“Don’t look up” è un capolavoro. Lo trovate su Netflix (oltre che al cinema). Lasciate perdere le tiepide recensioni. È il più grande e devastante spaccato di ciò che stiamo vivendo. Qui l’oggetto è il meteorite che sta per cadere sulla Terra. La società dei media riesce a tritare tutto, perfino il pericolo di un’imminente estinzione di massa. Grazie anche a un cast stellare, questo film è una chiara metafora di ciò che la contemporaneità ci riserverà, se non ci estingueremo molto prima del previsto. “Una coppia di astronomi si accorge dell’esistenza di un meteorite in rotta di collisione con la Terra. I due scienziati cercano di avvertire tutti sulla Terra che il meteorite distruggerà il pianeta in sei mesi”. Ma politica, economia e circo mediatico antepongono sempre la fascinazione del presentismo perfino di fronte all’Apocalisse. Il risultato è tragicomico, con divisioni fra “sopraguardisti” (coloro che guardano in cielo la cometa) e “sottoguardisti” (coloro che invitano a non guardare in su). Finale esilarante. Un amaro affresco del nostro tempo. Non perdetevelo per niente al mondo.
PS: Volendo uno dei tanti raffronti possibili è fra gli un tempo anonimi virologi – Pregliasco, Bassetti ecc. – ora assurti a star natalizie e l’astrofisico Di Caprio che diventa una star ma poi si redime sottraendosi alle spire del successo mediatico.
PS2: Ancora su “Don’t Look Up”. Fin quando si procederà ad analizzare la contemporaneità con criteri vecchi applicati a codici estetici nuovi, ogni nuova opera apparirà una rievocazione sbiadita delle vecchie. Invece ci sono miliardi di sfumature che portano me, e un ragazzo del 2021, a ridere a crepapelle, giacché quelli che a molti paiono cliché, sono funzioni semantiche “altre” che rimandano ad “altro”. Inoltre, quando si critica un regista occorre anche conoscerne la filmografia per comprendere il senso dell’opera nel suo farsi e collocarsi. Che un prodotto mainstream, girato con una maestria rara, possa affondare il colpo sul nostro presente non è fattore poco significativo. A ben poco vale poi constatare che è un prodotto hollywoodiano… e allora potremmo dire lo stesso del finanziatissimo cinema di Kubrick? Potremmo derubricarlo come cinema di potere? Non scherziamo. La società americana produce gli anticorpi al suo interno. Così è sempre stato, così sempre sarà. Ci sta che questo film possa non piacere. Ma non ci stanno tutte le bestialità che ho letto da un punto di vista dell’analisi estetica. Evidentemente chi è toccato in prima persona da questi nuovi totalitarismi aderisce al senso di quest’opera. Chi si nutre di Draghi e a Mentana no.
“Death Stranding” è un opera concettuale perché pone fondamentali quesiti filosofici, ma è anche una fra le storie più apocalittiche e sconcertanti degli ultimi decenni, un immenso viaggio prometeico che consacra il genio del demiurgo Hideo Kojima come una fra le menti più brillanti del nostro tempo. Innanzitutto, cominciamo col dire che definire “Death Stranding” un videogioco è riduttivo. Siamo di fronte a un oggetto mediatico complesso, a un affresco maestoso che necessita di un notevole sforzo applicativo per essere penetrato nella sua essenza, la quale ha radici profonde che traggono linfa dal Nietzsche dell’“eterno ritorno” e da tutto un immaginario collettivo che afferisce a possibili scenari post-apocalittici del futuro . Insomma, sconsigliamo vivamente i cercatori di svago spensierato o di relativo impegno videoludico dal cimentarsi in quest’avventura, perché il rapporto con “Death Stranding” ha tutte le caratteristiche dell’esperienza immersiva. L’ultima opera di Kojima è innanzitutto momento di altissimo cinema, a cominciare dal cast di attori coinvolti (per citare solo i principali): Norman Reedus, Mads Mikkelsen, Léa Seydoux, Margaret Qualley e Lindsay Wagner, essendo cinematografica tutta l’ossessione visiva dell’estetica di questa tragedia che rimanda alla visionarietà claustrofobica d’un Tarkovskij e alla magnificenza delle immagini d’un Malick. Siamo di fronte a una sorta di iperoggetto che fa irruzione nel campo videoludico e dei media tout court, capace di stupire per la ricchezza di citazioni (ad esempio, i testi di William Blake nel teaser di presentazione), ma anche per la qualità del suo comparto tecnologico e per l’originalità del gameplayer. Dopo un po’ che si è immersi nella realtà generata da Kojima, sorge spontaneo il quesito che c’è qualcosa che non va nella realtà, si ha la sensazione di “non sprecare del tempo, di accumulare una ricchezza di esperienze virtuali che possono dirci molto sul nostro vero Io (…)”, di aver “sviluppato anche modi di pensare, organizzare e agire che possono cambiare il mondo (…) di usarli per il bene del mondo reale” (sto citando il meraviglioso libro di Jane McGonigal “La Realtà In Gioco”). Se, come immagino, fra qualche tempo, molti fra i videogame usciti in questi decenni, verranno studiati e analizzati come ipertesti in ogni scuola, facoltà, università degne di questo nome e saranno programma di studio interdisciplinare, uno spazio particolare sarà sicuramente dedicato a “Death Stranding”, ossia al gioco che segna – a mio avviso – uno speciale spartiacque nel cosmo videoludico. Siamo di fronte a un’“Entità Estintiva”, la sesta, sdoppiata nelle due entità Bridget/Amelie, di cui la prima dedita a salvare l’umanità e la seconda a distruggere ogni sistema vivente. Prima di lei ci sono state cinque estinzioni (e anche qui potremmo trovare addentellati con le varie mitologie in ogni cultura). La parte terrena lavora alla realizzazione della “rete chirale”, tramite i cosiddetti “Bridge Baby”, ossia creature strappate in grembo alle madri morte e in grado di connettere il mondo dei “vivi” con quello dei “morti”, ma soprattutto di consentire di lottare contro le creature arenate (CA) composte di antimateria. Diventa un’impresa cercare di riassumere la trama di questo iperoggetto videoludico e questi brevi cenni servono solo a tentare di introdurre in questa breve recensione la figura di Sam, ossia del “riemerso” in possesso delle “DOOMS” necessarie a interagire con le CA. In definitiva, “Death Stranding” è una straordinaria e opprimente odissea che vede l’eroe viaggiare tra mondo reale, delirio dell’onirico, squarci di visioni futuristiche e interregni limbici che rispondono al nome di “Spiagge”, e che produrrà uno dei finali più sconvolgenti della nostra epoca videoludica. Certamente, siamo di fronte all’opera più vicina all’essenza del cinema prodotta negli ultimi vent’anni.
Fu al contempo semplice ma non facile cimentarmi nell’elaborazione di questo cd realizzato con “Skinshout” – il duo che vedeva Gaia Mattiuzzi alla voce e il sottoscritto alla batteria -, e la partecipazione di Xabier Iriondo con il suo ampio e variegato strumentario. Avevo letto, come sempre, il romanzo, giacché allora la collaborazione con Wu Ming1 (che continua ancora) era molto fervida e si nutriva di performance, prefazioni ai cd e molto altro ancora, e avevo ricavato dalla lettura una sensazione di musicalità molto pregnante, peculiare rispetto al carattere dei romanzi precedenti. Così si era fatta pian piano sempre più pressante l’idea di concepire un lavoro discografico a partire da alcuni frammenti del romanzo che a me sembravano particolarmente evocativi e simbolici di tutta l’opera. Pensavo che la voce di Gaia Mattiuzzi, in grado di muoversi grandi estensioni e varietà di spettri timbrici, e la capacità di Xabier Iriondo di generare microcosmi sonori – oltre, naturalmente, al mio apporto percussivo – avrebbero potuto fornire il giusto mix alla realizzazione di questo cd. Nelle note dell’epoca scrivevo: “ricordo bene il mio approccio alla stesura progettuale di questo lavoro; avevo scelto dei frammenti del romanzo per creare evocazioni e suggestioni che sarebbero state condizionate dal canovaccio del testo scelto”. Di quel libro mi colpì innanzitutto la fascetta rossa che “presentava” il volume: “ è una boiata, proprio come ‘Q’ – 500.000 copie vendute”. La trovavo intrigante perché faceva da eco alle nostre provocatorie produzioni del periodo col collettivo-label Improvvisatore Involontario. Da sempre, l’approccio dei Wu Ming alla rilettura storiografica, molto affine a quello della scuola di “Les Annales”, mi aveva appassionato, così come, nello specifico, l’ambientazione del romanzo, e soprattutto la battaglia di Famagosta con la tragica fine del veneziano Marcantonio Bragadin. Con “Altai” i Wu Ming tornavano sulla “scena del crimine” (per usare le loro stesse parole), per quello che giocoforza doveva diventare un riferimento al mondo di “Q” – raffronto probabilmente vissuto nelle aspettative dei lettori e poco caldeggiato dagli scrittori stessi -, e così ho deciso di intervenire con la riscrittura sonora di alcune parti salienti del libro, in qualche modo per celebrare questo “ritorno” a certe ambientazioni storiche a me care. È stata una ricerca volta a isolare le parti testuali più caotiche con l’intento di restituire i profumi dei mercati, delle spezie di Salonicco, il clangore delle armi nella battaglia, lo spirito introspettivo di certi dialoghi interiori, l’angoscia della fuga, e tutt’assieme le suggestioni che potevano essere evocate da un simile approccio al testo. In questo senso il lavoro prezioso di Gaia Mattiuzzi e Xabier Iriondo (con il suo Mahai Metak, “subdolo bouzouki dell’inferno”, come ebbe a definirlo lo stesso Wu Ming1) ci ha consentito di viaggiare con la mente e con il corpo durante tutta la seduta di registrazione: dalle nebbie padane alle calli veneziane, verso oriente, il meticciato, la Babele delle lingue, la polvere da sparo e il fracasso dei mortai, la carne e il sangue dell’assedio di Famagosta. A ripensarci bene sono trascorsi dieci anni, e il mio mondo, il nostro mondo di allora, forse mi appare più distante degli echi di vita del protagonista del romanzo, Manuel Cardoso. Il mutare esponenziale delle antropologie delle “società schiumizzate” (per dirla con Sloterdijk), rende sfasato il passato prossimo rispetto a quello remoto, e restituisce alla mia memoria un gioco di sovrapposizioni e flashback che collocano questo cd come oggetto in perenne metamorfosi, al contempo prossimo e distante. Le vicende di Cardoso paiono così fondersi con le note di “Altai”, che ascolto adesso, come fosse la prima volta.
Mentre leggo “L’etica della psicanalisi” di Lacan, continuano ad arrivarmi filmatini, messaggini, cosine capricciosette e allegrotte, messaggi e messaggeri con gli auguri di buon anno. E io devo passare il tempo a cancellare pezzetti di video con alberi innevati e nastroni rossi tutti arricciati per l’anno che è appena entrato, tipo supposta antibiotica, “da dietro”. Mentre mi districavo tra “Chose” e dottrina neopaolina, ecco giungere in contemporanea un vecchio decrepito con tanto di bastone che arranca, vacillando, verso la mia panchina, ed un ennesimo filmato sul mio iPhone in cui un piccolo bimbo (il 2017, In fasce, I suppose) esce da una ghianda e mi sorride. Capisco: il vecchiaccio è l’anno vecchio che se ne va, la cosa-senza-placenta che si accosta a me senza sedersi, rispettando il mio bisogno di pace. Lui mi mostra “la via” (soffro ma non mi siedo), mentre il piccolo anticristo “ghiandato” sorride con quelle oscene guanciotte rosa alla nascita di un anno corrotto, 2.0. La rivelazione. L’essere-mittente (Absender-Sein). La convergenza tra il dio della Bibbia e quello dei filosofi. Il vecchio scompare dentro un’autovettura di parentame e io cancello sadicamente il demone del filmatino
NATALE 2016
E niente, dopo la pace di ieri, oggi “tutti fuori!”, verso il pranzo esotico del 26, ecco le mandrie di bestie: mamme bionde vestite di nero con riccioloni ai lati in foggia donna-ellenica-horror, bimbi giocattolosi pieni di giocattolame da trascinare (“krrrrrr”) pei basalti, padri brutti a vedersi, con la mascella volitiva e la panza viscosa, fasciata in indecorosi maglioni vita stretta, a modellare, a rimarcare, a “ricordarci”. È una chiassosa transumanza. File di macchine senza meta, il trastullo scemo, le greggi diesel: missione occupare gli spazi/riempire i vuoti/mangiare ancora e senza fame. Ci riesco! Trovo un luogo paradossalmente deserto: di fronte allo Sheraton. Una panchina. Nessuno. Altra panchina. Nessuno. Arriva una coppia. Lei sembra Rhyanna catturata e sottoposta a tortura dopo l’invasione musulmana del 2037 e relativa presa del Vaticano da parte di Muhammad XXII.2.0. Lui pare Scipione l’Africa-no fuori contesto, entro scarpe di pellame, senza strumenti di guerra. “Essi vengono a me”. Cioè, c’erano spazi, c’erano panchine, c’era ben altro Vuoto da colmare. No, a me che devo finire Sloterdijk proprio oggi. A me. Si siedono. Adiacenti. Discutono coi figli (deduco in pausa motorino, adolescenti, che non ne vogliono sapere), dibattono l’argomento “pranzo fuori”, che devono esserci, che comunque oggi è Santo Stefano e vale come festa. Sento gracchiare dal telefonino cose del tipo “minchia no!…siamo tutt…lasciaci in pac…”. Lei allora si inalbera (repentinamente, poca pazienza, deve essere argomento sviscerato), giunge un grido furente e letale “LA MAMMA SI STA ARRABBIANTO!”, e a quella “T” saltiamo in aria d’un pochetto e in sincrono io e tre piccioni, breve spettacolo per pochi intimi, sincronia perfetta. Interviene poi Homunculus Padre, strappa la “cornetta monca” e fa: “TRA MENZORA VI VOGLIO TUTTI E TUE DA ERNESTO PERCHÉ SENNÓ VI SCIPPO TESTE E CASCO INCLUSO”. Mi scapperebbe un timido applauso, ma per cagioni di timidezza preferisco astenermi. Teatralmente, il Padre Scipione, restituisce l’apparato alla Meta-Madre per il formidabile epilogo: “PER PUNIZIONE QUESTI MOTORINI VE LI ATTACCO AL PALO CON LA CATENA DOPPIA!” Intimorito io taccio. Si sente il grido tenue del mare. Se ne vanno. E io imparo cose. Ma non capisco e rimango col dubbio: cosa diavolo sarà mai la catena doppia?
NATALE 2016 2
Mentre il popolo italiano in crisi affoga nella crapula, io approfitto di questo 25 dicembre per godere di questa solitaria e sublime Acitrezza. Avendo espletato la mia pratica natalizia ieri notte, posso sentirmi libero di vagare e non in colpa nei confronti del Cristo Sindacale. In questi giorni ho visto cose che vado ad elencare: teglie di carni, pesci e verdurame a far da contorno ad ogni fiaba mai raccontata, caviglie dalla circonferenza indefinita entro scarpette rosse cenerentolate, dentiere mal agganciate, farmaci pronti, centri commerciali popolati da creature a me assolutamente non prossime, bimbi con teste allucinanti, giocattolame senza scopo, ho sentito urlare e ridere male, ho visto auto senza fari guidate da forsennati pensionati per stradine senza uscita e fari nella notte che illuminavano cimiteri non segnalati, nonché segnali stradali con addobbi; ho visto torme di paesani orrendi lanciare raudi nel niente di certe campagne buie, uomini palestrati con donne obese e uomini obesi vestiti da Babbi con donne palestrate nauseate e in imbarazzo. Ho visto tombole impolverate e fagioli animarsi, come in “Alice e il Paese delle Malavoglie” durante la messa del Piccolo Cristo, ho visto preti farsi adunchi protettori dell’Ombra. Avrò ricevuto qualcosa come 1768 filmatini di “Babbi Natale oh oh oh”, tutti rigorosamente visionati come fossi stato il forsennato critico d’una retrospettiva su de Oliveira. Ho visto cani ululare nella notte e lucette accese fino a tardi. Questi natali (diciamo dagli anni Ottanta in poi) sono il trionfo del “Canto delle Massaie”, la fine di ogni celebrazione del sacro, il simulacro dell’uomo post-prandiale del terzo millennio. Saremo seppelliti in una teglia, come le sarde a beccafico di ieri notte. Ancora risuona, terrificante, la musichetta di quel pupazzetto di “Papà Natale Boscaiolo”, presente ieri notte in tutta la sua agghiacciante cattiveria. Al mio funerale, per favore, fatela risuonare. Che serva da monito alle future generazioni.
