L’immigrazione è una risorsa. Non comprendere questo nel 2023 significa essere fuori dal tempo storico che stiamo vivendo. Un paese come il nostro, al centro della “mediterraneità” dei millenni, ha una naturale vocazione all’interscambio culturale. Tradire questa nostra inclinazione a fronte di problematiche contingenti, significa precipitare nella notte involutiva che relegherà queste regioni del pensiero entro limbi privi di prospettiva. Noi necessitiamo di interscambio. Il nostro è un paese dalle pulsionalità infette. Da siciliano poi, non riesco a immaginare altro che sincretismi per questi innumerevoli paesaggi, per questo indefesso miscelarsi di mari. Noi siamo stratificazione di civiltà, dalla Turchia, all’Egitto, alla Spagna passando per l’antica Cartagine, le rotte fenicie, le magnificenze del Bosforo, crocevia di culture, merci, religioni, tradizioni… L’Altro è sempre stato nostro “fratello”, anche sotto la feroce veste del nemico e del conquistatore: integrazione, risorsa di cambiamento, futuro. Di questo passo saremo solo una rimanenza sterile di civiltà morente, fermenteremo delle nostra putrescenze in preda alle mode delle isterie mediatiche e politiche di turno. Andare oltre ogni ideologia politica è il compito di ogni essere umano civile del 2023.
Aprire le pagine di un libro è come viaggiare indietro o avanti nel paradosso magico del divenire di futuri e passati. Dacché ogni cosa diviene nel suo manifestarsi, ecco il libro farsi scrigno, sigillo, cristallizzazione dinamica da sfogliare. È una pratica di disvelamento che ha come apparenti colonne d’Ercole i confini della copertina, i quali fungono da illusorie pareti da penetrare per gli infiniti processi di smaterializzazione dell’ego.
Favole, tragedie, commedie, trattati: il libro è verità lamellare, ogni pagina un sipario che si apre e si richiude sul palcoscenico di ogni vita, ogni parola, ogni sintagma, un pozzo incantato di luce abissale. Sfogliare un libro è pratica sacra, fuoco che squaglia il soggetto entro il nuovo calco che lo renderà iniziato e pronto alla rottura del sigillo. Leggere un libro è liberarsi del fardello del proprio Sé, vibrare in consonanza con l’immanenza della cellulosa, della carta che fa da tavolozza al nuovo disegno ricalcato dal lettore. Così il libro si fa bara, ara dove è sepolta l’anima dello scrittore, e intorno alla spoglia del creatore, sul sarcofago ornato dai geroglifici viventi delle parole che ancora una volta canteranno del mistero del mondo, danzeranno i fuochi fatui dei viaggiatori delle pagine, in un perenne vortice di luccicanza.
Oggi ho visto un elefante coi pantaloncini corti e le infradito addentare un arancino e colare di sugo come una vecchia petroliera sfondata. Al suo fianco la famiglia assuefatta e dei vasi di piante appassite a far da mesto corredo al bar di periferia. Solo pochi metri più avanti il sole andava a schiantarsi sull’asfalto, sul catrame delle frenate dei motorini e sulle buste di plastica svolazzanti dall’ortofrutta di fronte.
Oggi ho visto una forsennata ingobbita che si ostinava alla sua corsa sbilenca e tangenziale al bar, e a me pareva potesse schiattare da un momento all’altro, e avrei scommesso venti euro che sarebbe crollata poco prima di svoltare all’angolo della farmacia. Invece no; la “gobbista” correva ancora sbilenca prima di essere inghiottita dalla via ignota e interdetta per sempre al mio vissuto che sarà. Ho visto queste e tante altre cose.
Per esempio, ho visto il prete della chiesa alla mia destra diventare un punto interrogativo nero sul portico, e poi lampeggiare come un fuoco fatuo nei pressi del presbiterio interno. Ma questa è un’altra storia.
⁃ Oggi a mare ho visto una nonna bomba ciccia farsi esplodere al largo nel tentativo di procacciare cibo ittico al bestiale nipotame. L’orda pestifera ha divorato i resti morenti di un tonno di passaggio. Dall’alto Iddio Cristo Onnipotente non favella e continua ad arrostirci nella canicola, come sardine sulla graticola. Ultimi rantoli di un mondo con gli umani.
⁃ Oggi ho visto una nonna putrescente affettare salumi con la sua dentiera a un drappello di lerci turisti moldavi biciclettosi. Urlava la vecchia in una sorta di lingua oscena, sputando l’anima infetta sul drappello orante il bisbiglìo dell’incomprensione. Io attendevo fremente e al contempo osservavo con cura gli errori di farcitura della salumiera ossessa. Ho visto salame al posto del prosciutto, e cetrioli crudi cadere come soldati falcidiati dai proiettili. Ho visto sottilette Kraft e pezzi di grana sparsi a cazzo di cane, mentre il disagio fonetico della Babilonia sonora si faceva vieppiù pressante con l’approssimarsi dell’orario di chiusura. Io ero parte della clientela in attesa. Sembravano afflitti come ex manager in fila alla mensa della Caritas. Eravamo rassegnati e al contempo rispettosi e in religioso silenzio, giacché c’era qualcosa in questi moldavi vacanzieri di estremamente triste, che ricordava certi tramonti ferrosi al di qua del Danubio. Qualcuno del drappello ci sorrideva di quei sorrisi tristi che noi siciliani non possiamo derubricare sotto la categoria del concetto di “sorriso”. Quando è giunto il mio turno ho deciso di lasciare platealmente il posto agli altri, e mi sono congedato dalla vecchia malefica con queste solenni parole: “come ti fai il letto, così dormirai!” (Proverbio moldavo che ho trovato sul web smanettando sull’iPhone durante la snervante attesa).
Dopo aver finito la Recherche sono piombato in una sorta di incantamento lucido, e mi sono riavvicinato al mio immaginario d’infanzia, alla favola che tanto costellava di brividi di stupore i miei pomeriggi. È come se, per tramite di Proust, si fosse riaperto un portale d’accesso a quella speciale condizione sensitiva che ha caratterizzato quel tempo idilliaco, un filo di seta luminoso che mi ha condotto verso un’aspettazione che non è propria di questi miei anni. Ciò mi ha reso ancora più attivo su vari piani percettivi: più al pathos della fiaba, al dolore che ribolle sotto il fuoco delle antiche simbologie, alla realtà vivida del vissuto dei protagonisti, che alle fantasmagorie dell’immaginario e allo stupore del maraviglioso favoleggiare.
È la terribilità della fiaba ad affascinarmi adesso, mentre osservo le cartacce volteggiare al vento fresco di settembre, o ascolto le prime mareggiate frangersi sulle scogliere, nelle notti che paiono gravarsi di un mistero crescente con l’approssimarsi dell’equinozio autunnale. Questo canto colma di ardori e stupore i miei viaggi serali, che ora paiono straordinarie avventure verso un ignoto che par divenire fanciullezza, secondo un processo di inversione che si mostra a dispetto del fluire apparente del tempo. Talvolta è un volto femminile, che riconosco fra miriadi di volti, a rammentare la corruttibilità del mio corpo fisico fra le vite passate e future, a squarciare l’involucro che mi separa da quella fascinazione che sembra essere manifestazione di un arcano. E allora mi chiedo: come fare? Come comunicare tale enorme impellenza nel teatro del Reale, come porgere all’eletta il ramoscello poetico senza essere intrappolati dall’analisi reticolare dalla metafora della similitudine?
Difficile, senza correre il rischio di spezzare il fragile ordito che unisce i due mondi. Allora occorre trasformarsi in eroi, vivere costantemente sull’orlo di una dualità, fra vita e morte, vecchiaia e giovinezza, felicità e tormento, puntare la lancia in gola alla fiera fuoriuscita dagli abissi, essere cavalieri di carta del nostro vissuto. Fallire e risorgere nel rebus di significanti che rigenera le immagini di fonte sorgiva e crepuscolo di civiltà, orchi, dame e castelli, parrebbe essere l’unica mia via verso l’infanzia della mia memoria, verso quel luogo inafferrabile costituito dalla monade viola pulsante che sublima la caducità di noi esseri mortali.
Cominciamo col dire che l’opera di Nolan comincia ad avere un senso se presa nel suo insieme. È un po’ come cercare di trovare la “storia segreta” che si muove carsicamente per tutti i sonetti di Shakespeare, e come ne i “Sonetti”, il significato dell’opera di Nolan è in parte extratestuale e si avvinghia a tutto il corpus della sua opera cinematografica come un’edera.
In questo flusso “nolaniano” che accomuna il rigore di Kubrick e certa visionarietà di Malick (Nolan essendo più una sorta di continuatore che di emulatore di questi maestri), si iscrive la sua ultima opera: “Oppenheimer”. Per intenderci, siamo distanti dalle spettacolarizzazioni di “Interstellar” e “Dunkirk”; ci ritroviamo, semmai, di fronte a un film dove l’inchiesta sul “caso Oppheneimer”, l’approccio freddo e razionale dello scienziato, la minuziosa cura del dettaglio dei dialoghi, si intersecano fino a fondersi con la visionarietà profetica del protagonista, con il suo ruolo di Cassandra e di messaggero della Nuova Apocalisse. Nolan ha lo straordinario pregio di rendere cinematografico il flusso di coscienza dello scienziato mediante un geniale contrappunto tra Reale e Immaginario delle inquadrature, ove ai dialoghi e alle scene narrative, si succedono sequenze di astratte dissoluzioni della materia, di particelle e gas, di devastazioni post-atomiche.
La prospettiva proustiana della narrazione, con i suoi continui deragliamenti sul piano temporale, mostra il calvario del protagonista e il suo cammino verso una forma di redenzione passiva che par farsi saggezza durante la vecchiaia. In questo senso, la detonazione del primo ordigno nucleare della storia, il Trinity test del 16 luglio 1945 nel deserto di Los Alamos, rappresenta il lacaniano “point de capiton”, la detonazione che funge da acme alla catena dei significanti, il sigillo che renderà Oppenheimer consapevole del suo ruolo prometeico.
Due mie poesie contenute nel libro “Nei dintorni della civiltà”. Una narra di una morte in ospedale…
INTRODUZIONE ALLA METAMORFOSI
Erano sempre più radi i tuoi ghigni in terra i brandelli della tua desquamazione.
Nelle ultime fasi vivemmo gli affani e sputammo i catarri come naufraghi, dalla carotide in su.
Quella che scorgevamo non era la terra ma il madido risvolto d’una coperta che il tuo delirio rendeva soave.
Poi venne la quiete con l’ultimo strappo formasti l’arco del tuo arcobaleno e come dea scoccasti la freccia.
Conficcato nel verde d’una qualche memoria pulsa feroce del tuo desiderio il dardo è nel cielo una nuova cometa.
L’altra…
L’INERTE
Contemplavo l’apparente giogo dei tramonti l’illusione prensile dei primi raggi del mattino il feroce inganno dei lenti meriggi la laboriosa miniaturizzazione del tempo.
Al mio fianco la stanca quiete degli ardori alle mie spalle il mogano lucido della morte in alto l’incendio e lo stupro del soffitto di fronte l’inossidabile crepa sulla carta da parati (ancora scava come un nero torrente nel pigmento d’una memoria estranea).
Come può mai risorgere una terra così martoriata nell’anima prima che nel corpo? Pochi comprendono che la Sicilia e tutto il Meridione sono affetti da “hybris”, ossia da un problema spirituale che nessuna politica oscena o pertinente potrà mai risolvere. Il dramma di queste terre è carsico, si riflette nella superficie, ma alberga nelle oscurità della sofferenza dei Sapiens. Lo scempio di queste terre nobili e benedette è l’urlo sgraziato delle anime perdute e abbandonate alla loro stessa inerzia. Ogni cosa risuona con accordi sgraziati e irrisolti in una partitura naturale interpretata da povere creature antropomorfe. La punizione, questo fondamentale atto rimosso nel presente, è l’unica regola per riportare innanzitutto al “Do centrale”; una sorta di zenit, di acme, di tromba del Giudizio devastante, tonante che annichilisce e paralizza ogni mortale. Solo dopo si può pensare di (ri)educare alle bellezza, noi che la bellezza l’abbiamo respirata con le viscere di un passato inconcepibile, noi che annaspiamo fra le macerie di divinità sepolte.
