borders”) ma, probabilmente, ciò mi spingerebbe a sconfinare rispetto alla pertinenza di questa recensione.

Che ne posso sapere io da qui?

Settembre il suo miracolo.
Luce surreale come di quadro gotico.
Vento che spazza la sera.
Stanotte ho visto un teschio fra le nubi.
Sorella Morte, carezza sulle guance.
Nella notte il mio respiro è di nessuno.
Inerti fra le coperte giacciamo, a milionate.
Le mie gatte annusano in giardino.
Un aereo solca il cielo perenne.
Gente che va.
Altrove.
Dal letto solo un ronzio.
Giacciamo noi, che ne sappiamo di lor destinazioni,
di lor ambasce e desideri?
Un aereo pieno zeppo come una bomba alla ricotta.
Saranno almeno duecento, esclusi i piloti, gli steward e le hostess.
Gli esseri.
Le gonne.
I bimbi addormentati.
Le hostess coscione.
I mariti.
Chi cambia vita.
Chi vive la routine del viaggio.
Io coi miei pensieri.
Io coi miei problemi.
Nella notte di un borgo di pescatori come Stazzo, che ne posso sapere?
Mi sento come lo sperduto di un atollo.
Piccolo e lontano.
Quanta arroganza in questo mio rimuginare, quasi mi vergogno.
Un aereo va e buca l’occhio della nube-teschio.
Che strambo sberleffo alla vita.
Che strambo sberleffo alla morte.

Stazzo 29/9/2024

COSMOGRAMMA

A ciò che in questa notte muove
alla sciabola nera che fende l’inerte
io tendo per indole e forma
come un soldato al perenne richiamo.

Le rocce silenti bagnate dal mare nero
due gatti rovistano nella differenziata
i lampioni arancioni dell’amministrazione comunale.

Stasi apparente.
Son vigile. Non vivo l’incanto.

Non dal manico afferro la lama
e so bene che ho solo un fiammifero
ma tu fammi guardare ancora una volta
dentro l’abisso delle tue fauci spalancate.

Ancora un’ultima volta.

(Stazzo 21/9/2024)

Francesco Cusa’s DISCOGRAPHY/DISCOGRAFIA

Francesco Cusa’s DISCOGRAPHY 

Su Bandcamp: https://francescocusa.bandcamp.com/music

CUSA DISCOGRAPHY (77cd)

AS A LEADER:
– FRANCESCO CUSA Impasse “su Jacques Prévert” SPLASC(H) Rec. CDH609.2, (1997)
– FRANCESCO CUSA “66six” – Du Démon et d’autres questions – BASSESFEREC 002 – (1999)
– FRANCESCO CUSA “66SIXS”, “Stormy Suite”, Erosha 020 (2009)
– FRANCESCO CUSA & CRISTINA ZAVALLONI Impasse”New original soundtrack for Aurora by F.W.Murnau” – BASSESFEREC 003 – (2000)
– FRANCESCO CUSA “SKRUNCH” “Psicopatologia del serial killer”, IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0001 (2005)
– FRANCESCO CUSA “SOLOMOVIE”, “Isole che parlano”, ICP 001 (2005)
– FRANCESCO CUSA “SKRUNCH” “L’arte della guerra”, IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0006(2007)
– FRANCESCO CUSA “SKRUNCH – Electric/Vocal” “Jacques Lacan, a true musical story”, IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0017(2010)
– FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS: “The Beauty and The Grace” IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2012)
– FRANCESCO CUSA “SKRUNCH” – “”Body-Soul-Spirit” – BUNCH REC. (2014)
– FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS: “Love”, 0043 IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2015)
– FCTRIO (FRANCESCO CUSA TRIO) meets CARLO ATTI – “From Sun Ra to Donald Trump” – CLEANFEED (2017)
– FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS “Black Poker” – meets Duccio Bertini and Florence Art Quartet – Cleanfeed (2018)

– FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS & FCTRIO guest Giovanni Benvenuti “THE UNCLE- Giano Bifronte” – Improvvisatore Involontario-Kutmusic (2019)
– FCTRIO (FRANCESCO CUSA TRIO) “MINIMAL WORKS”- Improvvisatore Involontario-Kutmusic (2023)
– FRANCESCO CUSA “QUEST” – Strange Dreams – feat. EYAL MAOZ – Improvvisatore Involontario (2025)

AS A CONDUCTOR (LEADER):
– NAKED MUSICIANS “A sicilian way to cooking mind”IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0004 (2006)
– NAKED MUSICIANS “Emiliano Culastrisce” IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0014 (2009)
– FRANCESCO CUSA “VOCAL NAKED” – “Flowers in the garbage” – IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2013)
– FRANCESCO CUSA “NAKED MUSICIANS” – “A different way for meditation” IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2024)

AS A CO-LEADER AND SIDEMAN:
– T.A.O. “Amaremandorle”, yvp music 3041 (1994), (feat. Paolo Fresu, Guglielmo Pagnozzi, C.Zavalloni)
– DOMENICO CALIRI Q.ART.AEPTO”Sicilia Jazz Collection, vol. 1″, SPLAS(H) records
– SPECCHIO ENSEMBLE “Suite no. 1 per quintetto doppio”, caicai 005 (1995 Pierrot Lunaire)
– JORGE, C. ZAVALLONI “OPEN QUARTET”, TABULA RASA, T.A.O., SPECCHIO ENSEMBLE “Catalogo Basse Sfere”, (1996 autoproduzione)
– CRISTINA ZAVALLONI “OPEN QUARTET” “Danse a rebours”, yvp music 3053 (1996)
– JORGE “L’inferno dei polli” SPLASC(H) Rec. CD H 463.2 (1996)
26) SPECCHIO ENSEMBLE Compil. “Angelica 1995”, caicai 007 (1996 Pierrot Lunaire)
– ALFREDO IMPULLITTI, KAOS ENSEMBLE e KENNY WHEELER “La geometria dell’abisso”, SPLASC(H) Rec. CDH 638.2 (1998)
– JAZZIN’ENSEMBLE “Najo”, Ideasuoni IDE009, (1998)
– CRISTINA ZAVALLONI “OPEN QUARTET””Come valersi non servilmente di Bertolt Brecht”, CMC 9981-2 (1998) (feat. Michel Godard, Kaos Ensemble)
– CONJURA “Conjura”, ETNAGIGANTE/WHYNOT? 001 (1999)
– SPECCHIO ENSEMBLE “Porcyville”, ida 017, I dischi di Angelica (2003)
– PAOLO SORGE “Trinkle Trio” with Michel Godard and Francesco Cusa – AUAND AU9003 (2003)
– CRISTINA ZAVALLONI “OPEN QUARTET” “When you go yes is yes!” fy 7024 (2003)
– TRIONACRIA “The mystic revelation”, Curva Minore, 001 (1999)
– SWITTERS “The Anabaptist loop”, IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0002 (2005)
– SWITTERS “Jazz Magazine vol. 38” JM38 (2006)
– NURSERY FOUR “Improvised music for imaginary films” IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0003 (2006)
– NURSERY FOUR “Jazz Magazine vol. 50” JM50 (2007)
– PAOLO SORGE & THE JAZZ WAITERS 2007 jazz IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I. 0005
– MIMMO/SERRAPIGLIO/CUSA “A Watched Pot” 2007 AMIRANI REC.006
– RICCARDO PITTAU “CONGREGATION” – “Death Jazz” – IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0007(2008)
– FEET OF MUD “Feet of Mud” IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0009(2008)
– SWITTERS “Current Trends In Contemporary Italian Music Disaster” IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0011(2008)
– FRANCESCO CUSA & SHIRIN DEMMA “On War” AMIRANI REC. 012 (2008)
– “ANTIVATICAN COALITION AGAINST THE HIPPIES RESISTANCE” IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0010 (2008)
– WAR DUO “La Commissione d’ascolto” IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0015 (2009)
– BODY HAMMER “Origins of Body Hammer” IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0016 (2009)
– “SKINSHOUT” – “Caribbean Songs”, IMPROVVISATOREINVOLONTARIO I.I .0020 (2010)
– JARUZELSKI’S DREAM – “Jazz Gawronski” – CLEAN FEED CF211CD (2010)
– SKINSHOUT & XABIER IRIONDO “Altai” – 0024 IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2011)
– GIANNI GEBBIA TRIO “Empedocles” – HORO (2011)
– MAURO CAMPOBASSO &MAURO MANZONI QUARTET “Homage to Stanley Kubrick” PARCO DELLA MUSICA REC” (2011)
– MANSARDA “Mansarda” – 0026 IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2011)
– AURORA CURCIO “D’onde” IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2011)
– MARCO CAPPELLI’S ITALIAN SURF ACADEMY: “The American Dream” (MODE avant 13)
– TAN T’IEN “The Fourth Door” IMPROVVISATORE INVOLONTARIO – 0031 (2012)
– TRY TRIO “Sphere” (Fazzini, Evangelista, Cusa) IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2013)
– SONATA ISLAND “Meets Mahler” (Falzone, Zanchini, Succi, Galante, Senni, Cusa) – (1312) ZONE DI MUSICA (2013)
– FELICE DEL GAUDIO TRIO “Nostalgia” – JAZZ DAILY (2013)
– BASTANDARDS “Plays jazz” – BUNCH REC. (2013)
– FRANCESCO NURRA “Diario di un pazzo” – IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2014)
– MANCUSA “Terra Matta” – BUNCH REC. (2014)
– TAN T’IEN “For Jazz Audio Fans Only vol. 7” – a cura di YASUKUNI TERASHIMA – Japan
– CATANIA VIOLENTA – “Catania Violenta” – SM2800 – SETOLA DI MAIALE
– PAOLO SORGE “TRIPLAIN” – IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2016)
– FRANK SINAPSI “That voice from space” (Enrico Merlin & Francesco Cusa) – KUTMUSIC (2017)
– THE MACHINE 3 “- Dystopia” (Gianni Lenoci, Piarpaolo Martino, Francesco Cusa) – SETOLA DI MAIALE (2017)
– CARMELO COGLITORE QUARTET -“Istante Groove” (Carmelo Coglitore, Giacomo Tantillo, Pino Delfino, Francesco Cusa ) – NAKED TAPES (2017)
– GIANNI LENOCI & FRANCESCO CUSA – “Wet Cats” – AMIRANI RECORDS (2017)
– ITALIAN SURF ACADEMY: “Barbarella Reloaded” (MODE REC 2017)
– SOLITUNES “Fourteentunes” – JAZZIT Rec. (2017)
– ALTOMARIA “Disco Infermo” (Gianni Gebbia, Tony Cattano, Luca Lo Bianco, Francesco Cusa) – Fitzcarraldo Records/ Objet-a – (2018)
– THE LENOX BROTHERS “Township Nocturne” – AMIRANI REC 067 (2021)
– “HUMAN PIECES” (Cusa/Grosso/Groder/Miano) – LEO RECORDS CD LR 925 (2022)
– FRANCESCO CUSA & GIORGIA SANTORO “The Black Shoes” – DODICILUNE RECORDS – ED 528 (2022)
– ROSATO/BARTOLO/GADALETA/CUSA “Another Point Of View” – IMPROVVISATORE INVOLONTARIO (2023)