Già non è che le cose mi vadano granché bene, da qualche anno a questa parte… anyway… fatto sta che oggi pomeriggio m’apprestavo a parcheggiare con la mia Toyota fresca fresca di revisione, in quel di Palermo, nei pressi dello Spasimo, insieme a Jean-marc Montera Jean-Francoise Pauvros, Lelio Giannetto, in occasione del concerto che ci avrebbe visti protagonisti in serata. Pomeriggio radioso, giornata spumeggiante. Improvvisamente la mia auto si blocca: messa in moto, finestrini, quadro dei comandi… avete presente quei film di fantascienza in cui a seguito del magnetismo, della vibrazione dell’alieno vanno in tilt tutti i sistemi elettronici? Ecco, una roba del genere. Decidiamo con i miei valorosi amici di spingere la macchina. Essa riparte. Ma qualcosa non quadra: lo sterzo è durissimo, si accendono tutte le spie, i finestrini rimangono bloccati; tutto ciò a dispetto dei miei numerosi giri intorno all’isolato. È sabato. Domani è domenica. Io devo rientrare a Catania in nottata giacché lunedì parto: mi aspetta una bella Castrovillari-Frosinone-Monopoli-Bologna. Telefono al mio meccanico. La situazione non è rosea. Si opta per il carro attrezzi. Ooohhh, meravigliosa assicurazione Genertel! Risponde una signora gentile e suadente. Si fa carico delle mie ambasce. Scopro di avere, oltre al carro attrezzi gratuito, anche il servizio dell’auto di cortesia per ben 7 giorni! L’auto è disponibile a Palermo. Posso tranquillamente fare il concerto e andare a ritirarla quando voglio, anche di notte. Meraviglia! Ah! ecco arrivare il carro attrezzi guidato da un baldo giovine che, in men che non si dica, inquadra la situazione: e se fosse un banale problema di batteria? Prendiamo i cavetti! La macchina parte e ronza come un pargolo privo di stress. Aaahhh! “Era la batteria!”, recitiamo in coro. “Era la batteria!”, si aggiungono anche i parcheggiatori abusivi. (Memorizzate questo saliente punto per ciò che accadrà dopo) Tutto apposto dunque. “E se dopo non parte?”. “Ci penso io” fa uno dei parcheggiatori abusivi, “c’ho i cavetti! Che la lascio qua a Palieimmo?”. Il baldo giovine comunque mi assicura che in caso di problemi lui sarebbe tornato ecc. Benissimo. Saluti. Vado a suonare. Concerto. Risaluti. Abbracci. Riparto. La Toyota sembra cinguettare come il passero nel culetto di Ruby Rubacuori. E si va verso Catania! Autostrada. Tutto ok per almeno 50 km. Primi segnali inquietanti: il quadro si spegne. Poi impazziscono le luci interne. La mia macchina sembra una sala disco anni Settanta. Le spie si alternano in uno spettacolo psicadelico che ricorda qualcosa che mi par di ricordare. Procedo e cerco di andare avanti, ma lo sterzo s’indurisce… Giunto nei pressi dell’uscita di Caltanissetta, capitolo: riesco ad accostarmi e a fermarmi in una remota area di sosta. La macchina letteralmente: muore. Il nulla denso della notte. Io e il firmamento del cielo stellato. Ok, carro attrezzi. Feroce, si insinua il dubbio. Guardo bene. L’iPhone messo sotto carica non si è affatto caricato a seguito del progressivo depotenziamento elettrico. Il telefono è al 15 per cento. Chiamo Genertel. Attesa. Minuti. Attesa. Minuti. Attesa. Cellulare al 10 per cento. Minuti. Attesa. Ora è al 5 per cento. Minuti. Attesa. Minuti. Attesa. Finalmente risponde una gentilissima signorina “Salve sono in panne all’altezza di ecc. ecc. presto un carro attrezzi perché mi si sta scaricando il telefono! Ecc. Ecc.”. “Mi dispiace signore, lei ha esaurito il bonus gratuito oggi. Occorre un carro attrezzi con pagamento a suo carico, mi dispiace”. “Come! Ma cosa dice! Va bene… mi dica solo…”. Il mio iPhone muore. Natura. Notte. Montagne. Tenera è la notte.
Che fare? Sono isolato. Poco male. Le doppie frecce vanno ancora. Mi prodigo in ampie sbracciate per ogni auto o camion che passa. Nessuno si ferma. Passerà prima o poi, mi dico, una volante della polizia. Niente. Passano i minuti. Passano le ore. Passano le vetture. Niente. Nessuno si ferma. È comunque meraviglioso il firmamento. La Luna fa capolino fra i monti. Dopo il passaggio dei veicoli il silenzio è assordante. Posso anche urlare. La voce è sorda. Eh, la sordità della Natura. Era cosa che non assaporavo da tempo. Comincia però a fare freddo e appare l’assurda immagine di un gigantesco Provolino. Allora provo ad “esorcizzare”. Recito il mantra “Jay Ram” per ogni auto che vedo arrivare. Comincio ad abituarmi dapprima al suono. È un rumore che viene da lontano e si propaga per ogni direzione. Poi la luce. Zac! Macchina. Quindi le mie “sbracciate”. Niente. Spero nei camionisti. Prego per le segnalazioni alla polizia stradale. Nulla. Comincio a rassegnarmi. Mi siedo in macchina. Fa freddo. Ma lo spettacolo della Natura è straordinario. Comincio a pensare che questa cosa mi è capitata in qualità di dono. “Jay Ram, Jay Ram…” danzo attorno alla macchina “Jay Ram, Jay Ram…”. Altra macchina. Altra sbracciata. Nulla. Saranno passate tre ore e mezza. Non ho orologio. Il quadro della macchina è morto. Il cellulare è morto. Eccola la vita primordiale, eccolo il “vero volto delle cose”. Viviamo come narcotizzati, dentro al ventre molle della Separazione. Il freddo è pungente. Muore pian piano anche il triangolo intermittente dell’auto. Inutile compagnia quel “tic, tic, tic”. Si fotta! Adesso siamo davvero soli col Silenzio. Aaahhhh. Non passa quasi più nessuno. Mi sdraio sui sedili e guardo il cielo. “Jay Ram… Jay Ram”. Nulla. Poi ancora un ronzio. Ecco un’altra autovettura. Scendo giusto per provare un’ultima sbracciata. “Jay Ram… Jay Ram”. Si fermano. Sono in quattro. Due uomini e due donne. Gentilissimi. Ma sono anche spaventati. Cerco di tranquillizzarli. Spiego loro la situazione. Essi telefonano ai carabinieri. Discorsi. Coi carabinieri occorre ripetere mille volte le stesse cose. Manderanno un carro attrezzi. Li saluto e ringrazio affettuosamente. (Mi manderanno poi una mail in cui si scusano per essere andai via. Erano, nonostante l’evidenza, comunque impauriti). Non mi resta che aspettare in auto. È notte, infinita notte. Arriverà un carro attrezzi. Mi chiederà 350 euro per portarmi fino a casa. Io dirò di sì. Che mi sta bene. Anzi, dirò che ho esattamente 350 euro in contanti. Tutti gli incassi dei concerti più qualche spicciolo. Li daró al sig. Luciano che nel frattempo mi racconterà della sua vita sulla strada. Arriverò verso quest’ora finalmente a casa. Non so voi, ma tutto sommato, io sono felice. 🙂
Lo stereotipo persecutorio su cui Girard struttura la sua speculazione ne “Il Capro Espiatorio” ha varie gradazioni. Ci vuole un elemento generico – in Edipo la peste che devasta Tebe – un colpevole – Edipo uccide il padre e sposa la madre -, un segno vittimario – Edipo zoppica – infine l’elemento “esterno” – Edipo è uno straniero, uno sconosciuto. Ora, fate alcuni raffronti con la creazione dei nuovi miti contemporanei: cominciate dal crollo delle Twin Towers, passate per la devastazione dei mercati, la creazione del nemico musulmano, lanuova tratta dei profughi (il nemico potenzialmente infettivo che viene dell’Esterno) e giungete alla pandemia con il Nemico che si fa “hybris”, epidemia, ossia malattia invisibile (lacolpa del sapiens nei danni all’ambiente ecc. ecc.). A me piace incrociare le letture. Ecco dunque ancora Illich con la sua “Nemesi Medica”, che qui appare nelle vesti del potere coercitivo della biopolitica e può essere rovesciata solo da parte dei “profani”, dai nuovi “eretici”. Leggere Illich oggi è devastante. La sua disamina è inesorabile. Applica criteri di sapienza antica alla iatrogenesi medica.
1) Il medico oramai è tutelato dal danno di una denuncia per malapratica (purché, aggiungo io, sia affiliato al Nuovo Ordine Sanitario e ne condivida la semantica e la semplificazione del concetto di malato e di malattia).
2) “La pratica medica promuove malessere rafforzando una società morbosa che spinge la gente a diventare consumatrice di medicina curativa, preventiva ecc.
3) Supermedicalizzazione sociale che sfocia nella “espropriazione della salute”.
Non dovrebbe essere così difficile unire i puntini per certe testone che conosco… ma tant’è…
Ormai ricevere una telefonata (senza preavviso e orario concordato) è un atto violento. Un’irruzione brutale nella privacy.
Beccare la brioche calda da Savia significa rivivere ogni sequenza adolescenziale relativa al culo di Nadia Cassini moltiplicata per le tette di Edwige Fennech ed elevata esponenzialmente alla malizia ontologica di Laura Antonelli; ad ogni morso tutto l’ardore della provincia italiana nell’epoca del film pecoreccio come unica via.
Si è ufficialmente anziani quando non si sopportano: 1) Le musiche di ogni genere in sottofondo. 2) I bambini che corrono. 3) I bambini che urlano. 4) I bambini. 5) I culi. 6) La gente. 7) Le fanciulle che danzano su musiche trap. 8) Le fanciulle che cantano pezzi latino americani a bassa voce mimando passi di danza e/o muovendo coreograficamente il collo. 9) I vecchi con velleità giovanilistiche. 10) Il movimento in genere. 11) Una certa gaiezza scema. 13) Le file. 13) Quelli che contano i soldi. 14) I motorini e le auto che sfrecciano a velocità.
Girovagando per bar siciliani constato che prevale una saggia, consapevole, concreta, realistica, elastica, mimetica capacità di fottere e cortocircuitare il Dispositivo. (Manuale pratico di anarchia applicata: CAP 1).
Ode a Mario Draghi: “Alle avanguardie per terre e per mari l’Italia or vanto di prodiga scienza, promulga il dispaccio che bella la fa. Prima del turco e de lo alemanno, verghiamo la carta che probi ci mostra. Ai villani d’Oltralpe sia fulgido esempio, il Drago padano che belli ci fa. Con cerusica mano egli appose il sigillo che dopo il Ventennio l’orgoglio ci rende. A te salutiamo, o Drago supremo, a te rimettiamo in salute il presente, rendi leggiadro l’onusto fardello del male invisibile che ci flagella”.
Occorre meditare sulla radiosità del futuro a partire dal presente e rigenerare il passato. In questo senso il passato è attività, continua metamorfosi, non stasi della memoria, prefisso del tempo.
Cascame biopolitico.Ormai l’azzardo teorico complottaro sta a “destra” mentre l’ordine scientista debunkeraro sta a “sinistra”. Stravolgimenti delle coordinate ideologico-politiche negli ultimi microsecondi dell’Antropocene.
Scrivo nella notte e la musica di Scriabin è la mia compagna più fedele, la musa discreta che tesse le trame delle mie narrazioni.
L’amore di coppia è mostruoso. Il mostruoso femminino. Il trionfo del possesso scemo. L’idiozia eletta a sentire. Il cosmo domestico.
Il Golem della tecnoscienza ha maschera da chirurgo e stivali da gerarca.
Nell’Italia del 2020, per una lunga epoca durata qualche settimana, le masse aderirono al movimento delle Sardine…
Continuare a esercitare l’esercizio della critica fino all’ultimo respiro di vita nei confronti dell’officio aberrante e solo apparentemente bonario del virologo messianico di turno, della medicina che si fa politica e della politica che si trasforma in perenne stato di emergenza da Triage, è atto di profonda civiltà filosofica e morale, nonché attitudine civica e sana di chi osa ancora appellarsi cittadino.
È tutto uno sfregar di creme abbronzanti, un effluvio di profumi, uno spataffàr di chiappe, tette, cosce, fianchi, piedi, ascelle. E io mi inebrio, del vano desiderar del nulla, della chiappa sacra che non appartiene che all’ara di Mefisto/Arimane, unico vero sovrano della terra degli uomini. “Ciò che è bello non si può possedere”. Così vo’ rimuginando fra me e me, nell’assurdo, inconcepibile, repentino, surreale bisogno d’una fragrante mafaldina con la mortazza. Recita distante il Coro: “Come sei bona, come sei bella, scusa è già tardi, viva pàn mortadella”.
In questo paese indecente, provo nausea per i censori che indossano le vesti del politicamente corretto. Osservo in certi individui questa ossessione igienista, questo piacere malato per l’asettico, il gusto perverso per la mascherina messa anche al cervello, la cosmesi dell’amuchina spruzzata all’anima. Io detesto i “passive-aggressive”; preferisco un nemico vero a un vigliacco che pensa di essere civile.
Santa Teresa D’Avila diceva: “Signore vieni a fornicare con me in un letto di spine”. Non si dà innamoramento senza la necessaria follia, senza il delirio sadomaso dell’accoppiamento col divino. Le religioni sono state storicamente un argine a questa urgenza. Il Sacro è sempre territorio del pornografico e della perversione al suo sommo grado.
Carmelo Bene: “il suo film uscirà in Italia?”. “Spero di no”. Nel jazz italiano non esiste, non è mai esistita, né mai esisterà una figura lontanamente simile. Musica in mano a funzionari e ragionieri del jazz, a gente col pallottoliere che sta a contare i pidocchi degli altri nel chiuso del proprio feudo, fra le trappole messe in cortile pronte a scattare al passaggio della volpe visionaria. Non ne hanno ancora presa una in decenni.
Affidarsi a qualcosa è già essere nella dipendenza. Occorre vivere il proprio tempo e le necessità che esso impone con la consapevolezza di essere nel posto giusto e al momento giusto. Sempre, anche nei momenti più difficili e umilianti della vita. Ci si può affidare a stento alla nostra coscienza e poi, semmai, donare per ricevere. Ma sempre con molta parsimonia, diffidando alquanto. Affidarsi a qualcosa di esterno è abbandonarsi al flusso delle maree. Da naufraghi, scegliere una fascinosa esistenza romantica nell’illusione dell’approdo.
La poesia è ovunque. Sta in chi legge riconoscerla.
Gramellini sembra un oste che ha fatto le scuole di fretta.
La Palingenesi e l’Apocalisse stanno per arrivare. Eternamente a ogni istante. Accade. E non necessariamente nell’ordine enunciato.
La Cosa non è mai dove la si cerca e, quando la si trova, è sempre la Cosa che cercavi prima e che ora non ti interessa più. (cercando e non trovando la mascherina in casa, appaiono magicamente un paio di pantaloncini da palestra, alla ricerca dei quali mi dannai, mesi e mesi or sono).
La nostra angoscia deriva dal fatto che noi aneliamo a colmare lo spazio semantico.
A furia di costruire gabbie semantiche vi ci siete rinchiusi con le palle di fuori.