L’eroe del nostro tempo non compie (non può! non può più!) gesta memorabili, teso com’è a ordire tranelli all’Impossibile post fiabesco, la fiaba essendo ormai concreta prassi videoludica, morfologia della sfida titanica reale, quotidiana, prassi esperibile ad ogni orario.
La follia è globale, è di tutti, non è più esclusiva dell’eroe prometeico, ed essendo appunto così diffusa, non è più invisa alla morale del mondo, fatte salve le sue devianze contemplate dal modello standard, dalla nosologia tollerata dai nuovi tiranni della “nemesi medica”. Le sfide coi draghi e le chimere, i viaggi dimensionali, le odissee, fanno parte dell’ordinario adolescenziale e salutare che riempie il tempo libero dei globalizzati, a sua volta costellato di rompicapi da risolvere e di scelte relative ai panni dell’eroe da indossare: guerriero, mago, cavaliere, maschio, femmina, vecchio, giovane, ecc.
La mortalità sfida così l’eterna rigenerazione dell’eroe perito, nel paradosso del player-demiurgo-mortale che può decidere le sorti della sua creatura immortale. Questa inversione produce un salutare corto circuito dei significanti, destabilizzando l’ordine cronologico del mondo sensoriale, così costringendo il player alla fervida, dialettica pugna contro la tirannia dell’ onnipotenza del Significato.
L’eroe, del resto, è da sempre consacrato alla liberazione dell’onnipotenza che vincola con l’incanto la libera circolazione delle energie represse, e gli eroi del nostro tempo operano in tal direzione per tramite di una mistica digitale che consente singolarità nel ready-made, ed esperienza emozionale del soggetto.
In fin dei conti, come scrive Cristina Campo, “la caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità”.
L’eroe muove dalla tragedia, alla fiaba al mondo videoludico. Il fine non è mai la necessità, ma la ricerca del dettaglio affabulatorio che scarnifica una nuova utopia. Polverizzandosi in una miriade di significanti, l’eroe si è in tal modo eternizzato, svincolandosi dall’unicità dei vincoli del prometeico.
Non mi capacito di tutto questo accanimento della critica nei confronti di questo bel film. Certamente non siamo sui registri del recente Friedkin (accomuna i due film certa efferatezza), ma ho come l’impressione che i più abbiano preso una cantonata. O meglio che abbiano preso tropo sul serio il gioco di citazioni che Stone mette in tavola. Sono cibi in plastica, modellini di porzioni di pollo e patate e bicchieri di birra gelata: non occorre azzannarli per comprenderlo.
Assaporare “Le Belve” significa sostanzialmente: “Hey man! smettila di giocare con i paragoni (gioco fin troppo facile con Stone) ed entra nel vivo della storia narrata!”. Del resto, Stone lo conosciamo; è regista che alterna sprazzi di classe adamantina a cadute di gusto al limite del ridicolo. Ma qui, tutto sommato, il film regge: su tutti Benicio Del Toro con una prova maiuscola (a me pare sempre di più Brad Pitt dopo un sequestro di Al Qaeda).
La storia è tutta incentrata su iperbole e caricature, i personaggi sono carnascialeschi e, ovviamente, la cifra estetica di “Le Belve” non può raggiungere l’acme di un Rodriguez, per non dire di un Tarantino (e qui mi contraddico subito con queste comparazioni).
Diciamo che siamo di fronte ad uno Stone gigionesco che cerca di far sorridere con qualche barlume di splatter. Ma la trama è buona, il ritmo incalzante, e personalmente ho gradito molto i due finali. Ricordiamoci che stiamo parlando pur sempre del regista di “Wall Street”, “Jfk”, “U-Turn” e “Assassini nati”: prima di ironizzare certa critica dovrebbe comunque sciacquarsi la bocca. Dagli osannatori della Comencini pretenderei quantomeno un po’ più di rispetto.
“Occorre molta fede per riconoscere simboli in ciò che è avvenuto realmente” (da anni ritengo la scienza simbolica l’unico pertugio da dove sbirciare fra le pieghe del Reale).
“Se non avremo da quel sogno disimparato il cercare, imparato il trovare… e che passava tuttavia facilmente dentro la cruna di un ago” (E questo è il processo inverso a quello falsamente conoscitivo delle scienze recenti, un percorso che prescinde dal flusso temporale, eternamente fissato sulla sfera indefinita dello spazio, come quello della fiaba o del sogno).
“Furono sempre poche le opere di poesia così distese sopra il tempo umano e pochissime hanno data recente” (L’erronea percezione “evolutiva” dell’homo sacer, nell’immane conflitto cognitivo sensoriale che solo la poesia del sublime “risolve”, ma con processi inversi rispetto a quelli logici delle equazioni matematiche, con tutto il portato infinito che sovrintende il pensiero, in quell’anfratto inconcepibile di durata che non è il Tempo”.
Siamo su rai tre col mio trio. FCTrio, con Francesco Cusa Tonino Miano Riccardo Grosso. Ben due mie composizioni tratte da “Minimal Works”: “Luminal” e “The Only White Smarties” (min. 18 circa). Assenza totale di concerti ma almeno la considerazione della migliore rete nazionale radiofonica.
La verità è che questa storia del covid, del lockdown e della vergognosa mortificazione dei diritti del cittadino, ha finito col rappresentare un vero e proprio momento di rottura ideologica prima che politico-economica. Il Paese si è spaccato e frantumato nel vissuto di quei terribili anni, e con esso si sono sfaldate le rimanenti strutture ideologico-politiche che avevamo retto, seppur con molteplici segnali di cedimento, fino ad allora.
Ciò che rimaneva del pensiero progressista di “sinistra”, è confluito negli affluenti del nuovo orizzonte teologico di stampo “davosiano”, in quella mistura di cultura scientista e di “genderismo fluido”, per poi sfociare nel mare magnum del nuovo corso totalitario espresso dalle plutocrazie dominanti. Il Word Economic Forum è il teatro ideale atto a rappresentare le nuove tendenze di una sinistra che ha preso a modello un banchiere come Draghi.
Chi è rimasto fuori da questo processo di trasformazione, è improvvisamente diventato “orfano”, spogliato dei convincimenti radicati da anni di acculturazione strumentale, ma al contempo si é connotato come soggetto non “assimilabile” dal nuovo ordine teologico dominante. Nascono così nuovi neologismi, etichette da appioppare a queste nuove schiere di zombie irredenti. La cultura passive-aggressive trova slancio grazie alla ghettizzazione dei non assimilati; vengono coniati i termini di “no-vax”, si umilia chi non ha accettato di vaccinarsi, si nega il diritto al lavoro a chi ha scelto di non sottostare al diktat sanitario.
Il nuovo totalitarismo è un fatto conclamato. L’elettore DEM diventa così uno Zelig, uno straordinario mutaforma al servizio del nuovo dogma scientista che teorizza un processo uniformante avente cancelculture e genderismo fluid come strumenti di propaganda artatamente pilotati.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ogni voce fuori dal coro viene isolata dal mostruoso contesto e filtrata da organi di controllo (come “Open” del famigerato Mentana) al fine di inibirne il potenziale contenuto. Ribellarsi e lottare contro le peculiarità di questo potere dal volto democratico è un dovere.
Vinterberg colpisce ancora e dopo “Festen” ci regala questo agghiacciante e sublime “Jagten” (La Caccia).
Madds Mikkelsen fornisce una prova che definire straordinaria è dir poco. E’ un film che paralizza: sguardi, espressioni del volto, silenzi, costituiscono il mosaico di un geroglifico che si disvela con cadenze inesorabili. Ogni dettaglio – dalla fotografia, agli scarni ma densi dialoghi – è netto, prezioso, ineluttabile. Tutto ciò senza mai un attimo di noia, né una sbavatura.
La trama narra di un’accusa infondata di pedofilia nei confronti di un uomo divorziato ma perfettamente inserito nel contesto comunitario della provincia danese. I temi in gioco sono quelli della pedofilia, dell’innocenza e della psicosi collettiva. Questi si installano seccamente nello scenario vissuto dallo spettatore con una spietatezza amplificata dalle ritualità di una società al contempo aperta e tradizionalista. Lucas dapprima pare assorbire le infamie accusatorie in maniera passiva, poi pian piano comincia a lottare in maniera prometeica e prende a sfidare il contesto di petto, rinunciando a sottomettersi alle regole di una comunità presto fattasi orda carica di violenza. Le scene al supermercato e quelle in chiesa alla vigilia di Natale rasentano il delirio emotivo.
Siamo al contempo sideralmente distanti e maledettamente adiacenti a film come “Il Nastro Bianco”. Lucas diventa il capro espiatorio di un sotterraneo perturbamento collettivo, tipico delle società opulente, di una sorda e carsica carica d’odio tenuta a freno dai minuetti della convenzioni borghesi, ma pronta a straripare alla minima deroga, al primo segnale di devianza. Il personaggio bascula tra il deliquio di un Raskolnikov e la veemenza di un Karamazov nell’eterno dilemma della colpa, reale o supposta, tra incubo e ragione, in un andirivieni senza stasi.
Tuttavia il tema del perdono in Vinterberg viene a polverizzarsi non essendo neanche contemplato. Lucas viene riaccolto nella comunità grazie al suo atto catartico: impone con le stimmate e la sofferenza la sua innocenza, guardando dritto negli occhi i suoi amici, incenerendo con le virtù del santo furente ogni residuo di sospetto. Tuttavia, è forse nella presunta innocenza di infanti e adolescenti che si nasconde il seme dell’odio, pura e crudele spietatezza senza logica, come testimoniato dallo sparo finale.
Registi come Friedkin, Haneke, Von Trier e Vinterberg hanno una straordinaria dote: quella di elevarsi al di sopra di ogni morale contingente e di ficcare due dita nelle palle degli occhi dello spettatore; senza ritegno. In qualità di cavie – pur sempre un privilegio – annaspiamo e triboliamo alla ricerca di vie di fuga e certezze che non possono (fortunatamente) esserci. Compito degno di un artista è quello di non farci abbassare il capo di fronte all’Orrore e ad i suoi sconcertanti giochi di specchi, di tenerci ben svegli e desti, anche a ceffoni se è il caso.
Grazie Thomas per avermi ricordato quanto fa male una manata sui denti.
Ma si dai, occupiamoci di problemi drammatici quali quello del medico che fa apprezzamenti al culo di una paziente, si dai, sbattiamo queste notizie in prima pagina, che poi a un influencer newyorkese basta poco per creare il panico. Continuiamo con questa società iper protezionista che tratta i propri pargoli come Barbie e Ken da tenere al riparo da ogni problematica concreta, così alla prima reale difficoltà (chessó aprire un ombrello mentre diluvia) questi invocheranno la mancanza di diritti civili, pronti a denunciare il meteorologo sessista. Nel frattempo da destra, da sinistra, dal centro e da ogni lato continuano a piazzarcelo in quel posto, potendosi concedere ogni forma di sopruso sul cittadino, ben consapevoli che una generazione così fragile sarà facile da governare e lobotomizzare nell’immediato futuro. Continuate cosi, mentre vengono piazzate tasse assurde, accuse indegne, multe vergognose, mentre i reali diritti vengono vilipendiati carsicamente e col sorriso di prammatica dai vari totalitarismi parlamentari, e le masse vengono allarmate di continuo, secondo i criteri strategici della Società della Sorveglianza. Arresteremo così chi avrà detto “che bel culo!”, e osanneremo gli alfieri del politicamente corretto, i veri demoni del nostro sfortunato presente.
