Il dramma della filosofia

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Il problema è che per conoscere Dio non sono necessarie l’ontologia e la gnoseologia, con buona pace del grande Baruch Spinoza.

La Grazia non passa attraverso la ragione o la speculazione, bensì attraverso la possessione.

Non si può mostrar nulla a colpi di trattati, le vere rivelazioni giungono sempre non aspettate, non preparate: folgorazioni.

Il dramma della filosofia è quello di ricercare una via al Bene che sia preparata e risolta tramite l’ausilio di determinate tecniche e metodologie… espedienti; un po’ come dire che lo yoga è determinato dal susseguirsi delle asana.

Se c’è uno scopo nella “filosofia” è quello del suo eterno fallimento. La filosofia è strumento su cui si può far leva, come l’asta di Bubka, per fare il Grande Salto. Un’asta in palestra rimane un oggetto inerte.

Il linguaggio, la parola, sono funzionali all’espressione dell’indicibile.

La verità è che non si può sostituire “Dio” con maestri di infimo ordine, che qui non siamo tutti Mosé, in grado di poter avere rapporti diretti con la mostruosità del Sacro.

La filosofia implode di fronte al “Cantico delle Creature” di San Francesco, nel tripudio della Gioia che travalica ogni ambito settoriale del Sapere. Di ciò la filosofia non si può occupare per statuto, e questo implica il ricorso ad altri ambiti di riferimento e relazione. La filosofia dunque è dannata a compulsare il Sacro nei dintorni delle sue periferie.

Il Bene non è mai strumento di percezione della Realtà. Il Bene non è uno strumento conoscitivo. Inutile dunque indagare poi il “perché” e il “come” tutto ciò “avvenga”, dato che i presupposti sono sempre fallaci e mal posti.

Swedenborg non è schiavo del linguaggio e della storia, così come non può esserlo il visionario Steiner.

Chi sogna in maniera lucida realizza che il veggente che si acceca e procede a tentoni è in grado di accdere a piani di conoscenza incommensurabili, a piani che scompaiono al risveglio ma che sono “qui” sempre disponibili, da qualche parte.

(Stazzo 4-5-2021)

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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