Probabilmente sono fortunato giacché coltivo la mia passione per la filosofia al di fuori di certi asfittici ambienti; del resto rifuggo da sempre le “accademie” (dopo averle con enormi sforzi frequentate), anche se in altri ambiti musicali, letterari, cinematografici ecc. Ciò mi consente/mi ha consentito di sviluppare un particolare sentore di fronte agli abusi e alle violenze interpretative della critica e di certi approcci metodologici applicati alla storia. A leggere meticolosamente Hegel (o la Bibbia), per esempio, a me vengono dei seri dubbi: chi lo ha letto ha effettivamente assimilato l’essenza dell’opera? Quanto il giudizio è permeato dalle progressive stratificazioni dell’euristica? Tornano violente e perentorie le parole di Nietzsche: “Basta pronunziare la parola ‘seminario di Tubingen’ per capire che cos’è, in fondo, la filosofia tedesca – una scaltrita teologia”. Di fronte alle insostenibili rivisitazioni hegeliane in salsa computistica, quasi che questo Spirito possa essere la quintessenza di una platonica Partita Doppia, provo dunque un sostanziale fastidio. Alberto Bosi, nella sua prefazione alla “Filosofia dello Spirito”, parla con pertinenza della filosofia hegeliana come filosofia “cristocentrica, nel senso che tutta la storia del mondo ruota attorno all’incarnazione di Dio in Cristo, alla sua morte e risurrezione, all’irruzione dell’eterno nella storia”. Che diamine! Hegel parla di Spirito assoluto in un clima apocalittico e con una maieutica che affonda le sue radici nella messianicità. Si prenda un passaggio contenuto nella sua “Antropologia”: (…) la malattia sopravviene quando l’elemento puramente animico dell’organismo, diventando indipendente dal potere della coscienza spirituale, si arroga la funzione di quest’ultima, e lo spirito perso il dominio sull’elemento animico che gli appartiene, non rimane padrone di se stesso, ma ricade anch’esso nella forma dell’animico, rinunciando così al rapporto oggettivo con la realtà effettiva del mondo, che è essenziale allo spirito sano; ecc. ecc.”. Qui siamo a tematiche che verranno sviluppate e approfondite da Steiner più avanti. Di certo, senza un’adeguata conoscenza della scienza simbolica difficilmente si potranno penetrare gli aspetti più esoterici e nascosti dell’opera hegeliana; non si potrebbe comprendere, ad esempio, il senso profondo della risposta di Hegel al dono della medaglia del Genio ignudo fattogli dai suoi allievi.
Io davvero non mi capacito, in quest’era dell’ipertrofia tecno-scientista. Ma se siamo riusciti a realizzare, per es., l’iPhone in un periodo dell’evoluzione umana tutto sommato breve, perchè stupirsi o indignarsi al sol pensiero che altre culture antecedenti alla nostra o “altre” possano aver realizzato simili manufatti in chissà quali remote regioni dello spazio e del tempo? Non capisco davvero questa dogmatica certezza che alberga in certi ambienti. Non dovremmo forse essere altrettanto sconvolti per le nostre “capacità” tecnologiche e dell’ingegno dell’uomo? L’alfabetizzazione del sapiens possiamo considerarla effettiva nell’arco degli ultimi 5000 anni (a essere riduttivi: cos’è del resto la rivoluzione agricola se non una forma di alfabetizzazione?), ossia entro un arco di tempo risibile rispetto ai grandi cicli evolutivi. E poi: di quale “tempo” parliamo? In fin dei conti, questo è forse l’unico quesito filosofico che ci dovremmo porre.
Da più parti (va particolarmente di “moda” adesso), si cita il celebre “Rasoio di Occam”, spesso a sproposito. Va di moda presso molti razionalisti-debunker dell’ultim’ora, e cala come una mannaia a troncare certi discorsi. Ma… qual è il contesto culturale di riferimento di Occam? Occam ritiene che la ragione umana non può penetrare l’Assoluto e nega un ordine razionale della realtà. Non solo: egli nega il valore fondante dell’epistéme e vede la realtà come “esterna” dalla speculazione razionale umana. In altre parole, egli identifica la Conoscenza con l’intuito, col dato relativo all’esperienza. Insomma Occam “riduce” fortissimamente la forza conoscitiva dell’epistéme. Mi chiedo se i molti che lo citano siano poi consci di tutto ciò.
Quanti stanno effettivamente realizzando che siamo governati da un Parlamento con una maggioranza bulgara, frutto di abili e becere manovre di ordine corrotto? Che dibattito pensate possa esserci di fronte a una così evidente soppressione di ogni dialettica politica? Non vedete che i nemici acerrimi di ieri sono adesso tutti sotto la stessa cupola? Vi rendete conto che nell’arco di pochi lustri e anni è stato completamente metabolizzato il concetto di “casta”? Quanta falsa e bieca retorica si annida dietro i paraventi della “ragion di Stato”, o dell’emergenza di comodo? Mascherare il vostro disagio non servirà a granché. Fiero di non votare da decenni e di non essere parte di quest’ordito. (Stazzo 10-9-2021)
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Naturalmente, almeno i più accorti, avranno intuito che studio “Fenomenologie dei Media” da decenni. Il palinsesto televisivo offre gli strumenti necessari, a ben osservare, per analizzare cosa stia “effettivamente” accadendo e come stia mutando rapidamente lo scenario politico ideologico di questo sventrato paese. Orbene, avete notato come, studi televisivi a parte per le note misure anti covid, sia scomparsa la “gente”, la “piazza”, dai palinsesti televisivi delle trasmissioni mainstream del momento? Dove sono i collegamenti con l'”esterno”, con le persone REALI che protestano perché ridotte alla fame nelle trasmissioni della Gruber, di Mentana, di Formigli ecc.? Scomparse. Che sta accadendo? Ve lo dico io: si sta semplicemente rimuovendo dall’immaginario televisivo ciò che oramai risulta scomodo: il corpo delle masse, la disperazione, l’urlo sguaiato ma sincero del cittadino inferocito. Cosa ne è rimasto negli ultimi lustri dei successi di trasmissioni come “Milano Italia” o di quelle del Funari nazionale, che fine hanno fatto i girotondi e la massa critica? Questo processo non comincia col problema della pandemia da covid-19, è un trend già riscontrabile da qualche anno. Da Pasolini al 2020 la sinistra ha subito un vero e proprio rovesciamento dei propri valori fondanti. Dove è possibile trovare ancora la “gente” nei programmi delle tv generaliste? In trasmissioni-monnezza come queste che, paradossalmente, offrono spazio alla rabbia dei “nuovi vinti”. Questa nuova classe di reietti composta da commercianti, negozianti, ristoratori, rappresentanti, artisti, teatranti, artigiani, circensi, popolo delle partite Iva ecc., urla la propria rabbia in faccia a politici pietrificati e ammutoliti che non sanno cosa rispondere perché privi oramai del contatto e della relazione con quella che un tempo si sarebbe definita la “base”, il nutrimento delle radici della politica. Ecco dunque ripresentarsi le istanze xenofobe e le aderenze con la destra sociale, proprio a causa di questa metamorfosi cosmetica e telegenica della sinistra sterilizzata dalla biopolitica che ha del tutto perso il contatto col mondo Reale, in senso lacaniano. Tutto ciò dovrebbe aprire lo spazio per molte riflessioni sui nuovi “costumi” degli italiani oramai ammorbati da una comunicazione che, paradossalmente, non li riguarda (dicembre 2020).
Io oramai telefono ai miei amici per sapere se sono a casa e nella speranza che non ci sia effettivamente nulla da fare in giro, chiamo dunque per verificare che stiano effettivamente in casa e non fuori a fare chissà che, di questo periodo poi, che se ne stiano belli e buoni a casa insomma, e non se ne escano fuori con strambi eventi o iniziative curiose che potrebbero indurre a partecipare o, quantomeno, a stimolare un pernicioso senso di frustrazione, o meglio quel mefitico, per quanto fugace, senso di disagio generato dal semplice fatto stesso di non essere presenti lì, dove magari accade l’evento che non ti interessa, ma che tuttavia coinvolge i tuoi amici che poi ti penti di aver chiamato. (6 dicembre 2020).