A furia di avere a che fare coi pazzi, ma non i pazzi veramente pazzi, i pazzi che sembrano “normali”, tutto fuorché pazzi, insomma, dicevo, a furia di avere a che fare coi pazzi, ci si sente dentro la scena di un delitto dove a mancare sono il cadavere, il movente e pure il presunto assassino. Tu dirai: perché sono finito in questo assurdo scenario. Io ti risponderò: non lo sai, né mai lo saprai. Perché avere a che fare con la follia della “normalità” significa seguire il percorso logico, razionale e infallibile del folle, cadere nella sua tela del ragno, essere abitati dal delirio geometrico, da una realtà falsa che appare più reale del Reale.
Ho sempre diffidato dei dati asettici, figurarsi poi di chi li diffonde.
Io parlo ai morti e produco in funzione della mia morte.
Maradona è ontologia del calcio, tutto il resto è derivazione nel particolare.
Ormai ricevere una telefonata (senza preavviso e orario concordato) è un atto violento. Un’irruzione brutale nella privacy.
Un regime di bestie merita un popolo di armenti.
Quando la bellezza non è commensurabile si genera un corpo.
La filosofia sta sempre altrove rispetto a dove si vada a cercarla nella pretesa di trovarla. È come la storia: non è fatta di presente.
Saremo estinti dal politicamente corretto, in un flare solare di quote rosa, muniti solo di codici gestuali.
Mi fido soltanto di chi ha la risata spontanea, deflagrante. Mi fido di quelli che ridono con gli occhi chiusi. Potranno essere in vita dei tiranni, degli assassini… saranno state solo contingenze del karma. Di questi mi fido ciecamente. Di tutti gli altri, non mi fido per nulla.
Ho sempre diffidato da chi lancia anatemi e demonizza di default il “cambiamento”. Ho edificato una cattedrale sulle macerie delle loro coscienze.
In questo limbo metabolico, nel delirio tossico del carboidrato virulento, tra 31 e 1, è possibile scorgere il grumo emorroidale del Demiurgo. (Capodanno 2020)
Questo mondo è così “sbagliato” che a me, nel viver “giusto”, occorre certa colpa.
È veramente difficile resistere alle pressioni dell’ego. Del Lego mi ricorda le costruzioni. Costruzioni metafisiche dell’ego. Plastificazioni edili della coscienza. Memoria profumata di colore.
Il Disagio Psichico regna sovrano e governa le sorti dell’era consumistica.
È proprio la razionalità a tenerci fuori dalla visione concreta del Reale.
Gli attuali approcci alla conoscenza riducono tutto a frammenti liofilizzabili e commestibili. Un po’ come voler conoscere il mistero e l’essenza dell’albero di albicocca a partire dai pezzettoni di marmellata delle confetture “Santa Rosa”.
È la devastante dualità che mi fa “essere”. Mai smettere di stupirsi di fronte alla meraviglia della vita.
È molto meglio un amico cretino che un nemico intelligente. Se preferite: è meglio una zucchina muta rispetto a una zucchina parlante. Quest’ultima vi riempirebbe di inutili rimostranze circa la sua potenzialità fallica mentre la affettate.
C’è più ottusità in certi menti forgiate dalla logica che follia in certe menti funestate dal delirio.
Essere giullari e buffoni di fronte a se stessi e al mondo rende (o)scenografica la corte del Re.
In Italia siamo maestri nel trasformare il pressappochismo in dittatura.
Il limite tra il decoro e l’indecenza sta tutto nelle parole che compongono questo aforisma.
Le scarpe da ballerina sono in Audrey Hepburn ciò che per Meister Eckhart è l’anima da cui sgorga Dio.
Ho sempre diffidato dell’ostentazione di umiltà e modestia; in quei modi di porsi ho sempre riscontrato “Perfidia & Angoscia” in qualità di veri agenti occulti al soldo delle multinazionali dell’Es. Parimenti diffido dei parchi e dei timidi, sommamente di chi ostenta poco: questi ultimi portano lo stiletto sotto il mantello della discrezione.
Quando i trattati prevalgono sulle costituzioni, parlare di democrazia è un atto eversivo.
Mentre ascolto una noiosa conferenza di Fusaro sui limiti violati dall’uomo nella tragedia greca, passa un culo, e io sperimento direttamente la natura del mio essere caduco, ossia, mortale, in ciò confutando in un lampo – empiricamente – tutto quello che il faticoso ordito del filosofo, paradossalmente, nega.
Un vero maestro fa mostra dei propri “difetti” trasformando questi ultimi in preziose virtù.
Stanotte ho sognato la bergére di Bernhard. È stato terrificante. Stava lì ferma. Fissa. Pulsava d’una densità oggettuale.
“Sacro” significa sacrificio. Comunione tra sacrificatore e vittima. Quando vi sciacquate la bocca con questa parola, occorre siate consapevoli che senza sacrificare il vostro corpo e la vostra anima sull’altare del vostro miserabile interesse, state semplicemente bestemmiando.
Caro filosofo teoretico e scienziato della logica, la Verità ti prenderà sempre dietro le spalle, e come un vampiro ti azzannerà il collo.
Non ci vuole molto a scrivere una poesia. Giusto il tempo di un battito di ciglia di Brahma.
Un istante è per sempre.
Cosa c’è di più triste di “All The Things You Are” suonata bene?
I bar notturni d’inverno. Adoro questi luoghi. Sembrano navi nelle tenebre degli oceani in tempesta. Dentro pochi uomini della ciurma e il capitano alla cassa.
L’isterismo regna sovrano sotto maschere carnascialesche che mimano i sessi.
Ciò che vivo, paradossalmente, non mi riguarda.
In mezzo alle gambe ho oramai solo un perenne vortice che dà sul Nulla.
La scienza attuale è un gatto di Schrödinger che si morde la coda senza essere visto.
“Mah!… (pausa lunga)… ‘A ‘chi sapemu!” (“Cosa mai ne potremo sapere!”). Classica frase catanese pronunciata, di solito, da vecchi corrotti nell’anima e con un piede nella fossa, atta a vincere l’imbarazzo del silenzio in occasione di un funerale, di un ricovero ospedaliero di conoscenti, o, semplicemente, funzionale al superamento dell’angoscia relativa al repentino tacere susseguente a considerazioni generali sullo scibile, o, ancor meglio, dopo la presa d’atto di una notizia che annuncia un qualche fatto straordinario che sconcerta.
“Si confezionano pacchetti di verità”. Ciò che mi preoccupa non è tanto la questione del coronavirus e il dramma del disastro economico in atto cui fanno da contraltare la rinascita di flora e fauna, quanto l’innalzarsi di muri e steccati in conseguenza della profonda frattura che si è generata nella percezione comune: complottisti vs debunker, luddisti vs alfieri della tecnologia, novax e provax, fake news vs bollettini di stato ecc. La psiche si è oramai strutturata in modalità on/off e oramai la brutalizzazione del Reale impedisce ogni dialettica intorno ai fatti. L’esercizio della critica è oramai confinato alle due polarità: in parole semplici, la martellata che prendo in testa io e quella che prende in testa l’Altro a uno farebbe effetto e all’altro no. Ora, chi mi conosce sa che non ho mai sopportato le etichette, dunque ci si può immaginare quanto io sorrida quando mi sento appioppare un “abito” di qualsivoglia foggia. Si continua ancora a parlare di anni e anni di lotte contro il Covid-19 quando, semmai, questa battaglia del sapiens contro i virus è da sempre una delle grandi sfide legate all’egemonia e alla tirannia della nostra specie, funzionale alla naturale brama di dominio dell’uomo su un ecosistema oramai ferito, si spera non mortalmente. Le risorse della terra sono enormi ma limitate. Quelle del sapiens, come noto, tendono all’infinito. In questo senso noi siamo il “virus”, al momento, più terribile per il pianeta. Dall’avvento del sapiens sono scomparse circa il 65 per cento delle specie animali e vegetali del pianeta.
PS Personalmente nutro un’estrema fiducia per il futuro del network e dunque dell’evoluzione “umana”. Il network consentirà, paradossalmente, sempre minori margini di controllo alle cosiddette egemonie lobbistiche che da sempre – chessò, i Fugger che prestano denari a Carlo V – hanno controllato le sorti della masse (oggi i dati statistici, che a molti piacciono tanto, rivelano che mai come in questo tempo la concentrazione delle ricchezze è nelle mani di pochissimi). Sono evidenze della storia che conosciamo bene. Il sistema del network in futuro sarà talmente sofisticato da neutralizzare ogni velleità di controllo sociale finalizzata al dominio oligarchico. Il limite è sempre in questa idolatria dell’antropomorfo: si andrà sempre di più verso la realtà aumentata, la fine delle sensorialità (il superamento di “Maya” e il suo disvelamento sarà il network)… empatizzeremo con estrema facilità, parleremo le lingue di tutti, proveremo le stesse emozioni, saremo interconnessi come accade adesso ai nostri computer, iPhone ecc. Ogni dissenso sarà superato dalla Biomacchina, dall’Essere Macchinico, da ogni velleità speculativa di conoscenza perché saremo già nella Conoscenza. E anche se ciò può sembrare oggi sinistro, nel futuro prossimo sarà considerato armonico e sublime. Le nuove generazioni hanno già altri valori che non possiamo neanche sondare, a meno di non captare una simbiosi del sentire che passi al di là del nostro schema/dispositivo.
Oramai il mondo è funestato da una radicale polarità: o si è in accordo col pensiero mainstream (la Nuova Teologia dello Scientismo) o altrimenti si finisce in un indistinto calderone fra terrapiattisti, complottari, sciakimisti ecc. C’è una forma di violenza mascherata (maldestramente) negli approcci di certo scientismo che ha un che di inquisitorio nella sua pulsione di fondo. Uno scienziato come Boschke ragionevolmente affermava dai lontani anni Sessanta: “dobbiamo pensare che, in linea di massima, non possono venire escluse un’altra fisica, chimica e tecnica in differenti rapporti cosmici”. In realtà non sappiamo un bel niente, e da qui occorre ripartire. Se da un lato ci sono le iperboliche fake news catastrofiste, dall’altro è possibile assistere alla patetica difesa degli scientisti, vessati dal “presentismo” che li costringe a (ri)fondare quotidianamente una nuova certezza dogmatica. Si parla tanto del 5G, ma occorrerebbe essere prudenti (intendiamoci, personalmente lo ritengo uno step fondamentale al potenziamento del network) nel dare per scontato che non faccia nulla. Il nostro supponente e ingenuo mondo figlio dell’Età dei Lumi, brancola ancora nel buio in merito alla conoscenza della natura delle energie sottili. Tutti noi siamo sottoposti a influssi cosmici, per non dire dell’influenza della Luna sulle maree, noi stessi siamo antenne, cosa evidente a chi pratica quotidianamente qualsiasi forma di meditazione (Lakhovsky “Tutti gli esseri viventi, in quanto costituiti da quegli oscillatori elementari che sono le cellule, sono assimilabili a circuiti oscillanti ad altissima frequenza in grado di emettere e ricevere radiazioni elettromagnetiche. Una cellula è schematicamente costituita da un protoplasma cellulare circondato da una membrana cellulare. Nel protoplasma è immerso il nucleo costituito da un filamento tubolare contenente liquido conduttore avvolto in sostanza cromatica isolante. Essa può essere considerata un circuito oscillante microscopico avente una determinata lunghezza d’onda assai corta. Il nucleo ricorda da vicino il circuito oscillante di Hertz poiché è un vero circuito elettrico dotato di Self induzione e capacità quindi suscettibile a oscillare e di risuonare con altissima frequenza. La bobina di induzione è rappresentata dalla spira continua di filamento nucleare, il condensatore è dato dalla capacità tra i due estremi del filamento stesso”). L’esercizio sterile che spesso si compie è quello di isolare un argomento per confutare o meno una tesi, quando appare evidente che questo COVID-19 ha rappresentato e rappresenta una vera incognita e che ha molto probabilmente avuto modo di generare una pandemia a seguito di tutta una serie di concause e fattori che non sono facilmente evidenziabili, né in uno stringato post riassumibili. Lo scientista osservante dovrebbe realizzare di vivere adesso nel paradosso di una realtà apocalittica che è molto prossima alle teorie più estreme di scrittori e pensatori visionari, scenari che fino a qualche mese fa sarebbero stati considerati “follie da complottari”. Le attuali misure di quarantena sono inoltre il più evidente segnale del fallimento di un sistema di controllo attivo su scala planetaria, giacché per superare questa epidemia è stato necessario ricorrere a metodi risalenti al nostro passato mitico. Non abbiamo affatto risolto il problema, lo abbiamo semplicemente arginato con procedimenti che rievocano scenari manzoniani o da film post-apocalittici. Risolvere il problema degli incidenti stradali impedendo a tutti gli automobilisti di circolare non rappresenta un successo per lo Stato, ma semmai la sua più grande sconfitta. Se il compito dell’arte è quello di mostrarci che “questa non è una pipa”, quello della scienza non può ridursi ad ammonirci che quella pipa serve a fumare il tabacco (quando posso anche usarla come corpo contundente o come mazzetta da minigolf).
Gli uomini hanno sempre modificato la propria techné. Nell’antica Grecia per far ridere il pubblico negli spettacoli si metteva un uomo che legge, perché allora pochissimi “leggevano”. Negli anni Novanta, tutti sorridevano nel vedere gesticolare per strada un passante al cellulare. Il futuro sarà network, scompariranno i linguaggi conosciuti così come è scomparsa la capacità prensile dai nostri piedi. L’alfabetizzazione è un costo durato 5000 anni. Volendo 15000, considerando “alfabetizzazione” ogni forma di linguaggio. In futuro la connessione tra sapiens sarà interattiva e multisensoriale, come accade attualmente per i computer messi in rete o con iclouds. Non avremo più bisogno di parlare la lingua dell’Altro perché saremo interconnessi con altri linguaggi e avremo accesso immediato anche alle emozioni, al sentire dell’Altro.
Il network è l’”àpeiron”. È quella “cosa” che prima Talete, poi Anassimandro e infine Anassimene hanno provato a descrivere con gli elementi: acqua e poi aria. Evidente che ciò che per Anassimene è la “condensazione e rarefazione dell’aria”, per il Vedanta il concetto di “purusa” ecc., non sono altro che la descrizione dell’ineffabile sentire di qualcosa che nel futuro già c’è. A mio avviso una forma di intelligenza impersonale e realizzantesi in un divenire che è l’”àpeiron” stesso, ossia il Network che genera l’”arché”.
In fin dei conti è sempre lo stesso problema affrontato da prospettive differenti. Per es., da un punto di vista semiologico, nella diade significato/significante, laddove per significato potremmo intendere l’Arché, o il Bene platonico ecc. In altre parole, la razionalità esonda in altri ambiti, paradossalmente. Ciò è ancora più evidente nelle scienze come la fisica, l’astrofisica ecc., ove è tangibile lo sforzo tensivo della ragione atto a forzare gli ambiti della logica nel tentativo di (ri)aprire le porte del magico, del territorio dell’Osceno che farà irruzione nella vettorialità del significante.
Certe cose devono comunque risuonare, altrimenti è meglio lasciar perdere. È nella sostanza un problema di adattamento per gradi. Ciò è sempre stato comune alla nostra specie nell’arco della nostra evoluzione. Il problema non è il 5G “in sé”, o ciò che creava problemi nel secolo scorso, o ciò ancora che ha contribuito a generare le epidemie del passato; la risposta è nella costante necessità di cambiamento che la nostra specie (come i virus) opera ciclicamente. Tutte le rivoluzioni sono “OGM”, a cominciare da quella agricola. Quindi occorrerà un sacrificio enorme per questo ulteriore step dell’accesso al Big Network, in ciò che definisco “fase dell’accelerazione”. A differenza di molti “cospirazionisti” (termine ridicolo che usiamo per convenzione), io non penso che ci sia “negatività” nei processi “evolutivi”, ma che tutto procede nel senso vettoriale necessario del “Bios-Nous”. Certamente, nessuna evoluzione accade senza devastanti sacrifici e tragiche perdite.
Inoltre, chi può dire che noi non siamo già opera di una sofisticata o grezza operazione di software, di una simulazione più complessa rispetto a quella che noi conosciamo?