Sono al mare con la famiglia. Da lontano i lidi pieni di gente. Spiagge affollate. Cabine a schiera. Fritture nella canicola. Pance. Costumi. Schiamazzi lontani. La rade folate di scirocco sanno di creme abbronzanti e doposole. Qui, dal mio angolo di spiaggia protetto, vedo questa gente baluginare nella canicola: fantasmi, parvenze diurne. Sono stanco. Di molte notti stanco. Dormo poco. I miei occhi lacrimano dalla stanchezza. Seduto nella mia sdraio ondeggio in questo andirivieni di sonno-veglia. E poi questo caldo. Ho in mano una matita e sulla coscia destra la Settimana Enigmistica. Dovrei fare le parole crociate sotto l’ombrellone. Il 7 verticale rimane incompleto. Un palazzo abusivo senza intonaco, in mezzo a dei buchi neri come il catrame. Caselle vuote da riempire. Buchi da colmare…Un’autostrada hanno fatto saltare…
Ieri sera, in casa dell’avvocato (omissis). sfogliando quel libro sulla civiltà hymalayana mi avevano toccato le immagini dei kirtimukha, sculture indiane collocate generalmente all’ingresso dei templi, enormi volti muniti di grandi denti e di un’imponente mascella superiore, ma totalmente sprovvisti di mascella inferiore.
E’ il tempo che non può divorare se stesso -, recitava la scritta in calce alla foto in bianco e nero.
La cosa mi aveva incuriosito. Oggi mi sconcerta.
Mi risveglia la zaffata di parmigiana alle melenzane. Devo essermi riaddormentato. Sudore. Odori. Profumi che mi legano alla morfologia di questi luoghi, alla mappatura di questo mio concreto esserci. Ma non appena socchiudo gli occhi – che paiono calare giù come imponenti mannaie -, c’è quella faccia tutta denti e quella scritta che mi si scioglie in bocca, come il sorbetto al mandarino di ieri sera.
E’ il tempo che non può divorare se stesso.
Eppure io di facce così ne ho viste. Penso a (omissis), e anche a (omissis). Ne ho incontrate in giro per la Sicilia di facce così. Non tantissime a dire il vero. Me ne ho incontrate. Appartengono a quella categorie di maschere tutte denti con un che di trascendente in quello strabuzzare di palle degli occhi. Vicini alla categoria del disagiato psichico, ma con caratteristiche diametralmente opposte, questi individui hanno il totale controllo emotivo, dell’intero struttura psico-fisica. Rasentano l’handicap maxillo-facciale, come una tangenziale tedesca, ma non intersecano la categoria dello scimunito. Mai. Al contrario. Questi sono quelli più pericolosi. E’ il ghigno disumano del Reale, scarnificato dall’emozione, imploso nella catarsi sadica di chi ha compreso che non c’è legge che non sia prodotto e scoria dell’uomo.
Apro e chiudo gli occhi. Non so se sono sveglio. Non so se sto dormendo. I miei baffi sono quelli di Giovanni in questo stato di limbo. Mi stanno appiccicati come quelli di Charlotte. Che poi mi faceva impressione Charlie Chaplin quando lo vedevo senza baffi. Mi pareva cattivo. Comunque mi faceva effetto.
Uno sputo di vento, che ricorda il mio phon quando funziona male, giunge al solo scopo di ridestarmi ancora da questo torpore fasullo. Questa sottospecie di brezza, questo rivolo di bava ossigenata, solleva ora mulinelli di sabbia facendo luccicare di pulviscolo giallo dorato queste terrazze. Il verde delle pale di ficodindia che spuntano dal muretto in pietra irrompe con contrasto e violenza. Kirtimukha e “pale” di ficodindia…La “pala” di ficodindia è l’essenza spinosa della Sicilia. E’ qualcosa di ancestrale, di preistorico. E il tempo immanente che si fa frutto. Che germoglia di spine e zuccheri. Senza faccia. Senza occhi. Senza baffi. E’ il tempo divorato dai e dei siciliani. E’ un profumo, come questo delle melenzane fritte. Indecente e suadente al contempo. Qua, in Sicilia, si mangia. Si mangia. Ci si insozza di fritti. Si divorano case, strade e templi: a quattro ganasce. Si cagano zagare. Una ogni mille cagate. Si defecano decreti e norme. Mentre le guance odorano di Mennen, i colli di essenze di gelsomino e dalle ascelle si dipanano a raggiera gli aloni acidi e corrosivi che corrono come onde radio per i tessuti sintetici delle magliette taroccate. Stato e anti-Stato sono solo due categorie del pensiero. Sono la frammentazione dualistica di un Divenire. Una cosa buona giusto per i manuali da salotto dell’antimafia. Qui le facce del Kirtimukha si sono mangiate pure il barocco. Qui quando soffia il Maestrale riappaiono Ulisse con le vele rigonfie e Penelope che fa e disfà la tela, in un eterno canto greco. Qui il passato si frantuma nelle mascelle del Divenire, come calcare alla piccozza. Qui, nella padella del tempo, ristagna l’olio fritto dei secoli. Sordo. Pesante come le acque di uno stagno.
La gente è furiosa. Spaventata. Disperata.
Hanno fatto saltare un’autostrada.
Ma è successa davvero ‘sta cosa? Questa disperazione civile è un canto corale o la furia delle Erinni? E’ uno strumento della tragedia? E’ in atto? E’ un atto?
Lontano giungono le grida dei bambini: di gioia e di pianto. Il chiasso delle cose lontane, delle piccinerie delle famiglie con il salvagente nero come il catrame.
Con i gomiti faccio leva sui braccioli della sedia. Sento il mio corpo scricchiolare. Lo sento gigantesco come non mai. Ogni mia giuntura pare corrosa dalla salsedine. Più che vecchio mi sento antico. Come un relitto spagnolo conservato in perfetto stato. Le gambe sono quelle di un pescatore, con i pantaloni arrotolati al ginocchio. Faccio un enorme sbadiglio mentre inarco la schiena e con le braccia sfioro il canneto, il sole ed il cielo e poi ancora di più. Oltre. Ah, potessi ancora stirarmi. Ancora e ancora.
Mi sento perfettamente riposato, come se avessi dormito per ore.
Accendo la sigaretta ed espiro il fumo verso quest’orizzonte di mari-case-genti-spiagge-cabine-salvagenti. Ispiro ed espiro A ogni ispiro di nicotina e catrame gli occhi chiusi nell’implosione di questo big-bang intimistico. Ad ogni espirazione occhi strabuzzati come le facce di (omissis) e di (omissis) e del Kirtimukha.
Forse dovrei tagliarmi ‘sti cazzo di baffi. Ma prima dovrei smettere di fumare.
Chi sono i nuovi fedeli, gli adepti della Nuova Teologia Scientista-Gender?
Estremamente intolleranti, passivi e aggressivi, soggetti a continui bias di conferma, essi sono i germi atti a trasformare un’idea da completamente inaccettabile per la società a pacificamente accettata ed infine legalizzata (Finestra di Overton).
Credono di essere tolleranti ma sono ghettizzanti e sempre disposti a relegare ogni deroga al dogma entro categorie di comodo ben delineate. Comportamenti ieri inaccettabili, grazie al loro indefesso lavorio fideistico, oggi possono essere considerati normali, domani saranno incoraggiati e dopodomani diventeranno regola, il tutto senza apparenti forzature (vedi dittatura sanitaria e green pass, e anche il principio della “rana bollita” di Chomsky).
Tutti hanno le vitree certezze dogmatiche, le stimmate dei primi cristiani.
Vediamo a che categorie appartengono di solito costoro: marxisti, materialisti storici, DEM, scientisti, progressisti, ex radicali, strutturalisti e post-strutturalisti, esponenti della cultura LGTB, ex sessantottini, fanatici della “cancel culture”, economisti, filosofi hegeliani, medici e farmacisti, cocainomani, una buona parte di alcolizzati, i cinque stellati, i jazzisti italiani, e mi fermo qui. (Paradossalmente sonomeno contaminati, ma pur sempre corrotti, gli ultrà cattolici, i fasci col fez, i berluscones).
A chi è ancora in grado di dubitare, a chi si pone al di fuori da questi ghetti del pensiero, va tutta la mia stima.
(ATTENZIONE! STANNO TENTANDO DI FAR PASSARE IL REATO D’OPINIONE!).
Un tempo il PCI stava davanti le fabbriche, nelle sezioni, nei quartieri disagiati, si occupava di emarginati, disoccupati, proletari, adesso le sue emanazioni sono essenzialmente il prodotto di un’ideologia elitaria che mira a diventare globalista.
PER CONSERVARE UN’INTEGRITÀ DI PENSIERO OCCORRE STARE ALLA LARGA DA:
#lgbt #genderfluidity #cancelculture #bodyshaming #schwa #resilienza #nonbinary #cisessualità #demiboy #politicallycorrect ecc. ecc.
La nosologia del linguaggio è il portale attraverso cui il nuovo totalitarismo penetra; lo scopo é quello di separare per uniformare. Tutto ciò è funzionale alla preparazione di nuove categorie di consumatori per i mercati futuri. Non vi fate fregare da questo falso progressismo. Il vero fascismo si annida dietro le battaglie per i diritti civili e umani, dietro le campagne di vaccinazione di massa, il terrorismo climatico, ecc. Zizek docet. (FC)
PITAGORA BATTE SCHOPENHAUER 5 a 0: UNA COMITIVA DI TURISTI TEDESCHI IN SICILIA. La Sicilia, come è noto, è meta di viaggi organizzati in comitive, di cordate di vecchi tremanti senza timore di Dio che se ne vanno in giro per musei, templi, mostre, monumenti, in un’affannosa danza di cellulite, varici e caviglie gonfie. Lo fanno anche d’estate, quando Il sole strappa loro la pelle e produce melanomi in serie, con la caparbietà cocciuta che assume i toni della conquista, dell’infantile traguardo da valicare, del capriccetto senile ammantato d’acculturazione. I vecchi soffrono, hanno l’espressione contratta e digrignano i denti: gli occhi sbarrati sul depliant mal tradotto. Soprattutto i tedeschi (i vecchi siciliani ̶ ammesso che facciano i turisti ̶ col cazzo che se vanno in giro con la canicola; porte sbarrate e siesta). Si sente l’autoclave dell’ipertensione che lavora a pieni regimi, il sangue pompa che è una meraviglia, plasma che preme sugli stent, sclerosi, placche, sacche dense di colesterolo, vene, venuzze e venazze delle tempie messe a dura prova, mentre ulula la carotide: una sfida al collasso, al colpo fatale. A mezzogiorno, quando un tempo andava in onda il duello della carne Montana, questi irresponsabili stanno al centro del tempio di Apollo, in una Siracusa messicana con tanto di cactus. L’aria è densa, immobile; con un barlume di insana fantasia (leggi delirio), si possono intarsiare (nell’aria) orpelli e ghirigori con le dita. Qualcuno lo fa, oppure è l’alzheimer che suggerisce fantasie surreali. I tedeschi soffrono, barcollano ma non mollano, prevale l’assillo della conoscenza, e dunque si resiste stoicamente. È la Magna Grecia, “mein Gott!”, e occorre conciliare la bellezza delle vestigia elleniche col crauto e la Selva Nera: in altre parole una questione fottutamente esotica. Abbiamo poi una guida turistica che non fa una benemerita minchia, gesticola qua e là, indica capitelli a cazzo di cane, parla un po’ il tedesco, un po’ l’inglese. Quando si capisce che non è più aria (letteralmente), la colonna muove in direzione trattoria; torna spumeggiante l’allegria del “belo-italia-manciare-buono”, bisbigliato monasticamente con tanto di “smack” mimato fra le dita alla bocca. La truppa muove verso il lato consunto delle colonne, ultima rogna da superare prima del ristoro, in un trionfo di cappellini, cappellacci, parasole e gote rosse venate d’azzurrognoli ematomi, miniaturizzazioni blu-cobalto d’una qualche trombosi in atto. Pago di cotanto ardire, ecco il drappello approcciare le flosce tende della trattoria, ̶ primo, secondo, frutta e contorno ̶ mentre il sole spacca quel che resta dell’ombra nella sventurata postazione ad angolo dei locali, che finisce col fiaccare il respiro corto dei più massicci. È un’intossicazione da gita, una sfida sciocca quella del “conoscere a tutti i costi”, pagando l’indispensabile senza essere il Winckelmann; ed infatti a trionfare è sempre Sua Eccellenza il Menu Turistico (esagramma dell’I Ching: Il Ristagno). Decido di scattare loro una foto. Mi risponde una selva di dentiere gialle e una coreografia di grandi mani frutto del lavoro nella catena produttiva della Ruhr, palme e dita d’acciaio protese in un saluto che, sì diciamolo, ricorda smaccatamente quello nazista. “Cheeeeeeseeeee!”, fa eco il Coro-Wagneriano-Dissonante-Tranne-Uno; un pensionato vichingo giace riverso sul tavolo, probabilmente morto da eroe, o comunque fiaccato da un collasso. È la vittoria dell’Ellade, di Pitagora, di Empedocle, ma anche di Rossini e di certa tonalità, del Mediterraneo e dell’azzurro, contro il grigio topo di certi interni berlinesi.
