
Cominciamo col dire che l’opera di Nolan comincia ad avere un senso se presa nel suo insieme. È un po’ come cercare di trovare la “storia segreta” che si muove carsicamente per tutti i sonetti di Shakespeare, e come ne i “Sonetti”, il significato dell’opera di Nolan è in parte extratestuale e si avvinghia a tutto il corpus della sua opera cinematografica come un’edera.
In questo flusso “nolaniano” che accomuna il rigore di Kubrick e certa visionarietà di Malick (Nolan essendo più una sorta di continuatore che di emulatore di questi maestri), si iscrive la sua ultima opera: “Oppenheimer”. Per intenderci, siamo distanti dalle spettacolarizzazioni di “Interstellar” e “Dunkirk”; ci ritroviamo, semmai, di fronte a un film dove l’inchiesta sul “caso Oppheneimer”, l’approccio freddo e razionale dello scienziato, la minuziosa cura del dettaglio dei dialoghi, si intersecano fino a fondersi con la visionarietà profetica del protagonista, con il suo ruolo di Cassandra e di messaggero della Nuova Apocalisse. Nolan ha lo straordinario pregio di rendere cinematografico il flusso di coscienza dello scienziato mediante un geniale contrappunto tra Reale e Immaginario delle inquadrature, ove ai dialoghi e alle scene narrative, si succedono sequenze di astratte dissoluzioni della materia, di particelle e gas, di devastazioni post-atomiche.
La prospettiva proustiana della narrazione, con i suoi continui deragliamenti sul piano temporale, mostra il calvario del protagonista e il suo cammino verso una forma di redenzione passiva che par farsi saggezza durante la vecchiaia. In questo senso, la detonazione del primo ordigno nucleare della storia, il Trinity test del 16 luglio 1945 nel deserto di Los Alamos, rappresenta il lacaniano “point de capiton”, la detonazione che funge da acme alla catena dei significanti, il sigillo che renderà Oppenheimer consapevole del suo ruolo prometeico.
Da non perdere.