La “Verità” non è ontologicamente sondabile. Occorre abbandonare la pretesa di conoscere la verità del mondo. Tali problematiche sono state affrontate (nella cultura occidentale) fin dai tempi di Platone e Aristotele. Ciò che noi definiamo “epistéme” è espressione (a mio modesto avviso) dell’impossibilità di avere un principio unificatore del molteplice. Quindi la verità è inconoscibile (per gli abitanti di questa sephirot).
Come previsto negli anni scorsi: stiamo tornando all’isolamento degli Stati Nazionali. Ciò rappresenta il più grande fallimento dell’idolatria della cultura scientista degli ultimi secoli. Quelli che denunciavano il sovranismo sono al centro della peggior dittatura sovranista. Nell’arco di poche settimane è stato necessario ricorrere a logiche da vecchi manuali di storia. Siamo stati trasportati in un altro tempo geografico. Forse siamo i testimoni di un evento epocale. Gli unici ad aver evocato scenari simili in tempi non sospetti sono stati pazzi, santoni e artisti visionari. Con buona pace dei soloni del Cicap, il mondo non finirà mai di stupirci, se ascoltiamo la voce dei reietti.
IN MEMORIA DI GIANNI LENOCI (questi scritti sono forse venati dall’urgenza di testimonianza di un grande dolore, essendo stati concepiti a ridosso della sua scomparsa. Ma ritengo di doverli pubblicare nel blog per dovere di cronaca in questo mio excursus di scritti lenociani).
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“Una perdita immensa. Una voragine che si apre nel mondo della cultura, dell’arte, dello spirito del mondo. Se ne va un fratello. Un Maestro. Ma Gianni Lenoci ha ali grandi. Molto grandi. Grazie per tutto. Grazie infinite”
La scomparsa di Gianni Lenoci lascia una voragine che non è colmabile e non lo sarà neanche per il futuro. Una voragine che non è solo affettiva (e questo è già di per sé un mondo fatto di immensità, di leggi e di codici altrettanto illimitati), ma culturale, artistica, spirituale. A lui piacerebbe molto ciò che sto per scrivere: questo paese non è pronto per “contenere” lo spessore e il titanismo di Gianni Lenoci. No. Non lo è. Perché tali figure gigantesche, enormi non possono essere liofilizzate, edulcorate, né tantomeno possono essere costrette, rimpicciolite e metabolizzate entro un contesto mediocre e disagiato quale quello che offre il panorama nostrano. Ma non è questo il tempo per rendere giustizia della tua grandezza: ci torneremo presto, lo prometto. Intendiamoci: Gianni Lenoci apparteneva e appartiene alla nobile schiera dei grandi Sterminatori dell’Ovvio: le più belle discussioni me le sono fatte con lui (e pochi altri). Era capace di far collassare un universo con un certo tipo di sguardo, sapeva essere poetico nell’invettiva, e palesarsi all’improvviso quale demiurgo del gesto. Inoltre era dotato di grazia: sembrava un coreografo stanco di danzare e annoiato delle ovvietà dei gesti altrui; ma al contempo era capace del guizzo fulminante che dava vita a una nuova palingenesi del mondo. Sì, proprio del mondo. Perché Gianni è immenso, sapete? Il suo corpo è dislocato su vari livelli del Divenire e abbraccia molti cieli. Anche di questo parlavamo. Di lui, e del suo essere Demiurgo. E lui celiava, provava a trovare appigli nel razionale, dalle parti della sua immanenza terrena; e dunque ci provava a “riportare tutto a terra”… ma poi capitolava quando gli facevo capire che avevo un Titano per fratello: “sei come Oceano, Iperione, Crono!”, e lui rispondeva col suo devastante “aaaaaaaaaaa!”, e subito dopo con un “Love Kusa”. Aveva coniato questo urlo onomatopeico e alcuni slogan che finivano per caratterizzarlo ancora per un altro aspetto della sua poliedrica natura: era un comico e un inventore di onomatopee di gran livello. C’eravamo sentiti fino a due giorni fa. Questo è assurdo, inconcepibile, disumano. Ma è un fatto. Un apparente fatto. Perché so per certo che stai già qui da qualche parte, in una delle tue forme eteriche. Qui ed ora.
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Gianni Lenoci è stato un grande Maestro. Si scrive “Maestro” con la “M” maiuscola nel suo caso perché in Gianni la natura aveva determinato tutte le caratteristiche del vate, del faro, del retore. Era Maestro perché non concedeva che il necessario: centellinava, sferzava, e predicava. Era un uomo saggio, di quella saggezza cruda e crudele, figlia del Sacro e del Sublime, che mostra il lato scarnificato delle cose a chi vuole essere iniziato. Gianni Lenoci non poteva essere per tutti – essendo il “Tutto” degli umani finito numericamente – perché portatore di valori sovrumani, eterni. Questo lo si poteva constatare facilmente frequentandolo. Sì, mi riferisco proprio quel sentore di costante spiazzamento, a volte quasi di disagio in sua presenza, che tutti noi abbiamo provato; bene, quello era il segno della presenza di Hermes, di ciò che è antropomorfo e contemporaneamente pura essenza di spirito: eccola la bellezza estrema di Gianni Lenoci. Per noi due era sempre una festa. Eravamo quasi una monade. Il ricordo più tenero di Gianni è quello relativo a un viaggio in macchina da Catania a Monopoli. Lui si addormentava spesso. Poi quando si risvegliava gli chiedevo fatti e particolari della sua infanzia. Che faceva. Dove andava a Monopoli da giovane. Che luoghi frequentava. Come trascorreva le vacanze estive. E lui, che di solito era molto restio a raccontare fatti privati e del suo passato, con me si apriva. Mi portò a vedere i luoghi di Monopoli che frequentava da adolescente, mi parlava dei bar, dei suoi genitori, della case in campagna. Per me fu un grande regalo. Un segno di grande affetto. In questi giorni di ospedale, nei nostri dialoghi, nessuno pensava al peggio. Tuttavia ci sono stati dei momenti in cui io e Gianni… forse abbiamo capito. Lui sapeva che ero contrario a questa cosa che stava facendo. Ma non voglio dire oltre.
Caro Gianni, mio Maestro e fratello di karma, nella poesia che ti dedicai a suo tempo, e che insieme abbiamo presentato in varie occasioni, ti parlavo della tua essenza divina e dunque immortale. Ho solo apparentemente sbagliato nel pensarti pensionato… è così in qualche altro universo… in questo ti sei semplicemente rotto i coglioni e ci hai lasciati nel vuoto siderale della tua assenza per farci evolvere attraverso la maieutica del dolore e della sua relativa catarsi. C’è qualcosa di ellenico in questa tua dipartita: il silenzio che riempie gli spazi tra un esametro e l’altro dell’Iliade, la potenza lirica della tua totalità artistica… e tanto altro che non riesco nemmeno a concepire. Non ho volutamente parlato del tuo magistero musicale, perché troppo prossime le nostre vicende sonore, troppo vivide e pulsanti le nostre nudità sul palco. Occorrerà tempo. Tempo per raccogliere quanto seminato. Tempo per metabolizzare. Per quel poco che conta, cercherò di mantenere sempre viva la fiamma della tua poetica, diffondendo come posso la tua arte.
Questa la mia poesia che ti dedicai qualche anno fa, in tempi non “sospetti”
PS“Si avvicina il tempo in cui l’uomo non genererà più stelle”, “Cosi parlo Zaratustra” di Friedrich Nietzsche. Una di queste ultime stelle è quella Gianni Lenoci. Non è retorica. Per me è un fatto. Come una prassi è quella della maieutica di Nietzsche, tutta ancora in divenire e da palesarsi. La lezione di vita di Gianni era molto “nietzschiana”, perché in ogni sua manifestazione egli ha sempre accarezzato la cresta del Sacro. Sempre. Perfino nei momenti più scurrili e giocosi. Gli avevo fatto conoscere Marco Guzzi, uno dei più lucidi pensatori della nostra contemporaneità. Gli dicevo “Uncle, cazzo siete identici! Mi sembra di sentire parlare te! Stessa voce. Stesso piglio. Stessa risata! Molta somiglianza somatica!”. E “uncle” Gianni confermava. Si entusiasmava. Diceva: “aaaaaaa… si sì… è vero! In questo punto. Anche qua anche qua… aaaahhh!”. Nietzsche, Marco Guzzi e Gianni Lenoci sono esploratori: aprono vie nella foresta della mediocrità. Gianni, come loro, predicava spesso nel deserto. In questo deserto nascevano oasi, quelle della sua semantica. Sentite qui Marco Guzzi in questa splendida conferenza che insieme a “uncle” Gianni avevamo sviscerato. Sentirete parlare lui. Sentirete la sua risata. La sua veemenza. La forza della sua volontà di potenza. Lo sentirete vivere come non mai. https://www.youtube.com/watch?v=MyTGOIzL8sc
GIANNI LENOCI
Passeggiava sui resti di un’umanità estinta fra le braci di un pianeta morente.
La volta celeste era violaceo chiarore in cielo nessuna stella.
Il confine tra poesia e realtà, una sottile membrana di pensiero giallo tisico.
Fermare il flusso del brulicare insettifero resettare la palingenesi.
Essere sovrano della contemplazione monarca della desolazione, vivida e pura essenza antropomorfa.
Tangibile nell’assolutezza dell’Uno, della non riproducibilità costrutto dell’indeterminato cogitare.
Fece fiamme del Bene, estirpó il Divenire alla radice, fu pantocratore del proprio quotidiano.
Spietato come la caduta di un petalo, si fece pensionato e visse molti anni da nonno.
Nella fila alla posta lo squarcio della visione: essenze di eliche congruenti del DNA.
(poesia contenuta in “Canti Strozzati”, L’Erudita Edizioni)
In questa epoca dove la volgarità (quella reale, non la graffiante, sana ironia) regna sovrana e le relazioni fra artisti, colleghi e organizzatori sono spesso figlie di un malessere profondo, a me piace ricordare sempre la figura nobile e sferzante di Gianni Lenoci. Mi serve come antidoto a certe modalità meschine e piccole con cui spesso si ha a che fare. Per riuscire a rimanere a galla senza affondare, occorre una grande forza d’animo e un profondo rispetto di se stessi, confidando, non tanto in una sterile forma di “giustizia”, quanto in una reale prassi spirituale che dovrebbe rendere tutto questo teatrino di provincia un vero paradiso. La figura di Gianni Lenoci era la figura di un uomo che sapeva ironizzare anche sulla morte, e la contrappongo a ciò che è il mio quotidiano, fatto spesso di molestie e lotte per cacciare via le mosche. È una sorta di antidoto contro la delazione e la maldicenza, giacché ricordo con piacere estremo tutti i nostri discorsi nel merito. Quando una persona di tale spessore scompare, la lotta si fa sempre più ardua. Ma noi non demordiamo.
L’assenza di Gianni Lenoci, a quasi due mesi dalla sua scomparsa, si fa densità inversamente proporzionale al suo distacco da questo mondo. Non è tanto, o solo, questione di memoria e ricordo. Mi riferisco qui a questa pulsazione che si è innescata con la sua dipartita. Questa vibrazione vivente (senza virgolette) è strutturale, attiva, in costante azione; forgia e plasma il Reale con una forza che attinge da altre fonti rispetto a quelle del regno di Natura. È una frequenza che si muove per regioni dello Spirito che intersecano quelle del nostro mondo: occorre essere sintonizzati.
Oggi nel caricare l’ennesimo frammento di un concerto insieme a Gianni Lenoci pensavo a tutte le cose che ci siamo detti nell’ultimo periodo al telefono, e scorrevo il materiale delle nostre tante chat comuni. Sono discorsi infiniti, anni di discussioni che potrebbero riempire decine e decine di volumi. Dalla rilettura emergono delle riflessioni altissime, assieme all’abissale pletora di sublimi cazzate intorno allo scibile umano e post-umano, che rendono davvero diverso il mio senso dello stare al mondo adesso. Insomma, “eravamo un appuntamento fisso”, un po’ come Pannella e Bordin a Radio Radicale, e il nostro era un contrappunto quotidiano che ci serviva per tarare, sistemare, e perfezionare il tiro. Sparavamo ai nostri spiriti per creare uno spazio all’interno delle nostre sideralità, e puntavamo altissimo i nostri fucili caricati di proiettili argentei, mirando alle galassie più remote. Il problema dell’assenza/”altra presenza” di Gianni non è più trascrivibile. Trascorrono i giorni e questa sua densità d’assenza si fa sempre più potente, man mano che egli procede verso altre dimensioni dello Spirito. È l’evidente segno della sua partenza, e posso vedere – su altri piani – la scia della sua indeterminata parabola. Adesso suona nel mio impianto hi-fi notturno il valzer “An der schönen, blauen Donau”, e mi sembra – kubrickianamente – la colonna sonora perfetta per quanto sto andando scrivere. Sulle note di questo valzer cosmico, realizzo che la figura di Gianni era solo un meraviglioso calco in questa vita, essendo molto altro il suo magico essere, dislocato com’era su più piani e per concetti che non possono essere contemplati da tutto ciò che riteniamo definire comunemente “l’esistenza”. Questo lo sentivo in vari momenti del nostro relazionarci. Era qualcosa cui lui non poteva far caso, ma che era percepibile in certe sue fatiche ad adattarsi alla “routine del mondo”, ed era ciò che paradossalmente faceva notare a me, in una sorta di specchio analitico di coscienze. Solo che non sapevamo, non potevamo saperlo, quanto profondo fosse il solco che stavamo scavando alla ricerca dell’effimero. Forse è per questo che eravamo così legati: perché insieme sentivamo che qualcosa non tornava in questo contrasto tra stoicismo e dionisiaco, in questo presentire l’estranea e disumana – per quanto esile – vibrazione ancestrale su cui sintonizzare l’inconcepibilità della vita. Tuttavia l’antropocene pare predisporsi ad accogliere, fuor dal sindacalismo di prammatica e dal canto del gazzettiere dell’epoca volgare, l’integrità dell’essenza dell’arte e dell’intelletto di Gianni Lenoci. Pullulano le iniziative atte a ricordarlo. E chi si muove nel nome di Gianni Lenoci è figlio di “cotanto senno”, a cominciare dal suo primogenito Domenico Lenoci, e poi a seguire col coro di affezionati complici e discepoli, gente dotata dei necessari anticorpi per resistere con stoicismo all’ondata dell’inevitabile retorica che accompagna ogni morte. Questa è la sua più grande e somma creazione. Posso assicurare che non gli sarebbe neanche passato per l’anticamera del cervello di concepire razionalmente un simile ”progetto”. Soffriva Gianni, eccome, per questo suo essere considerato poco da parte del cosiddetto “establishment musicale”, ma in cuor suo sapeva che ciò accadeva perché la sua personalità non poteva essere “assimilata”, e dunque costretta entro ambiti che imponevano una sostanziale modifica del proprio status esistenziale. In un certo senso Gianni era un incrocio tra un sublime “nerd” e un “dandy” imploso, perché viveva negli anfratti nobili e dolorosi della vita, fra le pieghe della struttura sociale, nutrendosi del proprio privato in maniera quasi devozionale. Chiunque gli tributi un sincero omaggio è “santo”, nel senso più profondo del termine, perché in contatto col suo perimetro sacrale, immanente ed eterno. Ciò che commuove, al di là dell’affetto di familiari e amici, è l’aura di profondo rispetto… sì di rispetto, che vedo e sento nella compostezza del tributo di ogni suo singolo allievo. In ciascuno di essi posso sentir vivere la memoria di una bellezza che non ha forma, e che abita il tempo. Oggi è stata per me una giornata molto strana. C’era la solita densità a pressare, quel dannato e meraviglioso senso di irrelato vincolo che induce a muoversi verso qualcosa. Era lui, “lo zio”. Mi ricordava oggi, pulsando, una frase di Carmelo Bene: “se ci si rifiuta di essere contemporanei, bisogna prendere posizione. Io non mi interesso degli operai perché non mi interesso di me stesso”. Ecco, Gianni non poteva essere “contemporaneo”, né “interessato a se stesso”. Poteva semmai aprire spazi di consapevolezza in chi fosse stato pronto a morire nell’istante seguente. In lui la Virtù si faceva socraticamente Scienza per tramite del “Lògos” quale espressione del divino. Amaramente, realizzo che il vero messaggio di Gianni Lenoci poteva divenire intelligibile solo con la sua scomparsa. Adesso capisco, finalmente, ciò che era celato dietro ogni nostro discorso, ogni nostro progetto, ogni nostra performance: una profonda, serena, consapevole preparazione iniziatica al trapasso. Egli ha lasciato vari testimoni, ciascuno con uno specifico ruolo e ciascuno fondamentale ingranaggio necessario all’attivazione di un percorso collettivo che possa renderci persone migliori nel nostro straordinario quotidiano. Una maieutica silente che nutre adesso ancor più di prima. E questo è necessario sentirlo, più che comprenderlo. (2020)
La metamorfosi delle coscienze e delle menti è un fatto dimostrato da ciò che è accaduto in soli due anni. L’accelerazione, come da me ripetuto per ogni dove, è esponenziale. Per citare Popper: “il modo migliore per prevedere il futuro è prepararlo”. Leggo post di persone che conosco da una vita che appaiono deliranti. Costoro sembrano vittime del presentismo: hanno letto migliaia di libri, ma non hanno imparato nulla dalla lezione della storia. Il loro è un eterno esercizio di stile che rimanda continuamente al testo. Essi non sanno mettere in relazione il libro col l’Esterno, con il Reale. Questi non sono intellettuali ma replicanti, ossia latori di un messaggio sterile che non rimanda a nulla, se non all’indice di una pagina morta. Il cosiddetto “Nuovo Clero” è il nemico principale della nuova rivoluzione, del salto quantico delle coscienze, del vero processo evolutivo dei sapiens.