MUSIC FOR FILM
– “Il Futurismo in Sicilia”, documentario di Salvo Cuccia (2012).
– “Oltre Selinunte” a film by Salvo Cuccia (DVD 2006) Unione Europea e Regione Siciliana.
– “L’Estate di Frank” di Salvo Cuccia, con Dweezil Zappa, Diva Zappa, Massimo Bassoli, documentario 1982. 
– “Il Soldato Innamorato”, di Salvo Cuccia, Prodotto dal Abra&Cadabra con RAI Cinema.
– “La Spartenza”, di Salvo Cuccia, Prodotto da Eleonora Cordaro per Abra&Cadabra con RAI Cinema.
– “Prospettiva Ballarò”, un documentario di Salvo Cuccia Antonio Bellia (2019)

Vademecum iniziatico per viaggiatori dimensionali: “Leggerezza nella Profondità”

Da qualche tempo ho fatto tesoro di questa mia massima: Leggerezza nella Profondità”. Mi è apparsa come una scritta fluorescente su una vetrina di un negozio che frequento abitualmente nei miei sogni (ci vado di notte a comprare cose varie di cui non riferirò in questo scritto). Per attraversare gli abissi infernali giova accompagnarsi di guide spirituali, certamente, ma occorre al contempo prepararsi in maniera adeguata, cogliendo i segnali e le metafore della vita naturale (sulle prove necessarie che il quotidiano ci riserva, sulla propedeutica all’iniziazione delle traversate, rimando ai miei libri pubblicati e ad altri scritti in questo blog).

Pensare di affrontare i viaggi senza essere liberati da fardelli e zavorre è pura follia che peraltro espone molti esagitati a pericoli molto seri, col rischio di divenire facile preda di forze sovrumane di altissimo lignaggio. Chiarirò con parole semplici e di facile comprensione quanto intendo dire, sfrondando il messaggio da tutte le implicazioni simboliche di ordine esoterico ed essoterico: attraversare una palude con zaini, stivaloni, elmetti, corazze e spade non si può. Per attraversare certe zone occorre liberarsi di tutto, essere nudi, pura corporalità, e vivere l’esperienza della levitazione, propria di certi stati meditativi e del sogno, con assoluta convinzione e fede. Nei momenti di difficoltà affidarsi alle guide spirituali e ripetere mentalmente più e più volte la frase: Leggerezza nella Profondità. Personalmente ho sperimentato su me stesso questa formula che mi ha spesso sottratto e salvato da certi gorghi mefitici. Un’altra prerogativa di questo mantra è quella di educarci a sublimare le atrocità che la vita ci presenta, a vivere le malattie, le morti di chi è a noi prossimo, i disagi lavorativi, le miserie, i drammi familiari, le offese, gli inganni, i tradimenti, le umiliazioni come esperienze corroboranti e funzionali a scopi di ben altra natura cui siamo per tendenti per nostre qualità. E qui, per oggi, mi fermo.

Davanti allo specchio

DAVANTI ALLO SPECCHIO

Non sono nessuno, eppure faccio ombra.
Il mio sangue pulsa forte nelle vene, sono solo spettatore.
Ogni cosa mi partecipa d’una estraneità caustica e familiare.
Chi è a me ostile mi è fratello e vive ben nascosto fra le pieghe del percepito.
La prossimità mi disgusta quanto mi completa la spontaneità d’un abbraccio scomposto.
Talvolta sorrido di circostanza rivelando il lato scabroso della mia sincerità.
Bramo la perenne quiete nella maculazione dell’inerte.
Le mie due gatte sono strane, una mi sfugge l’altra mi cerca: siamo una triade perfetta.

(Stazzo 9/9/2024)

Quattro mie composizioni analizzate e descritte con tanto di partiture e ascolti: “Le Lancôme de Lacan”, “Luminal”, “Pharmacology” e “Dopo tanto cirare…”.

1) Per anni ho composto musiche per il mio progetto “Skrunch”. Le formazioni si sono susseguite anche a causa delle elaborazioni tematiche complesse e necessitanti di prove. Ricordo i complimenti di un esaltatissimo Keith Tippett dopo un nostro concerto in quel dì Lentini.
In questo brano “Le Lancome de Lacan”, come evidente dalle partiture, si intersecano le varie melodie nel passaggio fra sezioni. Ma non sprecherò altro tempo in descrizioni, lasciando a chi ascolterà o analizzerà le partiture le ovvie deduzioni.
Con l’andare degli anni, sempre più mi rendo conto che ciò che rimane dell’arte è affare tra addetti ai lavori e dell’ascolto libero di chi è mosso dalla sincera passione. Queste idee le facevo circolare in tempi non sospetti; oggi le rammento per sottrarle all’indifferenza del
Circo Mediatico musicale nostrano.

ASCOLTO: https://francescocusa.bandcamp.com/track/le-lancome-de-lacan

2) In questa mia composizione “Luminal”, mirabilmente eseguita dai miei partner dell’FCT trio Tonino Miano e Riccardo Grosso, gli elementi iterativi e minimali si confrontano con aspetti di disgregazione della forma, in un progressivo “sfaldamento” strutturale che tiene sempre vivo il focus sugli elementi melodici del tema.

ASCOLTO: https://francescocusa.bandcamp.com/album/fctrio-francesco-cusa-trio-minimal-works-2023?t=5

3) Nel progetto “Mancusa”, in duo con Giovanni Mancuso, realizzavamo queste cose anni fa. Questo è un reale esempio di “composizione istantanea”, ossia di una creazione volta a generare una struttura complessa a partire dall’improvvisazione.

ASCOLTO: https://music.amazon.it/albums/B00DYW9QWY?do=play&trackAsin=B00DYW9WMI&ts=1725545266&ref=dm_sh_ZeKLf6KUzqcp7rwtyFhliVGLK

PS: Ovviamente nessun recensore nostrano, fatta eccezione per alcune eccellenze, sarebbe in grado di capire una mazza di tutto ciò: per cui glielo scriviamo (ricordo, per converso, una recensione di una grossa firma del settore che scambió un mio lavoro interamente scritto per totalmente improvvisato).

4) In “Pharmacology” il genio di Valeria Sturba interviene a scomporre e a ricomporre i materiali tematici del tema prima dell’intervento del quartetto.

ASCOLTO: https://francescocusa.bandcamp.com/track/pharmacology-2

A star coi gatti

A star coi gatti poi s’impara

quanto doppia e falsa sia l’umàn natura

⁃ non che i gatti sian da meno

che d’inganni son maestri –

ma coi gatti tu ci vivi come a scuola 

e il metterla in saccoccia a chi si fida  

diventa fine arte da gattara. 

È il loro fondamento esistenziale. 

Al confronto i nostri inganni (vile calco)

son copia assai sbiadita di lór fusa

ché i gatti non t’invitano al ricatto 

né fanno di tue gioie veleno al petto,

la pace del tuo cuor rigenerando 

col vìver al tuo fianco tutti gl’anni. 

Il gatto nulla chiede tutto piglia

non campa per ridarti la pariglia, 

ti dice “questo è tutto non crucciarti,

poi crepi e finisci al Padreterno,

vieni sotto il sole qui a stirarti 

se vuoi ti lascio posto, io m’alterno”. 

Ma l’uomo da lordure è reso empio 

di quell’insegnamento fa cultura 

il tempo d’una nuova seccatura

d’inganni e maldicenze farà scempio.  

(Stazzo 3/9/2024)

#poesie #francescocusa

Claudia Scavone recensisce “Il Giusto Premio” di Francesco Cusa, silloge poetica edita da Robin Edizioni

Un link dove comprare il testo: https://www.ibs.it/giusto-premio-libro-francesco-cusa/e/9791254677124

“Il giusto premio” di Francesco Cusa è un’opera che si distingue per la sua capacità di fondere la narrativa con l’arte del jazz. Cusa, noto musicista e compositore, trasporta il lettore in un viaggio sonoro attraverso le pagine del suo libro. La sua prosa è ritmica, quasi musicale, e ricorda le improvvisazioni di grandi jazzisti, sottolineando l’importanza dell’improvvisazione, anche nella scrittura. Cusa riesce a trasporre questa caratteristica creando un testo fluido e dinamico.
Posso dunque affermare che la scrittura di Cusa in “Il giusto premio” è un’esperienza sensoriale. La sua capacità di evocare immagini vivide e suoni attraverso le parole è straordinaria. Il testo richiama alla mente i poeti futuristi come Filippo Tommaso Marinetti, con la loro enfasi sulla velocità, il movimento e la modernità. Cusa, come i futuristi, rompe con le convenzioni tradizionali della narrativa, sperimentando con la forma e il contenuto. Ma al contempo, la sua scrittura evoca le pennellate di Jackson Pollock, dove ogni parola sembra essere gettata sulla pagina con la stessa energia e spontaneità di una performance dal vivo. La sua prosa è un flusso continuo di idee e immagini, che cattura l’essenza del fundere ex tempore e la trasforma in letteratura. Questo libro riesce a trasmettere la stessa energia e spontaneità di una performance dal vivo. Inoltre, il confronto con i poeti futuristi è particolarmente pertinente: come Marinetti e i suoi contemporanei, Cusa sfida le norme letterarie e crea un’opera che è al contempo innovativa e profondamente radicata nella tradizione artistica. La sua narrazione ricorda anche le opere di Edward Hopper, dove ogni scena è un’istantanea della vita quotidiana, ma con una profondità e una complessità che emergono solo a uno sguardo più attento.
“Il giusto premio” di Francesco Cusa è un’opera che merita di essere letta non solo dagli appassionati di jazz, ma anche da chiunque sia interessato alla letteratura sperimentale. Qui tornano alla mente le allegorie del realismo del Novecento, come quelle presenti nelle opere di Giorgio de Chirico, che si riflettono nella narrazione di Cusa, dove ogni dettaglio sembra avere un significato nascosto, un simbolismo che va oltre la superficie. Il
poliedrico artista catanese dimostra di saper trasportare il lettore in un mondo dove la musica e la parola si fondono in un’unica, affascinante sinfonia.