A chi critica Maradona. L’arte è ovunque, tranne che nei manuali di estetica. È un insieme di pratiche d’uso, un immane geroglifico indecifrabile, per dirla con Anceschi, è ciò che una collettività vive come mito (rammento il Barthes di “Miti d’oggi”). Per me è arte ciò che non è “riducibile” al mero concetto. È il gesto irrelato che non rimanda a niente se non al gesto medesimo. L’arte è sempre espressione del divino, come divino è il rovescio di Federer, uno squarcio sulla tela si Fontana, il passo di Nureev o un’acrobazia della Comaneci (vorrei che qualcuno mi spiegasse la differenza fra questi ultimi due). Arte è ciò che va al di là dell’obiettivo, del risultato, dello scopo. Dei gol di Maradona rimane la bellezza, non solo ciò che ha prodotto il risultato sportivo. PS: Il Bello è il territorio del Sacro. Il sacro non conosce nosologie. Un vaso da notte greco ritrovato nel 2021 diventa un reperto e viene esposto al museo. Prima serviva per fare i bisogni, oggi diventa un oggetto di contemplazione. Duchamp ha fatto la stessa cosa col suo scolabottiglie, spostandolo dalla cantina al museo. L’arte è un insieme di pratiche d’uso: non sappiamo se tra mille anni il calcio di Maradona potrà essere fruito e considerato alla stregua di una pagina di Balzac.
A me piace esplorare la storia, perché per comprendere la contemporaneità è necessario sporcarsi le mani col passato. Veblen vagheggia già nel 1921 di “un Paese retto da tecnici professionisti che, sulla scorta dei più rigorosi standard di efficienza, avrebbero eliminato le inefficienze e gestito il Paese come una gigantesca macchina perfettamente a punto. I sostenitori della tecnocrazia privilegiavano le ‘regole della scienza’ sulle ‘regole dell’uomo’ e auspicavano l’istituzione di un organismo nazionale – una sorta di consiglio dei tecnici – al quale fosse conferito il potere di gestire le risorse e di prendere decisioni per l’indirizzo della produzione e della distribuzione dei beni e dei servizi (…) I tecnocrati, più di qualunque altro movimento politico del tempo, giunsero vicino all’integrazione della visione di un’utopia tecnologica nel processo politico”. Le guerre mondiali, la guerra fredda, il disastro del Challenger hanno posto un freno a questo processo che, adesso, con la nuova prospettiva della viralità globale, offre nuovo slancio alla tecnocrazia dei nuovi regimi terapeutici. Queste osservazioni di Rifkin della fine degli anni Novanta, sembrano adesso sorpassate dal corso degli eventi. Chi mi conosce sa quanto io auspichi un futuro biotecnologico, la fine del lavoro, ecc. e quanto confidi nella nuova sensibilità delle future generazioni. Tuttavia il prezzo da pagare per un nuovo step evolutivo sarà molto alto e non è detto non possa portare alla fine dei sapiens. A “uccidere” il mondo alfabetizzato non sarà la tecnologia, l’androide, ma l’ignoranza di chi sfrutta la bellezza del futuro per scopi miserabili. (7 nov 2020)
Il cinema di Shyamalan oscilla da sempre fra gli estremi: caricaturale/introspettivo, kitsch/spirituale, descrittivo/surreale, didascalico/metafisico ecc. Di conseguenza, in ragione di questa apparente schizofrenia, egli alterna ottime opere a film scadenti. Tale “oscillazione” permea anche il suo ultimo lavoro, “Old”, che pure parte con accattivanti premesse per poi liquefarsi (apparentemente) in un minestrone rancido. Rimane però, anche nelle sue opere più scadenti, come la sensazione d’una inesprimibile folgorazione, un’inquietudine che è a sua volta figlia di una rivelazione che persiste sempre sul ciglio del divenire senza mai risolversi in una forma esplicita e conclamata di senso. Da questa prospettiva occorre forse guardare al cinema di Shyamalan come al corpus di un’unica opera in fieri che attraversa varie fasi con l’unico intento di esplorare l’esoterico, l’invisibile, il mondo degli spiriti. “Old” è il tassello minore che va comunque ad aggiungere un arcano minore al castello di carte di Shyamalan, e va osservato, appunto, da una visuale panottica che consenta di vincere le resistenze naturali di fronte a certe caricaturali messe in scena, e alle evidenti falle della trama. Una cosa è certa: difficilmente ci si accosta a un film di Shyamalan con indifferenza o pigrizia, così come non si accarezza senza timore la schiena d’una tigre.
Mi capita, nell’ulteriore era del delirio di massa, di leggere post minacciosi e caustici dei NDDC (Nuovi Debunker di Cacania). Ne conosco a mazzi di costoro, per usare una metafora relativa, chessò, ai carciofi, alle cipolle ecc., non li conoscessi, ma li conosco questi NDDC, gente che fino a poco tempo fa andava in giro col pantalone vita bassa trascinando le “zampe d’elefante” per i vicoli cacanesi, gente dall’igiene precaria dalla mutanda ingiallita, gente corrosa dalla velleità artistica di partorire qualcosa, ragazzacci traumatizzati del tutto privi dei requisiti elementari del decoro, del tutto privi di educazione musicale, letteraria, questi NDDC che adesso, con fare chirurgico, vibrano d’un’aderenza globale alla cultura “main-estreamista”, costoro, riflettevo oggi, leggendo l’ennesimo post malato ma verniciato di necessità anti pandemica, scrivono a loro volta post in cui minacciano sbrigativamente, dispacci con cui e attraverso i quali intenderebbero poi anche elaborare progetti, strategie, manifesti artistici. Vi dicevo che ne conosco a mazzi di questi NDDC e posso assicurarvi che a costoro non frega nulla del prossimo, posso assicurarvi che costoro vorrebbero vederlo morto il prossimo davanti alla porta, questi NDDC cacanesi con la mutanda gialla che ci ammorbano con le nuove tesi cosmetiche, costoro, riflettevo oggi, mentre leggevo l’ennesimo falso post, hanno assunto questa posizione per ragioni legate alla sofferenza e perché stanchi di contestare dopo decenni in cui nessuno ha mai ascoltato i loro scaracchi, le loro bestemmie insulse, questi NDDC, meditavo oggi, hanno trovato una tardiva forma in questo nuovo apparato teologico che è il mondo globalizzato e finanziario che dispensa decreti. Costoro reputano la protesta, l’indignazione, oramai strumenti desueti, strumenti obsoleti, strumenti vecchi, e preferiscono, riflettevo oggi, aderire come lamelle, come pieghe radiali sotto il cappello del Grande Fungo, pregni di spore tossiche nel Nuovo Mondo Medico Geolocalizzato, costoro, i Nuovi Debunker di Cacania. (ottobre 2020)
Gente con la faccia paonazza e i capillari azzurrognoli ben in evidenza che parcheggia in doppia fila con la mano fuori dallo sportello a bloccare il traffico, a impedire intralci; gli occhi azzurri sbarrati nel vuoto e lo sterzo attaccato al torace.
Gente che apre la portiera dell’auto sul lungomare per far sentire a tutti un pezzo di trap dall’impianto audio.
Gente che starnutisce oggi.
Gente votante obesa che cammina con la gambe a papera e l’andatura da pinguino.
Gente che compra scatolame bio e getta le cicche per terra, tossisce o scatarra addosso ai figli, i quali a loro volta tossiscono e scatarrano addosso ai carrelli in fila. Questi ultimi continuano a virare a destra, e poi ancora a destra, quasi a rigettare ogni tentativo di addomesticamento e cercare altre piste, altri circuiti, altre vie di fuga.
Gente che si gratta il culo e poi porge la mano ad altri infetti.
Gente che blocca la fila per cercare i contanti che non sono mai sufficienti, le mani alla borsa nel tortuoso tentativo di ritrovare il bancomat, gente che poi non ricorda il pin e dunque telefona al marito o alla moglie… nessuno risponde e allora occorre sottrarre dal totale dello scontrino già battuto tutti i prodotti non strettamente necessari all’economia di quella famiglia di catarrolesi… gente che attende in fila… gente che constata che la candeggina basterà per almeno una settimana… gente in attesa che testa il significato di “provola ragusana” nella dialettica del tragitto cassa-scivolo-insaccamento-estrazione-restituzione… gente che prega e attende in angoscia mentre fuori preme l’inverno secco e torrido, come l’interno coscia d’una focosa settantenne.
Gente che si informa.
Gente che ammonisce.
Gente che ascolta con fiducia il parere dei virologi.
Gente che da ora in poi guarda solo il TG di Mentana.
Morire oggi è l’ultimo grande dispetto che possiamo fare alla scienza.