Alcune mie riflessioni su Foucault. Michel Foucault detestava i discepoli, non amava la “postura del discepolo”, perché riteneva che uccidesse il suo medesimo pensiero. Denunciava insomma quello che egli stesso definì “l’effetto scuola”, ovvero quella sorta di irrigidimento, che rende sistematico il pensiero…piccoli gruppi che si contendono (e si contenderanno) la “verità del maestro”. Foucault riteneva che l’uso dei suoi “attrezzi” – la famosa “boite à outils”,- dovesse essere rivolto a chi vive ogni giorno i problemi dell’esistenza quotidiana, piuttosto che alle accademie ed ai professorucoli da strapazzo. Foucault ha accanitamente lavorato – ad es. – sui testi antichi senza essere un antichista, destando peraltro scandalo negli ambienti universitari affetti da “disciplinarismo”, anteponendo il primato del problema sul disciplinarismo. Ho una sorta di avversione verso approcci storiografici accademici, la malattia senile della storiografia, ovvero la “fontolatria”, (l’appiattire la storia, l’opera di un artista o di un filosofo alle sue fonti) e la maledetta deriva nosografica.
Era e Afrodite. Analizzare il pensiero greco per tramite dello straordinario testo di Detienne (“I Maestri di Verità nella Grecia Arcaica”) significa constatare quando rozza e semplificata possa essere la nostra attuale visione del mondo. Era ricorre non solo alle sue arti di seduzione della “Charis” per sedurre Zeus, ma chiede ausilio ad Afrodite e alle arti del desiderio, della tenerezza ecc., insomma a tutto ciò che è “parphasis” e inganna i più saggi. “La parola nel pensiero mitico è una potenza duplice, positiva e negativa, ambigua”. Così tutto è seduzione, e dunque superamento dell’“Aletheia” nel momento in cui “l’incredibile diventa credibile”. A tutti e a tutte gli “abbracciatori/e di alberi”, ai “guardiani e alle guardiane di Luce”, occorrerebbe ricordare la lezione della mitologia greca che rende “Lethe” ancella di Eros e non solo figlia della notte, e che vede luce e tenebra tendere l’una verso l’altra.
In quest’epoca di finte libertà individuali e di politicamente corr(e/o)tto, darmi a queste letture è pratica gratificante. Natura, Thanatos, Hypnos, arte, poesia, ecc. sono dominio della spietatezza del Sacro.
Questi non sono scienziati ma scientisti, ossia latori di una Nuova Teologia dogmatica che deriva da idee di stampo ottocentesco di cui, costoro, sconoscono anche la provenienza. Se gli fai notare che un tale atteggiamento dogmatico deriva da processi che affondano radici nel Cristianesimo oltranzista, inorridiscono. Del resto sono figli del “cicapparismo”, ossia di una vera e propria idolatria contabile della scienza. Ignoranti come capre, vagano nel “presentismo” perché non hanno contezza delle relazioni fondamentali dei processi storici. Vivono lo specialismo della propria disciplina dottrinaria e non sono in grado di unire i puntini. Hanno massacrato La Sapienza in funzione del dato. Pensano di essere a sinistra ma, oramai è palese, sono l’emanazione delle peggiori istanze destrorse. Diciamolo: oggi è più facile discutere con un prete che con uno scientista. Ho la fortuna di avere grandissimi amici SCIENZIATI (maiuscolo) con cui dibattiamo costantemente in maniera civile e dialettica: astronomi, fisici, medici (definire la medicina una scienza è un abuso, ma…) ecc. Ma sono merce rara, che inorridisce di fronte agli orrori del Burionazzo di turno, tanto caro ai kapò del Nuovo Ordine Terapeutico. Interessante sarebbe investigare – in questi ambiti – le tematiche della sociofisica e dell’epigenetica (segnalo su tutti “La firma della complessità”del mio amico astrofisico Alessandro Pluchino), e riattivare il rapporto con la potenzialità delle mitologie e degli e archetipi del passato. Ma per questa gente è come provare a discutere in aramaico. Passerà questa terribile fase. Anche se non la vedrò. Senza una dialettica interdisciplinare non si avrà che ipertrofia tecnologica. La Scienza è un’altra cosa. Sovrana regna l’ignoranza. Essa domina incontrastata agendo sulle coscienze di chi crede d’esser eterno. Lo stupro dell’altrui pensiero, la liofilizzazione dei concetti e la barbarie della classificazione sono gli unici criteri di questi guitti in preda all’angoscia. La necessità di collocare il dissenso entro comode categorie è figlia della bestialità. Siamo vittime di una narrazione che implica un’adesione psicologica che, paradossalmente, esclude l’Altro, ossia ciò che si pretenderebbe poi di tutelare.
Ho parecchie amiche e amici che pensano di vivere con un piede nella sapienza e con l’altro nel processo informativo della scienza. Queste sono le più grandi trappole per l’anima. Lo si constata alla reazione di paura e obbedienza di fronte alla prima impasse. Rimane solo il nozionismo oscuro a queste genti. Marsilio Ficino e Pico della Mirandola raccomandano l’aspetto devozionale. Senza devozione ogni porta rimane chiusa e rimane solo la celebrazione patetica del risultato laboratoriale, la miseria fallimentare del test cicapparo. A queste genti “è morta la magia”, e in questa fase ne sto contando parecchi. PS Gente che pratica yoga e utilizza dei mantra per poi adottare i dettami di Speranza e l’ideologia di Mentana…
Quelli che mi fanno davvero godere sono gli asini raglianti che opinanano sul concetto di totalitarismo e dittatura applicato ai giorni nostri. A digiuno assoluto di storia, costoro puntualizzano e ricordano con scandalizzate parole quali orrori hanno realizzato le dittature del passato (la partecipazione emotiva sembra essere quella di chi ha vissuto sulla propria pelle certi tragici fatti). A certe oche starnazzanti basterebbe far fare un piccolo excursus dell’evoluzione dei totalitarismi nel corso dei secoli. Probabilmente nel loro immaginario sovrastrutturato un Caligola, un Attila, un Hitler del 2021 avrebbero (ammesso che abbia senso teorizzare una tirannia nominalistica del genere oggi) utilizzato le stesse terribili strategie del passato. Pare banale rimarcarlo: oggi le forme di controllo sociale totalitario non necessitano di brutali stragi e olocausti, di deportazioni di massa ecc.
Più perfido è semmai l’esercizio del potere. Esso sfrutta parassitariamente le reazioni dellemasse di consumatori oramai dannate all’uniformità del gregge. In questo senso non vi è dittatura storicamente peggiore di quella attiva nell’attuale teatro delle società schiumizzate (biopolitica tecno-finanziaria applicata su scala globale). Oh, povere testine atomizzate che utilizzate la pertinenza a cazzo di cane…
Letture consigliate: “L’Altra Europa” di Paolo Rumor, Giorgio Galli.
Non ho mai particolarmente amato né Cacciari né Agamben, ma ciò che sta accadendo merita qualche spunto di riflessione. La campagna di contestazione al loro scritto è, a tutti gli effetti, una risposta omogenea da parte del mondo accademico, dei vecchi tromboni del culturame italico, della fanfara del pattume giornalistico di parata. Prendete qualsiasi articolo “contro”: non troverete altro che, nella buona sostanza, una marea di fallacie, di “reductio ad ridiculum”, “argumentum ad hominem”, volte solo a screditare i due filosofi. Pochi argomenti, insomma, molte condivisioni partigiane da parte degli epigoni del Nuovo Ordine Teologico Biopolitico, a loro volta figli di una cultura ideologica che non prevede contestazione se non negli alvei classici del loro paradigma post-sessantottino. Costoro, gli intellettuali che credono di saperla lunga, di solito vecchi trombonauti del tutto ignoranti in merito ai nuovi linguaggi delle società globalizzate, sono le vittime privilegiate (e ignare) del nuovo corso totalitario. Essi condividono quel che possono, immersi in una palude semantica che, di fatto, li condanna allo sprofondamento graduale verso l’oblio di un mondo che non comprendono più e che non li comprenderà più. Parliamo dunque degli ignari complici di questa teologia spietata che si nutre delle loro anime e della loro didascalica cultura. Ma torniamo ora agli scritti di contestazione alle esternazioni dei due filosofi.
Si comincia facendo finta di non aver inteso. Tutti gli articoli incentrano con perfidia la critica sull’aspetto vaccinale, quando i due filosofi hanno elaborato uno scritto specificamente contrario alla legittimazione del green pass (si legga, ad es., la porcata a firma Giannini). Insomma, si antepongono i soliti slogan e i soliti luoghi comuni per collocare il pensiero critico entro nosologie di comodo (sapete quali). A farla breve, i due filosofi si sarebbero rincoglioniti e fatti abbindolare dalle solite fake news. Questa la sostanza di ogni articolo di contestazione infarcito poi dai soliti riferimenti ai dati, ecc. ecc. (potremmo aprire altri file su questo, ma lasciamo correre). Ho contato un po’ di termini ricorrenti. Siamo sempre alle solite: no-vax, populisti, incolti propalatori di fake news vs paladini difensori della scienza, negazionisti ecc. Insomma un continuo screditare, delegittimare, ridicolizzare privo di reali contenuti dialettici e di contributi decorosi alla discussione. Ovunque domina questa insopportabile chiamata alla responsabilità di stampo paternalistico, che io definirei “petarnalistico”. Di più: siamo alla minaccia patente; addirittura si critica “La Stampa” per aver consentito la pubblicazione dello scritto dei due filosofi. Il mio scoramento nasce dal fatto che questi vergognosi dispacci vengono poi condivisi a profusione da amici e conoscenti, i quali non si rendono conto di star facendo da zerbino alle peggiori tendenze del potere. Si sta uccidendo il pensiero critico, o ancor peggio, lo si sta relegando entro ambiti che di fatto non dovrebbero intaccare il verbo dominante della biopolitica sanitaria, ossia quell’obbrobrio che i più si ostinano a definire “scienza” e che altro non è che dogmatica e disumanizzata necessità di avere un’informazione certificata e controllata con tanto di bollino di vidimazione.
Auguro un ravvedimento quantomeno di alcune persone a me care. Ravvedimento operoso, prima che sia troppo tardi e che un Gramellini qualsiasi ordini un TSO di prammatica.
In pratica funziona così: il soggetto A (non vaccinato) va a mangiare. Magari in un ristorante dove ci sarà anche un concerto live. Entra e si accomoda all’aperto al tavolo a due metri dal bancone, laddove pascola la transumanza dei reietti senza religione, e a un metro da una tavolata di Eletti possessori del filtro verde magico (Essi sono lì per il concerto). Se il soggetto A si alza per andare a pisciare, immagino, dovrà (dovrebbe) seguire un percorso neutro e de-contaminato tutto isolato stile navicella di Star Trek. Non oso immaginare che farà poi al bagno, se si laverà o meno le mani, ravanerà i genitali ecc. Nel frattempo, cuochi e camerieri, dispensati dal sacro lasciapassare, sono liberi di scaracchiare, ciucciare, leccare e confezionare portate da dare in mano a camerieri sudati e “respiranti” (non si capisce perché non lo si configura come reato il respirare in luogo pubblico), i quali dovranno poi a loro volta compiere tragitti fino al tavolo del Soggetto A (che nel frattempo è tornato a sedersi ) e a quello dei Soggetti B. Frattanto nel tavolo B dei Soggetti Immuni B si parla, magna e sputa senza ritegno, confidando in quel metro siderale che tiene ogni virus distante scientificamente; Essi ascoltano distrattamente il concerto di musicisti-lavoratori sottoposti viceversa al Lasciapassare Paradisiaco a differenza di tutti gli altri lavoratori non musicisti della ristorazione. A fine serata il Soggetto A andrà a pagare alla cassa seguendo un percorso plastificato e asettico, a differenza di tutti gli altri Soggetti B, e della Zona Appestati gravitante intorno al Bancone che è ancora densa di zombie infetti. Meno male che un simile provvedimento esiste e che si è fatta una campagna di informazione seria anche nei confronti di tutti i bacilli nazionali, intimando anche a loro pericolose sanzioni in caso di sforamento oltre il metro. Questo esempio di modello efficace di Stato è solo relativo al settore ristorazione con, magari, annesso concerto. Immaginate l’efficienza di tale procedimento nelle scuole, nei trasporti ecc. Grazie Governo per questa tua capacità di prevenire il Male. (sett.2021)
Nel micro-macro mondo del jazz-giezz, capita di leggere sui social di querelle e litigi in ambito di critica musicale, la qual cosa poi in Italia implica (soprattutto per i musicisti che partecipano a queste chiacchiere), sempre che non si rientri entro certi parametri di scuderia e di “ecologia” degli interventi, l’esser messi alle berlina, ghettizzati, tacciati di vittimismo. Personalmente me ne frego; queste cose le ho scritte in tempi non sospetti, e dunque ogni tanto mi riservo qualche considerazione, come in questo caso. Cominciamo col dire un’ovvietà: la critica jazz italiana, con alcune importanti eccezioni (e parliamo di vere eccellenze che mi onoro di conoscere e stimare), è, ancora nel 2020, critica di matrice dilettantistica, dopolavoristica e amatoriale. Pochi conoscono seriamente linguaggi, tecniche, semiotiche a un livello musicologico di base, pochissimi poi sono quelli che praticano la musica e sono in grado di leggere uno spartito. Intendiamoci, l’essere preparati anche in maniera professionalmente seria implicherebbe un livello di consapevolezza ulteriore, ossia la realizzazione d’esser al gradino di partenza della riflessione estetica in determinati ambiti, non del jazz in sé, ma “dei” jazz declinato al plurale. Pensare di riconoscere un idioma comune generico e confidare di potersi districare con destrezza nella giungla dei nuovi codici è impresa alquanto ardua, giacché pochi hanno gli strumenti necessari per cogliere i nessi dell’attuale livello di frantumazione del linguaggio jazzistico (i risultati visibili e patenti di tali operazioni di semplificazione dei linguaggi o, per converso, di sofisticate quanto sterili (ri)letture di materiali sonori semplici e lineari, sono facilmente verificabili). Cosicché assistiamo alle kermesse paesane, agli scannatoi da social in cui ciascuno (devo dire con una notevole dose di arroganza, del resto tipica di chi è affetto dalla sindrome di Dunning-Kruger), prova a perorare la propria isterica causa: “gli italiani non fanno jazz, i neri sì” e altre sciocchezze del genere, come è dato sovente di leggere, è il leitmotiv che risuona dietro i falsi paraventi della dialogica politicamente corretta. Un dato tecnico: riuscire a decifrare e a comprendere il senso di una composizione di jazz contemporaneo oggi implica un elevatissimo grado di conoscenza tecnica, armonica, ritimica, melodica di base. Sono linguaggi complessi a cui non è possibile approcciarsi se non attraverso un tirocinio di studi e pratiche costanti. Intendiamoci: ogni parere è sacro. La musica, l’arte non appartengono agli artisti; esse vivono autonomamente come oggetti estetici, singolarità. Però un conto è esprimere una critica sentita che, per quanto naïf, sia in grado di penetrare, meglio e più di ogni altra, il senso intimo e profondo dell’opera, altra cosa è invece l’assumere atteggiamenti spocchiosi e denigranti nei confronti di chi poi questo universo sonoro lo abita e si espone direttamente sul palco. Carmelo Bene divideva i critici in tre categorie: gazzettieri, travesti e supermaschi. Sempre Carmelo Bene affermava: “piantiamola con la storia del pubblico che non vuole niente”. E cosa ha significato in termini di pubblico tutta la manfrina di queste ultime decadi? È del tutto evidente che, se i soggetti-organizzatori della “Cosa-Jazz-Italiana” (e con essi buona parte di critici-organizzatori) hanno ben pensato di perorare determinate proposte jazzistiche fin dal principio degli anni Novanta, il pubblico che si è generato è il prodotto di tale semina. Questa questione di carattere più, diciamo, sociologico, dovrebbe essere centrale per tutta una fetta di critica meno ferrata in campo musicologico e magari più incline a occuparsi di inchieste di taglio giornalistico (alcuni riuscirebbero certamente meglio in tali propositi, e farebbero meglio a evitare di entrare in analisi di opere obiettivamente inaccessibili al loro livello di conoscenze musicali). Un tempo era Kipling a sostenere che un verso di Keats è grandezza e tutto il resto è poesia. Oggi qualsiasi “gazzettiere” (per tornare alla tripartizione di Bene) può permettersi tali azzardi (sempre leciti, per carità, purché siano frutto del criterio della pertinenza). Purtroppo, mi capita spesso di constatare che certe forme di ignoranza (soprattutto in questi aleatori ambiti, che aleatori non dovrebbero mai essere dal punto di vista di una seria impostazione estetica), sono alle basi del “giudizio” critico di un’opera, di ciò che costituisce il plesso di argomentazioni sterili che, sovente, fungono da stampelle alla rigidità di un costrutto sintattico campato in aria. La storia dell’arte è somma epistemologia dell’errore. Dagli sbagli si è generata una poetica, soprattutto nel (nei) jazz. Ciò che pare essersi cristallizzato nel suo fondale cieco è l’urgenza espressiva dei gazzettieri, che non tengono mai conto, salvo che in qualche raro caso, dell’assoluta incostanza dell’artista e dei suoi prodotti, viceversa violentati alla bacheca del giudizio scolastico di certi trend giornalistici. Lo so, sono problematiche ataviche; era ciò che faceva di Huysmans prima l’artista e poi il critico. Badate bene che a fare certi discorsi ancora nel 2020, dopo tutte le diatribe dei Settanta, degli Ottanta e dei Novanta, si corre il rischio di perdere il senno. Ma tant’è, sono ancora qui a sentire la necessità di scriverle certe cose, che a me paiono fin troppo evidenti. Siamo ancora – incredibilmente – al dilemma tra critica soggettivizzata e critica scientifica… che poi… dilemma… oramai non frega quasi più nessuno di certe questioni, il jazzista medio essendo una sorta di pelandrone del gusto e la critica nostrana l’equivalente di una comitiva turistica in viaggio (si generalizza, ma questo è nella sostanza: ci sono poi, certo, gli eremiti dell’ascolto, gli integralisti, ma quelli sono ancora più pericolosi per mille altri aspetti che sarebbe utile analizzare in altro scritto).