A “Barbieland” tutte le Barbie si chiamano Barbie e tutti i Ken si chiamano Ken.
Nessuno si ammala. Ogni giorno è sempre più bello anche se uguale all’altro. Il maestoso e abbagliante mondo di Barbie, messo in scena dalla sapiente regia di Greta Gerwing (preceduto da un’esilarante citazione di “2001” di Kubrick, con tanto di arma-bambola brandita a distruzione degli antichi giocattoli), confeziona cinematograficamente il prodotto “Mattel”. L’uniformizzazione domina, ciò che preconizzava Guenon pare esser realtà: tutti sono replicanti del modello primigenio della Barbie-Eva e del Ken-Adamo. Ogni cosa pare permutare nell’eterno, uguale ripetersi del giorno perfetto, fin quando in “Barbie Stereotipo” comincia a insinuarsi il tarlo della morte, della caducità del tutto.
Il mondo “Reale” fa così breccia nel metamondo di Barbie e lo corrompe tramite il rapporto simbiotico che lega lo stereotipo di Barbie alla depressione di chi la possiede nell’altro mondo. Si rompe così anche l’incantamento che lega Ken dalla dipendenza di Barbie, ed in qualche modo le due entità si “soggettivizzano”, assumendo tutte le fallacie della caducità del mondo reale. Così, la cultura fallocentrica viene ripristinata da Ken, finalmente conscio della propria capacità di autodeterminazione, e ciò porterà alla decomposizione dell’universo fashion di Barbieland, che verrà trasformato in un luogo macho di battaglie e rodei, mentre l’effimero di Barbie – la linea perfetta, l’assenza di cellulite, di invecchiamento – sarà rimosso dalla legge patriarcale del tempo e dell’usura, che contaminerà il mondo Ideale rendendolo simile a quello Reale.
Il finale, in chiave vetero-femminista, vedrà il riscatto delle Barbie, per una nuova era tutta al femminile, ma non quello della Barbie-Prototipo, che abbandonerà la vita nell’abbraccio finale che l’accomunerà al destino della sua anziana creatrice.
In definitiva l’opera di Greta Gerwing è una metafora della plastificazione del mondo, assolutamente da vedere perché rappresenta, forse, una delle chiavi di lettura più efficaci per comprendere questo presente di transizione.
Finalmente una poesia abrasiva, che procura ferite e ustioni a chi la legge, finalmente delle liriche con lo sguardo rivolto all’osceno della sacralità (gli occhi aperti fino a farli lacrimare). La silloge di Annalisa Pascai Saiu è il frutto di un lungo processo di martirizzazione che passa attraverso l’inferno delle viscere, della zoe che si trasforma in bios e poi in psyché dopo violenti atti iniziatici che trovano corrispettivo sublimato nella tagliente struttura del verso. Finalmente un libro che non cerca compromissioni strategiche, che ammonisce biblicamente le anime dormienti, che evoca il ritorno dei morti dimenticati, mentre l’amore carnale va nutrendosi di mito e pornografia, di umori interni e trasgressioni che conducono alla Babele, all’utopia concreta dell’avvicinamento a Dio. Ogni componimento è una sorta di salmo che odora dannatamente di passione, quasi una maieutica dei colpi inferti vanamente alla carcassa del visionario.
Insomma, leggere questo libro è un atto di fede. Scampare alla lettura dell’opera significa rinunciare alla catarsi.
In questa fase storica di fascinazione cretina e di legioni di parassiti, è molto meglio “piacere” a cerchie selezionate di esseri che riverberano del tuo stesso sentire. Assistiamo infatti a una vera e propria transumanza dei valori del decoro verso regioni periferiche del percepito. Dunque non essere assorbiti dal corpo corrotto del Leviatano è segno di forza e consapevolezza rare, il mondo dell’arte, dei media, delle scienze essendo territori infetti da retoriche salottiere e viralizzati da falsi profeti del sapere.
Ho un ricordo della messa d’una giovine commessa che nell’Atto di Dolore si sbracò con gran fragore.
In ginocchio sul sagrato fece atto sconsacrato ed ai vecchi lì in preghiera mostrò culo e giarrettiera.
Cadde l’occhio poi del prete su polpacci e calze a rete venne giù dal suo banchetto un precoce chierichetto.
Nella calda sera estiva il tramonto dall’ogiva trasformò quell’omelia in un’orgia in sagrestia.
Al virale turbamento pure quelle del convento si recàron giù discinte a trombàr dietro le quinte.
Mi rammento poi d’un nano dall’immane deretano di signore tracagnotte diventate gran mignotte chi di sopra chi di sotto finalone poi col botto che grandioso baccanale quel Giudizio Universale!
Un film “delizioso”. Wes Anderson del resto ci ha abituati bene. Un’operazione orchestrata alla perfezione dal regista che trae spunto dall’opera del compositore inglese Britten, “Variazioni su un tema di Henry Purcell”, per realizzare questo “Moonrise Kingdom”. Ogni scena è centellinata e costruita sulle similitudini sinestetiche tra cinema e musica, intere carrellate di piano sequenza introducono personaggi e scene sulla falsariga delle presentazioni degli strumenti nelle variazioni su tema. Un omaggio colto e raffinato agli anni Sessanta, il 1965 per la precisione, con un campionario impressionante di oggettistica vintage, talmente ricco da rasentare il preziosismo, a seguito dei richiami compulsivi e maniacali al modernariato di quegli anni. Per non dire della panonamiche fisse, fotografiche, iterative, che rimandano all’immaginario tolemaico del microcontesto della fiaba. I personaggi si muovono entro coordinate dettate dal canovaccio musicale, generando il paradosso tipico dello straniamento, epifenomeno caratteristico, ad esempio, del musical. Proprio grazie a questa aderenza al progetto sonoro è la figura retorica dell’analogia a farla da padrone, colorando i personaggi in chiave comico-grottesca, cosa del resto che è prerogativa e marchio di fabbrica di tutto il cinema di Anderson.
Ma allora cosa non mi ha convinto? Perché sostanzialmente mi sono annoiato nonostante quel profondo senso di compiacimento estetico ed estetizzante che mi teneva mollemente adagiato alla poltrona? (e per forza, come si fa a non rimanere estasiati di fronte a certi caratteri fin dai titoli di testa? o a Sua Maestà il Super 8?). Probabilmente la causa sta nel guanto di sfida lanciato da Anderson tramite questa operazione intellettuale e rigorosa che non ha nulla di candido (e qui sta uno dei principali inceppi del film a mio avviso), questo voler implicitamente dichiarare gli ambiti e le coordinate del suo cinema tramite un film che è fin troppo autocompiaciuto per non essere manifesto.
La sua opera più sincera è e rimarrà sempre i “Tenenbaum”, che rappresenta l’apogeo del suo cinema descrittivo. In Moonrise Kingdom pare di stare dentro a un film di Kaurismaki; c’è qualcosa di “terribilmente già visto”, un deja vu che mi ha sconfortato all’uscita della sala, qualcosa di vecchio, ma di dannatamente ben confezionato.
Tutto questo, Anderson ce lo vomita alle spalle, nella presunzione di un cinema che vorrebbe essere nuovo ma che invece puzza maledettamente di cadavere sotto la cipria e il belletto. Un film che consacra la maestria del regista texano, al contempo mostrando tutti i limiti della sua estetica – fin troppo programmatica ed introflessa -, limiti che rischiano di connotare i suoi lavori quali sterili, per quanto sofisticati, esercizi di stile.
Ormai la sinistra DEM è il reale fascismo del nostro tempo. Le caricature attuali degli ex missini sono, paradossalmente, il più prossimo frammento di continuità con la politica del passato. Entrambi gli schieramenti presenti nell’arco parlamentare sono espressione della nuova teologia atlantista che impone:
A) Uniformizzazione di lingue, media, prodotti, moneta, ideologie.
B) Psicologizzazione di ogni problematica di ordine naturale e selettivo.
C) Trasformazione di cittadini, poveri e pazienti in un’unica categoria di consumatori.
D) Imposizione della cultura “gender fluid” e consequenziale dittatura della “cancel culture”.
E) Egemonia dello “scientismo” e riduzionismo funzionale alla legittimazione del nuovo credo.
F) Ghettizzazione e isolamento del dissenso tramite la creazione di apposite categorie culturali e la sacralizzazione di nuovi tabù.
Lasciate perdere le critiche sterili, che parlano di film che vuole piacere al pubblico, e andate a vedere questo bellissimo ultimo lavoro di Ang Lee: “Vita di Pi”. Sono due ore di pura meraviglia, che fanno il paio con quelle dell’altrettanto straordinario “Lo Hobbit”, da vedere nelle apposite sale attrezzate con tecnologia 3D HFR. Spettacolo degli occhi e dell’anima: stupore, meraviglia, bocche aperte.
Favole, che di questo stiamo parlando, quindi la smettessero di rompere le scatole – i tromboni – con parallelismi e riferimenti del tutto fuorvianti rispetto alle tematiche e al contesto. La cosa che davvero irrita è la denuncia di “crisi di identità” per siffatte opere, come se per narrare di Cappuccetto Rosso fosse necessario ricorrere allo scandaglio psicologico dei personaggi: davvero patetico. Il riferimento più prossimo che mi viene in mente per questo “Vita di Pi” è ovviamente “Cast Away” di Zemeckis; al pallone “Wilson” fa da contraltare la sontuosa tigre del Bengala chiamata “Richard Parker” (esilarante anche conoscere il perché). Ma qui non si parla tanto di solitudine e disperazione, quanto piuttosto di magia e di rapporto col divino. Non amo evocare trame e dunque non lo farò neanche in questa occasione.
La storia è a dir poco toccante, a tratti emozionante come poche. Il rapporto uomo-natura viene qui sublimato nella continua catarsi di Pi, anche di fronte alla violenza bestiale dell’animale e della condizione estrema: un ragazzo e una tigre su una scialuppa in mezzo all’oceano.
Non ho letto il libro di Yann Martel da cui è tratto il film, ma pare che Ang Lee sia stato davvero un folle a cimentarsi nella realizzazione di questa storia: ed i risultati sono a dir poco eccellenti. Regista eterogeneo, versatile e intelligente: correte in sala per vedere una delle storie più belle. Cinema con la “C” maiuscola, come ai vecchi tempi delle avventure di Sinbad.