A mia memoria non ricordo un livello così basso del contraddittorio sulle tv generaliste. Eppure negli anni passati si contestava eccome la mancanza di spazi per le idee alternative a quelle dominanti. Al confronto con le trasmissioni dell’epoca (ricordate gli enormi agora dei Funari, dei Lerner, i ring dei Santoro ecc.?) quelle attuali paiono ricalcare lo scenario informativo plastico e monocorde dell’informazione e rimandano a certe ricostruzioni cinematografiche e grottesche dei cinegiornali. Fateci caso: oramai telegiornali e talk show ripetono lo stesso identico schema, ghettizzando la protesta entro una nosologia di comodo, enfatizzando gli episodici accadimenti di piazza, marchiando a fuoco il dissenso con tanto di lettere scarlatte: “NV”. Sarebbe interessante avere in trasmissione dei rappresentanti del dissenso, le centinaia di medici e ricercatori latori di una diversa interpretazione di dati, statistiche e cure, filosofi e intellettuali di diversa estrazione culturale a quella mainstream, nutrizionisti, maestri di yoga, la gente comune, sarebbe altresì istruttivo analizzare altri dati, venire a conoscenza dei diversi approcci di lettura statistica, contezza delle diverse pubblicazioni scientifiche ignorate ecc . E invece no. Tutta l’informazione è oramai orizzonte ospedaliero, celeste e anestetizzato che relega ogni altra intelligenza nel recinto del disagio psichico, dell’idolatria antiscientifica, della fuga dalla responsabilità sociale ecc . “La 7” in particolare, è diventata (in ciò surclassando la Rai) il centro da cui ogni sera vengono lanciati i nuovi anatemi. Ci ho fatto caso: provate a vedere le ultime due puntate (oggi è l’1 settembre 2021) e i titoli di giornali che annunciano i provvedimenti l’indomani. Generali e colonnelli (il nuovo clero giornalistico ben descritto da Costanzo Preve) alzano l’asticella della tensione progressivamente, soprattutto quando un fatto colpisce la corporazione di riferimento. Ci ritroviamo così a far fronte a questa continua estremizzazione della “notizia”, che viene processata, distorta e amplificata per raggiungere determinati obiettivi strategici. L’orizzonte verso cui indirizzare il dissenso è sempre il medesimo, chiaro e limpido in chi dispone di una discreta conoscenza degli accadimenti storici. Oggi però sono cambiati i contesti, gli strumenti, ma soprattutto i tempi per la messa in atto di determinate “politiche”. Parliamoci chiaro: tutto l’attuale piano sanitario si regge sulla congestione del Parlamento, ostaggio di due forze peculiari (escludo per ragioni che sarebbe troppo lungo argomentare in questa sede le becere destre, comunque parte di questo stesso giogo di paradossale destrutturazione degli attuali scenari), ossia il PD e il M5S. Ricordiamo che queste due forze sono in origine antagoniste e poste su un piano radicalmente antitetico della concezione politica: il M5S propone in origine un radicale cambiamento e forme di democrazia diretta, il PD è il partito di Renzi e il maggior sostenitore delle attuali politiche finanziarie su scala globale (cito a tal proposito un articolo del 2014: – La Cgil contro l’esecutivo Camusso: “Renzi voluto dai poteri forti”. Ira Pd: “Lei leader Cgil con tessere false” Intervistata da Repubblica, la leader Cgil incalza il governo: “Ecco spiegato perché parla solo con le corporazioni e non con noi”. Replica di Orfini: “A palazzo Chigi per volere del partito”: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/camusso-repubblica-intervista-poteri-forti-f3734616-ca84-44ea-a7d8-9df6e68f7958.html.).
Bene, queste sue forze rappresentano attualmente il fulcro su cui si reggono le pratiche esecutive dei governi Conte e Draghi, ed a questo asse afferiscono tutte le trasmissioni di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica, le cui recrudescenze si fanno sempre più marcate durante l’’attuale periodo del “Semestre Bianco” e, più in generale, nel lungo periodo dei governi non eletti secondo regolari pratiche di voto popolare. Riflettete qualche secondo solo sui tempi di questa apparente schizofrenia: due forze politiche assolutamente incompatibili che si ritrovano nell’arco di pochi mesi a condividere il medesimo disegno strategico nella totale sovversione dei valori ideologici e politici che avevano portato queste stesse forze in Parlamento. Bene, adesso applicate questo leitmotiv a tutto ciò che determina il nostro attuale quotidiano.
E l’opinione pubblica che fa? Segue didascalicamente l’orientamento dello stesso medesimo schema, stordita e soggiogata da anni di indecente dipendenza dal circo mediatico. Essa vive nell’immane Presentismo, subisce passivamente i vari gradi di coercizione alimentati dai flussi di paura e angoscia che vengono formalizzati dalle continue ricostruzioni degli apparati di potere, è del tutto incapace di mettere in crisi tale dispositivo (le vittime privilegiate sono da rintracciare presso il nuovo clero degli intellettuali).
Le nuove tecnologie, infine, forniscono alla “Nuova Nobiltà” i nuovi straordinari strumenti di controllo delle masse della cosiddetta Società della Sorveglianza.
Per tali ragioni ritengo di invitare alla dialettica e a praticare l’arte del dubbio, giacché ciò che ho tentato di mostrare in questo breve scritto è solo la punta dell’iceberg di una potente strumentalizzazione e corruzione delle libertà individuali del nostro nevrotizzato Occidente. Come si possa, a fronte di manipolazioni così evidenti, vivere acriticamente in un simile contesto, sarà oggetto di futuri studi nell’immediato divenire.
(Francesco Cusa)
PS: “Il clero giornalistico secolare è organizzato in una chiesa invisibile che definiremo ‘circo mediatico’. Il circo mediatico non ha più nessun rapporto con le precedenti forme di giornalismo (…) nessun rapporto diretto e razionale con l’opinione pubblica” (Costanzo Preve: “Il ritorno del clero”).
Io vivo nelle multisale vuote. Sono non luoghi in cui io mi trovo a mio agio. Lontano dalle genti, vivo l’asettico cinematografico. Memore del tempo in cui cercavo la baldoria, adesso godo delle risa del passato. Adoro questo limbo chirurgico, l’esser numero e non persona. Ah, quant’è bella quest’assenza che si fa presenza e immagine. Schermo. Scherno. È la stessa sensazione di quando ero piccolo e potevo rimanere da solo in casa. Per me quella era la felicità. Quando se ne andavano tutti. È un godimento fisico e morale, profondo come la Fossa delle Marianne e limpido come acqua di fonte. Mi piace anche l’odore di tutto ciò che è centro commerciale, terminal di aereoporto ecc. Ma, in sommo grado, amo questa spersonalizzazione assoluta, l’esser assente nella presenza, il barlume d’un vissuto. Comincia il film. Non importa quale.
Sempre ho cercato di mediare. Di venire incontro. Di mettere sotto i piedi ogni mio anelito d’orgoglio. Nulla ho fatto se non condividere e cercare una via comune. I patti si rispettano. Sono patti di sangue e di spirito prima che di “lavoro”. Spiritualità, luce, sono solo concetti se non seguiti da una prassi. Sono solo vie di fuga altrimenti. Ho schiacciato la mia testa come quella di una serpe velenosa. Sotto un sasso. Ho accettato ogni reazione cercando di sublimare la mia sofferenza: fisica, psichica e morale. Il “sentire” quando è “uterino” o “fallocratico” non è sentire un bel nulla. Non basta fuggire in montagna e andare a fare bioenergetica. Sono vie di fuga. Quando c’è un problema si tirano fuori le palle. Lo si affronta. A scappare siamo buoni tutti. L’unica via è quella del perdono: perché il Cosmo non si regge con l’armonia ma con la dialettica del conflitto, essendo il nostro il regno della Dualità. “Non possiamo scegliere quel che proviamo. Alcuni svengono alla vista del sangue altri si esaltano”. Non decidiamo nulla. Essere nella spiritualità significa vivere la dialettica della sofferenza come catarsi. Sennò si rimane prigionieri della false illusioni di “luce-via-liberazione”. Si confonde la prassi delle forze terrene con le ragioni dello spirito che rispondono di altre logiche e finalità. Il resto è spazzatura dell’ego. Non ho rancori. Non ho vendette da consumare.
Chi mi conosce sa che posso permettermi di fare questo discorso. Misconoscere la peculiarità, oserei dire l’unicità della festa di Sant’Agata, lo trovo atto snobistico insopportabile. Al netto di tutto ciò che sappiamo – ossia di mafie, corruzioni, maleducazione, inciviltà ecc. – stiamo pur sempre parlando di una ritualità ancestrale che non può essere ricondotta a mera questione di malaffare della cittadinanza. Peraltro parliamo del martirio di una donna che simbolicamente rimanda a certe forze energetiche fondamentali, di natura femminile, forze che caratterizzano questa festa nella sua propria essenza pagana. Il fatto che una città si fermi per tre giorni è sano. Festa significa ritualità collettiva, amore condiviso e panico. Un tempo tutto si fermava per le celebrazioni e intere comunità potevano mettere in scena il capovolgimento dei valori gerarchici e sociali, indossando le maschere popolari del teatro della vita terrena e ultraterrena. Al netto di questa contemporaneità, rimane sempre uno scarto in questa festa agatina, scarto che non è commensurabile, né riducibile a mera questione di denuncia di atteggiamenti e modalità delinquenziali. La festa di Sant’Agata è festa sentita, non banale parata di Stato; certamente è vissuta con pathos nei suoi strati più popolari, dove vibra ancora di emozioni palpabili e sincere. Queste feste rappresentano ancora un baluardo identitario contro l’omologazione imperante e certamente, se purificate dagli orrori contingenti, potrebbero essere il volano per un grande riscatto cittadino in termini di turismo e cultura. Ridimensionare il portato simbolico della festività agatina è fare un torto alla bellezza del campare. Viva il baccanale, viva lo scialo, viva la festa. Vivere l’identità peculiare catanese di questa ritualità, in questo caso, è sano risuonare del magico. Forse il problema siamo noi, col nostro porci fuori da ogni ritualità collettiva, isolati nel solipsismo di una realtà deprivata della sua stessa storia, figli del disagio e della nevrosi dell’alterità.
