Non ho vendette da consumare

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Sempre ho cercato di mediare. Di venire incontro. Di mettere sotto i piedi ogni mio anelito d’orgoglio. Nulla ho fatto se non condividere e cercare una via comune. I patti si rispettano. Sono patti di sangue e di spirito prima che di “lavoro”. Spiritualità, luce, sono solo concetti se non seguiti da una prassi. Sono solo vie di fuga altrimenti. Ho schiacciato la mia testa come quella di una serpe velenosa. Sotto un sasso. Ho accettato ogni reazione cercando di sublimare la mia sofferenza: fisica, psichica e morale. Il “sentire” quando è “uterino” o “fallocratico” non è sentire un bel nulla. Non basta fuggire in montagna e andare a fare bioenergetica. Sono vie di fuga. Quando c’è un problema si tirano fuori le palle. Lo si affronta. A scappare siamo buoni tutti. L’unica via è quella del perdono: perché il Cosmo non si regge con l’armonia ma con la dialettica del conflitto, essendo il nostro il regno della Dualità. “Non possiamo scegliere quel che proviamo. Alcuni svengono alla vista del sangue altri si esaltano”. Non decidiamo nulla. Essere nella spiritualità significa vivere la dialettica della sofferenza come catarsi. Sennò si rimane prigionieri della false illusioni di “luce-via-liberazione”. Si confonde la prassi delle forze terrene con le ragioni dello spirito che rispondono di altre logiche e finalità. Il resto è spazzatura dell’ego. Non ho rancori. Non ho vendette da consumare.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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