L’America e lo scandaglio della sua coscienza. Anima, oseremmo dire, in aperto contrasto con le facili chiavi di lettura che rimandano alla proto-storia di una sorta di Ron Hubbard ante litteram. Ovvietà. Troppo sofisticato il tono e la sostanza dell’opera di un regista complesso e colto come Anderson. L’America e la sua anima, per una narrazione priva di trama, simbolica, visionaria, metafisica. Il suo lato “corrotto”, l’ombra, lo storpiamento nell’incarnato di Joaquin Phoenix, e il suo ambito spirituale, eterico, animico, nella straordinaria maschera di Philiph Seymour Hoffman: un binomio inossidabile antico come il mondo, ma peculiare, proprio di queste terre e delle vicende di questo paese. L’anima wilde di un continente, antropomorfa, intrappolata nel corpo di Freddie, e quella mistica, istrionica, sublimata nel carisma del Veggente. Il percorso è un calvario, irto di dolore, con tante stazioni di sosta. Ma è un percorso catartico, immenso. Sottostare al concetto di “guarigione”, di “verità”, di “impostura” è dare al corpo carsico del film implicazioni di denuncia che nei fatti sono del tutto estranei all’opera. È confondere Reale con Realtà. Il Maestro (senza virgolette) riconosce il suo discepolo. Il rapporto è sincero, profondo, viscerale. Questo riconoscersi nella temporalità karmica – poco importa se reale – è il leitmotiv del film (“se adesso vai via, nella nostra prossima vita io sarò il tuo peggior nemico”, qualcosa del genere dice il Maestro a Freddie nel minuti finali del film). Si procede per tentativi, per fallimenti e successi, in un costante scandaglio della dualità, di ciò che dilania e azzanna il cuore e l’anima della gente, e di ciò che per converso nobilita le azioni e lo spirito dei reietti. In maniera probabilmente involontaria, Anderson si è verosimilmente addentrato nel ginepraio dell’universo esoterico indossando i panni del naturalista, ma finendo col precipitare in un avvitamento a spirale verso regioni ignote della materia. Freddie “guarisce” (virgolette) grazie al Maestro, nella fuga da tutto ciò che vincola e contamina. Come nelle migliori tradizioni il discepolo lo supera tramite l’affrancamento radicale dalla dottrina e dal “metodo”, ed è sua la motocicletta che si dirige a tutto gas verso il confine dell’utopia, fuori dai vincoli delle parabole e delle modularità sperimentali. In qualche modo egli dimostra che le teorie del maestro sono il barlume di ciò che può essere sondabile in questa parvenza di vita. Tant’è che tutti nella setta temono Freddie, perché avvertono che in lui è presente, non già l’impulso dell’eresia e dell’entropia, quanto piuttosto l’onnipotenza dell’iniziato, ovvero di colui che ha già sperimentato la morte in vita (“che ti succede Freddie? Sembri invecchiato. Stai male?”, ancora nel finale, quando Freddie ritorna per l’ultima volta, da risorto). Questo il maestro pare saperlo o intuirlo da sempre. Ecco perché lo accoglie immediatamente nella sua nave come un novello discepolo. Egli lo riconosce e lo teme, a tal punto da dichiararsi suo nemico nella vita futura. Cerca di “ammaestrarlo”, di codificarne e correggerne le patologie, ma poi si rende conto di essere subalterno alla sua potenza, che ha davanti a sé un archetipo ancestrale. La crisi mistica, e i problemi del maestro cominciano con l’avvento di Freddie. E anche questo è indizio non trascurabile a chi non voglia soffermarsi al significato letterale dell’opera (Poco importa quanto di ciò sia cosciente nelle intenzioni di Anderson. Ed in ogni caso se il regista avesse voluto fare un banale film di denuncia a “Scientology”, non avrebbe assunto un taglio così onirico, analogico, à la Malick). L’intera vita di Freddie è onirica, con sbalzi di coscienza tormentata nello spasmo della morfologia dell’esistenza. Memoria, ricordo e contemplazione sono il reale vissuto dell’Iniziato, che entra ed esce dalla “chiesa” spogliandosi della dottrina come un Cristo. Freddie è dunque eternamente su quella spiaggia, intento a modellare i seni e i capezzoli di quella donna, effimera cone la sabbia, mentre le onde cancellano ogni traccia rappresentativa, ogni attaccamento. Questo durante il film, ma non nell’eternità dell’ultimo fotogramma.
Non voto da decenni. Non voto da quando ho compreso che la politica non mi rappresenta, né mi deve rappresentare. Siamo nel 2023. Ormai dovremmo essere consapevoli che prima della politica ci sono gli uomini, con le loro coscienze e le loro culture. La politica non può risolvere le problematiche della contemporaneità, perché ogni rivoluzione è dapprima spirituale, culturale e poi sociale. Nessuna “politica” calata dall’alto, nessuna delega rappresentativa potrà mai far cambiare le condizioni della “società della sorveglianza”, quella che lustri fa Pasolini definiva “società dei consumi”, essendo la politica prodotto di una selezione altra, e non più espressione della volontà popolare (con tutti i distinguo possibili anche nei confronti di una reale coscienza di popolo autodeterminata e atta a conseguire un rivoluzionario cambiamento politico).
Sorrido amaramente di fronte alla retorica dell’elettore-consumatore medio, il quale puntualmente si presenta alle urne con rinnovata (patologica) speranza di un reale rinnovamento. Nulla può essere rinnovato senza un radicale cambiamento delle coscienze. Altrove, nonostante i danni devastanti della globalizzaIone, ci sono nazioni e popoli che hanno un naturale rispetto del proprio ambiente, che hanno una generazionale predisposizione al senso civico, frutto di stratificazioni culturali che noi abbiamo annientato democraticamente a colpi d’ascia. In questo altrove, il susseguirsi delle alternanze al governo, ha di poco mutato l’equilibrio del rapporto uomo e ambiente, giacché ogni politica è espressione di una variabile all’interno di un contesto armonico che prende il nome di civiltà.
L’Italia è un’anomalia geopolitica. Frammentata ma riunita nel nome di un’unità imposta, essa, da dopo il “boom” economico, ha visto mortificare il proprio habitat, vilipendiare il suo patrimonio artistico, violentare la sua delicata orografia. Gli italiani sono una sorta di popolo ibrido, pigro, assistenzialista. Sperano sempre nella risoluzione delle problematiche per tramite di un Deus che cali dall’alto, nella delega costante al politico o alla politica di turno, ossia di ciò che rappresenta il perverso portato della medesima dinamica pulsionale, del desiderio inconscio di essere eterni puer.
Niente più mi irrita degli accorati appelli al voto. Provo una nausea costante durante tutto il periodo elettorale, ma ciò che più detesto in sommo grado, sono gli ardori delle anime progressiste in cerca di riscatto, le isterie di quelle stesse losche figure che nel corso degli ultimi lustri si sono ammantate di valori europeisti, che hanno cianciato di diritti umani… loro, i devastatori della cultura, gli officianti dei salotti, gli sciacalli della tirannia occidentale, i difensori dell’abominio di Schengen che poi indossano le linde divise da crocerossine/i dei poveri profughi. Ecco, questi li detesto senza ritegno. Sputo dunque sugli accorati appelli al voto dei lacchè di Conte, dei sostenitori di Draghi, del coprifuoco e della dittatura sanitaria, e delle loro schede elettorali farei volentieri faló.
PS fin quando gli oggetti della politica saranno “assimilabili” dal sistema occorre astenersi. Solo l’eventuale nascita di un oggetto politico non assimilabile potrebbe invogliare alla creazione di nuove strutture della politica, e dunque innescare una partecipazione condivisa.
“God bless America!”. E noi tutti diciamo grazie a questa terra che ha generato uno dei più grandi registi della storia del cinema. Che meraviglia questo “Django”, e si badi che non era facile dopo un film epico come “Bastardi senza gloria”. Tre ore di tensione pura, sublime e cristallina. Come al solito in Tarantino si intrecciano grovigli di strade, citazioni e rimandi, ma il risultato non è mai capzioso, contorto, “difficile”. Tarantino ha messo a fuoco la legge fondamentale dei grandi maestri del cinema: quella di tenerci inchiodati alla sedia senza un respiro. Da qui si parte, il resto è conseguenza. Ormai possiamo affermarlo, lui è il regista dell’attesa, della tensione che corre sul filo di lama. Ogni momento del film, di ogni suo film (vogliamo ricordare la scena iniziale di “Inglorious Bastards”, con i tedeschi che perquisiscono la baracca e quel gigantesco Cristopher Waltz nei panni del gerarca che viene rivelato per la prima volta al grande pubblico?), è un microcapolavoro di suspance. Non sai mai cosa aspettarti, la cura del dettaglio può essere talvolta insostenibile: spillare e “tagliare” la birra, suonare l’arpa possono rivelarsi attività metafisiche, distillati di tortura silente. L’esplosione splatter, in questo senso, rappresenta nel cinema di Tarantino la catarsi necessaria, l’acme di una nevrosi scarnificata e messa in scena: dunque insostenibile. Tutti i personaggi, come in De Sade, son caratterizzati infatti all’estremo, rappresentano tipologie umane à la Balzac; questa volta è il caso del Django schiavo che si riscatta e libera o del cacciatore di taglie Shultz, quell’altra quello del colonnello nazista Hans Landa o del tenente Aldo Raine. Poco importa. Tarantino è il regista (per fortuna nostra) meno introspettivo – in senso psicologico – che si conosca. Cultore del mito e del suo eterno dipanarsi, egli è il Tarzan nella giungla citazionistica di segni, palcoscenico da lui concepito per esplicitare il prolasso di Significato e Significante. In questo senso le citazioni sono da intendere in chiave parassitaria: Tarantino “omaggia” il cinema italiano come un branco di piranha la carcassa del tonno. E così Di Caprio fa scempio del teschio del suo antico servo – fino ad allora gelosamente custodito come un amuleto – e Tarantino polverizza i contenuti della nostra cinematografia minore, rosicchiando fino ai bordi la necessaria paludata “cornice”, che diviene forma e contenuto, struttura e sovrastruttura, facciata da saloon senza interni, esoscheletro di “western all’italiana”. Tuttavia, al pari di De Sade, vi è come un’ossessione etica in Quentin, magari distorta e rovesciata, ma pur sempre etica. In questo senso il suo ultimo cinema sembra essere teso alla “riscrittura” in chiave pulp di una fantasmagoria della storia; vicende e personaggi di dispongono in funzione di una redenzione solipsistica, genetica, d’elevazione. Il grottesco diventa paravento e guscio atto a preservare il flebile battito di un cuore neonato e sincero, perché alla fine a una società ed a un’America migliore tende tutta l’estetica inconscia del suo cinema. I colpevoli fanno quasi sempre una brutta fine, ed i “buoni” ottengono un riscatto fuori dallo schermo: è il caso del corpo abbandonato del povero Shultz che viene idealmente consegnato allo spettatore; così relegato di spalle e senza gli onori di una degna sepoltura, anch’esso esploderà come tutto il resto nell’atto finale del fuoco purificatore (vedi incendio nel cinema colmo di nazisti in “Ingloriuos Bastards”), forse a testimoniare che il futuro dengo sarà dei Django, ovvero dell’eroe Sigfrido che non conosce la Paura. Comunque la leggiate, un film eccezionale.
Un film davvero impossibile da sostenere, eccezion fatta per primi venti minuti, grazie allo spettacolare tsunami ricostruito davvero con grande potenza visiva. Eppure ero pieno di aspettative giacchè avevo amato molto il film precedente di Bayona: “The Orphanage”. Ma qui siamo di fronte a un melodrammone davvero insostenibile. Tutto un frignare ossessivamente ricercato, sottolineato, rimarcato, evidenziato fino alla nausea. Un film totalmente privo di pathos e che riesce perfino a farti detestare le vicende (peraltro reali) di questa famiglia spazzata via dalla forza del mare e che pian piano con mille fatiche riesce a ricongiungersi. Tutto ciò ovviamente non basta a “fare” un film, soprattutto se ogni dettaglio è posto al servizio di una volgare enfasi della sofferenza. Manca lo sguardo visionario del rapporto uomo-natura e gli accadimenti non sembrano suggerire altri rimandi al di fuori di quelli messi in atto, rendendo claustrofobico il racconto.
Una storia intima che non riesce a divenire universale. Neanche il simbiotico rapporto tra madre e figlio, dopo la separazione del nucleo familiare susseguente al maremoto, riesce a coinvolgerci più di quel tanto, e scivola noisamente sul piano inclinato di una sceneggiatura di maniera.