Per quel che può interessare, nulla avrà il mio voto in futuro: a livello europeo, nazionale, regionale, locale (è così da anni). Tornerei a farlo solamente per una proposta realmente ambientale di governo che mettesse al centro una politica rigorosamente verde. Nessun giubilo per chi trionfa dopo aver affossato la “Plastic Tax” a livello regionale. Tutte queste vetuste forme di governo della rappresentanza – nessuna esclusa – costituiscono una differente gradazione di marciume, del mefitico portato dell’aberrazione politica che ha distrutto e violentato il paese-mondo. Non è sventolando i vessilli della libertà, del libero arbitrio, e della giustizia che si cambia la storia. La rivoluzione comincia sempre nell’intimità della propria coscienza.
Orbene, l’utilizzo delle Onde Alfa durante la fasi della meditazione è un tramite importante. Questa sera durante la tecnica meditativa dell’osservazione neutrale dei “pensieri”, sono naturalmente apparsi mondi acquorei ed esseri chimerici, forme, luoghi, ambienti inconcepibili che non è dato riportare. C’erano teste di gambero ed enormi tavole imbandite su oceani di nettare, e poi camaleonti bellissimi e sensuali e vertiginose altezze e cascate non morfologiche… verrebbe voglia di non smettere mai, di non tornare più alle evidenze della materia. Di certo il meditare è un tesoro talmente prezioso e fonte di gioia perenne: averlo qui a portata di respiro è un dono che non saremo mai in grado di accettare pienamente.
Una madre e una figlia infernali dalle voci rauche e metalliche turbano la mia ricerca di pace e meditazione. Non sono tecnicamente “madre e figlia”, ma tutto ciò che esula da un rapporto consacrato come tale. La figlia racconta tutte le sue conquiste alla madre: prima un pugile, poi un meccanico. Confida che si è scopata quest’ultimo nell’officina. La madre annuisce felice. Incuriosita. Ridono. Urlano. “Uuuhhhh. Aaahhh!”. Ora fa una videochiamata alla figlia della figlia. Tutte insieme parlano di uno yacht a Positano. Hanno delle unghie orribilmente laccate e i capelli con dei ricci tipo orpelli a cascata finale. Si chiamano tutti e tre amo. Urlano. Solidarizzano. Parlano con l’utero, il linguaggio mostruoso della caverna infetta. La “figlia di mezzo” si esprime in una sorta di misto tra l’inglese e lo slang italo-catanese. Ne fuoriescono mirabilie quali: “non si può capire, troppo proud “. Il loro è un urlo ferroviario che infesta la costa orientale della Sicilia. Io prego il Signore affinché possa porre fine a questa “cosa”. Ma Egli non mi ascolta, dunque torno a casa.
Vedo già quel futuro in cui il reddito sarà separato dal lavoro. Si nascerà con un credito e non con un debito. Il lavoro sarà una scelta che non sarà legata alla necessità di campare (a chi sorriderà consiglio di leggere economisti fuori dalla nomenclatura mainstream), ciò grazie alle biotecnologie, alle nuove iniziazioni, alla nuova umanità nascente composta da grandi assise consapevoli. Questa epoca (in realtà meravigliosa) consente l’esercizio della critica costante nel paradosso totalitario del controllo mediatico di regime. È un periodo storico molto ambiguo, ma sostanzialmente positivo: grandi conquiste e mostruose devastazioni. Nessuno rivendica ritorni al passato, che solo chi non conosce bene la storia può ritenere bucolico e sublime: pensiamo ai benefici fisici e spirituali relativi all’acqua potabile e al riscaldamento presenti in ogni casa, al fatto che il cibo sia finalmente una fonte accessibile a tutti in larga parte del pianeta, alla possibilità di attingere direttamente a fonti di informazione e conoscenza dal web, ecc. Ignorare la “traiettoria evolutiva” del sapiens è un esercizio reazionario e fondamentalista. Per “centrarsi” in questo momento topico, che io definisco l’ “accelerazione”, occorre essere in grado di disporre di una grande capacità di sintesi e di una sostanziale attitudine al delirio… ma occorre essere anche disposti a pagare le disastrose conseguenze di questo processo. L’accelerazione sottopone il corpo e la psiche a una dose di stress difficilmente tollerabile. Occorrerà sacrificarsi, ma sentire anche che il senso di questo “sacrificio” tracima dal contagio dell’esistenza individuale e sezionata. La visione rivoluzionaria passa attraverso una dialettica tra il sé e la totalità, dialettica che necessita ora di una capacità di adattamento alle nuove risorse e tecnologie. Pena l’essere esclusi dalle nuove iniziazioni. Essere consapevoli di tutto ciò significa in parte essere già affrancati dall’inevitabile omologazione.
Antico e futuristico. Meditare e videogiocare, leggere testi arcaici e vedere serie tv… Sempre questa necessità di catalogare “male” tutto ciò che passa a fianco della nostra opinione, il paradossale, lo “straordinario”. L’ordinario “nostro” e lo straordinario degli “altri”. Proiezioni. Tutto ciò che non passa attraverso il “trombonismo” diventa eccezionale, e dunque “esotico”. Da qui l’indefessa moina della retorica imperante ripresa per il bavero. Iconoclastie, queste sconosciute. Lo Stato che “produce certezze”… il “posto fisso” è ancora la chimera di un’umanità parassitaria. Senza il ritorno al “Sileno”, alla maschera capovolta vista allo specchio dal puer, senza l’unione di infantile e senile non si dà iniziazione. Ancora questa caccia all’ “accoppiamento”, alla stabilità, allo sterile bisogno di normalizzazione che va a puttane non appena balla l’aereo, o qualcosa ci ferisce in superficie: nuove ritualità apotropaiche, l’esperienza della maschera.
E così si subiscono la Filosofia, la Scienza, la Cultura, come rapporti di dannazione, giacché senza fare della propria vita filosofia, scienza, cultura, si è perennemente nella concettualizzazione, nella proliferazione di equivoci che poi si faranno “matrimonio”, “coppia”, “famiglia”, “stato” – in chiave tristemente hegeliana e al di fuori del concetto dello “hieros gamos”, ossia del rapporto col divino, del rituale di accoppiamento con l’Altro, nella dialettica tra mondi e creature di mondi alternativi. Non c’è “amore” senza “sacralità”, questo processo “laico” del vivere fa semplicemente orrore. Si professa il “credo” nella professione impiegatizia, para-statale, abbarbicati ai coglioni dello Stato per poi atteggiarsi – nel tempo libero – al patetico dei maudit urbani.
E dunque il… natalizio, il tempo sospeso, il tempo morto. Voglio vedere la mia personale divinità indoiranica nel suo perpetuo moto circolatorio delle sue tante braccia munite di spade… la voglio vedere tagliare tante teste.
C’è chi si avvicina al “futuro” per poi discostarsene: apre un cassetto pieno di meraviglie e poi lo richiude, per rifugiarsi nel dogma delle cose conosciute. E certo, fa paura il nuovo Network perché è… nuovo. E così nelle case-bolla, nelle cellette dei sapiens, si celebra l’assurdo demenziale, mentre pochi chilometri sopra le nostre teste incombe la sideralità della bellezza disumana del Tremendo. Essere inconsapevoli è bestemmiare. La fabbricazione di questa realtà cementizia è opera degli ilici che hanno edificato sull’orrore filosofico, sociale, politico ed economico dei secoli scorsi. Chi non si ribella in ogni istante è colpevole, ossia ingranaggio di questo immane concorso di colpe che, tutt’assieme, costituisce la globalizzazione indotta. Senza una reale e costante dialettica col Tremendo, una prassi meditativa e spirituale quotidiana, senza una reale centratura su questi fondamentali momenti di passaggio solstiziali, affogati nella crapula divoratrice e nella farsa del sentimento gretto, saremo sempre vittime della contingenza, degli eventi farlocchi concepiti dai concili dei millenni. Senza una reale invettiva non ci può essere alcuna “benedizione”, senza uno scuotimento dal mostruoso torpore non rimane nulla da celebrare.
