
C’è un’irriducibile necessità da parte di chi ha vissuto la “sinistra” come un dogma, un’ideale, una filosofia dell’essere, un’utopia esperibile a dichiararsi in favore delle attuali scelte di questo governo vassallo dei grandi gruppi finanziari. I loro post sono dei veri e propri dispacci d’agenzia, aderenti in maniera parassitaria al racconto di quelle che si ritengono essere le “reali fonti”, i principi fondamentali del Nuovo Ordine Teologico Medicalizzato. In realtà la loro è una vera e propria sindrome di “burnout” figlia del passaggio dalla “società disciplinare” a quella della “prestazione”. Diciamolo: quando mai si è vista una tale supina accettazione da parte della generazione di ex sessantottini di formazione marxista-leninista dei diktat emanati da un governo retto da uno dei più potenti uomini della finanza e della massoneria mondiale e composto da un mix di partiti sovranisti, berlusconiani e leghisti? Rimangono attaccati come cozze al quotidiano “Il Manifesto”, che peraltro è, ahimè, il diffusore di questa evidente nevrosi, dell’infarto psichico delle sinistre. Tale “imbarazzo” li porta ad assumere atteggiamenti reazionari, ghettizzanti, ossessivi, con post “Burioni’s style” che tendono a relegare il dissenso entro categorie ghettizzanti – eh sì, l’atomizzazione sociale porta, paradossalmente, a mutuare gli stilemi di chi ha successo “nel momento in cui il modello disciplinare di gestione dei comportamenti, ossia le regole di autorità e di conformità ai divieti che finora hanno orientato la storia delle classi sociali così come quella dei due sessi, devono far posto a norme che stimolano ciascuno all’iniziativa individuale, sollecitandolo a diventare se stesso” (Byung-Chul Han “La società della stanchezza”). Li ritrovi a difendere Fedez o Speranza in virtù di un minimo comune denominatore valoriale di comodo e di facciata. Risulta dunque più “confortante” per costoro discettare di questioni afghane o di referendum sulla liberazione della cannabis (nobili temi, sia chiaro) allo scopo di corroborare il “bias di conferma” che possa preservarli da una preoccupante deriva depressiva, dallo sconforto del cambiamento del paradigma che adesso li vede protagonisti nel ruolo di latori del “nuovo messaggio” della Società della Sorveglianza. Così, dietro i paraventi della scienza – da loro ancora vissuta come “fisica dell’ordine”, mantra “deterministico” e lineare di equazioni risolte e modelli analitici esatti – essi possono occultare il grado di complessità delle società schiumizzate, mostrando i contorni della vecchia topologia ideologica nelle forme “zombizzate” e reazionarie della nuova “positività del mondo”. Il loro è terrore dell’immanenza, nonché rimozione del grado di pressione coercitiva delle Società della Sorveglianza. Essi cercano l’identità perduta nella profilassi della medicalizzazione per colmare l’angoscia della fine del proprio universo semantico di riferimento (l’ultimo film di Moretti è emblematico in tal senso).