Cos’è la “liscìa” catanese

Indicata spesso come giustificazione per una ridarella prolungata, la “liscìa” va tuttavia sottolineato che non ha mai niente a che vedere con l’alcol e che, anzi, indica proprio lo stato di leggera ebbrezza che colpisce chi per la verità non ha bevuto nemmeno un goccio.

Io sulla liscìa dovevo prima o poi scrivere qualcosa. I vari tentativi di definizione trovati (come questo qui su in corsivo) non mi hanno mai soddisfatto a pieno. Cos’é dunque la liscìa catanese? È innanzitutto una peculiarità del celiare difficilmente “decifrabile” per altri siciliani, napoletani e romani, che pure hanno un feroce e surreale rapporto con l’ironia, ed è quasi incomprensibile gli abitanti del Nord Italia.

Non ha insomma nulla a che vedere col cinismo toscano, con l’osceno calabrese e neanche col pecoreccio marchigiano. La liscìa è proprio una qualità catanese che mina a rompere il filo del discorso creando un nonsense delegittimante che viene recepito nella giusta maniera solo da chi è geoculturalmente iniziato a questa prassi.

Etimologicamente, cito, il termine ha origini lontane. Deriva dal latino ‘lixa’, ossia ‘ranno’. La parola successivamente nel corso del tempo si è trasformata in ‘lixivia’ ed è passata all’italiano nella forma attuale, ‘liscivia’. La liscivia è una varietà di sapone che si produce (per lavare a mano) sin dai tempi dell’antichità e che viene prodotta con acqua bollente e cenere setacciata. Da qui deriva anche la voce ‘lisciaia’, ossia la stanza dedicata alla pulizia dei panni. Il termine ‘fare la liscia’ lo troviamo anche in Friuli-Venezia-Giulia, ma qui ha il significato letterale di ‘fare il bucato’. La ‘liscia’ indica tutti i panni che non sono stati messi in lavatrice.

Dal mio punto di vista, la liscìa è una sorta di collante tra il Reale, il Simbolico e l’Immaginario, è una sorta di inciampo lacaniano tra significante e lettera. In parole più semplici, essa contiene il farsesco nel suo alveo, ma è composta di molti altri elementi: prova ne è il suo destare sconcerto o fastidio nel ricevente non consapevole

Questa cosa della liscìa ce la portiamo dietro da anni. Forse solo Brancati è stato in grado di farla rampollare nel suo celebre romanzo “Gli Anni Perduti”.

Il catanese fa ampio uso di questa specie di figura retorica che nulla ha a che vedere col bestemmione toscano o veneto. La funzione della liscìa non è mai seriamente “delegittimante”, ma semmai relativizzante circa ogni aspetto del nostro fare, che viene ricondotto nell’alveo di un’indolenza, di uno spleen che rimanda alla noia di un eterno deja vu. La cosa interessante della “liscia”, a mio modesto avviso, è che è eterodiretta. Non ha “direzione”. Il pronunciante ne è parimenti investito ed è permeato della stessa ambiguità peculiare ad ogni rimando semantico. Essa è figlia di un’instabilità geoculturale tutta orientale: qui terremoti, eruzioni, precarietà e dunque impermanenza perculante che violenta continuamente sia il senso che la logica. Lo sfondo della sua teatralizzazione rimane sempre quello di una leggerezza effervescente che non lesina di scagliare venefici dardi. Mio nonno Peppino, per esempio, portava sempre le classiche paste alla domenica. Le comprava in un bar sublime di Mascalucia, ma puntualmente veniva approntata la critica sotto forma di liscìa. Non appena mio nonno metteva il vassoio con le paste in tavola, partivano le “critiche”: “a cchi spacchiu accattasti” (Che schifezze hai comprato), “si ponu ittari nta munnizza” (queste paste si possono gettare nella spazzatura), ecc. Tutto ciò bofonchiavamo mentre, naturalmente, eravamo intenti a divorare tali prelibatezze. Ecco, spiegare una cosa del genere a un veneto (ci ho provato), è impossibile.  Ma liscìa è spesso anche solo rimando gestuale o motteggiante: fare la faccia fintamente interessata e rispondere con un “pazzesco” vale più di mille parole spese. La cosa realmente difficile da far comprendere a un non catanese è che non c’è assolutamente alcun elemento di ingiuria o di reale denigrazione del fare dell’Altro.

Anzi sembra una approvazione per antifrasi, ebbe a suggerirmi l’amico filologo Dario Consoli…

Mi fermo qui. Per ora.

Una mia poesia dedicata alle anime reiette: Resurrection!

RESURRECTION!
È la notte di chi aspetta nel buio con le mani sudate
è la notte di chi palpita e perde un battito
è la notte dei reietti, degli sporchi, dei farabutti
è la notte degli sdentati, degli storpi
dei bambini con l’affanno
è la notte di chi deve decidere con spietatezza
è la notte degli assassini e dei santi mendicanti
è la notte di chi affonda la lama fredda nel ventre caldo dei corrotti
è la notte dello scatto d’ira dei malati terminali negli hospice
è la notte di chi striscia ancora nel fango delle paludi malariche
è la notte di chi si gioca tutto nell’ultima mano di poker
è la notte dei depressi, degli psicotici col cervello in pappa
è la notte dell’azione per i paralitici
è la notte dei cigolii delle carrozzine ribelli degli ingessati
è la notte dei morti ammazzati che scoperchiano le tombe
è la notte degli sventurati crepati per un nonnulla
è la notte dei traditi per interesse, dei derubati dagli amici, dei condannati dai parenti
è la notte dei down, degli spastici furenti e dalla forza erculea
è la notte degli sciancati con i bastoni per aria
è la notte delle sconcertanti grida dei sordomuti
è la notte della vista agli orbi
è la notte di chi morde il lenzuolo e sanguina dagli incisivi
è la notte dei cardiopatici, degli immunodepressi
è la notte degli incontinenti e della
loro merda
è la notte degli animali abbandonati
è la notte dei barboni, dei senzatetto coi loro cani pieni di zecche
è la notte in cui si apre un portale, lì, da qualche parte nella nostra galassia,
è la notte in cui si sente un fottuto, fottutissimo profumo di agrumi.
È la notte di chi perde la dentiera e azzanna con le gengive…

È la vostra eterna, soave, sozza, profumatissima notte.

(Stazzo 24/8/2024)

Claudia Scavone recensisce il mio romanzo “Vic”

Qui un link per acquistare il romanzo: https://www.amazon.it/Vic-Francesco-Cusa/dp/8893414821

Claudia Scavone ha il grande pregio di saper cogliere l’anima delle… cose. La sua recensione ha messo in luce aspetti ancora non esplorati nel linguaggio di quest’opera in eterno divenire che è il mio romanzo “Vic”, soprattutto grazie ai suoi riferimenti all’arte visiva.

Parole chiave: #realismomagico #viaggiointeriore #criticasociale #vorticicromatici #caosinteriore

Grazie.

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“Vic” di Francesco Cusa è un romanzo che si distingue per la sua capacità di esplorare le profondità dell’animo umano attraverso una narrazione che mescola sapientemente realtà e immaginazione. Ambientato nella cittadina di Cotrone, il protagonista Vic si muove in un contesto che riflette le contraddizioni e le complessità della società contemporanea.
Cusa, con una scrittura che richiama il miglior realismo magico, ci offre un’opera che è al contempo un viaggio interiore e una critica sociale. La sua prosa è densa di immagini potenti e di riflessioni profonde, che invitano il lettore a una meditazione sul senso della vita e sulle dinamiche che governano le nostre esistenze. In questo, l’autore catanese sembra dialogare con le opere pittoriche contemporanee degli anni Sessanta, come le tele di Mario Schifano o quelle di Mimmo Rotella, che con il loro uso frammentato e disgregato delle immagini rappresentano le ansie e le alienazioni di un’epoca segnata dal consumismo e dall’omologazione culturale.
Il romanzo è anche una denuncia delle ipocrisie e delle banalità della nostra epoca. Cotrone, con le sue atmosfere sospese e i suoi personaggi enigmatici, diventa il simbolo di un’umanità in lotta contro le proprie sconfitte e le proprie illusioni. In questo senso, “Vic” si pone come un’opera di grande attualità, capace di mettere a nudo le fragilità e le contraddizioni del nostro tempo. Viene in mente l’opera teatrale di Giorgio Albertazzi, il quale, con la sua reinterpretazione di testi classici, è riuscito a scavare nell’animo umano e a rivelare le tensioni sotterranee che lo attraversano, similmente a come Cusa esplora le pieghe nascoste dell’esistenza attraverso il suo protagonista.
Leggendo “Vic”, non si può fare a meno di pensare non solo ai capolavori della pittura italiana rinascimentale, come “La Nascita di Venere” di Botticelli o “La Vocazione di San Matteo” di Caravaggio, ma anche alla pittura astratta di Emilio Vedova, con i suoi vortici cromatici che evocano il caos interiore e le turbolenze dell’animo umano. Allo stesso modo, il romanzo di Cusa ci porta a riflettere sulle nostre scelte e sul nostro percorso di vita, rendendo palpabile il conflitto tra l’essere e l’apparire, tra la verità intima e l’inganno della superficie.
Inoltre, “Vic” evoca l’atmosfera di film iconici come “La Dolce Vita” di Federico Fellini, con la sua critica alla superficialità della società moderna, e “Il Postino” di Michael Radford, che celebra la poesia e la bellezza della vita quotidiana. La scrittura di Cusa, a tratti visionaria, riesce a coinvolgere il lettore in un’esperienza quasi onirica, dove i confini tra realtà e immaginazione si fanno labili e incerti. Questo continuo scivolare tra mondi diversi ricorda le incursioni teatrali di Albertazzi, che non ha mai avuto paura di esplorare l’irreale e l’inconscio, proprio come Cusa osa fare nel suo romanzo.
In conclusione, penso che “Vic” sia un romanzo da leggere e che vada meditato. Da offrire per la sceneggiatura di un film o per un adattamento teatrale. È un’opera che ci invita a riflettere sul nostro modo di vivere e di percepire il mondo, offrendoci uno specchio in cui riconoscere le nostre paure e le nostre speranze. Un libro che lascia un segno profondo nell’animo di chi lo legge”.