Certo che io faccio dei sogni “assurdi”… riesco a strappare con le unghia i brandelli di ciò che lì pare dipanarsi in un magistero di grazia e tremenda logica, e che al risveglio non si presenta altrimenti che come il risultato del maldestro scarabocchio di un mutilato che tenti di riprodurre un’opera del Canova. Comunque, questi i resti di ciò che sono riuscito a sottrarre all’oblio di altri mondi. Una sparatoria dentro l’albergo in cui alloggio… (antefatto: io sono partito per un paese straniero e distante, penso sia una qualche versione degli Stati Uniti d’America). Sono inseguito in camera, fuggo nei corridoi, sparo alcuni colpi dall’angolo del muro. È un’arma molto sofisticata; siamo comunque in un altro mondo, o comunque in un futuro prossimo. Con un pulsante eseguo un naturale passaggio dell’arma che adesso non spara più proiettili, ma fasce di laser verticale. Questi sono dei veri e propri “muri di luce taglienti” in grado di sezionare in due un corpo e occorre mirare bene in anticipo, prevedendo dove andrà a finire il colpo, giacché l’albergo è oramai attraversato da una bolgia di gente che fugge da ogni parte. Per un errore di calcolo colpisco un certo A. Z. (che è persona che ho conosciuto molto tempo fa e che non vedo da decenni), ma il suo grido di dolore (gli devo aver tranciato parte della mano e della spalla, in base a ciò che retroattivamente mi mostra il software), lo percepisco dal visore dell’arma che mi restituisce la dinamica dell’evento, mentre io già fuggo per corridoi e sotterranei che conosco benissimo, veri e propri dedali che percorro a velocità elevata con una sorta di sensorialità animalesca che amplifica le mie naturali risorse da sapiens (vi posso assicurare che non ho termini per descrivere questa “prassi sensoriale”… posso solo scrivere che nel “sogno” era una qualità perfettamente disponibile e “attivabile” ad hoc nei casi di urgenza e allarme). Sbuco all’aperto e mi ritrovo in una sorta di periferia di questa città post-americana (la conosco bene: in altri sogni è lo spazio esterno del luogo in cui abito: ho un appartamento all’interno di questa struttura enorme, di albergo-centro commerciale). È una zona che adesso esploro ma che al contempo conosco a menadito. Si rivela progressivamente come le texture mapping in certi videogame. Nel frattempo comunico in una maniera inconcepibile tramite un apparecchio visuale che trasmette il pensiero con mio padre, che è un altro padre rispetto a quello che ho in questa vita, ma altrettanto “padre”. Il vissuto nostro (che in frazioni di miliardesimo di un tempo relativo a questo sogno ripercorro mentre comunico) è al contempo alieno e familiare, fatto di altrettanta vita comune, di scazzi e convergenze, solo che questo “padre” è una sorta di inventore folle e di esploratore. Prendo una metropolitana dalla Zona B della città. Arrivo nel cuore della “City”. Continuo a parlare con mio “padre”, mentre mi trasformo in un enorme uomo-spazzatura, fatto tutto di sacchetti di plastica neri, gigantesco e orripilante. Un gigante di plastica con un osceno cappellaccio. Guido un camion e spunto a tutta velocità in una parallela della strada dove mi affianca un auto, quella di mio padre che adesso si ritrova improvvisamente qui e non più distante migliaia di km. In realtà questo duo poi si trasforma in una sorta di commando esplorativo alla ricerca di qualcosa di prezioso. Dobbiamo scavare dentro una casa alla scoperta di un prezioso tesoro, o comunque di importantissimi documenti. Ora siamo in cinque o sei. Abbiamo due animali con noi perché dobbiamo seguire le indicazioni di un cane che poi si trasforma in gatto e di un altro essere animalesco non ben precisato. Il cane diventato gatta segnala con la zampetta i punti nevralgici dove occorre perforare il pavimento. Facciamo buchi con trapani e scalpelli iper tecnologici ma… nulla. Ci chiediamo perché e come sbagliamo. Forse non capiamo il linguaggio delle bestie? La missione continua mentre ci inerpichiamo lungo il crinale di una gigantesca montagna, uno scenario selvaggio, al contempo esotico e spaventoso. È lì che ho l’intuizione. Occorre interpretare il linguaggio “gattesco”. Provo a parlare con l’animaletto che ci segue come parte del Commando, il quale nel frattempo è diventato una microscopica ma bellissima cinesina in miniatura. Ma la sua essenza rimane “gattesca” pur nella sua forma antropomorfizzata. Faccio degli esempi coi gesti. Pare ascoltarmi e comprendere. Riesco a capire che quando si lecca il muso significa “No”. Allora propongo a tutto il commando di fermarci e di cercare di apprendere questa lingua. Dico alla gatta-cinese che per me sarebbe stato molto difficile interpretare quel gesto come un diniego. Che io mai avrei detto che una leccata di muso potesse significare un deciso “NO”. Lei mi fa capire che, per esempio, è in grado di comprendere tutto ciò che tutti noi abitualmente diciamo e di esserci rimasta molto male per alcune esternazioni di un familiare nei suoi confronti, per non dire dell’indifferenza con cui spesso era trattata e che la qual cosa la affliggeva molto. Purtroppo nessuno del Commando era intenzionato a perdere tempo con questo mio tentativo di interpretazione del linguaggio gattesco. Le ore erano contate e la montagna cominciava a tuonare emettendo ceneri e lapilli… Per un incredibile coup de theatre scopriamo che la missione deve essere abortita perché io mi dovrei sposare… me lo fa notare un familiare del Commando. Tutto prenotato, ristorante, alberghi… si tratta di una mia ex di “questo mondo” (mai conosciuta su questo piano reale ma, vi assicuro che lì è proprio una mia ex, anche lì con una marea di vissuto alle spalle…). Io provo quasi terrore. Come ho potuto pensare di fare una cosa del genere? Sposarmi? Eccomi dunque a tavola a discutere con lei del perché del mio cambiamento di proposito Lei si oppone decisamente, asserisce che oramai è tutto organizzato, ma io le faccio notare tutte le idiosincrasie che lei ha avuto nel recente passato Le faccio notare la sua totale indifferenza per fatti e cose che sono assolutamente accaduti da qualche parte ma non in questo mio pianeta attuale e di cui lei, viaggiatrice di mondi, sarebbe stata testimone. Suona la sveglia.
Fatti dolorosi, gioiosi, tragici, passionali, avventurosi prendono a decomporsi per poi svanire nel nulla del concreto vivere. Svanita nel nulla è anche tutta questa angosciosa trafila del matrimonio, come tutto il resto della missione da compiere, la gatta cinese, la pistola a raggi laser… tutto scola e continua a imbrattare la tela, mentre cerco di aggrapparmi a questi pochi ricordi e all’ordito sacro di quell’immenso, alieno affresco.
Ai soliti censori. Non c’è il “gatto”. Ci sono “i gatti”, ossia esseri complessi dotati di personalità infinite. Non ci sono i “gatti”, c’è il proprio gatto, ossia una creatura che occorre saper ascoltare e conoscere. Ci sono gatti che amano l’acqua, che amano uscire, altri che non si muovono di casa e vivono nascosti. Ci sono gatti timidi e gatti estroversi. Poi c’è Lucrezio, che non è il “mio” gatto, bensì una creatura in costante evoluzione che assimila vita e offre conoscenza. È un gatto che si diverte a fare cose che magari non divertiranno altri gatti. Ma è un gatto che ama sperimentare, sondare i suoi limiti. Lotta ogni istante contro la sua sfera della gattità, ne vuole violare i confini. Egli non porta il collarino per questioni estetiche o relative al passeggio. Il collarino è necessario quando Egli si trova fuori, giacché la sua anima è errabonda, picaresca. Lucrezio ha imparato tante cose in questi suoi primi mesi di vita. Di certo a diffidare di chi gli intimava di vivere entro quattro mura. Per cui, fatevi un favore: evitate di giudicare e di sentenziare circa le modalità di gestione del gatto. Piuttosto imparate ad ascoltare e a rivedere le vostre vitree e dogmatiche credenze. Se non amate uscire alla sera, se preferite svegliarvi presto al mattino, mangiare la cotoletta impanata, bere sangue, credere in Mefisto, giocare a Spaccaquindici, raccogliere carciofi, fare sesso contro natura, andare a messa… ecco: più o meno così sono i gatti. Di certo non sono creature da tenere parcheggiate in casa a fungere da vostra alternativa terapeutica. Se tutti fossero come voi non avremmo avuto un Magellano, o un Da Vinci e staremmo ancora a grattarci il culo nel nostro buco di culo. Dunque, non rompete le palle a Lucrezio. Grazie.
