
Inutile che vi agitate. Questa contemporaneità è solo un tratto della nostra ancora grezza e primitiva evoluzione. Il tema della “Decadenza” è prima greco-latino (in Occidente) e poi vissuto concretamente a partire dal XVIII secolo, in un progressivo allontanamento dallo stato di natura in cui i figli risentono dei mali dei padri, dai bisnonni ai nonni, diventando sempre più deboli di generazione in generazione, una degenerazione che per Tissot comincia da un “tipo primitivo”. La follia, la malattia sono sempre “esterne”, ambientali, mai naturali: del resto chi ha mai conosciuto un pigmeo depresso prima del “morbo” della civilizzazione? L’angoscia del nostro “terribile presente”, è stata la medesima negli ultimi secoli; nel Settecento, ma soprattutto nell’Ottocento, pullulano i trattati in cui si denunciano le donne di Parigi che hanno scambiato “il giorno con la notte”, il disordine dei sensi causato dal teatro, l’artificio malsano dell’immaginario evocato dai romanzi, ecc.
In definitiva, è proprio tutto il costrutto positivista che genera lo scontro tra ambiente e natura, quell’ambiente che sovverte i ritmi naturali dell’uomo, infettando la salute degli umani con la nevrosi dell’Urbe, coi ritmi frenetici della città che respingono la positività dell’essere naturale per sostituirla con quella artificiosa del delirio delle invenzioni, delle lingue, del mercato, dell’automatizzazione, della macchina, delle civiltà alfabetizzate. L’umanità ha sempre offerto resistenze al “nuovo”: invano. Il corpo dei sapiens è sempre stato “cristico”, cagionevole, martoriato, vessato. In un futuro non troppo distante, non saremo più “corpo” ma essenza di entità neuronali gestite da “macchine”. Siamo ancora una civiltà debole, primitiva, non riusciamo che a sfruttare risorse energetiche minime dalla nostra stella madre. Una civiltà evoluta è in grado di sfruttare al massimo le potenzialità energetiche della stella centrale, e opera salti planetari man mano che essa “degenera” (vedi sopra), allontanandosi progressivamente dal collasso perenne (in forme non necessariamente corporee). Migrazioni. Nessuna civiltà potrà mai essere stanziale.
Ciò che sta accadendo è, semplicemente, l’inizio di una fase esponenziale di accelerazione che porterà (dovrebbe) i sapiens sapiens verso il Big Network, ossia verso il salto necessario e funzionale alla “comunione globale”. Saremo tutti connessi telepaticamente, come computer in rete, condivideremo emozioni, linguaggi, sensazioni, idee. Col tempo scompariranno la parola, la scrittura, tutto ciò che Sloterdijk definisce “costo dell’alfabetizzazione”, ossia un processo durato cinquemila anni, e che, dopo nuovi e terrificanti olocausti (ambientali, sistemici, psicologici, culturali) vedrà una nuova rinascita messianica. Il tempo delle rivelazioni è già tramontato: nessun dio parla, ammonisce, si mostra. Viviamo una fase di ipertrofia digitale che sarà riequilibrata da un futuro in cui i sapiens sapiens diverranno demiurghi e manipolatori di materia, nell’attesa di un nuovo avvento messianico che vedrà l’abbandono della corporeità in funzione della smaterializzazione in puro dato energetico. Tutto ciò, a ben sapere leggere e interpretare, è in perfetto accordo col lascito delle culture del passato, con tutte le scritture considerate “sacre” che, nei modi e nelle peculiarità loro proprie, tramandano un’idea di uomo e di mondo che non può certo risolversi nella mera esistenza biologica.
Non sono processi da giudicare con gli strumenti attualmente a nostra disposizione, o meglio, non con quelli prontamente accessibili ai più. Tuttavia sono processi inarrestabili, che coinvolgeranno le future generazioni in maniere e modalità non teorizzabili ad oggi.L’ottimismo che governa il mio sentire, è figlio di esplorazioni e viaggi introspettivi, di pratiche di linguaggi contemporanei, e di una consapevolezza del valore catartico della sofferenza. Tempi molto duri si prospettano in vista di nuove speculazioni e sublimi visioni. Niente di ciò che adesso identifichiamo come Reale, sarà tale tra qualche decennio.
