Sei ritratti d’artista

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Francesco Gennaro

Venne alle 22 e 10 della sera

con quel baffo fra Velasquez e Dalì

la forza dell’acciaio nelle mani.

Disse, in un linguaggio ciclopico:

“Talvolta occorre pur strapparle

quest’ali al cherubino tetramorfo!”.

A me parve un novello Efesto

che nel delirio della sua fucina metafisica

fosse anche curatore d’una metallurgia angelica,

dell’etica scultorea del dolore necessario.

Fece del mondo un paradiso di piume

ma nessuno se ne accorse

in quell’anfratto morbido di tempo,

dimentichi com’eravamo, a larghi tratti,

del nostro presente, delle nostre morti.

Pier Marco Turchetti

Coi passi della danza sufi

con fare gurdjeffiano.

venne da un futurismo romagnolo

nelle vesti illogiche d’un novello Marinetti

Danzò sul rigore del concetto

fino a sfibrarne l’orlo:

l’irriproducibilità della quintessenza

le dita a martelletto.

Nessuna nota, ciascuna nota

il parossismo dell’essenza

la lucida criniera dell’assurdo

non una carezza alla bestia.

Così andò silenziando la parola

con violenza muta e sorda

gli occhi fissi alla radice 

infuocata del sole.

Sal Costa

L’uomo treccia disegna il mito

negli scarti di lettera aramaica

che confluiranno nelle nostre lingue

come fiamme spente nel sottobosco.

Con fare gentile e dinoccolato

egli indaga nel silenzio della prosa 

fra le piaghe del senno

e le piane contrade della coscienza.

Linda Randazzo

Dipinse l’uomo in brache di tela

questo concentrato tetramorfo d’Erinne

che contrasse l’asma durante l’assedio di Serse

fiera resistenza nell’acropoli del muro di legno.

Col pennello scavò pupille di santi 

dai corpi pietrificati dei mortali 

– con occhi neri e furenti di Medusa –

trasse la misericordia dall’informe

il mastice e la colla per ogni esistenza spezzata

le cornici e i quadri da donare agli appestati.

Salvatore Massimo Fazio 

Indefesso turbine roteante 

una sorta di John Turturro etneo 

vittima dell’implosione del calcio

avente la follia come codice a barre.

Visse altrimenti dall’impeto

nel sollazzo dei pochi cieli d’ottobre

fra cataloghi di librerie distrutte

col passo del breviario del parroco.

Distanti, le facce di cane:

passanti infreddoliti, volti di piombo.

(La montagna lavica.

Il punto fermo.

L’eterna ciclotimia della specie).

Solo una nebbia di tavole calde

nell’indistinto puntillistico.

Gaia Mattiuzzi

Priva di timone viaggiava 
come una barca dalle vele spezzate
verso il nucleo artico, ove tacciono i venti.

Portava in dono il suo cuore di plasma
all’osceno baccanale delle divinità nordiche
bramando il sacrificio della vivisezione.

Ampolla di sangue congelato
goccia su goccia, vita del mare
azzurro cristico, altre distanze
altri piani esplorativi.

Solo così sarebbe poi rinata
nel futuro del tempo lecito
con l’ultimo refolo di maestrale
fra i vapori della risacca.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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