La Venere che sorge dal mare del Vecellio. Simbolo di bellezza, divinità, mistero, oggi sarebbe giudicata come una ragazza in sovrappeso, che si nutre di eccessivi carboidrati, che si muove poco, ecc. Le sarebbe consigliata una dieta low carb, una terapia psicoterapeutica di supporto, e caldeggiati certi interventi e ritocchi di estetica: soprattutto il rifacimento del seno. Avrebbe problemi ad essere accettata in classe, a vestirsi con capi attillati e sarebbe molto poco appetibile per alcune trasmissioni di successo, se non come fenomeno baraccone da scatenare contro i “tronisti”. Sarebbe accettata solo come lesbica e anticonformista se inserita in un circuito “off” di musiche e arti post punk o free, oppure per rigenerate correnti dadaiste da rigurgito.
Il problema non è l’atto “in sé”, ma il ritenerlo ancora “provocatorio” nel 2019 e con una tale valutazione assurda in termini economici. Diventa atto patetico (o molto furbo) “dopo” ciò che c’è stato “prima”: i tagli di Fontana, i silenzi di Cage, le merde d’artista di Manzoni, gli scolabottiglie di Duchamp ecc. In questo senso, quest’operazione mi pare figlia del vuoto mediatico del tempo, della patinata stasi delle giovani generazioni che necessitano di tali “gesti”, i quali sono comunque afferenti alla ri-scrittura all’interno di un codice logoro. Non ci può essere “innovazione” né “provocazione” (in tal senso) nella deriva del post-moderno, se non per una salottiera predisposizione allo scandalo. Torna in mente la lezione di Bene: “non si può fare teatro col teatro, musica con la musica ecc.”. Quest’operazione di Cattelan si iscrive nel solco dell’arte parassitaria. (2019)
Lo Stato, questo soggetto vampiresco, con buona pace dello stolto Hegel, dovrebbe proteggere la salute dei suoi “cittadini”. Bene. Se arrivasse un alieno che chiederebbe? Di certo ciò: perché questa tutela per le emergenze pandemiche da parte dello Stato (sacrosanta) a fronte della tolleranza, del lucro e della tassazione su fumo e alcolici che, sicuramente, sterminano migliaia di “cittadini” e rappresentano un costo elevatissimo per la Sanità? A tutto questo fa da coro il corpo votante elettorale che si muove in qualità di armento A e armento B, discutendo animatamente e schizofrenicamente circa i cavilli relativi all’ultima problematica di moda (l’imminente referendum). A fronte di ordini di cifre spaventose, è affascinante constatare quanto le fazioni di turno stiano a pugnare sui cavilli. Il Reale supera qualsiasi folle rappresentazione. Esso è follia normalizzata. Fascinazione del delirio. Lo Stato, che ha a cuore la salute e la felicità dei suoi sudditi… Caro Hegel, quante ne hai scritte di corbellerie, quanto avresti imparato da Nietzsche. (settembre 2020).
Ho visto il tanto decantato documentario su Netflix, “The Social Dilemma”. A me sembra un prodotto confezionato ad arte e più dannoso di ciò che vorrebbe denunciare. Si denunciano con toni apocalittici gli inevitabili problemi che le implementazioni tecnologiche creano al sapiens dell’era schiumizzata. Il reale problema del pianeta siamo noi, col nostro carico di viralità e la sovrappopolazione senza controllo. Scrive Rifkin nel suo bestseller ”La Fine del Lavoro”: “I cambiamenti epocali nella storia del mondo si sono verificati al convergere di nuovi regimi energetici con nuovi regimi di comunicazione”. Ora, il nostro indice di encefalizzazione è pari a 9. Oltre, la nostra scatola cranica non può espandersi. L’animale a noi più vicino è il delfino, che ha un livello pari a 5, la scimmia ha 3. Gli step evolutivi prevedono il “Big Network” (sono tematiche di cui mi occupo da tempo e sto scrivendo un romanzo che parla di tutto questo ambientato nel 2056). Il salto evolutivo non sarà più di specie, ma delegato, appunto, a una IA collettiva in grado di sorreggere il passaggio a una civiltà di grado 1 (secondo la scala di Kardasev siamo a livello 0). Tutto ciò che al momento è protesi esterna (iPhone, tablet ecc.) verrà integrato. La IA “deve” assumere questo ruolo perché l’evoluzione non conosce stasi. Solo determinate resistenze a tutto questo (che pare mostruoso, poiché ancora in fase grezza e primordiale) potranno porre fine al nostro mondo. Siamo vecchi. Giudichiamo le nuove generazioni con parametri che non comprendiamo. E, rispetto al passato, questo iato generazionale si amplia, giacché l’evoluzione è esponenziale e il grado di accelerazione non comparabile con nessuna esperienza vissuta dall’uomo nel passato. Entro breve modificheremo la materia. Ci prepariamo a un mondo biotecnologico meraviglioso (sempre che le vecchie forze non distruggano il futuro), e i ragazzi di oggi e di domani avranno le risposte che noi non possiamo avere. Le avranno però in maniera condivisa, parleranno lingue comuni, vivranno emozioni comuni, un po’ come mettere in rete vari computer. La condivisione di emozioni consentirà l’abbattimento delle conflittualità, perché io sarò il sentire dell’Altro, parlerò la lingua dell’Altro, ecc. Ció che questo documentario denuncia è semplicemente il frutto delle impasse necessarie al perfezionamento di un processo inarrestabile. Naturalmente a noi viene da pensare all’IA come a qualcosa di ostile. Perché? Perché continuiamo a vivere con le nostre sovrastrutture mentali e psichiche; pensiamo esse siano eterne. Nell’antica Grecia, durante le rappresentazioni delle commedie, se si voleva far ridere, si metteva qualcuno a leggere. Il libro era qualcosa di impensabile fino alla creazione dei caratteri a stampa. Nessuno immaginava uomini chini a leggere per biblioteche. Pensate alle risate che ci facevamo quando negli anni Novanta vedevamo qualcuno camminare e gesticolare parlando con primi telefoni portatili. È una costante accelerazione del processo di alfabetizzazione la storia del sapiens. Vedetela così: in futuro non “parleremo” più. Comunicheremo in altri modi. Rileggiamo piuttosto “I Vecchi e i Giovani” di Pirandello. E ricordiamocelo: mai chiudersi alle meraviglie del mondo. PS: A me questo documentario pare un enorme spot a favore della cultura mainstream (o come la definisco io dei “main-estreamisti”) a ciò che occorre vivere acriticamente a partire da un apparente documento di denuncia. Il mondo patinato di questi presunti pentiti della manipolazione, a me fa realmente spavento. È un mondo “politicamente corretto” che prevede l’omologazione a una sorta di pensiero unico. Le loro camicette, i loro pulloverini, la loro dieta a pancia piatta da “Silicon Valley”, a me fa molta più paura degli sfigati brutti e cattivi che credono alla terra piatta. D’altronde, se un algoritmo prevede ciò, è un bene, perché prevede una selezione della specie umana classificando gli imbecilli che ci credono. In buona sostanza, non darei a ‘sto fichetto che parla neanche la mansione di controllarmi le ruote della macchina. Tutto in questo documentario è insopportabilmente fashion, con quelle musichette “hi-tech” montate ad arte e le immagini scelte e tagliate a suggerire un mondo in perenne catastrofe, ecc. Basterebbe conoscere un po’ la storia per vanificare questo falso servizio di inchiesta targato Netflix. Questo mondo “perfettino” che si rivendica nel documentario, un mondo senza guerre, senza conflitti ecc., dove è mai esistito se non nelle aree privilegiate, nel recinto di Schengen (peraltro, solo da due generazioni) e a seguito dello sfruttamento di miliardi di esseri umani? Dove hanno vissuto finora questi signorini, compreso il ciccione coi dread? Il mondo è sempre stato funestato da atroci guerre, solo che probabilmente, costoro, ficcati entro la bolla della fascinazione occidentale, hanno sempre creduto di vivere in una realtà cosmetica e purificata. Preferisco un mondo imperfetto, sporco, malato a una weltanschauung veltroniana di siffatta specie. (Settembre 2020).
