Riflessioni su Proust intorno alle ultime pagine de: “All’ombra delle fanciulle in fiore”

La famosa scena del rifiuto di Albertine racconta l’esperienza che ogni essere umano ha vissuto in merito alla relazione di alterità della diade uomo-donna. Albertine rifiuta le avances di Proust, e il discorso relativo alla perversione del meccanismo della seduzione è contenuto in queste (e in altre, naturalmente) pagine emblematiche. Albertine rifiuta Proust, ma al contempo utilizza tutti gli stratagemmi per tenerlo legato a sé, vuoi per la gelosia nei confronti di Andrée, vuoi per ragioni insite e connaturate alla natura della donna. Proust è il più grande cantore del sentimento amoroso, inteso nella sua doppia valenza di Eros e Thanatos, nessuno prima e dopo di lui è riuscito a rendere così lirica questa pulsionalità, e chiunque abbia un rapporto catartico con la propria memoria amorosa, affronta l’immaginario del suo passato come esperienza attiva e formativa. Qui sta tutta la maieutica di Proust, nella descrizione dei sentimenti come effetto della perversione, della corruzione di Eros. Forse, solo un omosessuale avrebbe potuto scriverlo con tanta incredibile ricchezza di colori e preziosismi. La narrazione in Proust è un pretesto: il racconto proustiano è immanente in ogni punto della sua “Recherche”, che non è (può essere) mero scavo e travaglio psicologico (alveo in cui, ahimè, molta critica contemporanea, ha costretto e mortificato la “Recherche”), in quanto la sua è immanenza del Verbo: ogni parola contiene il tutto che la ingloba, ciò che è stato un prima e ciò che sarà un dopo. Il sentimento in Proust è sempre espressione di Assoluto, non conosce stazioni, se non di prammatica e didascaliche, e il dramma che lo formerà e corromperà è evidenziazione dello iato tra Natura e Cultura, e quindi tra Arte-Fascinazione e Storia. Schematizzare Proust entro logiche analitiche settoriali è uccidere la “Recherche”. L’essenza simbolica dell’opera proustiana rifugge da ogni analisi logica e, paradossalmente, è la linfa che dà forma a questo non-romanzo il cui svolgimento temporale è mera apparenza: la prima pagina e l’ultima sono espressione dello stesso Assoluto, in altri termini contengono tutto. Albertine è Nemesi, Niobe, mitologema, mito adattato al nostro imperituro uso e consumo. A mio modesto avviso, Proust è l’ultimo occidentale a parlare dell’amore in termini mitici. Il suo invertito processo di scarnificazione-incarnazione, segue il modello classico della tragedia, dal Paradiso agli Inferi, è per sua natura messianico ma anche antidantesco. Rappresenta il processo alchemico e prometeico dell’incarnarsi dei sentimenti, del mito che si antropomorfizza. Ecco perché Albertine (e ogni donna) è una dea spietata dell’Ellade: in lei convergono tutti gli elementi ancestrali della perversione e della frustrazione del maschio funzionali alla catarsi. Nessun uomo potrà mai essere Albertine, o Justine, o Juliette. Chiudo con una boutade: l’anti Proust è Pinter. 

Aggiunta: Nelle quattro pagine proustiane, sul finire de “All’ombra delle fanciulle in fiore”, c’è più di ogni trattato filosofico mai scritto dalle origini dell’alfabetizzazione. L’illusione amorosa di una corrispondenza carnale con Albertine, tutto il costrutto che precede e il vanificarsi delle apparenti certezze che segue il celebre “Piantatela o suono”, penso non abbia equivalenti in tutta la storia della descrizione dei sentimenti umani, e dunque del romanzo tout court. L’ardore del giovane Proust è animismo di uomini e cose che congloba l’idea stessa di morte e che, per tramite della sua stessa implosione, vibrerà proprio nell’evaporazione di ogni speranza in un declino prometeico della passione che si farà sintesi del mondo, illusione del divino, sofferenza dell’umano.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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