Un pomeriggio al mare

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Una madre e una figlia infernali dalle voci rauche e metalliche turbano la mia ricerca di pace e meditazione. Non sono tecnicamente “madre e figlia”, ma tutto ciò che esula da un rapporto consacrato come tale. La figlia racconta tutte le sue conquiste alla madre: prima un pugile, poi un meccanico. Confida che si è scopata quest’ultimo nell’officina. La  madre annuisce felice. Incuriosita. Ridono. Urlano. “Uuuhhhh. Aaahhh!”. Ora fa una videochiamata alla figlia della figlia. Tutte insieme parlano di uno yacht a Positano. Hanno delle unghie orribilmente laccate e i capelli con dei ricci tipo orpelli a cascata finale. Si chiamano tutti e tre amo. Urlano. Solidarizzano. Parlano con l’utero, il linguaggio mostruoso della caverna infetta. La “figlia di mezzo” si esprime in una sorta di misto tra l’inglese e lo slang italo-catanese. Ne fuoriescono mirabilie quali: “non si può capire, troppo proud “. Il loro è un urlo ferroviario che infesta la costa orientale della Sicilia. Io prego il Signore affinché possa porre fine a questa “cosa”. Ma Egli non mi ascolta, dunque torno a casa.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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