VOTARE COME DISIMPEGNO

Non voto da decenni. Non voto da quando ho compreso che la politica non mi rappresenta, né mi deve rappresentare. Siamo nel 2023. Ormai dovremmo essere consapevoli che prima della politica ci sono gli uomini, con le loro coscienze e le loro culture. La politica non può risolvere le problematiche della contemporaneità, perché ogni rivoluzione è dapprima spirituale, culturale e poi sociale. Nessuna “politica” calata dall’alto, nessuna delega rappresentativa potrà mai far cambiare le condizioni della “società della sorveglianza”, quella che lustri fa Pasolini definiva “società dei consumi”, essendo la politica prodotto di una selezione altra, e non più espressione della volontà popolare (con tutti i distinguo possibili anche nei confronti di una reale coscienza di popolo autodeterminata e atta a conseguire un rivoluzionario cambiamento politico).

Sorrido amaramente di fronte alla retorica dell’elettore-consumatore medio, il quale puntualmente si presenta alle urne con rinnovata (patologica) speranza di un reale rinnovamento. Nulla può essere rinnovato senza un radicale cambiamento delle coscienze. Altrove, nonostante i danni devastanti della globalizzaIone, ci sono nazioni e popoli che hanno un naturale rispetto del proprio ambiente, che hanno una generazionale predisposizione al senso civico, frutto di stratificazioni culturali che noi abbiamo annientato democraticamente a colpi d’ascia. In questo altrove, il susseguirsi delle alternanze al governo, ha di poco mutato l’equilibrio del rapporto uomo e ambiente, giacché ogni politica è espressione di una variabile all’interno di un contesto armonico che prende il nome di civiltà.

L’Italia è un’anomalia geopolitica. Frammentata ma riunita nel nome di un’unità imposta, essa, da dopo il “boom” economico, ha visto mortificare il proprio habitat, vilipendiare il suo patrimonio artistico, violentare la sua delicata orografia. Gli italiani sono una sorta di popolo ibrido, pigro, assistenzialista. Sperano sempre nella risoluzione delle problematiche per tramite di un Deus che cali dall’alto, nella delega costante al politico o alla politica di turno, ossia di ciò che rappresenta il perverso portato della medesima dinamica pulsionale, del desiderio inconscio di essere eterni puer.

Niente più mi irrita degli accorati appelli al voto. Provo una nausea costante durante tutto il periodo elettorale, ma ciò che più detesto in sommo grado, sono gli ardori delle anime progressiste in cerca di riscatto, le isterie di quelle stesse losche figure che nel corso degli ultimi lustri si sono ammantate di valori europeisti, che hanno cianciato di diritti umani… loro, i devastatori della cultura, gli officianti dei salotti, gli sciacalli della tirannia occidentale, i difensori dell’abominio di Schengen che poi indossano le linde divise da crocerossine/i dei poveri profughi. Ecco, questi li detesto senza ritegno. Sputo dunque sugli accorati appelli al voto dei lacchè di Conte, dei sostenitori di Draghi, del coprifuoco e della dittatura sanitaria, e delle loro schede elettorali farei volentieri faló.

PS fin quando gli oggetti della politica saranno “assimilabili” dal sistema occorre astenersi. Solo l’eventuale nascita di un oggetto politico non assimilabile potrebbe invogliare alla creazione di nuove strutture della politica, e dunque innescare una partecipazione condivisa.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

Rispondi