Il network è l’àpeiron. È quella “cosa” che prima Talete, poi Anassimandro e infine Anassimene hanno provato a descrivere con gli elementi: acqua e poi aria. È evidente che ciò che per Anassimene è la “condensazione e rarefazione dell’aria”, per il Vedanta il concetto di purusa, non sono altro che la descrizione dell’ineffabile sentire di qualcosa che nel futuro già c’è. A mio avviso si tratta di una forma di intelligenza impersonale e realizzantesi in un divenire che è l’àpeiron stesso, ossia il network che genera l’arché. In fin dei conti è sempre lo stesso problema affrontato da prospettive differenti. Per esempio, da un punto di vista semiologico, nella diade significato/significante, laddove per significato potremmo intendere l’arché, o il Bene platonico… Anche se Sloterdijk sublima la questione da un punto di vista, oserei dire, extra-filosofico, inserendo tematiche che, alla fin fine, sono necessarie alla stessa filosofia per evitare il corto circuito. Per non dire di Lacan! Solo che i risultati parlano alla fin fine… d’altro. E dunque alla razionalità non rimane che d’esondare in altri ambiti, paradossalmente. È lo sforzo tensivo della ragione a forzare gli ambiti della logica e a (ri)aprire le porte del magico. Ecco l’Osceno fare irruzione nel significante…
Dopo un incontro con Eric Baret si ritorna alla morfologia pulsante della vita, e pian piano ci si discosta da quella cattedrale di silenzio costellata di luci intermittenti di vissuto che costituisce la sostanza e l’essenza della pratica. Rimane il profumo di quell’esperienza, ciò che dovrebbe essere la maieutica del nostro vivere, nell’andirivieni tra “pensare” e “sentire”, ossia dello iato che costituisce e nega per ogni istante il senso del nostro immaginario. Essere in “ascolto”. Quando si dismettono i panni del “conoscente” non rimane che l’ascolto delle proprie sensazioni e delle proprie emozioni; durante questi incontri esse prendono a vagare come deprivate da una rappresentazione, di un’imago, di un oggetto. Gli incontri con Eric Baret rimandano al corpo, al proprio corpo, solo che questo benedetto corpo a un certo punto non esiste più, e smette d’essere una protesi dell’Io… constastare… cosa è pieno… cosa è vacante… lo spazio tra le anche… L’esperienza tangibile di un sentire che vibra al di qua del pensiero, della pulsazione vivida che si traduce nella glacialità dell’emozione, vive sia nella pratica che durante le sessioni conclusive di domande e risposte che Eric regala a integrazione di ogni seduta. Quando risponde, egli pare attingere a un flusso perenne e costante e sono parole che si dispongono con la stessa naturalezza di quelle che si potrebbero leggere in un testo, tanto il piano dell’espressione verbale procede senza titubanze, in maniera fluida. Possono essere anche risposte paradossali che possono suscitare la risata liberatoria per i partecipanti, anche se Baret non pare mai scomporsi, o concedere autocompiacimento al suo stesso dire – Siete gelosi. Pensate che vostra moglie vi tradisce con un pompiere. Immaginate tutte le posizioni che faranno. Provate un forte sentimento di angoscia, rabbia, paura. Il cuore si restringe, si contrae. Poi si espande. E di nuovo torna l’immagine del pompiere. E di nuovo una restrizione. E’ un continuo andirivieni, fin quando, nella pratica, si constata che l’emozione in sé, fuori dall’evocazione delle rappresentazione, non ha oggetto: è fredda.
Rimane, piena, questa straordinaria sensazione di appagamento, una sorta di melodia del corpo, di rilassamento che non è meramente muscolare ma spirituale. Nella profondità percepisco che ogni mia parte del corpo sta “cantando” una canzone e una musica che non conosco, ma che mi è misteriosamente familiare… state forse creando una tensione?…state creando un dorso?… È come ascoltare una vibrazione eterna, connettersi con un metalinguaggio prossimo e al contempo impenetrabile, sentirsi partecipi di una universale, immensa umiltà.
Mi ha molto colpito un passaggio in questo ultimo seminario. A un certo punto Baret ha parlato di “immaginario della povertà” quando non si è mai bastanti a se stessi, quando ci si ritiene mancanti di qualcosa, o nella continua richiesta – non c’è uomo più ricco di ogni singolo uomo… chi è intelligente, o ha il dono dell’arte, non ha bisogno di fare yoga. Chi è stupido e non ha nessuna qualità, allora, forse, magari può darsi allo yoga.
Ma ciò che tento riportare in questo scritto, è solo il mio patetico atto di testimonianza. Chi ha letto fin qui può anche dimenticare tutto ciò che ho tentato maldestramente di riportare, che sta alla realtà di quella esperienza come potrebbe stare l’ombra al sole di un individuo nei confronti della complessità della sua vita interiore.
Forse è solo una maniera di ringraziare Eric Baret per tutto ciò che ha saputo donarmi in questa vita.
Mi passerà, prima o poi, questa cosa “dell’uscire”, del “verificare” che accade, nella parvenza di mondo metropolitano. E’ una sorta di controllo più che di piacere (beninteso, a meno che non si vada a vedere un film, o che si faccia qualche cosa di specifico… ma anche lì…), di scandaglio esplorativo, in cerca di un evento stupefacente, o del fatto che ci si stia perdendo necessariamente qualcosa di importante. Ricordo che da adolescente non mi bastava la notte in città: ambivo a sapere cosa accedesse a Calcutta, New York, Tokyo… Insomma, sono sempre cresciuto con l’idea di perdermi qualcosa di eclatante, di sostanziale, di effimero in senso buono. Stasera è venerdì. A me piacerebbe non fare nulla. Ma c’è il fatto che è venerdì, e questa cosa ha una valenza simbolica sconcertante. Richiama il mio adolescente ancestrale: che starà accadendo a Matera? Ci si diverte a Madrid? Come deve essere la vigilia di Natale a Londra? Del resto detesto oramai le feste, gli incontri in case di amici, i luoghi affollati. L’Altro “implica”, determina pulsioni, sconvolge le dinamiche interne. Diciamo che a me piace uscire con gente “fidata”. Poi, contemporaneamente, con la mente vago per luoghi privi di sapiens. Penso al deserto. Alla steppa. Ai ghiacci perenni. Alle notti degli oceani. Ma anche a certe case diroccate, o alle chiese abbandonate, o ancora a certe strade che non portano da nessuna parte. Il fatto è, cari lettori, che il momento più bello della giornata è quando ritorno a casa e la notte diventa una coperta che avvolge il mio appartamento-bolla. Forse è lì che comincio realmente a vivere.
Con la scomparsa di Fred Bongusto tramonta l’epoca dell’Italia dei night, della radioline a pile nella canicola estiva, delle persiane abbassate al pomeriggio, del pelosissimo oggetto del desiderio del maschio caucasico (la pelliccia triangolare), del suono delle partite a tamburello nella stanca pennichella da lido, delle polpette al sugo di mia nonna, della hit parade con la classifica dei dischi. Fred Bongusto era un filosofo: narrava la weltanschauungdel “merlo maschio”, gli ultimi fasti di un mondo in via d’estinzione. Egli bramava e temeva l’ancestrale nemesi della donna matriarcale, conosceva il suo potere, dunque ne divenne esorcista. Bongusto officiava sull’ara di Eros, celebrava alla Venere uscita dall’onda la cui bellezza è portatrice di “rabbia”, dell’ardore di Ares. Egli consola, brama ma al contempo fugge dall’oggetto del desiderio, mostra indifferenza quando corteggiato e disperazione quando abbandonato. Bongusto non si fida della donna, la sua poetica riassume l’ideale della celebre frase di Proust nelle prime pagine de “I Guermantes”: “… l’infedeltà tipica delle donne”, intesa come segno dell’irrazionalità ancestrale; teme l’ira di Leto e Niobe, della forza notturna e lunare che attiene al divino e che ordisce tranelli ai mortali. E così si finge distratto, da tombeur de femmes consumato qual era, come in “Che bella idea”, dove tutto è orchestrato dalla donna ancella che celebra il tributo all’uomo d’un tempo, al Bongusto platonico, fintamente ingenuo, ignaro, sedotto. In questa maniera Bongusto, nelle vesti di un distratto semidio, riesce a vampirizzare il demoniaco, per dirla con Carmelo Bene, a banalizzarlo per tramite del canovaccio della canzonetta, nello schema ove lo Sconcertante viene depotenziato con pillole sedanti.