E poi ancora pianti, e abbracci, indi ancora lamenti e lagnanze, avviluppamenti e scoramenti, un una intermittenza di singhiozzi che ci ha visti catapultati – per sfregio (e di corsa) – al primo, possibile Mc Donalds.
Sezione dell’inferno dantesco adattata alla Società dei Consumi. Alla fine il Cocito ghiacciato con Lucifero, “sopra” la tentazione al cioccolato che tenta il visitatore.
La Polonia è un immenso oceano verde venato di strade ben asfaltate, dove ogni villaggio o paese par essere nave o vascello ormeggiato sui prati. Ogni cosa ha la sua giusta proporzione: le case, le chiese, i cortili, e l’occhio può riposare nell’armonia di questa naturale dialettica tra uomo e ambiente (neanche una cartaccia per terra). E penso al nostro barocco e sventurato paese, così colmo di cultura e di ingiurie, offeso dalla barbarie del boom economico che ha annientato ogni amore per la nostra antica bellezza. Medito su cosa saremmo stati senza l’abbraccio mefitico con la NATO, e la corruzione della società dei consumi; forse un paese più povero, ma vivaddio integro nella sua urbanizzazione, e in costante comunicazione linfatica con la forza del suo passato.
Cominciamo col dire che Ari Aster è uno dei registi più interessanti e originali del panorama. Il delirio apparente di questo suo ultimo “Beau ha paura” è la costante che accomuna le opere più estreme di Lynch, Cronenberg, Bunuel, Gilliam, Von Trier e compagnia cantando, delirio che non è decifrabile solo da un punto di vista psicanalitico, anche perché ciò implicherebbe il misconoscimento delle sue due opere precedenti. Qui la “paura folkloristica di “Midsommar” si fa dapprima terrore urbano, poi mitologia edipica dell’Antropocene, infine rappresentazione grottesca del teatro della vita, di cui la fuga nella selva è viatico all’orgasmo primo, all’eterna parabola biblica.
La psicanalisi, del resto, non offre (non può) vie risolutive tramite la farmacologia a chi è investito dal devastante fardello della percezione, e lo stesso psicologo diviene maschera oscena al servizio del sabba cui l’homo sacer è dannato dal suo stesso alter ego ancestrale. La madre crudele, dispotica e punitiva (a capo di una multinazionale farmaceutica, la “MW”) è la detentrice del senso di colpa, della teatralizzazione della sua stessa finta morte, nonché delle sorti del viaggio mitico che l’Odisseo Beau compie tra le mille vicissitudini del Fato (in una scena del film si vede il collage coi dipendenti della MW – e di tutti i protagonisti degli incubi di Beau – che va a comporre il volto gigante di Mona): lei è la madre divina terribile che impedirà a Beau di avere i tre figli della rivelazione della parabola a causa dei traumi cui lo ha continuamente sottoposto. Il Giudizio Supremo è viaggio nel Lete, un viaggio in barca senza guide, senza Caronte, popolato da figure femminili senza volto, e infine sentenza pronunciata nell’agorà, abissale sprofondare dell’Io, trionfo dell’Irrazionale sulla Ragione (all’inizio del film si vede un bambino rimproverato dalla madre che ha la stessa barchetta di Beau… altri incastri di un puzzle vertiginoso).
Durante il film si ride per ore, si ride amaramente… ci si stanca poi di ridere, così come ci si stanca di mangiare dopo una fame ancestrale che viene soddisfatta, poi ci si accascia esausti e si sprofonda nella poltrona, in attesa anche noi del giudizio che ci lascerà stremati e senza più la forza di comprendere alcunché, anche noi Beau in cerca di orgasmi e fiabe.
Moretti che fa il verso a se stesso. Didascalico. Patetico. Imbarazzante con quei fermo immagine di lui che strabuzza gli occhi dopo la battuta ad effetto su Stalin che richiama certa pubblicità tagliata male degli anni Novanta. Moretti che vuol farci sorridere ma che riesce a suscitare solo grumi di pietà con la sua ultima depressa opera, attraverso le sue ritualità ossessive mostrate con artificio. Un film dalle forzate tonalità felliniane, che mal si addicono alla poetica del regista romano. Ne vien fuori una sorta di “Amarcord” senza “cazzimma”, scialbo e malato, come tutta l’ideologia che Moretti pare trascinarsi dietro come una zavorra. Moretti col suo patetico dialogare che vorrebbe emulare Kaurismaki, ma che riesce solo a creare un profondo senso di imbarazzo in chi è dotato ancora di un barlume di spirito critico. Moretti che canta. Moretti che recita. Moretti che si fa cinema nel cinema del suo stesso cinema. Moretti che “danza” in macchina con quell’altra allampanata della Buy fa piangere di pietà, perché non c’è nulla di “vero”, di “reale” in questa pantomima che ha il dramma dell’autocitazione fuori tempo massimo. Moretti che chiama chi vuole dal suo telefono “proletario”, perfino lo “Scorsese” che non c’è, inconsciamente mostrando il suo stanco potere di celebrità-che-vorrebbe-insegnare-al-resto-del-mondo-come-si-campa. Ridicola la presa in giro di Netflix, mal orchestrata e palesemente grottesca nei toni e nei contenuti. Tutto pesa come un molesto decadere senza poesia, lirismo, pathos. Tutto è vecchio, bolso, fatiscente. Frasi come “per me la recitazione è come il free jazz” sono da salotto romano di vecchi tromboni. Sovrana regna poi questa paternale immanente, che un tempo magari poteva avere senso, ma che oggi, dopo tutto ciò che abbiamo vissuto in questi anni, suona beffarda, soprattutto quando i sostenitori di questa “morale cinematografica”, sono poi gli stessi protagonisti della sinistra salottiera: i Renzo Piano, i Rodotà, vecchi più vecchi di lui e anch’essi latori di una visione del mondo stantia e morente. Questo è un film dove il peso dell’angoscia di Moretti – maldestramente celata nell’ imbarazzante finale canterino – finisce col gravare perfino sulle prove degli attori, che risultano altrettante maschere vuote e meccaniche, come nel triste copione del film messo in scena.
Addio Nanni, la vecchiaia è una brutta bestia se non sei Mel Brooks.
Ormai vivo una reale parallela molto intensa. Questa è solo l’infinitesima parte dell’abissale immersione in questa storie. Il “regista” di questi miei sogni deve essere la summa di tutti i grandi autori che sono nati sulla Terra. Gli intrecci non sono narrabili. Le storie hanno logiche inconcepibili ma sublimi. Quel che riferisco è solo il minimo calco di ciò che ho vissuto.
SOGNO DEL 22/4/2023: (accadono molte cose prima). Poi ci si ritrova in una sorta di cantina con degli altri musicisti. Alcuni sono esseri orrendi. Riceviamo una telefonata di Miles Davis. Con nostra sorpresa lui parla normalmente e dice che la sua parlata è solo un trucco per prendere in giro i giornalisti. Ciascuno di noi riceve la cornetta e parla con Miles. Ad un certo punto alcuni musicisti che hanno sembianze orrende cominciano ad accoppiarsi tra maschi in maniera brutale. Scopriamo di essere dentro una setta ultra cattolica e decidiamo di fuggire. Saliamo e scendiamo per anfratti che dovrebbero condurre in superficie. Ma la strada è bloccata. Qualcuno dei fuggiaschi decide, per evitare di essere massacrati dall’orda di fanatici che ci insegue, di mimare un rito e intonare litanie al Signore. L’officiante compie un atto che consiste nel sezionare una pasta da pizza grigia e offrirla come ostia. Gli inseguitori ci colgono nel bel mezzo del rituale e desistono dal loro intento brutale. Tra di noi ci sta un mio amico (non faccio il nome) che dice di essere morto durante una seduta di pesi. Aveva tirato su troppi chili. Io gli chiedo com’è morire, e lui risponde che è come spegnersi, e che al contempo altri di noi sono dislocati in altri mondi. Passeggiamo per una Catania surreale: ai palazzi di Piazza Università manca la sommità, e tutto intorno aleggiano cielo plumbei viola e nubi minacciose. Mi sveglio.
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SOGNO DELL’11 aprile 2023: Nei miei sogni rivelatori di ogni notte, oltre al me protagonista, ci sono, naturalmente altri personaggi. Nel sogno di questa notte ero interrogato da due docenti per un esame di armonia e teoria musicale. Oltre ai soliti intervalli, uno dei docenti mi sottoponeva quesiti riguardanti complesse soluzioni musicali numeriche, per tramite di una nuova metodologia che, a suo dire, prendeva spunto dalla fisica quantistica nell’elaborazione di un nuovo linguaggio in grado di fornire un codice esaustivo all’intero spettro sonoro presente in natura. Ovviamente, io non avevo le risposte a quella complicata rete di numero e formule, a differenza dello scrivente-professore, che continuava a comporre equazioni numeriche interrogative secondo il suo metodo. Ne consegue che quel “soggetto onirico” sapiente e latore di una tale conoscenza, è comunque partorito dalla mia coscienza onirica. Insomma, c’è “dell’altro da me” che attinge a livelli altri di sapere e che è depositario di una sapienza infinita. Così in altri sogni mi accade di progettare motori di navicelle spaziali, parlare lingue sconosciute, conoscere ogni nome e anfratto delle isole della Polinesia ecc. Da dove traiamo spunto nei nostri sogni per avere accesso a questo sapere immenso che supera infinitamente le nostre limitate capacità?
PS la risposta naturalmente ce l’ho. Diciamo che è una domanda retorica.
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L’INIZIAZIONE (Sogno del 27-3-2023): Ricevo una strana lettera sigillata recante il simbolo di due “ELLE” incrociate. Occorre presentarsi per un incontro in un prestigioso palazzo della città. Salgo le scale tortuose di un edificio antico di Catania, e scorgo più in alto Francesca Ferreri Dell’Anguilla che mi saluta con un cenno di intesa. Mi ritrovo in una sala ricca di sigle araldiche assieme ad altri diciassette individui, alcuni dei quali vestiti con paramenti d’epoca ottocentesca. Con mio stupore e piacere scorgo l’amico Pier Marco Turchetti. Siamo degli antichi esponenti della casa Lancaster, recita il più anziano seduto al centro del tavolo, i nostri nomi, le nostre vite fin qui sono solo stati un depistaggio. Comincia una sorta di rito per tutti. Vengo affiancato da un paggio biondo e dagli occhi azzurrissimi, che mi invita a dare le spalle al tavolo (gli altri fanno lo stesso seguendo l’invito di altri paggi), a porre la mano destra dietro la schiena e a chiudere gli occhi per poi osservare una certa luce interna (accade molto altro, ma davvero è un rito complesso di cui ricordo solo ciò che ho descritto). La mattinata scorre con altri rituali che non rammento. Ci ritroviamo per una pausa all’ora di pranzo con Pier a discutere con meraviglia di quanto accaduto, non capacitandoci ancora di essere parte dei Lancaster. Ad entrambi scappa di fare la pipì, e approfittiamo dei bagni del traghetto ormeggiato in un porto enorme che rivela il mare alla città. Sfortunatamente, durante la ricerca della toilette, il traghetto parte ed affronta un mare forza 8. Io sono più angosciato di non poter essere presente alla seconda parte del rito, che dal perire fra i marosi. Fortunatamente scopro che il traghetto fa una fermata “Via Umberto”, dove ormeggia in assoluta tranquillità. (Ora, la Catania che di solito mi si presenta in sogno sono quasi riuscito a mapparla. Via Umberto scorre tangenziale e obliqua rispetto a via Etnea, la quale è suddivisa in varie piazze con tantissimi chiostri. Il bar Savia, per esempio, è una sorta di locale francese illuminato da lampade a olio, immenso e con vari saloni, ciascuno con banconi e tavoli di differente foggia e arredi). Mi precipito correndo come un forsennato verso il palazzo dell’iniziazione, che è sito in una sorta di Piazza Università esagonale. Ho però questo impellente bisogno corporeo. Riconosco uno dei grandi magazzini della città, enorme, ed entro alla disperata ricerca dei bagni. Con mia sorpresa mi ritrovo a riconoscere ogni anfratto di questo dedalo, e trovo la zona bagni custodita da un tizio arabo che conosco bene. Entro… mi risveglio.