Lasciamo cadere una frase a chiusura di questo scritto, magari a qualcuno arriva forte e chiaro il messaggio analogico di questo limitato scrivere: Danton all’assemblea: “Noi non vogliamo giudicare Luigi XVI, vogliamo assassinarlo”. Non è forse ciò che, in questa epoca, il critico fa, nei giorni dell’esercizio del suo potere? E questo assassinare con le parole e il giudizio, non è forse figlio della brutale pigrizia post-prandiale piuttosto che di una reale natura attiva e consapevole che abbia scopi e fini nobili?
– “Ciao ho preso una gatta”. “Ora scappa e ti caga nelle scarpe”. – “Ciao, ho una casa al mare con giardino”. “Ora ti rubano tutte cose e rimani senza mobili e coi debiti”. – “Lo sai che forse ho trovato una cura per i miei mali?”. “Ma quale, sto medico sarà un coglione e ti fotterà i soldi e rimarrai malato e povero”. – “Ciao, finalmente con la banca on line riesco a fare tutto in automatico!”- “Sarà una banca di merda e ti fregheranno tutto e in più sapranno tutti i tuoi cazzi”. – “Ehilà! Ma lo sapete che la granita da (…) è veramente buona?” “Fa schifo, acqua e zucchero e ci sono le blatte”. – “Carissimo, ho visto la tua nuova ragazza: bellissima e sembra anche una tipa in gamba!” “Macché, una deficiente, manco buona per… mi fotte i soldi…”. – “Carissima, beh, un gran bell’uomo, complimenti!”. “Seeee, impotente, mezzo scemo, si depila”. – “Assessore, finalmente la raccolta differenziata!”. “Tutte minchiate, una rottura di coglioni, solo pensieri, non serve a un cazzo”. – “Ciao bello, oggi ho fatto un bagno spettacolare!”. “Ma dove, sei pazzo? C’è la fogna, la gente sputa e piscia”. – “Ciao a tutti, ho portato i dolciii!”. “Ma dove li hai presi? ma che schifo! Ci mettono il latte acido. Ci sono i topi. Non lavorano bene”. – “L’altro ieri ho preso una boccata d’aria pura sull’Etna…”. “Sull’Etna? Ma sei pazzo? Una volta forse! Ora tutto inquinato anche là, non ci andare, scoppia il vulcano!”. – “Ho mangiato un arancino da…”. “FA SCHIFO!”. – “… ti consiglio per il pesce da…”. “COSA??!!!! UNA CLOACA, PESCE SURGELATO E RICICLATO DAI PIATTI!”. – “ciao come va?”. “MA VAFFANCULO!”.
Il problema evidente è di natura metodologica. Chi scrive si è formato negli anni Novanta secondo logiche legate alla semiotica e alle teorie popperiane. Sono stati anni spesi appresso a Eco, Nanni, Volli, Baroni e compagnia cantando, anni di strutturalismo e post strutturalismo. Già da lustri universitari era palese che il “campo medico” non poteva essere annoverato, se non con molta elasticità, nel novero di una causalità tale da poter essere accostata ad altre discipline (dove peraltro anche in fisica nucleare, il nesso di causalità inferisce sul dato in maniera molto difficile da comprendere, soprattutto quando ci si trova di fronte a velocità elevatissime, per non dire dei paradossi della fisica quantistica). Con gli anni, per ragioni non enunciabili nello spazio di un commento o di un post, ho verificato che ci sono altri criteri oltre a quello scientifico fondante per relazionarsi col Reale (che, ricordiamolo ai parvenu, non è la realtà). Il discorso sarebbe anche fin troppo semplice da trattare: ci sono enormi contraddizioni nel campo degli scienziati-virologi: di effetti dei vaccini sappiamo molto poco, non possiamo sapere con certezza se il 5g faccia o meno danni ecc. Questo è il campo lecito e il modo corretto del “fare scienza”, naturalmente il coltivare sempre il dubbio, il non giungere a conclusioni affrettate. Perché un conto è l’emergenza, un altro è la formulazione di una teoria scientifica. Così siamo costretti a sorbirci le lezioni da parte di chi scopre “il metodo scientifico” l’altro ieri e ne fa vessillo da sbandierare contro non si sa bene cosa. Uno scienziato sta, viceversa, molto ben cauto nelle sue esternazioni, proprio perché la sua natura è quella di indagare e confrontarsi coi colleghi. L’analisi delle enormi falle e delle contraddizioni in cui è precipitata l’intera classe dei virologi nell’arco di qualche mese in ambito COVID-19 è da manuale clinico: per intenderci, io una serie tv del genere l’avrei abbandonata dopo pochi episodi. I nuovi preti vogliono soltanto giustapporre certezza ad angoscia (la loro) e dunque “verità” (non lo ammettono, ma quello professano) a “falsità”. Dottrine per vivere meglio. L’epistéme è un’altra cosa.
Se c’è una cosa che mi fa impazzire, è che oramai la nuova intellighenzia bio-neuro-farma-medico-cosmetizzata ha completamente rimosso il concetto di “potere” e di “abuso di potere” dalla propria caccolosa agenda culturale. I peggiori sono i professori, i professorini, il professorame, gli accademici col culo piantato sulla cattedra, la (in)docenza e il ciarpame ex-sessantottino connivente (adesso) col sistema plastificato dei valori di regime. Tutta una cultura (a sinistra) – le battaglie per le libertà individuali, la satira al potere, le lotte contro le discriminazioni, ecc. – ficcata nei cassonetti delle indifferenziate secondo i dettami di Santa Madre Scienza delle Verità Oggettive nel breve arco di tempo di pochi mesi. Qualsiasi critica al potere, perfino il più ragionato e legittimo dei sospetti, viene derubricata alla voce “complottismo-fake news” e igienizzata da pratiche di censura apparentemente “dolci”. Tutta la weltanschauung, il cammino di popoli, razze e nazioni, tutto un apparato culturale di riferimento viene improvvisamente rimosso, ed ecco ogni critica al potere diventare “strumento delle destre e retorica anti-scientifica”. Per intenderci, il buon Mario Capanna, che fino a qualche mese fa poteva ancora permettersi (per quanto oramai in chiave da intrattenimento comico) di parlare di regime oclocratico, oggi non avrebbe più modo di protestare o di lanciare anatemi. Le orride destre sono così diventate ricettacolo e soggetto in grado di intercettare ogni sorta di istanza, diciamo, non allineata al mantra dominante. Chiaramente, operare ed esprimere dissenso in un contesto così mefitico, per chi da tempo ha deciso di non sventolare vessilli, è oggi diventata cosa problematica. Diciamo che non si respira una bella aria nel Paese. Stiamo giocando col fuoco. Senza una via dialettica saremo vittima delle polarizzazioni. Schedati, bollati, marchiati, classificati, collocati, ghettizzati e ridotti a mere funzioni colorate perderemo ogni peculiarità distintiva. Questo è (da sempre) il gioco del potere e contro questo l’arte e la cultura hanno combattuto nel corso dei secoli. Ancora siamo nella fase in cui ridiamo e scherziamo… ma conoscere la storia significa aver capacità di individuare i prodromi delle fasi critiche.
In questo stillicidio di notizie contraddittorie, presentate di volta in volta come il prodotto infallibile delle ennesime ricerche e conquiste della scienza (e non citiamo gli studi di Peter Doshi sulla effettiva copertura di tali vaccini per decoro), non rimane che aggrapparsi a opere husserliane del 1936 come “La Crisi delle Scienze Europee e la Fenomenologia Trascendentale”, qui magistralmente riassunte da Carlo Sini (guardate questa conferenza come antidoto: https://youtu.be/6RIpi8onciM) in cui si accusa la scienza di “mancanza del senso complessivo del sapere”, e poi di raccomandare di rispolverare i vecchi trattati di fisiognomica, visto che viviamo nell’era dei “Bassetti”, il quale, nel breve ma intenso corso della sua bruciante carriera televisiva, ha avuto modo di deliziare dapprima le platee antivax e poi quelle dei nuovi isterici della repressione dei “reietti” con le sue bavette agli angoli delle rettilinee labbra, e il suo cranio da boss da primo livello di videogame (osservateli costoro, i Burioni, i Bassetti, i politici di turno. Abbassate il volume e analizzatene le gestualità, le moine ecc. Vi si rivelerà un mondo).
Qualcosa per fortuna pare muoversi. La gente (un tempo si sarebbe detto il popolo, il proletariato, ora a sinistra si disprezza e ghettizza la protesta) mostra segnali importanti di indignazione. L’indignazione è tutto. È ciò che consentirà di non piegarsi in futuro ai dettami dell’ordine costituito. Non c’è virus o vaccino che tenga rispetto all’imbecillità. Il futuro della specie sarà quello delle battaglie virali e della coesistenza dei sapiens con le reazioni dell’ambiente. Ma non è certo con questi procedimenti barbari che si affronterà l’esigenza della nascita di una nuova umanità.
PS: “Liberté!” Così avrebbe cantato un tempo la sinistra. Ora tutti in imbarazzo congestionato. Che pena. È del tutto evidente che chi non coglie determinati parallelismi e rimane prigioniero della necessità del presente, è tagliato fuori da ogni comprensione dei fatti. I totalitarismi sono sempre tali e assumono forme e contenuti relativi al momento storico di riferimento. Nessun contemporaneo ha avuto mai contezza delle future oppressioni. Oggi viviamo l’oppressione nelle forme “dolci” delle società schiumizzate, un tempo le si viveva sotto forme di schiavitù, vassallaggio ecc. Rimane questa violenza in chi si pone come detentore di una verità di Stato, di una giustizia di Stato, di una medicina di Stato, di un coprifuoco di Stato ecc.
C’è una stirpe infame di bisbigliatori al cinema. Non parlano. Sussurrano in continuazione. Di solito coppie, o gruppetti che, dopo anni di silenzi, decidono di incontrarsi al cinema per dirsi di tutte le cose che non hanno potuto discutere al bar, a casa, durante le orge, al lavoro ecc. È come una nenia perenne, una ragnatela di minchiate che dura per tutta la durata del film, immune e impermeabile rispetto alla trama della pellicola, una sostanza cosciente e meta-individuale che talvolta è partecipe delle vicende più eclatanti della proiezione, con improvvise impennate del volume del Bisbiglio e qualche sparuta risata. Arrivi a rimpiangere i divoratori seriali di popcorn, gli scartatori perenni di merendine e gelati, le bestie di paese deformi e ruttanti formato maxi-famiglia, arrivi a rimpiangere ogni cosa rispetto a questo rosario recitato da ossessi. A fronte di tutto ciò mi chiedo poi che cazzo sto qui a studiare, scrivere, comporre, ironizzare, postare, dubitare, suonare, presentare, organizzare, quando la struttura sociale dell’armento trova immane consacrazione e forma in questa mefitica vibrazione che nessun vaccino potrà mai debellare.
Albertine è oramai una monade impenetrabile, l’Esterno. Noi viviamo la sua essenza dalla dimensione intima e interna di Marcel che offre al lettore una prospettiva distante che non lo renderà mai partecipe del vissuto di Albertine, delle sue emozioni, dei suoi piaceri e dei suoi dolori. Proust mette in scena in maniera mirabile dunque, l’incomunicabilità amorosa che sperimentano gli amanti, torturati da due forze che procedono in maniera antitetica: quella che li spingerebbe a violare la muraglia del Soggetto e l’altra che li riconduce sempre nei meandri del loro limite oggettivo, al corpo, alla mente, all’Io.
Così riconosciamo per tramite di Marcel ogni nostra idiosincrasia, sperimentiamo tutto ciò che ci ha tenuti avvinti e poi distaccati al soggetto amoroso tramite lo scandaglio del dettaglio: un gesto, una situazione, uno sguardo che ci riportano al mistero dell’Altro e attivano o riaccendono il desiderio in maniera maniacale (dettagli tanto cari anche a Nabokov). Ecco allora la passione amorosa attivarsi e confliggere contro l’ineluttabilità del mistero della conoscenza dell’Altro, divenire per converso impulso di Thanatos, mania del controllo che prevede nei casi più estremi financo il desiderio di morte, ossia la fine di ogni possibilità di possesso. La dinamica che si attiverà sarà sempre quella risultante dal procedimento di investigazione che produrrà le inevitabili e necessarie menzogne da parte dell’Altro, in una fuga progressiva illimitata dalle regioni del senso, della logica, del progetto.
