Processo alla memoria: tra Proust e la fiaba

Dopo aver finito la Recherche sono piombato in una sorta di incantamento lucido, e mi sono riavvicinato al mio immaginario d’infanzia, alla favola che tanto costellava di brividi di stupore i miei pomeriggi. È come se, per tramite di Proust, si fosse riaperto un portale d’accesso a quella speciale condizione sensitiva che ha caratterizzato quel tempo idilliaco, un filo di seta luminoso che mi ha condotto verso un’aspettazione che non è propria di questi miei anni. Ciò mi ha reso ancora più attivo su vari piani percettivi: più al pathos della fiaba, al dolore che ribolle sotto il fuoco delle antiche simbologie, alla realtà vivida del vissuto dei protagonisti, che alle fantasmagorie dell’immaginario e allo stupore del maraviglioso favoleggiare.

È la terribilità della fiaba ad affascinarmi adesso, mentre osservo le cartacce volteggiare al vento fresco di settembre, o ascolto le prime mareggiate frangersi sulle scogliere, nelle notti che paiono gravarsi di un mistero crescente con l’approssimarsi dell’equinozio autunnale. Questo canto colma di ardori e stupore i miei viaggi serali, che ora paiono straordinarie avventure verso un ignoto che par divenire fanciullezza, secondo un processo di inversione che si mostra a dispetto del fluire apparente del tempo. Talvolta è un volto femminile, che riconosco fra miriadi di volti, a rammentare la corruttibilità del mio corpo fisico fra le vite passate e future, a squarciare l’involucro che mi separa da quella fascinazione che sembra essere manifestazione di un arcano. E allora mi chiedo: come fare? Come comunicare tale enorme impellenza nel teatro del Reale, come porgere all’eletta il ramoscello poetico senza essere intrappolati dall’analisi reticolare dalla metafora della similitudine?

Difficile, senza correre il rischio di spezzare il fragile ordito che unisce i due mondi. Allora occorre trasformarsi in eroi, vivere costantemente sull’orlo di una dualità, fra vita e morte, vecchiaia e giovinezza, felicità e tormento, puntare la lancia in gola alla fiera fuoriuscita dagli abissi, essere cavalieri di carta del nostro vissuto. Fallire e risorgere nel rebus di significanti che rigenera le immagini di fonte sorgiva e crepuscolo di civiltà, orchi, dame e castelli, parrebbe essere l’unica mia via verso l’infanzia della mia memoria, verso quel luogo inafferrabile costituito dalla monade viola pulsante che sublima la caducità di noi esseri mortali.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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