C. Scavone

Dario Consoli recensisce il mio romanzo “Vic”

Un link per acquistare il libro: https://www.amazon.it/Vic-Francesco-Cusa/dp/8893414821

Dopo alcuni anni il mio romanzo “Vic” continua a nutrirsi di svariate interpretazioni intorno alla sua trama e alla complessità della sua struttura. È stupefacente constatare quante cose siano emerse e quante altre, probabilmente, ancora potrebbero affiorare nel prossimo futuro relativamente a quest’opera in perenne divenire. Sono particolarmente grato all’amico e filologo Dario Consoli per questa analisi così pertinente e ricca di spunti. Prima di lasciarvi alla lettura della sua recensione, sento il bisogno di rimarcare alcune sue intuizioni che pochi finora avevano decriptato, prima di Dario.

1) In questo romanzo si ritrovano classiche strutture ritmiche, per esempio molti endecasillabi (a caso, p. 29: “Poter tornare a casa nel pallore / sghembo delle lampade e di quel mesto / illuminar del disadorno senza / sentire quello strazio, quella nenia…”), come dicevo in un’ambientazione d’invenzione e piena di influenze culturali e al tempo stesso vividamente informata da quanto possiamo sentire come “mezzogiorno” del mondo occidentale, al tempo stesso micro e macromondo.

2) Fondamentale anche il rapporto con il femminile, anzitutto con il personaggio di Sally, cioè Alexandra (“Colei che protegge l’uomo”), donna fondamentale che mi ha fatto ripensare alla Annie del primo Woody Allen. Dato che si parla di nomi, noto en passant che Vic è nome monosillabico come il nome d’arte di Cusa, Frank, e come questo comincia con suono labiodentale, particolarmente evocativo e musicale, e termina con il beat secco di una velare. Ma il personaggio è come uno stuntman che somiglia all’autore solo di spalle, come è noto.

3) Della poesia ultima, spirituale e metafisica si diceva: c’è un soggetto che percepisce e un soggetto che è percepito, e diventa soggetto del racconto oggetto del racconto stesso, soprattutto in un punto particolarmente importante, al capitolo 27 (numerologicamente: 3×9), laddove si cita la “Cosa Pulsante”. E c’è anche questa vita di provincia, la parte più comica e dannata, di cui non svelo nulla.

4) L’ultimo personaggio femminile, la Linda che appare e poi sembra dover scomparire altrettanto velocemente: è un punto importante, che apre all’altro linguaggio della grande cultura di Cusa che, oltre quella ritmica, cinematografica e linguistico compositiva, ha anche una conoscenza di filosofia e di pratica yogi, il che aiuta a capire questa compresenza dei due universi che, proprio in questa cittadina di questo Sud, questo Cotrone, trovano l’anello che non tiene, il buco nel cielo di carta – dove riusciamo a scoprire, a liberare l’ingranaggio di questa realtà che sembra illusoria, o che sembra una realtà, e non sappiamo cosa sia, se non a chi sia dato di contemplare l’ottavo e ultimo stadio, nella fusione tra osservante e osservato.

“Vic” di Francesco Cusa, romanzo di un mondo da scrivere
 
Romanzo di potente concezione, con struttura articolata e a sorpresa fino all’ultima pagina, capace di dischiudere strutture metriche classiche entro una prosa sferzante e immaginosa, “Vic” di Francesco Cusa è una storia di provincia del Sud che si fa metafora del cosmo.
Come in una Macondo più spietata e disseccata, i vissuti di Vic – alla fine che importa se veri, o se solo sognati? -, anima morta e al contempo illuminata, che agisce comicamente e profetizza in visione, si accendono nel corto circuito con le ombre dei suoi trapassati, in viluppi elettrici che animano il breve agitarsi delle scene umane e delle relative passioni: osceni incontri erotici, amicizie ineffabili, liti e maneggi nell’Italietta dei bar, delle amministrazioni locali e dei festival musicali si susseguono, in un crescendo blasfemo e straziante, tra i molti incipit di un romanzo cornice in perpetuo ricominciamento.
Da leggere immaginando di illuminarlo con le luci di David Lynch e l’ironia di Woody Allen, ma con contrappunti della commedia erotica all’italiana, questo libro non abbandonerà la vostra memoria, ma saprà nidificarla con le arpie della poesia estrema: quella che interroga il senso tragico della vita, il suo sbattere alle soglie di un “Oltre” non verificabile tramite i sensi materiali, ma “Cosa Pulsante” di ferita e divina entità.
 
In questo romanzo si ritrovano classiche strutture ritmiche, per esempio molti endecasillabi (a caso, p. 29: “Poter tornare a casa nel pallore / sghembo delle lampade e di quel mesto / illuminar del disadorno senza / sentire quello strazio, quella nenia…”), come dicevo in un’ambientazione d’invenzione e piena di influenze culturali e al tempo stesso vividamente informata da quanto possiamo sentire come “mezzogiorno” del mondo occidentale, al tempo stesso micro e macromondo.
Fondamentale anche il rapporto con il femminile, anzitutto con il personaggio di Sally, cioè Alexandra (“Colei che protegge l’uomo”), donna fondamentale che mi ha fatto ripensare alla Annie del primo Woody Allen. Dato che si parla di nomi, noto en passant che Vic è nome monosillabico come il nome d’arte di Cusa, Frank, e come questo comincia con suono labiodentale, particolarmente evocativo e musicale, e termina con il beat secco di una velare. Ma il personaggio è come uno stuntman che somiglia all’autore solo di spalle, come è noto.
Sally è l’unico personaggio femminile amato; si suddivide poi in tre parti, possiamo dire, perché di lei c’è un doppio Doppelgänger: Luisella (lui + Sally = Luisella?) ma poi alla fine c’è anche Linda, bellissimo personaggio, donna infermiera taumaturga che lo curacon l’amore,
ad Vici intellegendam operam.
 
Della poesia ultima, spirituale e metafisica si diceva: c’è un soggetto che percepisce e un soggetto che è percepito, e diventa soggetto del racconto oggetto del racconto stesso, soprattutto in un punto particolarmente importante, al capitolo 27 (numerologicamente: 3×9), laddove si cita la “Cosa Pulsante”. E c’è anche questa vita di provincia, la parte più comica e dannata, di cui non svelo nulla. Tragico ed esilarante all’inizio, l’io vile di Vic subisce poi una catarsi, conseguendo un’evoluzione che sorprende e interroga il lettore.
Il libro ruota su tre temi: il primo è il sesso che da subito emerge, con dei rapporti che hanno urgenza conoscitiva, gnoseologica; il che è sempre una risposta al secondo tema, ed è quello della morte – improvvisa, irrazionale, scandalosa – di molti personaggi che solo in apparenza così scompaiono, perché poi ritornano e fanno parte del ricco sistema della vita spirituale del protagonista; un terzo tema è quello dello scandalo: dello scandalo dell’esistenza così com’è, comica e profonda, com’è appunto nella vita di provincia di questo paesello italiano, che si intuisce potrebbeessere siciliano o calabrese: Cotrone.
Nel baretto in cui avvengono ulteriori congressi carnali e altre epifanie di personaggi, vedo lo scandalo dell’esistenza che è sempre votata all’impermanenza e alla morte. La saggista e psicologa Daniela Marra ha giustamente osservato, recensendo “Vic”, che in questo libro i morti sono più vivi dei vivi.
L’ultimo personaggio femminile, la Linda che appare e poi sembra dover scomparire altrettanto velocemente: è un punto importante, che apre all’altro linguaggio della grande cultura di Cusa che, oltre quella ritmica, cinematografica e linguistico compositiva, ha anche una conoscenza di filosofia e di pratica yogi, il che aiuta a capire questa compresenza dei due universi che, proprio in questa cittadina di questo Sud, questo Cotrone, trovano l’anello che non tiene, il buco nel cielo di carta – dove riusciamo a scoprire, a liberare l’ingranaggio di questa realtà che sembra illusoria, o che sembra una realtà, e non sappiamo cosa sia, se non a chi sia dato di contemplare l’ottavo e ultimo stadio, nella fusione tra osservante e osservato.
 
Per la mia esperienza di lettore, soprattutto di letteratura modernafino agli ultimi anni del Novecento, l’ultimo grande scrittore che ho riconosciuto è stato Gesualdo Bufalino. Da allora, non mi era capitato di rimanere tanto stupito leggendo un’opera contemporanea. Perché questo libro, al di là della piacevolezza, è un romanzo potente che resta nella memoria e vi lavora dentro, anche a distanza di anni dalla prima lettura. E quando lo riprendo mi accorgo che non riesco a interpretarlo con i semplici strumenti della ragione, il che significa che bisogna trovare un’altra strada per farlo. È anche un romanzo estremamente divertente, con personaggi che sembrano abitare in una provincia un po’ italiana e un po’ no, anche sudamericana: il mondo della provincia in cui si nascondono tante anime smarrite, ferite, appunto come tanti Vic, e che poi sono anime autentiche a cui la letteratura, almeno dall’Ottocento in poi, ha affidato i destini più significativi, dal romanticismo in poi, qui con la mediazione supplementare del cinema. In un contesto spiazzante alla Lynch, con un turpiloquio che ricorda il raffinatissimo Catullo, turpissimo quando si deve. E, come dicevo sopra, con tanto di endecasillabi classici discioltinella prosa.
 
Dal citato capitolo 27, alla p. 117:
La verità è che stavolta l’Ipotetico Editore era nel giusto. Ilproblema è, e sarà sempre, quello di tracciare un confine netto tra fantasia e realtà. Dov’è finito quell’essere sublime? Giacché tanto più vera mi appare infatti Linda adesso che non c’è più. […] Mi sento in trappola, o meglio, non riesco a prendere più le cose per il giusto verso. Coesistono in me (ormai penso di averlo inteso dopo anni di introspezione) due universi, due realtà antitetiche, una sorta di geocentrismo e teocentrismo in costante simbiosi: il mondo reale (il Big Bang, l’universo materico, Cotrone, mia madre, il bar Il Bussolotto, il jazz, i culi, ecc.) quale emanazione di un Primo Motore, dal fuori da me, e il mondo fantastico (gli spettri, l’Ipotetico Editore, Linda, mia madre zombie, […] ecc.)che si propaga dall’intimo del mio sentire irraggiando l’Ovunque:in mezzo, fuori, dentro, ovunque vigila la “Cosa Pulsante”.
 
Per concludere, proverò a rispondere alla domanda ultima che l’autore pone al lettore di questo romanzo-mondo: Vic esiste o non esiste nel mondo reale? Per me direi che esiste eccome, maaggiungendo la doverosa postilla: Don Abbondio, esiste o non esiste? E Sancho Panza? Sono personaggi che probabilmente non sono mai esistiti, ma sono stati visti, peraltro con umanissimi difetti, da un’anima di poeta – e non ce li ricorderemmo se non fossero nati così. E, al tempo stesso, nati subito vivi e presenti nell’eternità del gesto di Iside, nel gesto dell’opera d’arte.
 