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SOGNO DI STANOTTE: Devo partire. Sono in un enorme aeroporto. Faccio il check-in bagagli. Ho solo una borsa e un piccolo trolley. È tutto automatico. Vedo una fila libera e metto su i miei bagagli. All’altro capo non li ritrovo. Scopro che il nastro che ho scelto reca una deviazione a sinistra. In tutta fretta salto sul nastro per cercare di recuperare i miei bagagli. Entro nello scomparto e mi ritrovo dentro un enorme hangar, pieno di una Babele di bagagli. Disperato torno indietro alla ricerca di un addetto. Nessuno. La cosa strana è che mi ritrovo davvero in un luogo straniero, come fossi realmente partito. Sono senza documenti, denaro, carte, iPhone… arriva in mio aiuto mio zio Gaetano Squillaci che assieme ad alcuni responsabili della sicurezza dell’aeroporto cerca di risolvere il mio caso. Mi si consiglia di rientrare a casa – nella mia casa di quel paese – e di attendere informazioni. Così faccio ma non riesco a starmene con le mani in mano. Nel pomeriggio torno in quell’aeroporto-hangar. Rientro dentro la deviazione del nastro trasportatore e mi ritrovo di nuovo dentro la Babele. Qui, tra infiniti bagagli, posso cliccare su un portale e scrivere il mio nome. Scorrono le analisi in corso di tutti i bagagli con i relativi contenuti interni catalogati minuziosamente. Spuntano fuori due zainetti uguali al mio, ma appartenenti ad altri viaggiatori. Nel frattempo varco un’altra soglia e mi ritrovo in un’altra abissale stanza dove alcuni giovani stanno provando gli effetti di un nuovo spettacolo di realtà virtuale. Vengo, mio malgrado, proiettato in uno scenario di conflitto e poi in una meravigliosa spiaggia tropicale nella quale la ragazza del gruppo nuota aggrappata alla pinna di un enorme pesce. Mi risveglio consapevole di essere dentro uno schema à la Borges. Dei miei bagagli nessuna traccia. (19-3-2023)
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Nel sogno di stanotte ero un costituzionalista che citava a memoria gli articoli della Costituzione. Non ho dubbi oramai: controllo i miei sogni lucidi. Noi abbiamo accesso a una memoria infinita e siamo solo dei terminali. Per fortuna ho avuto modo di ricordare i numeri degli articoli che citavo a memoria (solo i numeri, non i contenuti degli stessi): n. 17, 13, 48). Stamane il mio stupore è stato sommo nel rileggere ciò che in sogno citavo a memoria nei panni di un brizzolato oratore.
Articolo 17
I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
Articolo 13
La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art. 111 c. 1, 2] e nei soli casi e modi previsti dalla legge [cfr. art. 25 c. 3].
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.
E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà [cfr. art. 27 c. 3];.
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.
Articolo 48
Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età [cfr. artt. 56 , 58 , 71 c. 2 , 75 cc. 1, 3 , 138 c. 2 , XIII c.1].
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.
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(20-2-2023) Bologna. Sono con Fabrizio Puglisi e incontriamo Marcello Mastroianni che ci mostra magicamente un lato solare e sconosciuto della città. Siamo ora in una sorta di Versailles, con giardini e regge. Mastroianni consiglia l’esplorazione e una caccia al tesoro. Occorre trovare due scatole contenenti due preziosi trattati del Seicento di… (non ricordo i nomi dei due autori). Ci inoltriamo dentro i labirinti del maniero con Puglisi che nel frattempo è diventato Giorgio Tomasello. Sblocchiamo come in un videogame porte e sigilli. Troviamo infine i carteggi nei cassetti di un armadio di sotterranei e due scatole coi trattati di… Ne leggo una parte e torniamo in superficie. Ci accoglie Mastroianni che è diventato Gigi Proietti. Il trattato di … conteneva disegni licenziosi a corredo delle partiture. Per Puglisi (ritornato) non era per nulla interessante. Siamo alla Montagnola di Bologna e nel frattempo è arrivata Gaia Mattiuzzi. Fabrizio dice che i coltelli di casa sua non tagliano. Io e Gaia gli facciamo notare che siamo alla Montagnola e che li può comprare benissimo. Ne compra un set. Poi Gaia si trasforma in Lucilla Grossi. Camminiamo col suo ragazzo. Un omone alto e grosso. Spingiamo delle bici. Faccio notare che la bici di Lucilla non ha la lucetta posteriore e che la cosa è molto pericolosa di notte. Il suo ragazzo minimizza. (10-1-2023)
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Nel sogno di stanotte ero in tour a Los Angeles con Tonino Miano e Riccardo Grosso. Mentre loro sono in hotel comincio camminare lungo la spiaggia di Santa Monica e lo faccio per chilometri. Abbiamo un concerto alla sera ma io continuo a camminare fino al tramonto come in trance. Ad un certo punto mi rendo conto di essermi spinto troppo oltre e che devo ritornare per tempo. Arrivo nel parking di un hotel e chiedo ad una certa “Cindy” la strada per il ritorno, che nel frattempo si è fatta oscura e buia. Parliamo in un mix di italo-americano e lei si prodiga in ogni modo per darmi aiuto (PRIMO STEP: il volto, le fattezze di questo essere sconosciuto di nome Cindy sono presenti in me anche ora: tutto potrei descrivere, dalle rughe all’apparecchio ai denti. Probabilmente questo essere non esiste in questa realtà). La situazione sembra farsi difficile quando mi sovviene di avere la mia vecchia Alfa Giulia (mai avuta in questa vita) parcheggiata proprio nel parcheggio dell’hotel. La vedo dalle ampie vetrate che danno sul parcheggio. Sorridiamo insieme, ma quando esco l‘auto non c’è più. Cindy sostiene che potrebbero averla prelevata quelli della polizia per condurla al deposito comunale. La ragazza comincia allora a fare telefonate per ogni dove (STEP DUE: tramite Cindy io sono perfettamente in grado di comprendere in slang californiano ogni dialogo). L’auto si trova in cui a zona di periferia di Los Angeles. Cindy incarica un cameriere dell’hotel di accompagnarmi. La ringrazio di cuore e salgo in macchina col tizio in direzione deposito auto. (STEP TRE: Conosco ogni nome di via, viuzza, quartiere ed è come fossi alla guida al posto del cameriere). Poi non ricordo più nulla. #sogni #francescocusa #losangeles (6 gen 2022)
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Stanotte altro sogno incredibile. Sono sempre in una specie di città assurda. Una sorta di Bologna surreale. Sto lasciando la mia casa che viene affittata nel frattempo a 28 studenti. Discutiamo della logistica di questi poveri ragazzi e della vergognosa loro collocazione da parte del proprietario. La casa è infestata dalle blatte. Prima del mio viaggio in auto (ci sono altri problemi perché nel frattempo siamo a Parigi) devo sostenere un esame con una terribile professoressa universitaria e chiedo di essere messo per primo in lista perché devo partire. Lo chiedo a una mia amica che ha influenza su di lei (ma questa è senza volto). Vengo chiamato all’esame, non ho studiato nulla, non ho frequentato i suoi corsi, ho tutti i suoi libri incellofanatiche cerco maldestramente di spacchettare. La prima domanda è sull’era dello swing. Nel sogno ragiono e rispondo, cercando materialmente le risposte. Parlo molto bene. E fin qui… Il punto è quando mi viene richiesto di parlare della questione relativa allo Yemen e delle specifiche della storia del paese. Ecco: parlo senza soluzione di continuità. Mentre sogno elaboro concetti e nozioni in maniera perfetta, cito i nomi di interi villaggi e personaggi storici del paese seguendo una sorta di schema luminoso della mia mente che mi evidenzia le esatte pronunce, perfino le inflessioni dialettali. Vengo promosso col massimo dei voti e intraprendo il mio viaggio. Stamane non ricordo che il sogno ma niente di specifico. Insomma di Yemen ne so poco o nulla. (ott 2022)
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Come si fa a credere alla materia bruta e a null’altro? Vi faccio un esempio coi miei sogni. Sogno spesso – per citarne uno – di scrivere su degli enormi rulli che lasciano colare questa scrittura (una sorta di miscela di alfabeti e formule matematiche) entro degli enormi calchi che servono ad attivare i motori di navicelle spaziali da me progettate. È un linguaggio che “possiedo”, sono formule che utilizzo a mio piacimento, tant’è che quando sto per svegliarmi cerco sempre di serbare in me quantomeno il barlume di tale consapevolezza. Invece niente. Nonostante provi anche a contare a ritroso, non rimane che la parvenza di qualche simbolo privo di significati, o comunque da me non decifrabile. Questa enorme “scienza” mi appartiene. Non saprei come spiegarlo altrimenti, ma è assolutamente prodotto di ”quel me”, in quell’ambito di realtà. Potrei fare un esempio più semplice: questo il sogno di questa notte. Tra le varie cose, mi ritrovavo a contemplare una sorta di mappamondo interattivo con tutte le traiettorie seguite dagli aerei di linea. Bene. Ero in grado di “leggere” tutte le località del pianeta, perfino le più remote: dalle metropoli all’ultimo atollo sperduto negli oceani, giungendo fino al più remoto dei villaggi messicani. Nomi, abitanti, altezza sul suolo ecc. Stavano lì a mia disposizione! Bene, chi orchestra tali scenari? È un accesso alla Conoscenza globale, quasi una possibilità infinita di accesso allo scibile che ci circonda che mi lascia a bocca spalancata. (2022)
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Faccio dei sogni meravigliosi. Praticamente, opere multidimensionali. Insomma, stanotte stavo con questa Kostanze, ma ci stavo da decenni con questa Kostanze, era perfetta questa Kostanze, bella, algida, svizzera, non rompeva mai le palle questa Kostanze. Capiva al volo tutto questa Kostanze, le stava tutto bene a questa Kostanze. Ricordo solo l’ultima parte di questo infinito sogno con questa Kostanze, eravamo in un aereo che sorvolava la Svizzera, una Svizzera ultra moderna con costruzioni futuristiche, con tensostrutture, palazzi bio ecc., ed eravamo reduci da un concerto insieme a Riccardo Pittau (c’è quasi sempre Riccardo Pittau, non si sa perché) e a tanti altri che non ricordo insieme a questa Kostanze che mi dava tanti baci durante l’atterraggio. Durante queste fasi però l’aereo si trasforma in un furgone tutto scassato e noi siamo seduti dietro mentre Pittau fa un’intervista con un noto critico di jazz col viva voce. Questi gli fa girare le palle con domande insulse e Pittau lancia il cellulare nel pavimento di questo furgone che, nel frangente è tornato aereo. Io, gli altri e questa Kostanze cerchiamo di fargli capire che non è necessario tirare via il telefono, basta spegnerlo il telefono, ma lui non ne vuole sentire e continua a mandare a quel paese il critico noto he nel frangente ascolta tutto. In buona sostanza atterriamo in un aeroporto futuristico, penso sia Ginevra, e scendiamo tutti: i musicisti, io, Pittau e questa Kostanze. Stranamente è già pronto il prossimo carico di passeggeri e quasi ci pestiamo i piedi, come in metropolitana tra chi sale e chi scende. Mentre gli altri mi precedono io mi rendo conto di aver dimenticato qualcosa sull’aereo, non ricordo cosa, forse è solo una mia paranoia, ma penso di aver dimenticato qualcosa. Lascio tutto, valigia, marsupio e cellulare a questa Kostanze, e risalgo sull’aereo quando un’anziana signora mi chiede gentilmente di darle una mano con la valigia. Non è una valigia, è un masso, le faccio, signora ma cosa porta qui dentro, le faccio, e a fatica riesco a salire su con tutto questo peso, proprio mentre le porte di richiudono e l’aereo decolla. No! faccio! devo scendere! fermate! grido per questo aereo immenso che pare un terminal! Pian piano scopro che non è l’aereo, ma tutto l’aeroporto che si muove, una intera pista in movimento. Dunque “scendo”, ma non so come contattare gli altri. Soprattutto come contattare questa Kostanze. MI aggiro per i terminali di questo immenso aeroporto, una roba kafkiana, penso, dentro allo stesso sogno, chiedo in giro, apro porte in cerca del terminal che immette sui voli destinati alla Sicilia. Niente, apro e chiudo porte che danno su enormi aule in cui si celebrano processi. Chiedo ai passanti di prestarmi un cellulare, così almeno posso chiamare questa Kostanze, cercare questa Kostanze, che saprebbe di certo indicarmi la giusta via del ritorno. Niente. Nessuno sembra possedere cellulari. Esco allora di nuovo fuori e mi ritrovo davanti a una sorta di resort, un enorme cartello con su scritto: “La Fattorietta”… (2021)
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Nel sogno di stanotte discorrevo animatamente con un tizio dentro a un autobus futuristico. Sono nei pressi di questo infinito aeroporto, sempre lo stesso, da dove partono aerei e astronavi e in cui finisco puntualmente per perdermi. Cercavo la toilette ma non la trovavo. Eppure conosco la struttura di questa vasta aerea dell’aeroporto, ma puntualmente finisco col perdermi. Dicevo del tizio, questo tizio sgradevole ora è con me sull’autobus e mi parla di cose che io non posso conoscere, che mai ho affrontato nella mia vita. Mi descrive equazioni, cita interi passi dell’Ariosto e di Kant in tedesco, mi descrive le meraviglie di autori a me sconosciuti in lingue che nel sogno comprendo, ma che nello stato di veglia a me risulterebbero incomprensibili. Ad un certo punto mi scopro di essere ospite di casa di… una casa che devo raggiungere ma che è essa stessa un altro dedalo di piani e ascensori. La stessa… non sembra trovare le chiavi. Ricordo un’area del palazzo che è una trappola perché porta esclusivamente ai piani 3 e 7 e da cui è impossibile uscire. E molto altro ancora che non riesco neanche a descrivere.