Bongusto non si mette mai in discussione. È certamente consapevole dei suoi innumerevoli difetti da “uomo di mondo”, ma nel suo cosmo è sempre la donna a dover comprendere, accettare, superare, sublimare l’ineluttabile natura decadente del maschio. Dunque, l’arte adulatoria dell’aedo Bongusto, diventa parola magica che viola ogni scrigno del cuore, ogni resistenza, proprio a partire dalla posturale mostra dei suoi difetti, enunciati come manifesto del suo discorso amoroso (si ascolti “Balliamo”: “Sei grande quando dici che tu ami un incosciente”, e, enfatizzando, “più grande quanto ammetti che mi vuoi così”; e poi la stoccata: “d’accordo ho un carattere che è un po’ particolare, eppure dimmi chi ti può capire più di me”). In questa maniera Bongusto elogia l’effimero dell’istante, della follia, dell’ebrezza del momento amoroso, ben consapevole d’essere traditore del corpo, mai dello spirito: “tre minuti per convincerti che è amore…”. Il linguaggio di Bongusto è metaforico, animistico: stagioni, volti, luoghi, viaggi sono un corpus unico soggetto alle leggi della nostalgia, quella che noi proviamo confrontandoci con la visionarietà delle sue interpretazioni che rimandano sempre all’effimero, anche quando promettono eternità dell’amore. La metafora della canzoni di Bongusto, ricoperta da un accumulo di accessori, si libera nello scarto fra melodia, arrangiamento e parola, vive di sua paradossale densità nel mistero di ciò che sembra essere perenne passato. Si ascolti l’asimmetria del testo in “Questo nostro grande amore”, in cui vive l’afflato estetico di Proust: “questo è il nostro grande amore, un mese fa non era niente, ma poi io mi fermai, un abbraccio m’inventai (…) con quanta fretta mi innamorai di te (…) e ogni sera prima di dormire già vorrei svegliarmi e ritrovarti qui (ancora Proust e le sue notti tormentate e immaginifiche)”; oppure l’assurdo e misterioso finale di “Noi innamorati d’improvviso”. O ancora in: “Io non ci provo gusto (fare l’amore giusto)” – dove paiono echeggiare atmosfere à la Velvet Undergound-, che ha un testo che pare alludere a una sorta di simbiosi tra i due amanti, ma con punte di surreale e pinteriana follia: “Se vuoi, tu puoi partire. Destinazione fine. Ridiventiamo io e te”.
Oggi, ascoltare Fred Bongusto significa fare un viaggio nel passato, immergersi in un mondo de-politicizzato, nel positivismo amaro che si nutre ancora di un senso di libertà passionale e di una certa dose di anarchia del sentimento. Con la scomparsa di Fred Bongusto tramonta ancora un altro pezzettino di mondo.
La famosa scena del rifiuto di Albertine racconta l’esperienza che ogni essere umano ha vissuto in merito alla relazione di alterità della diade uomo-donna. Albertine rifiuta le avances di Proust, e il discorso relativo alla perversione del meccanismo della seduzione è contenuto in queste (e in altre, naturalmente) pagine emblematiche. Albertine rifiuta Proust, ma al contempo utilizza tutti gli stratagemmi per tenerlo legato a sé, vuoi per la gelosia nei confronti di Andrée, vuoi per ragioni insite e connaturate alla natura della donna. Proust è il più grande cantore del sentimento amoroso, inteso nella sua doppia valenza di Eros e Thanatos, nessuno prima e dopo di lui è riuscito a rendere così lirica questa pulsionalità, e chiunque abbia un rapporto catartico con la propria memoria amorosa, affronta l’immaginario del suo passato come esperienza attiva e formativa. Qui sta tutta la maieutica di Proust, nella descrizione dei sentimenti come effetto della perversione, della corruzione di Eros. Forse, solo un omosessuale avrebbe potuto scriverlo con tanta incredibile ricchezza di colori e preziosismi. La narrazione in Proust è un pretesto: il racconto proustiano è immanente in ogni punto della sua “Recherche”, che non è (può essere) mero scavo e travaglio psicologico (alveo in cui, ahimè, molta critica contemporanea, ha costretto e mortificato la “Recherche”), in quanto la sua è immanenza del Verbo: ogni parola contiene il tutto che la ingloba, ciò che è stato un prima e ciò che sarà un dopo. Il sentimento in Proust è sempre espressione di Assoluto, non conosce stazioni, se non di prammatica e didascaliche, e il dramma che lo formerà e corromperà è evidenziazione dello iato tra Natura e Cultura, e quindi tra Arte-Fascinazione e Storia. Schematizzare Proust entro logiche analitiche settoriali è uccidere la “Recherche”. L’essenza simbolica dell’opera proustiana rifugge da ogni analisi logica e, paradossalmente, è la linfa che dà forma a questo non-romanzo il cui svolgimento temporale è mera apparenza: la prima pagina e l’ultima sono espressione dello stesso Assoluto, in altri termini contengono tutto. Albertine è Nemesi, Niobe, mitologema, mito adattato al nostro imperituro uso e consumo. A mio modesto avviso, Proust è l’ultimo occidentale a parlare dell’amore in termini mitici. Il suo invertito processo di scarnificazione-incarnazione, segue il modello classico della tragedia, dal Paradiso agli Inferi, è per sua natura messianico ma anche antidantesco. Rappresenta il processo alchemico e prometeico dell’incarnarsi dei sentimenti, del mito che si antropomorfizza. Ecco perché Albertine (e ogni donna) è una dea spietata dell’Ellade: in lei convergono tutti gli elementi ancestrali della perversione e della frustrazione del maschio funzionali alla catarsi. Nessun uomo potrà mai essere Albertine, o Justine, o Juliette. Chiudo con una boutade: l’anti Proust è Pinter.
Aggiunta: Nelle quattro pagine proustiane, sul finire de “All’ombra delle fanciulle in fiore”, c’è più di ogni trattato filosofico mai scritto dalle origini dell’alfabetizzazione. L’illusione amorosa di una corrispondenza carnale con Albertine, tutto il costrutto che precede e il vanificarsi delle apparenti certezze che segue il celebre “Piantatela o suono”, penso non abbia equivalenti in tutta la storia della descrizione dei sentimenti umani, e dunque del romanzo tout court. L’ardore del giovane Proust è animismo di uomini e cose che congloba l’idea stessa di morte e che, per tramite della sua stessa implosione, vibrerà proprio nell’evaporazione di ogni speranza in un declino prometeico della passione che si farà sintesi del mondo, illusione del divino, sofferenza dell’umano.
Il mito, se ricordo bene, in Platone non richiede alcuna dimostrazione. In ciò differisce dal “logos”, che semmai fruirà il mito come “mitologema”, nell’accezione kerenyana e poi di Jesi. Questa dell’abuso della parola “mito”, intesa come narrazione, è deriva recente, ottocentesca. Giovanni Reale spiega tutto ciò nella sua introduzione all’opera di Platone molto bene. Ora: confrontarsi con l’universo DC Comics o Marvel (e ci sono comunque abissi) criticandone la poetica dicotomizzante (eroe/cattivo) è – questa sì! – operazione di distorsione (ne ho lette di ogni tipo in questo periodo). Prendere il Joker per altro da ciò che è – ossia “figura” e non “immagine” (Jung direbbe archetipo) è altra sciocchezza. Infatti la maschera del Joker è dionisiaca-immagine perché indossata infinitamente, così come le figure di Prometeo e Niobe, ad esempio, potevano assumere le più diverse forme variate nella rappresentazione pur restando legate all’immagine della maschera. In questo senso ci vengono incontro le vicissitudini degli attori che hanno via via interpretato il Joker, da Nicholson a Ledger, e con le conseguenze che sappiamo (Nicholson fece delle dichiarazioni importanti dopo la morte di Ledger relativamente alla maledizione del Joker). Al di là del fatto che il film possa essere stato più o meno apprezzato o detestato, pertinenza vuole che non si stravolgano gli addentellati e i riferimenti espliciti. Tutta l’opera culmina in un fatto che ha sconvolto la comunità DC Comics, ossia sulla natura “messianica” del Joker, e sull’evidente determinazione dell’avvento di Batman alla luce dell’omicidio dei genitori, che non può più essere casuale, o attribuito al Caos (ricordate il dialogo tra Joker e il piccolo Wayne? Avete fatto caso che in prigione, dietro le sbarre protettive della lussuosa dimora è Wayne?). Come non vedere un ribaltamento dei valori in chiave “desadiana”? Il film è costruito secondo un percorso simbolico che rimanda a una molteplicità di aperture all’interno di un labirinto semantico privo di vie d’uscita.
Possibile mai che non esistano più governanti, re e regine come nelle fiabe? Di quelli buoni che mirano al benessere della collettività, alla salvaguardia del pianeta e alla pace dei popoli? Perché abbiamo solo (o quasi) pezzi di merda, vili calcolatori, politici corrotti e guerrafondai a capo dei nostri governi? Dove sono finiti i visionari? I filantropi? Dov’è finito Cristo? Fermi tutti, con le vostre prevedibili obiezioni! (i massacri del passato, l’agiografia della storia ecc.). Qui parlo di figure simboliche, di archetipi del Bello, che di vita ne abbiamo una sola. L’orrore di questo modello imperante riusciamo almeno a coglierlo? PS: Il Mondo ha conosciuto altre epoche. Non facciamo l’errore di pensare gli ultimi sputi di millennio come la totalità del nostro passato. Il futuro riserverà necessari cambiamenti di prospettiva: ritorno all’economia del dono, mutazione biologica e spirituale ecc.