All’incomunicabilità amorosa può far fronte solo l’arte, unica via (con la musica di Vinteuil, la scrittura di Bergotte ecc.) alla dialettica tra soggetti, sommo strumento a disposizione degli umani per sublimare i limiti della monade dell’individuo, viceversa relegato alla prigionia heideggeriana del suo essere gettato nel mondo.
Quando dico a molti amici che fanno ricerca alternativa (termine che non ha senso ma che uso per comodità) di stare molto attenti e di smarcarsi da certe derive, lo faccio perché ho delle buone ragioni. A differenza dei più, io poi vado a vedere e ad analizzare ciò che “passa il convento” dell’informazione omologata (e con ciò intendo implicitamente rispondere a chi fa le solite osservazioni: “perché li vedi se, ecc. ecc.?”). È del tutto evidente che occorre conoscere il nemico per poterlo sconfiggere. Prendete questa puntata di “Atlantide” – https://youtu.be/rGAO3V4O7Ww – per esempio. Mettete insieme un sagrestano dell’informazione come Purgatori e uno smandrappato come Barbascura (uno che fino a qualche anno fa sarebbe stato a fare il fricchettone col chitarrone in spiaggia e che adesso, grazie alla nuova vulgata del pensiero omologato OGM, si permette di fare l’informatore scientifico, di realizzare spettacoli e di perculare chi non gli sta a genio. Questo ciollone poi è un chimico: con quale titolo egli prende di mira i ricercatori di turno con la stessa arroganza che poi rimprovererà nei suoi patetici video agli “eretici”, ossia a tutti quelli che non sono al soldo della teoria globalizzata?). Dicevo, prendete questa accoppiata grottesca e analizzate com’è costruita la tesi di una trasmissione del genere. Lo scopo è, evidentemente, quello di denunciare il “complottismo” e di “fare corretta informazione”, mostrando la fallacia e le assurdità di certe tesi.
Per far ciò – una sostanziale operazione di semplificazione e riduzionismo – occorre intercettare le peggiori figure caricaturali fra terrapiattiari, qanoniani, rettiliani ecc., e raccattare fra i disagiati di ogni specie, con l’evidente scopo di mettere in ridicolo ogni altra forma di ricerca e di sapere che non sia compresa entro i crismi della Nuova Teologia. Il paradosso è che questi due finiscono col rappresentare la versione ancora più macchiettistica di quelli che intendono prendere in mezzo. Notate, ad esempio, quando Purgatori, schiavo del copione, prova a fare due domande alla storica medievista, domande che nulla hanno a che vedere con la competenza dell’ospite, la quale lo redarguisce a tono (che c’entra una medievista, direte, con i complotti? Beh, secondo il greve canovaccio del Purgatori, accostare il Medioevo alle credulonerie dei nostri contemporanei è un bel servizio reso all’informazione. Peccato che il Medioevo, qualcuno per favore glielo comunichi, tutto è fuorché il periodo oscurantista che certa storiografia ingenua ha tramandato). Ad un certo punto Barbascura, in un momento veramente aulico del loro sublime dialogo, ha la triste necessità di citare Huxley; il triste Purgatori chiosa in controcanto: “Adolf!”, subito rassicurato da Barbascura che replica “esattamente”. Come poi non rimarcare una simile perla dell’intercalare barbascuriano, che prima di pretendere di fare informazione dovrebbe quantomeno andare a lezione di grammatica: “… c’è una persona che io tra virgolette ho smontato le teorie perché diceva che il 5G causasse…”.
Il finale è una sorta di autoinvestitura del Barbascura medesimo, il quale sente il bisogno di abbandonare la sua preziosa carriera di chimico per dedicarsi all’opera di redenzione dell’umanità alla deriva delle fake news: “Molte persone col il covid si sono sentite perdute… e purtroppo, come umanità (si sente naturalmente di parlare a nome di tutti, esquimesi, aborigeni, congolesi, abitanti della Polinesia ecc.) non abbiamo ancora la maturità per usare internet nel modo corretto…”. In conclusione, questi “rimedi” sono peggiori dei mali, e, a mio avviso, questo modo di costruire dei programmi è procedimento assai dannoso.
Se il paradiso del Cicap annovera Barbascura fra i suoi santi, preferisco mille volte sprofondare negli inferi.
Il problema è che per conoscere Dio non sono necessarie l’ontologia e la gnoseologia, con buona pace del grande Baruch Spinoza.
La Grazia non passa attraverso la ragione o la speculazione, bensì attraverso la possessione.
Non si può mostrar nulla a colpi di trattati, le vere rivelazioni giungono sempre non aspettate, non preparate: folgorazioni.
Il dramma della filosofia è quello di ricercare una via al Bene che sia preparata e risolta tramite l’ausilio di determinate tecniche e metodologie… espedienti; un po’ come dire che lo yoga è determinato dal susseguirsi delle asana.
Se c’è uno scopo nella “filosofia” è quello del suo eterno fallimento. La filosofia è strumento su cui si può far leva, come l’asta di Bubka, per fare il Grande Salto. Un’asta in palestra rimane un oggetto inerte.
Il linguaggio, la parola, sono funzionali all’espressione dell’indicibile.
La verità è che non si può sostituire “Dio” con maestri di infimo ordine, che qui non siamo tutti Mosé, in grado di poter avere rapporti diretti con la mostruosità del Sacro.
La filosofia implode di fronte al “Cantico delle Creature” di San Francesco, nel tripudio della Gioia che travalica ogni ambito settoriale del Sapere. Di ciò la filosofia non si può occupare per statuto, e questo implica il ricorso ad altri ambiti di riferimento e relazione. La filosofia dunque è dannata a compulsare il Sacro nei dintorni delle sue periferie.
Il Bene non è mai strumento di percezione della Realtà. Il Bene non è uno strumento conoscitivo. Inutile dunque indagare poi il “perché” e il “come” tutto ciò “avvenga”, dato che i presupposti sono sempre fallaci e mal posti.
Swedenborg non è schiavo del linguaggio e della storia, così come non può esserlo il visionario Steiner.
Chi sogna in maniera lucida realizza che il veggente che si acceca e procede a tentoni è in grado di accdere a piani di conoscenza incommensurabili, a piani che scompaiono al risveglio ma che sono “qui” sempre disponibili, da qualche parte.
Io vi do un consiglio. Giocate alla PS4. Ma giocateci non come svago. Praticate come strumento d’indagine conoscitiva. Un hegeliano dovrebbe giocare alla PlayStation da mane a sera. Fin quando si è ancora “corpo” si è in una dialettica Natura-Spirito. Ma quando Spirito e Natura coincidono, non in un Divenire, non in un dispiegarsi del Molteplice, ma nel “darsi-farsi” immediato di una “totalità”, ogni problematica speculativa, semplicemente, scompare perché non ha più ragione di porsi. Il mondo del futuro sarà qualcosa di simile “a ció”; non esplorare significa essere nel peccato.
a) Twin Towers–>Il Nemico Globale–>L’Altro, il Diverso–>Powell e la Falsa Antrace–>Enduring Freedom–>Al Qaida–>Isis.
b) Lehman Brothers–> Il Controllo del Mercato–>l’Incertezza della Sussistenza–>l’Angoscia della Perdita del Lavoro–>la Tirannia della Finanza–>l’Ipertrofia dello Spread.
c) Pandemia–> La Precarietà della Vita–>il Nemico Invisibile–> Limitazioni Costituzionali delle Libertà Individuali–>Coprifuoco–>Biopolitica–>Totalitarismo Farmacologico.
Effetti:
Paura–>Necessità di Sicurezza–> Stato Paternalistico–> Dominio del Senex.
Dipendenza del Puer<–Cultura Materna Gender<–Stato Pluralista e Garantista<–Angoscia.
(I due stadi sono vettorialmente antitetici ma compresenti. Il secondo si nutre della forclusione del primo).
(Prossimamente: i problemi legati alla scarsità delle risorse idriche).
V’è in certe figure che si caratterizzano per tratti nobiliari e affabili, oltre che per una certa qual dose di naturale grazia, in uomini e dame dell’attuale congestionato demi-monde, una sottile patina sordida che è possibile cogliere in quei rari e fatali momenti di lor distrazione, in quel fremito che, paradossalmente, finisce col rivelarne l’essenza, la deflagrante natura. Di solito molto apprezzate e tenute in alto conto, tali perfide creature, per tramite d’arti ancestrali, ordiscono trame e tessono ragnatele appiccicose onde catturare facili prede, e sottomettere i poveri allocchi con velleità di rampantismo. Le loro vittime ideali – che trasformeranno in sguatteri del pensiero dopo una qualche rosolata – sono proprio coloro che costituiranno il corpo futuro, la massa informe che a sua volta determinerà un nuovo fronte di tristi epigoni (vessilli al vento in nome di una libertà chiamata vassallaggio/vessillaggio). Saper leggere tra le righe è dote rara, anche se spesso cagione di tormento e dannazione terrena.
Godiamo del presente. Il presente è ovunque. Non c’è rammarico. Tutto è al posto giusto. Troppo amore crea eccessi di aspettative, meglio delle sane bacchettate sul collo. La correzione costante dei nostri errori è sacra, attiene all’opera della Natura, dunque non c’è questo granché da rimproverarsi. Mai. Meglio disimparare ogni giorno, allenarsi a non dar eccessivo peso alle emozioni. Sono solo cose volatili. Un giorno moriremo e sarà (stata) comunque un’esperienza sublime.
Faccio dei sogni assurdi. Praticamente, opere multidimensionali. Insomma, stanotte stavo con questa Konstanze, ma ci stavo da decenni con questa Konstanze, era perfetta questa Konstanze, bella, algida, svizzera, non rompeva mai le palle questa Konstanze. Capiva al volo tutto questa Konstanze, le stava tutto bene a questa Konstanze. Ricordo solo l’ultima parte di questo infinito sogno con questa Konstanze, eravamo in un aereo che sorvolava la Svizzera, una Svizzera ultra moderna con costruzioni futuristiche, con tensostrutture, palazzi bio ecc., ed eravamo reduci da un concerto insieme a Riccardo Pittau (c’è quasi sempre Riccardo Pittau, non si sa perché) e a tanti altri che non ricordo insieme a questa Konstanze che mi dava tanti baci durante l’atterraggio. Durante queste fasi però l’aereo si trasforma in un furgone tutto scassato e noi siamo seduti dietro mentre Pittau è alle prese con un’intervista con un noto critico di jazz. Ha il viva voce a palla con grande disappunto di questa Konstanze. Questi, il critico, fa girare le palle (a Pittau) con domande insulse, e Pittau lancia il cellulare nel pavimento di questo furgone che, nel frangente è ritornato ad essere l’aereo. Io, gli altri e questa Konstanze cerchiamo di fargli capire che non è necessario lanciare il telefono per chiudere una comunicazione fastidiosa, basta spegnerlo il telefono; ma lui non ne vuole sentire e continua a mandare a quel paese il critico noto di avanguardie che, nel frangente ascolta tutto. In buona sostanza, atterriamo in un aeroporto futuristico, penso sia Ginevra, e scendiamo tutti: i musicisti, io, Pittau e questa Konstanze. Stranamente è già pronto il prossimo carico di passeggeri e quasi ci pestiamo i piedi, come in metropolitana, tra chi sale e chi scende. Mentre gli altri mi precedono, io mi rendo conto di aver dimenticato qualcosa sull’aereo, non ricordo cosa, forse è solo una mia paranoia, ma penso di aver dimenticato qualcosa. Lascio tutto, valigia, marsupio e cellulare a questa Konstanze, e risalgo sull’aereo quando un’anziana signora mi chiede gentilmente di darle una mano con la valigia. Non è una valigia, è un masso, le faccio, signora ma cosa porta qui dentro, le faccio, e a fatica riesco a salire su con tutto questo peso, proprio mentre le porte si richiudono e l’aereo decolla. No! faccio! devo scendere! fermate! grido per questo aereo immenso che pare un terminal! Pian piano scopro che non è l’aereo, ma tutto l’aeroporto che si muove, una intera pista in movimento. Dunque “scendo”, ma non so come contattare gli altri. Soprattutto come contattare questa Konstanze. Mi aggiro per i terminali di questo immenso aeroporto, una roba kafkiana, penso, dentro allo stesso sogno, chiedo in giro, apro porte in cerca del terminal che immette sui voli destinati alla Sicilia. Niente, apro e chiudo porte che danno su enormi aule in cui si celebrano processi. Chiedo ai passanti di prestarmi un cellulare, così almeno posso chiamare questa Konstanze, cercare questa Konstanze, che saprebbe di certo indicarmi la giusta via del ritorno. Niente. Nessuno sembra possedere cellulari. Esco allora di nuovo fuori e mi ritrovo davanti a una sorta di resort, un enorme cartello con su scritto: “La Fattorietta”… (30-10-2021)
Due volte Zeus utilizza la Bilancia d’Oro opera di Efesto nell’Iliade. La prima volta, nel celebre passo che sarà favorevole ai Teucri, Zeus pone le due Chere – figlie della Notte e del regno di Morte – sui due piatti determinando così il destino favorevole ai troiani. Alcune mie considerazioni. Al Fato determinato dagli dei e dai loro capricci pare giustapporsi un altro livello, che potremmo definire non antropomorfo, disumano, non materico, quello delle entità prive di forma, non rappresentabili. La potenza delle divinità manifeste dell’Olimpo, che trova la sua consacrazione nel dominio delle forze della Natura (ecco i fulmini devastanti di Zeus a determinare la vittoria di uno schieramento sull’altro), è pur sempre connaturata al mondo manifesto, “al cielo di sopra” che interagisce “col mondo di sotto”. Chere, Parche, Erinni sono evocazioni di Potenze ed Enti che operano su altri piani del Divenire al di fuori dello Spazio e del Tempo, della Luce e della Materia.Le sorti dell’uomo sono predeterminate e il libero arbitrio agisce negli ambiti localizzati e periferici del Regno di Natura.
Io davvero non ne posso più di questa logica ricattatoria, di questo massacro verbale, violento, stupido. Non ne posso più di sentire appioppare responsabilità talora per una ragione, talaltra per chissà quale devianza, a un responsabile esterno, al nemico di turno. Sembra l’eterna puerile storia di Lucignolo che tenta Pinocchio. Questo è un paese moribondo, distrutto e dilaniato dal pressappochismo, dalla corruzione, dal malaffare, dall’ignoranza, dal nepotismo. Un paese inetto, sconclusionato, popolato da gente vigliacca e corrosa dalla delazione. Un paese messo insieme maluccio nella sua storia recente, borbonico nelle sue peculiarità regionali e cittadine, fragile nel suo amalgama politico. Non ne posso più di sentir dire: “bene, è colpa di X se adesso il paese è stato consegnato nelle mani di Y”. Questo ciclotimico refrain attiene perlopiù a questioni di “setting” psicoanalitico e risponde molto poco ad una analisi fenomenologia degli eventi. Il nostro è un paese malato di accidia, stanco e vecchio: un paese per vecchi. Ogni cosa è parossistica, arteriosclerotica. Un paese che si consegna a Berlusconi per decenni è un paese ottuso, greve, bolso e ignorante. Non oggi. Non da oggi, dunque. Questa dannata rivendicazione, l’indice tremolante brandito nell’aria, è segnale geriatrico di demenza collettiva; dirò di più: è figlia di ignoranza crassa, di analisi da parvenu, di gente che si è svegliata magari adesso, e non sa chi erano Donat-Cattin, Gava, Lima, Cossiga, Craxi, e che nulla ha realizzato della catena perversa di eventi che ci ha condotto a questo presente indecente e sciatto. È dai tempi de la “Gioiosa Macchina da Guerra” di occhettiana memoria che siamo stati presi in giro da “noi stessi”, vittime di complessi sciocchini, salottieri, radical-chic, ed in definitiva, per dirla gramscianamente, borghesi. Questa agonia odierna, che ha palesato il Trauma, come nei migliori film di Vintenberg (“Festen” su tutti), occorrerebbe forse cantarla ai quattro venti, a squarciagola, giacché Il Sistema è finalmente esploso nella sua sostanza e a dispetto della forma. Dopo decenni di storia “repubblicana”, si conclama la malattia. Nessun decoro. Nessuna falsa decenza. Oseremmo dire: finalmente. Il corpo provato vomita le tossine in un’agonia che comincia ad essere “salutare”. Lo si era detto. Ed alla fin fine non era importante donde provenisse l’urlo. Espettoriamo per tempo – forse – il catarro accumulato in lustri di incuria. Questo paese non necessita di rimedi dell’ultim’ora, di pezze al culo, o di tappi alle falle. Questo paese va rigenerato da cima a fondo. Senza sconti. Senza compromessi. Senza accomodamenti. Senza tergiversazioni. Senza strizzatine d’occhio. L’immenso patrimonio storico, artistico e ambientale di cui disponiamo ci chiede di essere quantomeno degni custodi, e la nostra responsabilità oltre che civica, è dunque anche etica e spirituale. Basta con le patetiche frustrazioni ideologiche, con le cantilene senza più “storia” e senza aderenza.”
