
Da qualche tempo ho fatto tesoro di questa mia massima: Leggerezza nella Profondità”. Mi è apparsa come una scritta fluorescente su una vetrina di un negozio che frequento abitualmente nei miei sogni (ci vado di notte a comprare cose varie di cui non riferirò in questo scritto). Per attraversare gli abissi infernali giova accompagnarsi di guide spirituali, certamente, ma occorre al contempo prepararsi in maniera adeguata, cogliendo i segnali e le metafore della vita naturale (sulle prove necessarie che il quotidiano ci riserva, sulla propedeutica all’iniziazione delle traversate, rimando ai miei libri pubblicati e ad altri scritti in questo blog).
Pensare di affrontare i viaggi senza essere liberati da fardelli e zavorre è pura follia che peraltro espone molti esagitati a pericoli molto seri, col rischio di divenire facile preda di forze sovrumane di altissimo lignaggio. Chiarirò con parole semplici e di facile comprensione quanto intendo dire, sfrondando il messaggio da tutte le implicazioni simboliche di ordine esoterico ed essoterico: attraversare una palude con zaini, stivaloni, elmetti, corazze e spade non si può. Per attraversare certe zone occorre liberarsi di tutto, essere nudi, pura corporalità, e vivere l’esperienza della levitazione, propria di certi stati meditativi e del sogno, con assoluta convinzione e fede. Nei momenti di difficoltà affidarsi alle guide spirituali e ripetere mentalmente più e più volte la frase: Leggerezza nella Profondità. Personalmente ho sperimentato su me stesso questa formula che mi ha spesso sottratto e salvato da certi gorghi mefitici. Un’altra prerogativa di questo mantra è quella di educarci a sublimare le atrocità che la vita ci presenta, a vivere le malattie, le morti di chi è a noi prossimo, i disagi lavorativi, le miserie, i drammi familiari, le offese, gli inganni, i tradimenti, le umiliazioni come esperienze corroboranti e funzionali a scopi di ben altra natura cui siamo per tendenti per nostre qualità. E qui, per oggi, mi fermo.