Dario Consoli

L’Annuncio

Le ultime olimpiadi sono state il
manifesto globale della nascita del nuovo sapiens. L’annuncio. Difendere “posizioni” in questo momento storico di radicale cambiamento, anche da un punto di vista temporale, ossia di ontologia del tempo in senso heideggeriano (non vi spiego perché), è semplicemente ridicolo. L’attentato è al buon senso: quello è/sembra un uomo/ha la forza di un uomo. Stanno manipolando la naturale facoltà del dubitare: “sta realmente accadendo questa cosa?/ a me pare un uomo/ ha sembianze maschili”. Pian piano ci si addentra verso l’uniformizzazione annunciata da Guenon e che oggi viene declinata in mille altri modi allo scopo di indorare la pillola, modalità che tanto piacciono ai reazionari inconsapevoli di certa sinistra chic, al contempo carnefici e vittime in quanto principale destinatari dell’investimento ideologico-culturale in atto (il famoso Clero Mediatico, secondo Costanzo Preve: docenti, alta borghesia, mondo dell’arte, accademia, investitori, medici e sanitari, ecc. . Eccola la tirannia del “diritto civile” sbandierata come vessillo, un paradosso che genera stratificazioni ideologiche in perenne contrasto fra di loro. Si chiama: introduzione alle nuove realtà implementate. Ma se non giocate alla PS5 non capirete mai come e quando ve lo hanno messo in quel posto (il fallo fantasma di Lacan).

Vero o falso: fenomenologia dell’informazione nell’era dei debunker

Oggi dire la “verità” significa arrivare per “primi” a dare una notizia. Quindi oggi non possiamo accedere ad alcuna “verità” per tramite dei media, giacché a prevalere sono le logiche del Circo Mediatico e dei suoi comprimari al servizio del potere. Diffidate delle notizie dei media e avrete fatto un passo sincero verso ciò che i greci definivano aletheia. Come? Aspettate qualche tempo e vedrete la “notizia sensazionale” deteriorarsi e rivelarsi per ciò che è: quasi sempre una menzogna. Una volta appurato ció, non vi rimane che di dubitare a prescindere da tutto ciò che vi viene propalato come fatto di scienza, resoconto di guerra, dispaccio metereologico, notizia “verificata”. Evitate come la peste poi, tutti coloro che si presentano dietro i paraventi del “debunker”, giacché costoro sono i primi maggiordomi al servizio della nuova teologia scientista: cicappari, “bufalari un tanto al chilo”, “openacciari” al soldo dei Chicco Mentana di turno, ecc.
Infine, non cadete nel tranello della “datità”: buona parte delle analisi di peer review sono frutto di manipolazioni da parte degli Richard Dawkins di turno (per le stesse ragioni di cui sopra). La conoscenza è tutto fuorché riduzionismo scientista, e l’informazione non è per sua natura mai veicolo di verità.

Se assumete questo atteggiamento, avrete da un lato parecchi nemici e dall’altro poche persone speciali da frequentare: costoro renderanno la vostra vita degna d’essere vissuta.

Catania e gli asini raglianti

TEMA: CATANIA E GLI ASINI RAGLIANTI.
SVOLGIMENTO: “A Catania ci sono tanti asini raglianti che pensano di avere le ali. Scrivono in maniera sgrammaticata, ma hanno velleità di volo. Ad esempio omettono gli accenti perché il ragliare li rende impazienti. Ci sono anche esemplari di pony-nani che si credono angeli volanti ma che sono anch’essi dei piccoli asini raglianti. Gli asini raglianti ridono a ogni loro ih haaa e non sanno di ragliare proprio quando provano a ridere: ciò è molto divertente. Io non ne conosco molti, ma mi hanno segnalato in particolare (omissis) e anche (omissis), e pure (omissis).
Una caratteristica degli asini raglianti di Catania è questa: quando ti incontrano ti fan festa, ma guai a dar loro le spalle mentre ragliano, perché cominciano a tirare dei tremendi calci approfittando della tua fiducia. Quest’ultima loro modalità é peculiarità indispensabile al fine di essere accettati nella congrega degli “Asinacci Ruffiani” (gli asini che hanno smesso di ragliare a furia di origliare dopo anni di indottrinamento). Questi ultimi sono asinacci che ricoprono cariche importanti e sono molto devoti alla comunità degli “Asinacci Sommi”, ossia dei possessori di mitRAGLIA, una sorta di un copricapo che spara ragli a raffica. Il problema è che gli Asinacci Sommi sono davvero cattivi, anche se apparentemente progressisti e a favore dei diritti umani, e ciò comporta una sostanziale frustrazione per gli Asinacci Ruffiani che vengono sfruttati loro malgrado. Gli asini raglianti fumano e si ubriacano. Creano profili di asini raglianti falsi sui social e agiscono sempre in gruppo. Mio papà una volta ne ha incontrato uno che piangeva ragliando perché era stato abbandonato da un’asina vera. L’indomani costui stava a scrivere cose caustiche sulle bacheche dei non asini come se nulla fosse accaduto. La qual cosa – il racconto di mio papà, intendo – mi ha fatto ridere molto ma anche un po’ preoccupare. Alle scuole degli Asinacci Sommi esistono specifici corsi per asini raglianti che sognano di essere angeli volanti. Questi corsi educano gli asini raglianti alla razionalità, alla scienza correttiva che porterebbe loro pian piano alla definitiva soppressione di ogni fantasia di volo. Ciò rende gli asini raglianti facilmente controllabili: basta dar loro in pasto un’ideale progressista in cui credere al posto della mezza birra, e allenarli a discreditare i non asini. Tra le conseguenze peggiori di tale processo coercitivo è evidenziabile quello della loro trasformazione in artisti del raglio inconsapevole (il loro raglio non è più udibile alle loro orecchie e viene percepito come discorso razionale e logico, in parvenze d’irresistibile fascinazione creativa per la comunità assuefatta e plaudente degli asini raglianti della città). Fine. Firmato: Agata Non Asina Pulvirenti – Quinta D.

In questo porco mondo: il signor Niente

Non ne poteva più di se stesso, del suo nome, della sua vita. Così decise di andare all’anagrafe e di farsi cambiare nome. Scelse di chiamarsi Niente di nome e Niente di cognome. Sì sentì sollevato. Si sentì leggero come una piuma. Il suo tormentato passato, zac!, cancellato in un istante.

Dopo poco cominciarono i problemi. La gente parlava, opinava, discettava, dialogava, esclamava, ciarlava, battibeccava, litigava, biascicava, controbatteva, menzionava, annunciava, ammoniva, minacciava, sentenziava, argomentava, censurava, offendeva, rispondeva, domandava.

“Non voglio niente” (e si deprimeva perché si sentiva detestato).

“Non ho niente da fare” (e si sentiva uno sfaccendato).

Niente di nuovo da vedere” (e si sentiva obsoleto).

“Vabbè, meglio di niente” (e si mortificava ritenendosi il peggiore di tutti).

“Stai lì a non far niente mentre io mi spezzo la schiena tutto il giorno!” (e si sentiva emulato nell’esser fannullone).

“Ma davvero non hai preso niente?” (e si sentiva scartato pregiudizialmente)

Realizzó che a vivere così non ci avrebbe guadagnato un granché rispetto a prima. Tornó di corsa all’anagrafe a riprendersi il vecchio cognome di famiglia: Abbracciante. Questa volta però come nome scelse Tutto al posto di Totuccio. Tutto Abbracciante.

Ma questa è un’altra storia…

La Boldrini e la Schlein nel remake di: “Anche gli angeli tirano di destro”.

Ormai il vero fascismo è nei valori di questa “sinistra” woke-gender-fluid-arcobaleno-boldrinara-schleineniana, a sua volta prodotto finanziato da poche cordate di plutocrati che hanno in mente di governare il sacrosanto cambiamento e di direzionarlo verso prassi speculative volte all’uniformizzazione e all’omologazione delle menti (salto di specie dopo il limite di encefalizzazione raggiunto). Il fine è solo apparentemente di natura speculativo-finanziaria. Dietro ci sta il controllo delle nuove implementazioni tecnologiche che stravolgeranno la percezione del Reale nei prossimi cinquant’anni.
Quanto è accaduto in queste olimpiadi è increscioso. Penso si sia giunti a un limite difficilmente tollerabile. Come nel caso dell’esperimento globale di controllo delle masse conseguente al covid, anche in queste olimpiadi sono emerse le inettitudini relative alle brame di queste bestie che governano il cambiamento. E come per il covid-19, le truppe del clero mediatico saranno costrette a fare ammenda, ben prezzolate da chi è troppo inetto per nascondere i reali obiettivi.
La cosa che più mi fa ribrezzo, é il constatare quanto accecati siano gli armenti progressisti – di cui posso vantare, ahimè, parecchie amicizie e conoscenze – sempre pronti a slinguazzare come cani da guardia del nuovo ordine, replicanti e kapó al servizio di un potere fascista e del tutto privi di capacità critica e dialogica. Essi vivono nella grotta platonica, dannati alla continua esposizione di vessilli contenenti slogan relativi ai diritti civili. Pensano di combattere il “fascismo” di altrettanti imbecilli come loro, anch’essi comparse inconsapevoli di una rappresentazione teatrale di cui non conoscono il copione. Povere creature: quando capirete che parcellizzando la libertà si rendono le pecore ancora più mansuete e controllabili?

PS Ecco un gesto eroico. Quello della Carini. Questo vale più di mille manifestazioni di protesta. Di fronte al limite biologico l’idiozia si arresta. Un pugno in faccia vi seppellirà.

Il vizietto del discredito

Oramai siamo alla ghettizzazione del pensiero dietro comodi slogan. Si presume che l’interlocutore sia una sorta di replicante in aderenza col parere e le ideologie di comodo. Rammento il Bateson in “Mente e Natura” che mostra come il meccanismo del discredito si attivi proprio modificando in modo strumentale e brutale le mappe (e le relative affabulazioni che ne conseguono), e dunque la percezione dei territori e delle fenomenologie di chi si troverà investito da quelle narrazioni. Si eleva continuamente lo stereotipo a stigma. Questo non aiuta una dialettica della
conversazione e la relega al mero significato di adesione e appartenenza. Questa modalità è tipica dei nuovi alfieri del Clero Mediatico: docenti universitari, filosofi televisivi, radical chic da salotto DEM, femministe iraconde, fautori della woke culture. Ma il “Gorgia” di Platone che fine ha fatto?

