Quattro chiacchiere sul metodo scientifico

Photo by Alena Shekhovtcova on Pexels.com

Il problema evidente è di natura metodologica. Chi scrive si è formato negli anni Novanta secondo logiche legate alla semiotica e alle teorie popperiane. Sono stati anni spesi appresso a Eco, Nanni, Volli, Baroni e compagnia cantando, anni di strutturalismo e post strutturalismo. Già da lustri universitari era palese che il “campo medico” non poteva essere annoverato, se non con molta elasticità, nel novero di una causalità tale da poter essere accostata ad altre discipline (dove peraltro anche in fisica nucleare, il nesso di causalità inferisce sul dato in maniera molto difficile da comprendere, soprattutto quando ci si trova di fronte a velocità elevatissime, per non dire dei paradossi della fisica quantistica). Con gli anni, per ragioni non enunciabili nello spazio di un commento o di un post, ho verificato che ci sono altri criteri oltre a quello scientifico fondante per relazionarsi col Reale (che, ricordiamolo ai parvenu, non è la realtà). Il discorso sarebbe anche fin troppo semplice da trattare: ci sono enormi contraddizioni nel campo degli scienziati-virologi: di effetti dei vaccini sappiamo molto poco, non possiamo sapere con certezza se il 5g faccia o meno danni ecc. Questo è il campo lecito e il modo corretto del “fare scienza”, naturalmente il coltivare sempre il dubbio, il non giungere a conclusioni affrettate. Perché un conto è l’emergenza, un altro è la formulazione di una teoria scientifica. Così siamo costretti a sorbirci le lezioni da parte di chi scopre “il metodo scientifico” l’altro ieri e ne fa vessillo da sbandierare contro non si sa bene cosa. Uno scienziato sta, viceversa, molto ben cauto nelle sue esternazioni, proprio perché la sua natura è quella di indagare e confrontarsi coi colleghi. L’analisi delle enormi falle e delle contraddizioni in cui è precipitata l’intera classe dei virologi nell’arco di qualche mese in ambito COVID-19 è da manuale clinico: per intenderci, io una serie tv del genere l’avrei abbandonata dopo pochi episodi. I nuovi preti vogliono soltanto giustapporre certezza ad angoscia (la loro) e dunque “verità” (non lo ammettono, ma quello professano) a “falsità”. Dottrine per vivere meglio. L’epistéme è un’altra cosa.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

Rispondi