
Finalmente una poesia abrasiva, che procura ferite e ustioni a chi la legge, finalmente delle liriche con lo sguardo rivolto all’osceno della sacralità (gli occhi aperti fino a farli lacrimare). La silloge di Annalisa Pascai Saiu è il frutto di un lungo processo di martirizzazione che passa attraverso l’inferno delle viscere, della zoe che si trasforma in bios e poi in psyché dopo violenti atti iniziatici che trovano corrispettivo sublimato nella tagliente struttura del verso. Finalmente un libro che non cerca compromissioni strategiche, che ammonisce biblicamente le anime dormienti, che evoca il ritorno dei morti dimenticati, mentre l’amore carnale va nutrendosi di mito e pornografia, di umori interni e trasgressioni che conducono alla Babele, all’utopia concreta dell’avvicinamento a Dio. Ogni componimento è una sorta di salmo che odora dannatamente di passione, quasi una maieutica dei colpi inferti vanamente alla carcassa del visionario.
Insomma, leggere questo libro è un atto di fede. Scampare alla lettura dell’opera significa rinunciare alla catarsi.