Dell’incomunicabilità

Il caldo tormentava il luglio
boccheggianti gli italiani
giocavano a capirsi
ma
il linguaggio tesseva trappole
e
la gente si detestava
le mogli urlavano ai mariti
i trans sputavano in faccia alle lesbiche
i figli si picchiavano con gli altri figli
perché un “ma” poteva essere un’arma
e l’uso dell’asterisco graffiava la lingua.

Così
prese a fare ancora più caldo
e
le strade si scioglievano nella canicola
l’acqua mancava
e
pure l’elettricità andava e veniva
quindi
i condizionatori si sfasciavano
ma
gli italiani continuavano a parlarsi addosso
nell’affanno dei quarantaquattro gradi
“te l’avevo detto”
“perché urli”
“piantala”.

Presero a morire i vecchi
la gente si parlava in faccia
si perculava sui social
si insultava su telegram
ma i morti cominciavano a puzzare
a sciogliersi nel catrame dell’asfalto
e
l’odore della putrefazione
diventava sempre più l’ala nera
di un’Apocalisse linguistica
d’una Babilonia puzzolente
talmente puzzolente da indurre le divinità
a chiudere le porte dell’Olimpo.

Così
una volta serrate le porte
si fece finalmente un gran silenzio
e tutti gli italiani prestarono orecchio
al clangore di quelle tre mandate
e per la prima volta
dalla storia dell’unificazione
gli italiani presero atto e consapevolezza
d’esser rimasto l’unico popolo
abbandonato dell’Universo.

(Stazzo 26/7/2024)

La visione di Coglitor Carmèllo, da Furci cantór e menestrello

Stava in Furci un menestrello/che di nome fa Carmello/di talento Coglitore/fu di banda suonatore.

Col suo piffero incantava/la madama che passava/ma da sempre avea in mente/di coinvolgere sua gente.

Così giunto a mezz’età/sollazzato sul sofà/ebbe in conto di creare/un evento in riva al mare.

Salutare dal mattino/l’albeggiare del divino/poi la sera nel piazzale/un bel numero orchestrale.

Questo in pratica il progetto/confidando nell’effetto/dell’estate balneare/d’una Furci in riva al mare.

Cominciando pian pianino/ogni passo fa un gradino/prese forma da un granello/la vision del menestrello.

Possa esser d’auspicio/come un fuoco d’artificio/tal messaggio musicale/diventare nazionale.

Il mio cinquantottesimo compleanno


Ieri 20 luglio dell’anno del Signore 2024, ho avuto l’infelice e perfida idea di festeggiare l’approssimarsi della mia dipartita invitando un logoro drappello di gente disagiata e con problematiche psichiche e di lallazione in quel di Zo.
Lo scopo reale di questo esperimento era quello di approfittare delle donne single con la scusa del compleanno, e di tentare in maniera subdola di portare una eventuale malcapitata alla pazzia. Una serata infernale, costellata di discussioni idiote e di una crapula senza decoro. Gente con problemi pressori, donne in preda allo sconforto della menopausa, uomini aggrappati con le unghie in difesa della pensione, sportivi abbronzati male col mocassino basso, cicliste abbandonate da piccole in un brefotrofio, nani senza circo, illustri sconosciuti in calca nel tentativo di scroccare una fettina di torta alla fragola, maggiorate che mi sbattevano le tette in faccia ben consapevoli del fatto che non avrei capito, gente anonima di passaggio che mi salutava e faceva gli auguri con partecipazione affettata e non richiesta, cantanti jazz in sovrappeso provenienti d’Oltreoceano, ecc.
Le discussioni, totalmente prive di senso, andavano a infrangersi contro le magliette sudate con un “pop” che solo io ero in grado di udire. I minuti non passavano. Le ore tardavano a morire, e io come una sorta di papesso rincoglionito non facevo altro che annuire con la testa, col fare ciondolante che solo certi nonni hanno alla fine di un percorso duro di vita: la testa si muove ora a destra ora a sinistra; non sento un cazzo; rido quando si fanno discorsi seri. Sembravo un misto fra Biden al Congresso e Trump dopo l’attentato.
L’importante era dunque uscire trionfatore e col pugno alzato. Così ho fatto al momento dei regali, ossia del portato che ‘sta gente per me insignificante ha realizzato per mero senso del dovere, disprezzando il momento del mio invito e maledicendo la necessità di dover uscire nella canicola per acquistare un manufatto di cui nessuno avrà memoria. Percepivo l’odio dietro quei sorrisi, e al ticchettio
di ogni brindisi andavo comparando il macabro suono del rintocco delle campane a morto. Alla fine ci siamo dispersi come dei profughi messicani una volta valicato il confine, e dopo una feroce lite per il conto da pagare.
Ciononostante siamo ancora qui a raccontarla: vi auguro di non passare mai una serata simile da protagonisti.

Regali: un libro di De Sade edizione economica preso dalla cesta di un rigattiere, un anello da poker risalente a sorpresa da uovo di Pasqua del ‘79, il classico buono libri che toglie le rogne del regalo, una tavola da impalcatura schiodata, una camicia da ospedale mai usata da qualcuno morto durante il Covid, un foglio da panificio con su scritto “un pantalone da ritirare”.

Con: Dario Consoli Stefano Gresta Giù Seppe Q Sa Francesco Gennaro Patrizia D’Antone Daniela Marra Paolo Anile Viviana Valentini Daniele Conforto Antonio Barbagallo Max Patos Silvia Raudino Gabriella Caruso Vincenzo Gangi Rossella Russo Eleonora Salice Antonella Basile Martha Guarnera Francesco Cusa Tiziana Balestri

Le piccole disavventure dell’ibridato sapiens che si sentiva onnipotente.

Non esiste nessun essere umano che non sia frutto di ibridazione. Noi siamo “artificiali”. Il soma è artificiale. Lo sapevano millenni fa gli antichi rishi. “Automa” non significa nulla. Ciò che creeremo (androidi o similari) sarà la nostra implementazione, saranno i nostri figli, la nostra evoluzione che seguirà processi segnati da ben altre direttive cabalistiche.

Fin quando penserete alla ridicola separazione tra uomo e macchina, non ne verrete a capo. “Deus Ex Machina”: eccola l’irruzione sul piano del Reale del Demiurgo dal Settimo Cielo. “Sopra”, dopo lo spazio dell’Ogdoade, ci sta molto altro. Rassegnatevi: dalla sephirah in cui siamo collocati possiamo solo ingraziarci il Fato (vedi Ulisse). Purtroppo poi è sopraggiunta la bestemmia del libero arbitrio, di cui la follia scientista è l’ultima emanazione abominevole.

“Deus ex machina è una espressione latina. Il latino “Machina” (che in italiano significa “macchina”) viene dalla parola greca “Mechanè” e l’espressione “deus ex machina” viene dal greco ἀπὸ μηχανῆς θεός (“apò mēchanḗs theós”).
Il significato letterale è “divinità che scende dalla macchina”.

Le piccole disavventure dell’ibridato sapiens che si sentiva onnipotente.

Non esiste nessun essere umano che non sia frutto di ibridazione. Noi siamo “artificiali”. Il soma è artificiale. Lo sapevano millenni fa gli antichi rishi. “Automa” non significa nulla. Ciò che creeremo (androidi o similari) sarà la nostra implementazione, saranno i nostri figli, la nostra evoluzione che seguirà processi segnati da ben altre direttive cabalistiche.

Fin quando penserete alla ridicola separazione tra uomo e macchina, non ne verrete a capo. “Deus Ex Machina”: eccola l’irruzione sul piano del Reale del Demiurgo dal Settimo Cielo. “Sopra”, dopo lo spazio dell’Ogdoade, ci sta molto altro. Rassegnatevi: dalla sephirah in cui siamo collocati possiamo solo ingraziarci il Fato (vedi Ulisse). Purtroppo poi è sopraggiunta la bestemmia del libero arbitrio, di cui la follia scientista è l’ultima emanazione abominevole.

“Deus ex machina è una espressione latina. Il latino “Machina” (che in italiano significa “macchina”) viene dalla parola greca “Mechanè” e l’espressione “deus ex machina” viene dal greco ἀπὸ μηχανῆς θεός (“apò mēchanḗs theós”).
Il significato letterale è “divinità che scende dalla macchina”.

Essere un artigiano del 2024: la cura dell’apprendimento

Da almeno cinque anni la mia vita è cambiata. Accantonati gli sciocchi ardori, vivo le mie giornate con densità assoluta. È una sorta di centratura, di focus inerente l’eterno apprendere come missione di vita. I concerti sono diventati pochi e di qualità. Pubblico dei cd, e svariati libri di poesia, saggistica, narrativa per evidenziare il flusso vettoriale del mio percorso artistico. Curo il mio blog, la mia pagina YouTube: ogni cosa è ordinata per capitoli e playlist. Come docente in conservatorio cerco di sensibilizzare gli allievi in direzione di un percorso critico e di ascolto costante. La mia reale attività si svolge in altri momenti della giornata. Ho sostanzialmente abbandonato il concetto di svago e vacanza, e ogni mia giornata, al di fuori degli impegni, si svolge secondo regole certosine, quasi da abbazia. È una sorta di responsabilizzazione che mi conferisce piacere proprio per il suo aspetto di ricerca illimitata, vincolata dall’urgenza che è relativa alla deperibilità del nostro essere fisico. Devo molto al disturbo dell’equilibrio che mi ha colpito da dieci anni a questa parte. Grazie ad esso e al disagio quotidiano relativo, sono riuscito a selezionare un modus operandi che mi rende felice e mi appaga dello stare al mondo. Non solo; grazie a tale disagio ho imparato a godere di ogni singolo piacere che lo stupore della vita sa riservare. Quando arrivano le crisi, tremende, penso a quando poi apprezzerò lo stato di benessere una volta che saranno passate. Dopo tanti anni di yoga e grazie alla conoscenza di Eric Baret, ho capito che dovevo smettere di praticare questa disciplina di conoscenza, e di dedicarmi ad altro, a ciò che è più consono alla mia natura. Così sono cominciate ad accorrere le anime belle, e ho avuto modo di conoscere esseri straordinari, a me affini, di selezionare e praticare la disciplina del dire quel che penso senza indugi, consapevole dei rischi professionali che un tale atteggiamento può comportare. I miei anni di yoga e meditazione adesso pulsano nel lascito di una sorta di frequenza che mi pervade. Vivo in un piccolo borgo sul mare e mi sono dotato di una casa meravigliosa con tanto di giardino e di luogo che funge da laboratorio musicale. Dalle mie finestre a vetri scorgo l’Etna maestoso. Mi accompagna una straordinaria e piena solitudine che condivido insieme alle mie due gatte Teodolinda e Minerva, e all’immensa schiera di legioni di spiriti guida e creature celestiali e tenebrose.