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Del sogno funambolico, avventuroso, picaresco, avvincente, surreale, irriverente, tempestoso, pronunciata dal protagonista delle rocambolesche vicende, rimane questa frase come appesa sul limitare del mio risveglio: “come sarebbe bello avere successo, non tanto per i soldi, ma per rendere felici le persone cui vuoi davvero bene”.
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– Ci sono dei segnali che “aprono” le porte e queste cose accadono in sogno. solo che ora in me questi sogni sono sempre più lucidi, e mi ricordo di fare certe che poi mi devo ricordare quando mi sveglio. Stanotte sono serviti per accedere in una casa immane. Infinita.Il punto di unione è che si trova a Taormina (questo è sicuro) e che lo spazio che unisce le due parti (enormi) è una specie di sottoscala cantinato in cui si festeggiano i capodanni (ma che quest’anno è chiuso. (Capodanno. rito, passaggio). La cosa interessante è che fino a lì queste informazioni sono ovvie. Poi comincia a percepire l’immensità di quella casa. E da lì comincia l’angoscia. E’ una cosa troppo difficile da scrivere, uno stato inconcepibile.Al contempo però, prima che l’angoscia prenda il sopravvento, e quindi mi porti a svegliarmi, prendo nota di alcune cose: Il Grande Inganno. Praticamente questo livello percettivo mi fa tornare a una cosmogonia antica. Queste “porte”, queste “presenze” sono vie di accesso a una Conoscenza Superiore. Per esempio, l’universo tutto intero mi pareva un enorme limite, una specie di “inganno” concepito, di “limbo” informe atto a sviare da questa concreta gerarchia di Conoscenza. Ecco che siamo in The Kingdom, ecco Lynch, Von Trier, Esher, Eckarth… (2011)
E’ con perfida dolcezza che il grande regista del Kentucky affronta le problematiche che affliggono l’economia delle zone rurali degli Stati Uniti d’America.
La provincia diviene il territorio della nuova speculazione: questa volta dietro le mentite spoglie dell’energia pulita quale fonte di rinnovata ricchezza per aree depauperate e in crisi.
Matt Damon (co-produttore del film) è un giovane rampante manager che proviene dallo stesso mondo agricolo, qui al soldo dalla medesima multinazionale che aveva contribuito a fiaccare l’economia dei suoi territori d’origine. Ma, per nostra somma fortuna, Gus Van Sant non è regista di denunce. Il risultato è dunque ancora una volta allegorico (ovviamente abbiamo pensato al Lynch di “Una storia vera”). Ne risulta una sorta di apologo con finale edificante, di racconto pedagogico in cui gli uomini si trovano a superare le difficoltà contingenti, le differenti contrapposizioni in funzione di un armonico equilibrio, di un’idea superiore.
La comunità, che dalla disperazione trae le forze per contrastare le mire tentacolari delle multinazionali, si erge al di sopra delle minacciose tenebre del contemporaneo grazie, paradossalmente, al suo principale nemico (Steve Butler-Matt Damon), il quale troverà modo di riscattarsi e di venire a patti con la sua vera natura. Uno sguardo ancora una volta alle realtà marginali ed estreme, per luoghi ove è maggiormente possibile cogliere gli effetti devastanti della speculazione finanziaria. In queste terre di mezzo sono ancora leciti gli eroici voli pindarici e le clamorose prese di distanza. Trattasi di retaggi che risalgono a una cultura nobile, umanistica e civile, in cui una intera comunità trova la forza di contrapporsi allo strapotere dello corporations (una lezione che va da Leon Battista Alberti a Dewey).
Questa l’intelaiatura di “Promised Land”, il resto essendo delizioso languore di panoramiche silenti, gioco delicato e atroce di amori e disagi, grigiore agreste e atemporale, bucolica del presente. In questo languore, la tematica ambientalista pare al fine vanificarsi in una nebbia, sfocarsi e dileguarsi per lasciare spazio al silenzio delle cose non dette, alla monotonia dei paesaggi, al cammeo della Natura.
Un “fumettone” girato magnificamente questo “Gangster Squad”, film che si avvale di un ottimo cast d’eccezione su cui spicca il solito Sean Penn nei parti del cattivo di turno.
Altrove si legge di improbabili accostamenti con “The Untouchables” di De Palma, ma sono comparazioni di maniera. Il film ha unaconnotazione comico-grottesca e i personaggi sono caratterizzati come in un cartoon, spinti agli estremi della caricatura. Davvero dunque un pregevole prodotto dal punto di vista tecnico: ottima la ricostruzione della Los Angeles di fine anni quaranta e la cura dei costumi e degli scenari.
Ma al di là di ciò il film non graffia, rimane una sorta di ibrido tra il poliziesco e il comico, in una vertigine di generi. Manca del tutto la visionarietà della serie di “Men in Black” ad esempio, la sceneggiatura è fragile (anche se pare sia ispirata alla storia vera del bandito Mickey Cohen), di estrema povertà le battute e i dialoghi.
Comunque ogni paragone con gli illustri precedenti della tradizione è a mio avviso errato, e leggere questo film in quella chiave non rende giustizia del carattere leggero e di “divertissement”, del taglio spensierato che all’intera vicenda Fleisher intende dare.
Certo, un senso di smarrimento si impone ad un certo punto: un superlativo cast di attori che non riesce a trasmettere una stilla d’emozione (fatta salva forse la scena della moglie del sergente O’Mara partoriente nella vasca da bagno durante una sparatoria), lascia quantomeno stupefatti. Tutto rimane estremamente “colorato”, oseremmo dire laccato, e per converso inesorabilmente scialbo, superficiale; insomma, è come mangiare un piatto di lasagne in autogrill.
Mille ore di questo film non riuscirebbero a restituirci trenta secondi della tensione di “Django”.
Niente da fare. Anche qui sentiamo il tintinnio del ghiaccio e osserviamo l’olivetta vagolare nell’aperitivo milanese delle diciannove. Salvatores è riuscito nell’impresa di farci stare più che in Siberia a Cinisello Balsamo. Ovviamente parliamo di sensazioni, chè gli ingredienti – neve, freddo e saune – in questo “Educazione Siberiana”, tratto al noto libro di Nicolai Lilin, ci sarebbero pure tutti: lupi inclusi.
C’è sempre questa patina didascalica, questo indicare e mostrare col ditino, che alla lunga prostra e annoia, una sottile ma costante richiesta di attenzioni volta ad evidenziare i salti e i rimandi esemplificativi della sceneggiatura rispetto alla complessa trama del romanzo. Poche sequenze da ricordare, il resto scivola via come il campari nell’ugola del broker (con la stessa urgenza insomma di chi ha la testa sia alla fettina che al brasato). Mettersi a caccia del segnale gps nel Deserto del Sinai potrebbe avere qualche chances di riuscita maggiore rispetto alla ricerca di pathos ed emozione in questo film: zero patata si diceva un tempo.
L’unico risultato meritevole che Salvatores riesce a ottenere è quello di lasciarci allo scandaglio dei particolari. In questo appassire di trama e divenire filmico infatti ci si concentra piuttosto su suppellettili, sfondi, giochi di luci. Cominciamo ordunque a detestare l’inesorabile smorfia con la “boccuccia” di Malkovich, sempre la stessa ad ogni film. Il problema è che quest’uomo sembra sempre in procinto di mangiare una ciliegia, anche mentre lancia un piccione in aria o spara a un cane… grande attore per carità, ma se siamo così affetti da acribia maxillo-facciale è tutta colpa di Salvatores e del suo torpore.
Film importante e di notevole spessore. Leggere le recensioni sprezzanti della stragrande maggioranza della critica (il film è stato presentato a Venezia) è cosa che irrita alquanto. Assoluta miopia e ristrettezza analitica finiscono col conferire allo “stile da videoclip” il carattere saliente di “Spring Breakers”, quando invece è la ricerca di linguaggi cinematografici alternativi a rappresentare il fulcro del lavoro di Harmony Korine. Innanzitutto colpisce l’imbarazzo del pubblico in sala – molti ragazzini – in bilico tra aderenza e rifiuto al modello dello “sballo”, del delirio nel vuoto esistenziale. Dura poco l’effetto effervescente, mentre subentra gradatamente quello sinistro e deviato, dovuto allo sfalsamento percettivo del piano della narrazione. Le tecniche di slow motion, la distorsione dell’audio delle canzoni, le inquadrature traballanti conferiscono una dimensione edulcorata e onirica della violenza latente che viene trattenuta in un perenne mancamento sadico. Viene in mente il recente e malriuscito “On the Road” del povero Walter Salles, e ci si chiede se forse questo “viaggio” delle pin-up del nostro contemporaneo non sia infinitamente più vicino a ciò che oggi Kerouac potrebbe fare del suo romanzo, del suo viaggio iniziatico. La sequenza finale che capovolge la telecamera implica un reale sovvertimento dei valori, e ciò che è qui rappresentato non è affatto oggetto di denuncia e giudizio critico da parte di Korine. Quella via d’evasione è comunque una nuova porta, un nuovo modello di fuga dalla routine di una vita scialba e priva di contenuti (pensiamo all’ancor più orripilante “catechismo” di una delle quattro ragazze all’inizio del film). Nessuna aderenza ai modelli della tradizione è più sostenibile per questi ragazzi del terzo millennio: il gioco della distruzione e dell’abbattimento dei totem è stato assorbito nei vari cicli di mutazione generazionale: adesso si spara e si uccide, mentre dal cellulare si cercano conferme e si rassicurano le mamme. Korine, mediante la paradossale vicenda delle “killers in bikini”, immerge la telecamera-scandaglio in profondità, nelle acque solo apparentemente stagnanti di questo mutamento generazionale che probabilmente è epocale, globale e astorico.