
Oramai siamo alla ghettizzazione del pensiero dietro comodi slogan. Si presume che l’interlocutore sia una sorta di replicante in aderenza col parere e le ideologie di comodo. Rammento il Bateson in “Mente e Natura” che mostra come il meccanismo del discredito si attivi proprio modificando in modo strumentale e brutale le mappe (e le relative affabulazioni che ne conseguono), e dunque la percezione dei territori e delle fenomenologie di chi si troverà investito da quelle narrazioni. Si eleva continuamente lo stereotipo a stigma. Questo non aiuta una dialettica della
conversazione e la relega al mero significato di adesione e appartenenza. Questa modalità è tipica dei nuovi alfieri del Clero Mediatico: docenti universitari, filosofi televisivi, radical chic da salotto DEM, femministe iraconde, fautori della woke culture. Ma il “Gorgia” di Platone che fine ha fatto?
