Scritti su Gianni Lenoci (1)

  • Oggi nel caricare l’ennesimo frammento di un concerto insieme a Gianni Lenoci pensavo a tutte le cose che ci siamo detti nell’ultimo periodo al telefono, e scorrevo il materiale delle nostre tante chat comuni. Sono discorsi infiniti, anni di discussioni che potrebbero riempire decine e decine di volumi. Dalla rilettura emergono delle riflessioni altissime, assieme all’abissale pletora di sublimi cazzate intorno allo scibile umano e post-umano, che rendono davvero diverso il mio senso dello stare al mondo adesso. Insomma, “eravamo un appuntamento fisso”, un po’ come Pannella e Bordin a Radio Radicale, e il nostro era un contrappunto quotidiano che ci serviva per tarare, sistemare, e perfezionare il tiro. Sparavamo ai nostri spiriti per creare uno spazio all’interno delle nostre sideralità, e puntavamo altissimo i nostri fucili caricati di proiettili argentei, mirando alle galassie più remote. Il problema dell’assenza/”altra presenza” di Gianni non è più trascrivibile. Trascorrono i giorni e questa sua densità d’assenza si fa sempre più potente, man mano che egli procede verso altre dimensioni dello Spirito. È l’evidente segno della sua partenza, e posso vedere – su altri piani – la scia della sua indeterminata parabola. Adesso suona nel mio impianto hi-fi notturno il valzer “An der schönen, blauen Donau”, e mi sembra – kubrickianamente – la colonna sonora perfetta per quanto sto andando scrivere.
    Sulle note di questo valzer cosmico, realizzo che la figura di Gianni era solo un meraviglioso calco in questa vita, essendo molto altro il suo magico essere, dislocato com’era su più piani e per concetti che non possono essere contemplati da tutto ciò che riteniamo definire comunemente “l’esistenza”. Questo lo sentivo in vari momenti del nostro relazionarci. Era qualcosa cui lui non poteva far caso, ma che era percepibile in certe sue fatiche ad adattarsi alla “routine del mondo”, ed era ciò che paradossalmente faceva notare a me, in una sorta di specchio analitico di coscienze. Solo che non sapevamo, non potevamo saperlo, quanto profondo fosse il solco che stavamo scavando alla ricerca dell’effimero. Forse è per questo che eravamo così legati: perché insieme sentivamo che qualcosa non tornava in questo contrasto tra stoicismo e dionisiaco, in questo presentire l’estranea e disumana – per quanto esile – vibrazione ancestrale su cui sintonizzare l’inconcepibilità della vita.
    Tuttavia l’antropocene pare predisporsi ad accogliere, fuor dal sindacalismo di prammatica e dal canto del gazzettiere dell’epoca volgare, l’integrità dell’essenza dell’arte e dell’intelletto di Gianni Lenoci. Pullulano le iniziative atte a ricordarlo. E chi si muove nel nome di Gianni Lenoci è figlio di “cotanto senno”, a cominciare dal suo primogenito Domenico Lenoci, e poi a seguire col coro di affezionati complici e discepoli, gente dotata dei necessari anticorpi per resistere con stoicismo all’ondata dell’inevitabile retorica che accompagna ogni morte.
    Questa è la sua più grande e somma creazione. Posso assicurare che non gli sarebbe neanche passato per l’anticamera del cervello di concepire razionalmente un simile ”progetto”. Soffriva Gianni, eccome, per questo suo essere considerato poco da parte del cosiddetto “establishment musicale”, ma in cuor suo sapeva che ciò accadeva perché la sua personalità non poteva essere “assimilata”, e dunque costretta entro ambiti che imponevano una sostanziale modifica del proprio status esistenziale. In un certo senso Gianni era un incrocio tra un sublime “nerd” e un “dandy” imploso, perché viveva negli anfratti nobili e dolorosi della vita, fra le pieghe della struttura sociale, nutrendosi del proprio privato in maniera quasi devozionale.
    Chiunque gli tributi un sincero omaggio è “santo”, nel senso più profondo del termine, perché in contatto col suo perimetro sacrale, immanente ed eterno. Ciò che commuove, al di là dell’affetto di familiari e amici, è l’aura di profondo rispetto… sì di rispetto, che vedo e sento nella compostezza del tributo di ogni suo singolo allievo. In ciascuno di essi posso sentir vivere la memoria di una bellezza che non ha forma, e che abita il tempo.
    Oggi è stata per me una giornata molto strana. C’era la solita densità a pressare, quel dannato e meraviglioso senso di irrelato vincolo che induce a muoversi verso qualcosa. Era lui, “lo zio”. Mi ricordava oggi, pulsando, una frase di Carmelo Bene: “se ci si rifiuta di essere contemporanei, bisogna prendere posizione. Io non mi interesso degli operai perché non mi interesso di me stesso”. Ecco, Gianni non poteva essere “contemporaneo”, né “interessato a se stesso”. Poteva semmai aprire spazi di consapevolezza in chi fosse stato pronto a morire nell’istante seguente. In lui la Virtù si faceva socraticamente Scienza per tramite del “Lògos” quale espressione del divino. Amaramente, realizzo che il vero messaggio di Gianni Lenoci poteva divenire intelligibile solo con la sua scomparsa. Adesso capisco, finalmente, ciò che era celato dietro ogni nostro discorso, ogni nostro progetto, ogni nostra performance: una profonda, serena, consapevole preparazione iniziatica al trapasso. Egli ha lasciato vari testimoni, ciascuno con uno specifico ruolo e ciascuno fondamentale ingranaggio necessario all’attivazione di un percorso collettivo che possa renderci persone migliori nel nostro straordinario quotidiano. Una maieutica silente che nutre adesso ancor più di prima. E questo è necessario sentirlo, più che comprenderlo. (2020)

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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