Il mio laboratorio musicale
La mia casetta azzurra

Le mie giornate seguono dunque il seguente schema, in estate, autunno, inverno e primavera.

1) Mi sveglio e vado al bar. Il bar è per me un luogo di felicità. Non faccio mai colazione a casa. Cambio ogni giorno un bar diverso.

2) Mi metto in giardino (il mio studio verde) e leggo. Sette libri un giorno e sette libri un altro. Il metodo è quello della sottolineatura dei punti salienti. Alcuni passi che mi colpiscono li riporto sui social.

3) Scrivo sul mio blog. Molti di questi miei scritti andranno a confluire sui miei futuri libri.

4) Mi trasferisco in laboratorio. Studio lo strumento e mi entusiasmo pensando a quante cose dovrò ancora imparare.

5) Scrivo qualche pagina: poesie, romanzi, racconti.

6) Nei giorni in cui rimango a casa, faccio attività fisica con i pesi e poi ceno. Altrimenti esco a giocare a padel e poi ceno fuori, oppure vado al cinema in solitaria, o mi incontro con gli amici, o vivo qualche flirt licenzioso.

7) Rientro: letture notturne in giardino, PlayStation, serie tv.

Tutti i miei spostamenti avvengono in scooter o in auto. Durante tali spostamenti ascolto “La Zanzara” o podcast di storia antica e contemporanea.

Questa la mia ciclicità. Non conosco altri piaceri più grandi. Non comprendo il senso di avere una vacanza. Vacanza da cosa? Da cosa dovrei staccare? Vivo la gioia perenne della conoscenza senza avere più il limite di un fine strategico. Ciò mi consente di essere me stesso, perché non ho obiettivi al di fuori di questa palestra conoscitiva. Il mio fine è la ricerca della bellezza e l’ascolto del respiro del mondo. Le piante mi parlano. Gli animali comunicano con me. Le stelle mi accarezzano.

Spero che a qualcuno questo mio scritto potrà recare felicità. Soprattutto a chi si lamenta pur disponendo di un corpo sano e in salute.

Il mio studio “verde”

L’inferno sonoro: prove tecniche dell’angoscia nella vita del sapiens

Esistono timbri vocali in grado di determinare angoscia, molestia e come un pervicace, per quanto astratto, senso di morte. È una sorta di sonorità femminile che muove dai chakra bassi e perfora pareti e resistenze, in grado di sovvertire ogni ordine di legge dell’acustica. Sovente, tale timbrica oscena trova il focus durante una telefonata in casa, quando dalla gola tonante umiliata da lustri di ustionante catrame, deflagra (complice il disagio polmonare) il Verbo molesto nella concitazione della diatriba parentale. Ecco: in quei momenti, io sperimento l’orrore della morte e il terrore dell’abissale maelstrom, mi rannicchio in un angolo di letto, con l’occhio scrutando fra le tende lo scempio del nascente sole nucleare di luglio, pregando come un padre passionista il Signore nell’attesa che la telefonata possa giungere al congedo, e con essa la mia riconciliazione al mondo dei vivi.

Cos’è la morte. Appunti.

Cos’è il “Grande Spavento”, come lo definiscono i buddisti: perché ci fa così paura il “morire”?

Annullarsi. Finire. Scomparire.

Stare in ascolto e percepire la vita. È un flusso? Una corrente? È il respirare? È il pensare? È il desiderare? L’amare? Il soffrire? Il gioire?

È forse aver paura?

Si. Anche. O meglio, è la paura che si trasforma in angoscia, per uno strano processo alchemico che ci consente di percepire l’horror vacui, ossia di intuire ciò che, in termini aristotelici, rappresenta quel rifuggire il vuoto da parte della Natura. In altre parole, noi umani abbiamo una necessità costante: sentiamo l’urgenza perenne di riempire questo vuoto.

Possiamo dunque ritenere che tale vuoto possa essere una sorta di immanente singolarità che viene ammantata dalla simbologia della Morte? E che la pulsione carsica che produce l’angoscia è rappresentata da questo indefesso lavorio dell’uomo nel tentativo di colmare un vuoto che, a questo punto, non esisterebbe più pena la negazione stessa del concetto di Natura?

È probabile. Ma, allora dovremmo però formulare meglio la questione. Il vuoto esiste? Senza scomodare la fisica moderna, potremmo andare a ritroso e scoprire che gli atomisti ritenevano che il vuoto fosse il principio di movimento ontologico e necessario all’esistenza degli Enti. Da questa prospettiva allora, il Vuoto, la Morte, esisterebbero come manifestazione concreta di tutto ciò che noi chiamiamo Vita, ossia di una relazione costante tra apparente Stasi e apparente Movimento (il Reale dell’incarnato è un non-Tutto). La paura e poi l’angoscia dell’annullamento costituirebbero da queste prospettive un falso problema, una sorta di interferenza con ciò che il buon vecchio Spinoza afferma, e cioè che noi “tuttavia sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”. Probabilmente è la ciclicità della Natura stessa a generare, paradossalmente, l’angoscia del morire, giacché flora e fauna continuano a nascere e perire entro un processo-dispositivo che non prevede necessariamente – secondo la nostra limitata visione occidentale del mondo – il sorgere di quella cosa chiamata identità. Essere intrappolati nel perenne giogo della circolarità della Natura, implica dunque la presa d’atto della disumanità quale costante permutativa del percorso vitale, costante entro cui l’uomo viene a interferire come eccezione o variabile.

Spezzare il cerchio e mordere la coda dell’Uroboros può essere una potenziale via di fuga dall’angoscia.

Cos’è la morte. Appunti.

Cos’è il “Grande Spavento”, come lo definiscono i buddisti: perché ci fa così paura il “morire”?

Annullarsi. Finire. Scomparire.

Stare in ascolto e percepire la vita. È un flusso? Una corrente? È il respirare? È il pensare? È il desiderare? L’amare? Il soffrire? Il gioire?

È forse aver paura?

Si. Anche. O meglio, è la paura che si trasforma in angoscia, per uno strano processo alchemico che ci consente di percepire l’horror vacui, ossia di intuire ciò che, in termini aristotelici, rappresenta quel rifuggire il vuoto da parte della Natura. In altre parole, noi umani abbiamo una necessità costante: sentiamo l’urgenza perenne di riempire questo vuoto.

Possiamo dunque ritenere che tale vuoto possa essere una sorta di immanente singolarità che viene ammantata dalla simbologia della Morte? E che la pulsione carsica che produce l’angoscia è rappresentata da questo indefesso lavorio dell’uomo nel tentativo di colmare un vuoto che, a questo punto, non esisterebbe più pena la negazione stessa del concetto di Natura?

È probabile. Ma, allora dovremmo però formulare meglio la questione. Il vuoto esiste? Senza scomodare la fisica moderna, potremmo andare a ritroso e scoprire che gli atomisti ritenevano che il vuoto fosse il principio di movimento ontologico e necessario all’esistenza degli Enti. Da questa prospettiva allora, il Vuoto, la Morte, esisterebbero come manifestazione concreta di tutto ciò che noi chiamiamo Vita, ossia di una relazione costante tra apparente Stasi e apparente Movimento (il Reale dell’incarnato è un non-Tutto). La paura e poi l’angoscia dell’annullamento costituirebbero da queste prospettive un falso problema, una sorta di interferenza con ciò che il buon vecchio Spinoza afferma, e cioè che noi “tuttavia sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”. Probabilmente è la ciclicità della Natura stessa a generare, paradossalmente, l’angoscia del morire, giacché flora e fauna continuano a nascere e perire entro un processo-dispositivo che non prevede necessariamente – secondo la nostra limitata visione occidentale del mondo – il sorgere di quella cosa chiamata identità. Essere intrappolati nel perenne giogo della circolarità della Natura, implica dunque la presa d’atto della disumanità quale costante permutativa del percorso vitale, costante entro cui l’uomo viene a interferire come eccezione o variabile.

Spezzare il cerchio e mordere la coda dell’Uroboros può essere una potenziale via di fuga dall’angoscia.

Due mie poesie: “Il Fiore” e “Guida alla percezione della struttura del mondo”

Il FIORE

… e osservo e poi contemplo

da mano ignota fior reciso

la superba coppa del tuo calice

spander la corolla oltre lo spazio.

S’erge maestoso il tuo pistillo

come periscopio di sue gemme ornato

quale frutto dell’ovario nello stigma

dal vermiglio che in arancia poi si muta.

Vana cerca di miracolo è la nostra

quando immersi dentro un mondo di prodigi

sordi e ciechi noi vaghiamo senza meta

nel tripudio più fulgente del Creato.

(FC)

Stazzo 19/6/2024

GUIDA ALLA PERCEZIONE DELLA STRUTTURA DEL COSMO

Il muoversi di indefinibili incastri

genera una risonanza di fondo

come di punto fermo che inizi a pulsare

in maniera anomala, estranea al

concetto di termine.

Da qui e per interminabili moti,

nello spazio di un respiro, è possibile

udire il tonfo sordo del gorgo

d’abissale spazio che fagocita il tempo.

Si visualizzeranno allora le immani fauci

prive di mento nell’atto del divoramento

ma per reggere lo sguardo del Khirtimuka

occorre chiedere uno speciale permesso

e presentarsi con assoluta riverenza.

(FC)

Stazzo 23/6/2024

La Schlein balla sul carro del Pride…

Questa vignetta è un capolavoro. Simboleggia perfettamente la torsione dei valori a “sinistra”. Dietro la retorica dei diritti civili si nasconde una fortissima tendenza all’intolleranza che si espleta poi nella nosologia delle classificazioni di genere (sentivo ieri il giornalista omosessuale Tommaso Cerno raccontare al programma radiofonico “La Zanzara” delle discriminazioni feroci subite all’interno del PD: citava anche le umiliazioni subite dal defunto parlamentare Grillini). Cosicché, dismessi i panni delle battaglie contro mafia e potere, abbandonate le peculiari battaglie contro il centrodestra (che tendeva a candidare alle elezioni personaggi chiacchierati o magari sotto inchiesta), archiviate le accuse di complicità con la malavita (l’atteggiamento di Forza Italia che chiedeva agli elettori il voto per figure coinvolte in inchieste o vicende giudiziarie ancora da chiarire), ecco gli eredi del Partito Comunista farsi fregio di candidature come quella della Salis. Ricordiamolo: «Siamo anche noi garantisti, ma per ragioni di opportunità meglio che il candidato X faccia un passo indietro»; questo era il leitmotiv.