Il problema sostanziale è che lo Jhwh del Vecchio Testamento è talmente sadico, perfido, vendicativo da non essere minimamente paragonabile a nessuna divinità terrifica dell’Olimpo greco o agli Asura e ai Vanir della Gita, per fare alcuni esempi. La componente sadica, coniugata alla gelosia da “Puer” che connota il demiurgo biblico, è figlia di una narrazione profondamente disturbata e molto poco iniziatica, oserei dire psicologica in senso brutto. Il rapporto simbiotico e il mistero che avvolge questa divinità avvolta di fiamme e nubi, la scenografia infernale propria delle sue apparizioni, ricorda l’ambiguità tipica della schizofrenia, del gioco perfido e malato dell’affettività. L’arma del ricatto utilizzata con chirurgica abilità è poi lo strumento di cui si serve questo sterminatore di popoli, sempre lavorando di contrappunto con le arti della fascinazione e della promessa di imperituro amore. Scegliere un popolo e renderlo eletto, è poi altra prerogativa che non ha un equivalente nella storia dell’uomo. Leggere la Bibbia implica un certo disgusto a fronte non tanto di una mancata storicizzazione del testo (dei testi), ma proprio per l’attualità della natura brutale di tale messaggio, che non è frutto di una narrazione mitologica a noi distante, bensì corpo e anima del nostro tempo, della nostra cultura, del nostro vivere quotidiano.
Fidiamoci dei consigli di “chi ne sa”: https://youtu.be/Elp9IdCPnTw (come se non fosse un unico blocco di interessi e corruzioni). Il bello è che si rivendicano competenze nello specifico – la medicina – quando è del tutto palese che siamo di fronte al naturale e caleidoscopico intersecarsi di settorialità e interdipendenze che vanno dalla finanza, all’economia, dalla massoneria, alla politica, dalle carte costituzionali al controllo mediatico, dall’antropologia all’esoterismo, dalla religione al materialismo ecc. I peggiori in questo senso sono i musicisti coi loro richiami alla specifica competenza. Come se fossimo pura riduzione esclusiva, estratti di essenze, insomma “solo” suonatori, dottori, serial killer, speculatori di borsa, correttori di bozze, videogiocatori, papà, mammà, figli, nonne, zie, calciatori, coltivatori, cinefili, tifosi, cardiopatici, incontinenti, idraulici, petomani e non invece un insieme indecifrabile di soggetti significanti ruotanti intorno al Significato-Vita. Io non ne posso più di questa contemporaneità demenziale e pericolosa. Come se essere esperti in un unico ambito non fosse l’emblema della simbologia dell’alienato mentale, del rincoglionito ontologico. Come se studiare, informarsi, analizzare, crescere, non fossero prerogative fondamentali per evolversi e non rimanere prigionieri dentro gli ambiti settoriali del nostro ridicolo sapere, come se solo una laurea specifica potesse fungere da garanzia di “competenza”. Se vostro zio si caga addosso tutto il giorno abbiate il coraggio di relegarlo nel suo alveo di cagatore seriale e smettetela di considerarlo anche un avvocato, un pittore, un bidello o quel che cazzo è. Contro tutto ciò ho combattuto in vita e combatterò fino alla morte. PS il primo o la prima che mi fa l’esempio del pilota d’aereo lo/la banno. (Stazzo 1-4-2021)
“Ogni tecnologia abbastanza avanzata è indistinguibile dalla magia” (Arthur Clarke).
Per non essere prede e vittime del delirio scientista, occorre indagare laddove il “sistema” lascia tracce. Esso agisce un po’ come il serial killer che desidera essere catturato. Dunque occorre studiare bene i vecchi telefilm, le serie tv, certo cinema (Kubrick, Polanski, Lynch ecc.), il mondo dei videogame (L’America è geomanticamente vergine: qui si sono trasferiti tutti i principali culti iniziatici a partire dalla sua scoperta occidentale). Non posso qui dilungarmi, ma, per citare un documento recente, vi invito a rivedere la prima serie di “True Detective”. Altro importante evento da monitorare è il “Il Party degli Illuminati” del 1972, il cosiddetto “Ballo Surrealista” di Marie-Hélène de Rothschild (fate il parallelismo col simbolismo in “True Detective”, per esempio. Notate che è la stessa villa in cui Polanski ha girato una importante scena del suo film esoterico “La Nona Porta”. Ricordiamo anche l’estromissione del feto dal corpo di Sharon Tate operato dai seguaci di Manson a pochi mesi dall’uscita nelle sale di “Rosemary Baby”). Indagate anche sulla ricorrente figura del Re Giallo (Maschera cervina ricorrente, simbologia dei documenti dell’FBI, ecc.), su “Arancia Meccanica” (programmazione mentale, MK Ultra). Naturalmente occorre segnalare l’opera magna, “Twin Peaks”: Loggia Nera, Loggia Bianca, massoneria dei “Bookhouse Boys” e paradossi dell’onnipotenza (le esistenze degli abitanti delle logge non sono per noi esprimibili, “situate come sono a uno o più livelli di astrazione superiori a quelle in cui ci muoviamo noi quotidianamente” – Manzocco: “Twin Peaks”. In altre parole ciò che si antropomorfizza nella serie – il nano, il gigante – non è “reale”, ma è il calco di quell’entità che si è adattato alla nostra sephirah). Ci sarebbe molto altro da dire, ma direi che è meglio fermarsi qui. Siamo dentro l’ordito della perenne scalata cabalistica e la cosa più divertente è che la maggior parte degli armenti crede di essere dentro un sistema scientifico razionale, mentre le cerchie più elevate sono naturalmente dedite alle ritualità delle antiche sapienze, adesso mascherate e perdute nell’imbarbarimento dei Lumi.
La verità non sta di certo dalle parti della ragione. Con la razionalità non si attinge a nessuna luce. “La verità è costituita dai pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante, unicamente, totalmente, esclusivamente desiderosa della verità” (Simone Weil). Nessuna porta si aprirà se bussate e aspettate una risposta. Nessuna verità risponderà al vostro principio di causa ed effetto. È un profumo che emana luce. Se non lo sentite rimanete dove state che fate meno danno.
È inutile che vi alambiccate con astruse cogitazioni. I popoli e le masse sono ormai superflui. Con la fine dell’economia reale e produttiva, delle grandi masse di lavoratori, di coloni, combattenti, eserciti, necessari a sviluppare la catena produttiva di tutta l’industria manifatturiera e la dialettica tra classi dominanti e classi proletarie, con la finanziarizzazione della società e l’avvento della robotica, l’automazione dovuta all’intelligenza artificiale, le su citate masse non “servono più”. Non si schierano più eserciti, divisioni corazzate, fanterie, non sono necessarie agli scopi le “tre milioni di baionette” di cui si pavoneggiava Mussolini, non c’è più da scoprire nessun “mondo”, essendo ogni angolo della Terra sfruttato e consumato dalla crapula di miliardi di virali sapiens, ecc. Ció che stiamo vivendo è solo l’avvisaglia di quel che accadrà nel prossimo futuro. L’umanità va verso la riduzione zootecnica (allevatori e bovini) della specie (almeno in questa fase embrionale e barbara di “primo reset”). Virus e vaccini saranno il leitmotiv dei prossimi decenni, nell’ammorbante osmosi tra “cause ed effetti” del gioco perverso messo in atto da speculatori dalle corrotte anime (si tratta sempre di grandi lotte fra ugaritici e atlantidei, i vertici poi avendo molto poco del nostro concetto di “umano”; ma questo è altro discorso, anche se collegato e determinante). Attualmente siamo sotto la distorsione del primo bias cognitivo globale di un certo rilievo (pensate che la maggior parte delle imprese multinazionali sono dotate di patrimoni superiori al prodotto interno lordo di molti Paesi e che “il passaggio da un’economia fondata su materie prime, energia e lavoro a una fondata su informazione e comunicazione riduce ulteriormente l’importanza dello Stato-nazione come elemento fondamentale per garantire la sorte del mercato” – Rifkin). In altre parole, non siamo di fronte a un processo epistemico, all’impossibilità di accedere a determinate informazioni (non più), anzi; il problema è semmai rappresentato dai cosiddetti intellettuali, dai docenti universitari, dai filosofi, dagli opinionisti, dai professori, i quali annaspano in una palude di sovrastrutture e costituiscono l’ideale veicolo di trasmissione di questi nuovi diktat veicolati artatamente tramite processi di indottrinamento che si presentato con tutti i crismi della legittimità dialettica. Certa cultura e preparazione scientifica costituiscono anzi, nella maggior parte di queste soggettività, il deterrente all’utilizzo delle naturali facoltà cognitive, alla capacità di cogliere il vero ordine della realtà. Tutte facoltà che, viceversa, cominciano ad attivarsi in fasce della popolazione meno contaminate dalla propaganda, soprattutto nei giovanissimi (leggi: la gente comincia a percepire i confini e i connotati del disegno perverso globale). Preparatevi dunque ad assistere sempre di più a vicende quali il “false flag” dell’assalto al Campidoglio (paragonatelo a quello avvenuto a Belgrado di recente, giusto per fare qualche raffronto tra una vera rivolta e una carnevalata), alla vaccinazione coatta, all’allarme costante, al vostro prossimo delatore, al docente forsennato e ligio al rispetto delle regole, alla neuro politica ecc. Volete un consiglio? Diffidate di chi non vi capisce al volo. Se fate troppa fatica a dialogare, mollate. Occorre ottimizzare le energie verso forme di comunicazione che non saranno più verbali. Lo sentite immediatamente, se avete il radar attivo, quando un essere riverbera del vostro stesso sentire. La nuova umanità capta altre frequenze dell’interazione. Alla fin fine è molto semplice. La biodiversità si determina a partire dalle affinità, non è certo figlia dello stress dello scontro dogmatico.
Quanta tristezza quei carnevali dei Settanta, coi costumini da Zorro e d’Artagnan prodotti in serie, e il freddo di quel febbraio, che pareva siberiano, a umiliarci fin nelle ruspanti terga. Fortunato era chi era munito di spade e spadini; quantomeno poteva bearsi d’una protesi fallica da agitare nell’etere del tempo da ammazzare. Decidevano comunque i genitori. Ricordo con dei flash kubrickiani un negozio di costumi carnascialesci in quel di Belpasso, nella sera gelida e sinistra, minacciosa di lampi, e quelle stanze umide, piene zeppe di costumi di ogni foggia, e il buio alimentato dal basso wattaggio delle lampadine che suggeriva la presenza di spelonche nascoste abitate da Belfagor. Ricordo che ne uscimmo fuori con un costume da d’Artagnan per me, e di paggetto con parrucca per mio fratello. Cristo, date almeno una spaduccia a quel ragazzo! Come si fa a vestirlo da paggetto rococò nella brutale weltanschauung della Sicilia dei Settanta? Manco fossimo stati parenti del Delfino del Viennois! Penso che il suo odio nei miei confronti nasca dal Carnevale da paggetto, da quelle malefiche serate fatte di cerchietti col dado a cena e bracieri accesi nella notte siderale. Si riscatterà più avanti col costume di d’Artagnan (come potete notare dal suo cipiglio nella foto, mentre io incarno un disincarnato e donchisciottesco Zorro allampanato, una specie di Ciccio Ingrassia adolescente).
Comunque si andava in piazza a prendere delle deflagranti mazzate sulla faccia, assestate sovente con la parte del manico di quelle clave di plastica che potevano ammazzare un cane. Eravamo immersi dentro una violenza antica che si legittimava nell’orda del baccanale paesano, favorita dalla clandestinità della maschera.
Più avanti ci si acconcerà con robaccia di casa: per noi maschietti vestirsi da donna, da bullo-ibrido picaresco-metallaro-Jena Plissken rappresentava quantomeno un reale riscatto di provincia, di acquisizione di un’identità alternativa – la benda nell’occhio, il difetto fisico che facevano tanto sofferenza vissuta, la sigaretta brandita come un tizzone nella notte…
Cercavamo timidi approcci con l’altro sesso, goffi com’eravamo, nell’imbarazzo di quella mascherata che ci vedeva più vittime che eroi, noi che anelavamo già alle Mecap e al jeans Wrangler, ci ritrovavamo così bardati nell’impaccio del camuffamento coatto, mentre nei garage si faceva molesta la musica da ballo e minacciosa la roulette dei balli lenti da praticare nella rigidità di un travestimento che non ci apparteneva. Nella calca di quelle camere a gas che erano i garage delle feste, baciai una ragazza che sapeva di wurstel e panino all’olio, e che mi riempii la bocca di molliche e pezzi di carne di porco.
Oggi osservavo gli sparuti gruppi di bambini “mascherinati” nella piazza di Fiumefreddo. Mimavano insieme ai genitori il Carnevale perenne che è diventato il nostro quotidiano. Corse controllate. Corsette distanziate. Qualche trombetta. I coriandoli lanciati alle nuvole. Le mamme in costante apprensione… Tristezza ontologica, mefitica, che destituisce quella del martedì grasso. Nessun fantoccio da bruciare nella Piazza del Purgatorio.
Chissà come cresceranno questi bimbi senza i necessari traumi che segnano i passaggi cruciali della formazione del Sé. Ma forse sono solo i deliri di un cinquantaquattrenne semi rincoglionito.
L’artista è un giullare, un saltimbanco, ha il dovere sacrale di esibirsi di fronte al sovrano, foss’anche il più spietato fra i tiranni. Ciò perché ogni artista, se è tale, ossia se risponde a una vocazione, non mette mai in scena “se stesso”, il suo essere cittadino, soggetto, contribuente, ma sempre e solo l’altro da sé, ciò che non gli appartiene ma di cui egli è tramite e latore. Un artista consegna dispacci nelle vesti di Mercurio; funge da specchio. Egli è per sua natura immortale. Occorre che questa cosa se la ficchino bene in testa critici e organizzatori
Non amo molto Hegel. Ma a me piace rammentare che le attuali certezze dogmatiche di questa brutale forma di conoscenza politica contemporanea che risponde al nome di scienza, siano prodotto dell’infinità della forma che ignora la finitezza della forza, e dunque sostanza alienata dal contenuto. Questi processi rappresentano la mortificazione dello Spirito, tutto fuorché Sapere e Conoscenza. L’intero cosmo è vibrazione. Misconoscere ciò è peccato mortale. Dannazione eterna. PS Insomma questi teoretici cadono nelle stesse trappole da loro ordite. Prendono la logica di Hegel e la usano come corpo contundente.gomentanti. Sostanzialmente la gente vuole appiattirsi entro determinati ambiti: cerca “uniformità”, “solidarietà”. Bene, per me tali “stati” sono il frutto (semmai) di accidenti di percorso, non di certo l’obiettivo di un piano strategico. Io ho scelto la mia vita, e non comprendo perché i culi debbano continuare a mostrarmi la claudicanza del loro percorso di sofferenza. Ogni esistenza dovrebbe essere il risultato di un processo volitivo, e così mi par di sentir riverberare nelle poche teste che ho incrociato, tramite le immediate connessioni sacre che bypassano ogni angustia della miseria linguistica. Ai restanti culi – la maggior parte – i quali anelano ardentemente di trascinarmi nel loro dipartimento fognario condiviso (D.F.C.), auguro un rinsavimento dal male ontologico dell’era schiumizzata: la frustrazione.