
Ho visto il tanto decantato documentario su Netflix, “The Social Dilemma”. A me sembra un prodotto confezionato ad arte e più dannoso di ciò che vorrebbe denunciare. Si denunciano con toni apocalittici gli inevitabili problemi che le implementazioni tecnologiche creano al sapiens dell’era schiumizzata. Il reale problema del pianeta siamo noi, col nostro carico di viralità e la sovrappopolazione senza controllo. Scrive Rifkin nel suo bestseller ”La Fine del Lavoro”: “I cambiamenti epocali nella storia del mondo si sono verificati al convergere di nuovi regimi energetici con nuovi regimi di comunicazione”. Ora, il nostro indice di encefalizzazione è pari a 9. Oltre, la nostra scatola cranica non può espandersi. L’animale a noi più vicino è il delfino, che ha un livello pari a 5, la scimmia ha 3. Gli step evolutivi prevedono il “Big Network” (sono tematiche di cui mi occupo da tempo e sto scrivendo un romanzo che parla di tutto questo ambientato nel 2056). Il salto evolutivo non sarà più di specie, ma delegato, appunto, a una IA collettiva in grado di sorreggere il passaggio a una civiltà di grado 1 (secondo la scala di Kardasev siamo a livello 0). Tutto ciò che al momento è protesi esterna (iPhone, tablet ecc.) verrà integrato. La IA “deve” assumere questo ruolo perché l’evoluzione non conosce stasi. Solo determinate resistenze a tutto questo (che pare mostruoso, poiché ancora in fase grezza e primordiale) potranno porre fine al nostro mondo. Siamo vecchi. Giudichiamo le nuove generazioni con parametri che non comprendiamo. E, rispetto al passato, questo iato generazionale si amplia, giacché l’evoluzione è esponenziale e il grado di accelerazione non comparabile con nessuna esperienza vissuta dall’uomo nel passato. Entro breve modificheremo la materia. Ci prepariamo a un mondo biotecnologico meraviglioso (sempre che le vecchie forze non distruggano il futuro), e i ragazzi di oggi e di domani avranno le risposte che noi non possiamo avere. Le avranno però in maniera condivisa, parleranno lingue comuni, vivranno emozioni comuni, un po’ come mettere in rete vari computer. La condivisione di emozioni consentirà l’abbattimento delle conflittualità, perché io sarò il sentire dell’Altro, parlerò la lingua dell’Altro, ecc. Ció che questo documentario denuncia è semplicemente il frutto delle impasse necessarie al perfezionamento di un processo inarrestabile. Naturalmente a noi viene da pensare all’IA come a qualcosa di ostile. Perché? Perché continuiamo a vivere con le nostre sovrastrutture mentali e psichiche; pensiamo esse siano eterne. Nell’antica Grecia, durante le rappresentazioni delle commedie, se si voleva far ridere, si metteva qualcuno a leggere. Il libro era qualcosa di impensabile fino alla creazione dei caratteri a stampa. Nessuno immaginava uomini chini a leggere per biblioteche. Pensate alle risate che ci facevamo quando negli anni Novanta vedevamo qualcuno camminare e gesticolare parlando con primi telefoni portatili. È una costante accelerazione del processo di alfabetizzazione la storia del sapiens. Vedetela così: in futuro non “parleremo” più. Comunicheremo in altri modi. Rileggiamo piuttosto “I Vecchi e i Giovani” di Pirandello. E ricordiamocelo: mai chiudersi alle meraviglie del mondo. PS: A me questo documentario pare un enorme spot a favore della cultura mainstream (o come la definisco io dei “main-estreamisti”) a ciò che occorre vivere acriticamente a partire da un apparente documento di denuncia. Il mondo patinato di questi presunti pentiti della manipolazione, a me fa realmente spavento. È un mondo “politicamente corretto” che prevede l’omologazione a una sorta di pensiero unico. Le loro camicette, i loro pulloverini, la loro dieta a pancia piatta da “Silicon Valley”, a me fa molta più paura degli sfigati brutti e cattivi che credono alla terra piatta. D’altronde, se un algoritmo prevede ciò, è un bene, perché prevede una selezione della specie umana classificando gli imbecilli che ci credono. In buona sostanza, non darei a ‘sto fichetto che parla neanche la mansione di controllarmi le ruote della macchina. Tutto in questo documentario è insopportabilmente fashion, con quelle musichette “hi-tech” montate ad arte e le immagini scelte e tagliate a suggerire un mondo in perenne catastrofe, ecc. Basterebbe conoscere un po’ la storia per vanificare questo falso servizio di inchiesta targato Netflix. Questo mondo “perfettino” che si rivendica nel documentario, un mondo senza guerre, senza conflitti ecc., dove è mai esistito se non nelle aree privilegiate, nel recinto di Schengen (peraltro, solo da due generazioni) e a seguito dello sfruttamento di miliardi di esseri umani? Dove hanno vissuto finora questi signorini, compreso il ciccione coi dread? Il mondo è sempre stato funestato da atroci guerre, solo che probabilmente, costoro, ficcati entro la bolla della fascinazione occidentale, hanno sempre creduto di vivere in una realtà cosmetica e purificata. Preferisco un mondo imperfetto, sporco, malato a una weltanschauung veltroniana di siffatta specie. (Settembre 2020).

Prima stacchiamo la corrente elettrica a sta merda meglio è.
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