Nei fatti la sinistra odierna rappresenta il vero volto osceno del potere, ciò indipendentemente dal fatto che sia o meno al governo, tanto forte e influente è quell’essersi opportunamente collocata come fulcro mediatico del culto “davosiano” e del nuovo regime “woke”, ossia della dittatura della “Società della Sorveglianza”.

Sono certo che oggi gli interessi di un Pasolini sarebbero centrati su queste nuove forme di totalitarismo, al cui confronto, le macchiettistiche parate della “destra” nostrana, paiono rivelare, nel paradosso, una maggiore aderenza con le concrete urgenze sociali delle periferie culturali del mondo. La Schlein balla sul carro del Pride mentre il cemento di luglio ribolle nel ghetto popolare, rosolando le carni di chi parla il dialetto indecifrabile di quello che un tempo veniva definito proletariato.

Cosa è l’essere. Cosa è la domanda.

Quando lessi Hegel avevo bene in mente la problematica dell’essere da lui ripresa dopo Platone e Aristotele.

Pochi conoscitori di Heidegger, ne sono certo, sono informati del fatto che la sua struttura formale della domanda circa l’essere è stata ampiamente oggetto di teorizzazione e speculazione presso culture altre rispetto a quella “occidentale”. Tant’è che in molte culture orientali la “domanda” non ha senso di essere pronunciata senza la determinazione e concettualizzazione di ciò che lo stesso H. definisce “chiesto”. La grande differenza è che, in altre culture come quella indiana, il plesso di questa “esperienza” viene esplorato in una prassi che, oltre ad essere soteriologica, è anche empirica, non verbale.

Scritti sull’arte

In fin dei conti tutta l’arte è naturale essendo artificiale l’ordine che segue nel tentativo sistematico di catalogarla. O forse anch’esso è naturale. Vediamo. Io ritengo che nel giugno del 2024 si può dire che ogni forma artistica sia sostanzialmente imitativa. Il Demiurgo, l’artista, il creatore del mondo riproduce la purezza che dall’Ogdoade procede verso le sfere più in basso, conferendo forma e ordine alla nebulosa dell’Inespresso, sia essa un fiore o una poesia di Mallarmé. Di fatto siamo di fronte a un eterno ready made maculato da interferenze, ossia da corto circuiti che inferiscono la forma e informano il processo creativo circa la condizione corrotta del concetto di purezza. Ma sono proprio tali elementi corruttivi a generare il processo artistico in ragione delle discrepanze che costituiranno la rottura dell’ordine ideale di ogni manufatto. Quello che restituirà natura polisemica all’oggetto è anch’esso naturalmente frutto del processo interpretativo che ridonerà molteplicità al manufatto rendendolo di fatto singolarità non assimilabile. Questo è il senso profondo di ciò che io definirei arte. Da questo punto di vista, ogni artista è un iniziato e non può mentire, pena l’accusa di blasfemia presso il Tribunale del Miserabile, edificio chirale ubicato sulla soglia fra la Vita e la Morte. Questo dovrebbe chiarire definitivamente dubbi sui concetti di Inferno, Paradiso e Purgatorio. Ovviamente su un piano esoterico.

In questo porco mondo: “Mamma, sei tu la mamma?”

– Mamma, sei tu la mia mammina? – chiedeva Stelvio alla vecchia Zia Concetta sulla panchina.

– Mamma, sei tu la mia mammina? – implorava Stelvio al postino Gedeone.

Mamma, sei tu la mia mammina? – sussurrava Stelvio alla squadra di calcio del Barrafranca dagli spalti della tribunetta desolata.

Mamma, sei tu la mia mammina? – mugugnava Stelvio alle luminarie della festa del patrono.

Mamma, sei tu la mia mammina? – esclamava Stelvio alle galline di Santa la Scoppiata.

Mamma, sei tu la mia mammina? – reiterava Stelvio all’appuntato dei carabinieri Spatafora.

Un giorno il fruttivendolo Melo Cucinotta pensò bene di festeggiare l’ottantesimo compleanno di sua mamma Nunziatella facendo sparare dei fuochi di artificio nella piazza del paese. Era una bella sera di giugno e tutti accorsero trepidanti. Che spettacolo! dissero grandi e piccini. I fuochi culminarono con una scritta rossa: “Auguri Mamma”.

Stelvio comprese così che era giunta l’ora di costruire una bella mongolfiera. Impiegò ben tre mesi a progettarla e a realizzarla, coadiuvato dal parroco Nuccio Rotella. A settembre inoltrato, la mongolfiera era in piazza in bella posta, e quella mattina Stelvio prese il volo. “Vado dalla mia mammina in cielo!”, disse mollando le zavorre che tenevano l’aerostato a terra. Sulla piazza i vecchi sdentati con le bocche spalancate e la mano sulla coppola a protezione dal sole, stanno ancora a guardare Stelvio che sale su, su e ancora più su fra le nuvole per poi scomparire.

Alcune mie riflessioni sul film “Donnie Darko”

Dopo vent’anni, sono alla mia quarta visione di questo capolavoro, un vero e proprio oggetto anomalo nel panorama cinematografico. Questa quarta visione mi ha comunicato delle informazioni che non possono essere trascritte in quanto relative a forme comunicative di natura metacinematografica (a tal scopo, inserirò in corsivo estratti che fungeranno da compendio allo scritto). Dirò di più: a mio avviso si tratta di una sorta di messaggio proveniente da una sezione di futuro che procede a ritroso (apparentemente) per informare il 2004 di ciò che starebbe accadendo ai giorni nostri, ovvero dell’inizio di ciò che definisco “Era dell’Accelerazione” (non ne parlerò oltre qui e rimando ai miei libri e agli scritti su questo stesso blog). Non mi dilungherò dunque in approfondimenti relativi alla trama, di per sé molto complessa, e rimando a tutti gli scritti e le interpretazioni susseguitesi in vent’anni.

Cominciamo da una considerazione relativa al pubblico: la sala è stracolma di adolescenti (fenomeno diffuso in tutta Italia, a quanto pare) e io sono il più anziano. Il silenzio è assoluto, i volti sono come centrati in una densità della visione che è quasi tangibile. Mi sembra di essere al centro di un enorme esperimento. La sala è un unico corpo che respira. Tutti paiono ipnotizzati al pari di Donnie durante le sue sedute di psicanalisi o i suoi stati di trance.

Alcuni dettagli si impongono subito fin dalle prime scene: il disegno dell’occhio di Escher – quello con il teschio nella pupilla – e l’associazione di Lucifero con la bandiera americana sulle note di “Swan Song” dei Led Zeppelin.

Ogni creatura sulla terra quando muore è sola.  Gli esseri viventi manipolati faranno di tutto pur di sottrarsi dall’oblio”. 

Siamo di fronte ad una sorta di Apocalisse che vede il mondo avvolto in un loop temporale che si riproduce indefinitamente dal 2 al 31 ottobre, loop che può essere interrotto tramite l’Apocatastasi, ossia per mezzo del sacrificio del Ricevente che sfrutterà il gap spazio-temporale fra universi tangenti (i libri di Hawking sono sempre messi in bella mostra nel film). Il codice da decriptare è il libro di Roberta Sparrow “La filosofia dei viaggi nel tempo” (la centenaria che nel film deambula incessantemente da casa sua alla cassetta della posta in attesa di una lettera). Questo codice ci informa di un avvento, L’Artefatto, che nel nel film è rappresentato dall’irruzione del Deus, dall’anomalia del motore dell’aereo che precipita in camera di Donnie, motore che, nel finale, apprendiamo essere quello dello stesso aereo in cui viaggiano la madre e la sorellina, secondo un paradosso che non può essere giustificato razionalmente. L’Artefatto comincia quindi a seguito dell’irruzione di un oggetto metallico (il motore dell’aereo) che non fa parte di questa realtà.

Capitolo Due: Acqua e Metallo: Acqua e metallo sono gli elementi chiave del viaggio nel tempo. L’acqua è l’elemento barriera per la costruzione di portali temporali utilizzati come cancelli per universi. Un esempio è il vortice tangente. Il metallo, invece, è l’elemento di transizione per la costruzione di imbarcazioni artefatte”.

Il Ricettore Vivente (Donnie) è l’umano cristico che ha il compito messianico di ricollocare l’Artefatto nello spazio esoterico di riferimento durante il collasso dell’Universo Tangente, superando e integrando le facoltà superiori del Morto Manipolato (il coniglio Frank), che potrei definire, citando Castaneda, una sorta di Pinches Tiranos. Il Morto Manipolato assumerà a sua volta il ruolo di macabra guida per Donnie dopo il colpo di pistola necessario alla sua trasformazione nel daimon del coniglio.

Capitolo Sei: Il ricevitore vivente. Il ricevitore vivente è scelto per guidare l’artefatto, in posizione per il viaggio di ritorno all’universo primario. Nessuna sa perché o come un ricevitore sarà scelto. Il ricevitore vivente è benedetto con poteri della quarta dimensione. Questi poteri sono: aumento di forza, telecinesi, controllo della mente e l’abilità di evocare fuoco e acqua. Il ricevitore vivente è tormentato da incubi, visioni e allucinazioni uditive durante la sua permanenza nell’universo tangente. Coloro che circondano il ricevitore vivente, cioè i manipolati, lo temeranno e tenteranno di distruggerlo.

Ogni tassello di questo puzzle deve combaciare alla perfezione, affinché l’azione del Risvegliato possa avere successo. A ciò collaborano i Manipolati Viventi, che lavorano inconsciamente per sostenere il Risvegliato nella sua missione catartica che riscatterà tutti loro dall’Oblio.

La distruzione è una forma di creazione.

Donnie deve dunque distruggere il multiverso (con tutto il portato di oscurità proveniente dal suo inconscio) sfruttando la potenza delle energie di thanatos per annientare la copia corrotta dell’universo tangente generatasi a seguito dell’irruzione dell’Artefatto dalla Quarta Dimensione. Solo dopo la distruzione il Risvegliato potrà essere Demiurgo e generare un nuovo universo.

Una mia interpretazione che non ho ritrovato da nessuna parte: Donnie è il bodhisattva che accetta il sacrificio per salvare le vite della madre della sorella e della sua futura amata; egli accetta l’oblio, l’annullamento rispetto al Divenire con consapevolezza (vedi la sua risata finale).

(continua… ?).