
CAPODANNO 2017
Mentre leggo “L’etica della psicanalisi” di Lacan, continuano ad arrivarmi filmatini, messaggini, cosine capricciosette e allegrotte, messaggi e messaggeri con gli auguri di buon anno. E io devo passare il tempo a cancellare pezzetti di video con alberi innevati e nastroni rossi tutti arricciati per l’anno che è appena entrato, tipo supposta antibiotica, “da dietro”. Mentre mi districavo tra “Chose” e dottrina neopaolina, ecco giungere in contemporanea un vecchio decrepito con tanto di bastone che arranca, vacillando, verso la mia panchina, ed un ennesimo filmato sul mio iPhone in cui un piccolo bimbo (il 2017, In fasce, I suppose) esce da una ghianda e mi sorride. Capisco: il vecchiaccio è l’anno vecchio che se ne va, la cosa-senza-placenta che si accosta a me senza sedersi, rispettando il mio bisogno di pace. Lui mi mostra “la via” (soffro ma non mi siedo), mentre il piccolo anticristo “ghiandato” sorride con quelle oscene guanciotte rosa alla nascita di un anno corrotto, 2.0. La rivelazione. L’essere-mittente (Absender-Sein). La convergenza tra il dio della Bibbia e quello dei filosofi. Il vecchio scompare dentro un’autovettura di parentame e io cancello sadicamente il demone del filmatino
NATALE 2016
E niente, dopo la pace di ieri, oggi “tutti fuori!”, verso il pranzo esotico del 26, ecco le mandrie di bestie: mamme bionde vestite di nero con riccioloni ai lati in foggia donna-ellenica-horror, bimbi giocattolosi pieni di giocattolame da trascinare (“krrrrrr”) pei basalti, padri brutti a vedersi, con la mascella volitiva e la panza viscosa, fasciata in indecorosi maglioni vita stretta, a modellare, a rimarcare, a “ricordarci”. È una chiassosa transumanza. File di macchine senza meta, il trastullo scemo, le greggi diesel: missione occupare gli spazi/riempire i vuoti/mangiare ancora e senza fame. Ci riesco! Trovo un luogo paradossalmente deserto: di fronte allo Sheraton. Una panchina. Nessuno. Altra panchina. Nessuno. Arriva una coppia. Lei sembra Rhyanna catturata e sottoposta a tortura dopo l’invasione musulmana del 2037 e relativa presa del Vaticano da parte di Muhammad XXII.2.0. Lui pare Scipione l’Africa-no fuori contesto, entro scarpe di pellame, senza strumenti di guerra. “Essi vengono a me”. Cioè, c’erano spazi, c’erano panchine, c’era ben altro Vuoto da colmare. No, a me che devo finire Sloterdijk proprio oggi. A me. Si siedono. Adiacenti. Discutono coi figli (deduco in pausa motorino, adolescenti, che non ne vogliono sapere), dibattono l’argomento “pranzo fuori”, che devono esserci, che comunque oggi è Santo Stefano e vale come festa. Sento gracchiare dal telefonino cose del tipo “minchia no!…siamo tutt…lasciaci in pac…”. Lei allora si inalbera (repentinamente, poca pazienza, deve essere argomento sviscerato), giunge un grido furente e letale “LA MAMMA SI STA ARRABBIANTO!”, e a quella “T” saltiamo in aria d’un pochetto e in sincrono io e tre piccioni, breve spettacolo per pochi intimi, sincronia perfetta. Interviene poi Homunculus Padre, strappa la “cornetta monca” e fa: “TRA MENZORA VI VOGLIO TUTTI E TUE DA ERNESTO PERCHÉ SENNÓ VI SCIPPO TESTE E CASCO INCLUSO”. Mi scapperebbe un timido applauso, ma per cagioni di timidezza preferisco astenermi. Teatralmente, il Padre Scipione, restituisce l’apparato alla Meta-Madre per il formidabile epilogo: “PER PUNIZIONE QUESTI MOTORINI VE LI ATTACCO AL PALO CON LA CATENA DOPPIA!” Intimorito io taccio. Si sente il grido tenue del mare. Se ne vanno. E io imparo cose. Ma non capisco e rimango col dubbio: cosa diavolo sarà mai la catena doppia?
NATALE 2016 2
Mentre il popolo italiano in crisi affoga nella crapula, io approfitto di questo 25 dicembre per godere di questa solitaria e sublime Acitrezza. Avendo espletato la mia pratica natalizia ieri notte, posso sentirmi libero di vagare e non in colpa nei confronti del Cristo Sindacale. In questi giorni ho visto cose che vado ad elencare: teglie di carni, pesci e verdurame a far da contorno ad ogni fiaba mai raccontata, caviglie dalla circonferenza indefinita entro scarpette rosse cenerentolate, dentiere mal agganciate, farmaci pronti, centri commerciali popolati da creature a me assolutamente non prossime, bimbi con teste allucinanti, giocattolame senza scopo, ho sentito urlare e ridere male, ho visto auto senza fari guidate da forsennati pensionati per stradine senza uscita e fari nella notte che illuminavano cimiteri non segnalati, nonché segnali stradali con addobbi; ho visto torme di paesani orrendi lanciare raudi nel niente di certe campagne buie, uomini palestrati con donne obese e uomini obesi vestiti da Babbi con donne palestrate nauseate e in imbarazzo. Ho visto tombole impolverate e fagioli animarsi, come in “Alice e il Paese delle Malavoglie” durante la messa del Piccolo Cristo, ho visto preti farsi adunchi protettori dell’Ombra. Avrò ricevuto qualcosa come 1768 filmatini di “Babbi Natale oh oh oh”, tutti rigorosamente visionati come fossi stato il forsennato critico d’una retrospettiva su de Oliveira. Ho visto cani ululare nella notte e lucette accese fino a tardi. Questi natali (diciamo dagli anni Ottanta in poi) sono il trionfo del “Canto delle Massaie”, la fine di ogni celebrazione del sacro, il simulacro dell’uomo post-prandiale del terzo millennio. Saremo seppelliti in una teglia, come le sarde a beccafico di ieri notte. Ancora risuona, terrificante, la musichetta di quel pupazzetto di “Papà Natale Boscaiolo”, presente ieri notte in tutta la sua agghiacciante cattiveria. Al mio funerale, per favore, fatela risuonare. Che serva da monito alle future generazioni.
