Martedì Grasso in Mascher(ina)

Quanta tristezza quei carnevali dei Settanta, coi costumini da Zorro e d’Artagnan prodotti in serie, e il freddo di quel febbraio, che pareva siberiano, a umiliarci fin nelle ruspanti terga. Fortunato era chi era munito di spade e spadini; quantomeno poteva bearsi d’una protesi fallica da agitare nell’etere del tempo da ammazzare. Decidevano comunque i genitori. Ricordo con dei flash kubrickiani un negozio di costumi carnascialesci in quel di Belpasso, nella sera gelida e sinistra, minacciosa di lampi, e quelle stanze umide, piene zeppe di costumi di ogni foggia, e il buio alimentato dal basso wattaggio delle lampadine che suggeriva la presenza di spelonche nascoste abitate da Belfagor. Ricordo che ne uscimmo fuori con un costume da d’Artagnan per me, e di paggetto con parrucca per mio fratello. Cristo, date almeno una spaduccia a quel ragazzo! Come si fa a vestirlo da paggetto rococò nella brutale weltanschauung della Sicilia dei Settanta? Manco fossimo stati parenti del Delfino del Viennois! Penso che il suo odio nei miei confronti nasca dal Carnevale da paggetto, da quelle malefiche serate fatte di cerchietti col dado a cena e bracieri accesi nella notte siderale. Si riscatterà più avanti col costume di d’Artagnan (come potete notare dal suo cipiglio nella foto, mentre io incarno un disincarnato e donchisciottesco Zorro allampanato, una specie di Ciccio Ingrassia adolescente). 

Comunque si andava in piazza a prendere delle deflagranti mazzate sulla faccia, assestate sovente con la parte del manico di quelle clave di plastica che potevano ammazzare un cane. Eravamo immersi dentro una violenza antica che si legittimava nell’orda del baccanale paesano, favorita dalla clandestinità della maschera. 

Più avanti ci si acconcerà con robaccia di casa: per noi maschietti vestirsi da donna, da bullo-ibrido picaresco-metallaro-Jena Plissken rappresentava quantomeno un reale riscatto di provincia, di acquisizione di un’identità alternativa – la benda nell’occhio, il difetto fisico che facevano tanto sofferenza vissuta, la sigaretta brandita come un tizzone nella notte…

Cercavamo timidi approcci con l’altro sesso, goffi com’eravamo, nell’imbarazzo di quella mascherata che ci vedeva più vittime che eroi, noi che anelavamo già alle Mecap e al jeans Wrangler, ci ritrovavamo così bardati nell’impaccio del camuffamento coatto, mentre nei garage si faceva molesta la musica da ballo e minacciosa la roulette dei balli lenti da praticare nella rigidità di un travestimento che non ci apparteneva. Nella calca di quelle camere a gas che erano i garage delle feste, baciai una ragazza che sapeva di wurstel e panino all’olio, e che mi riempii la bocca di molliche e pezzi di carne di porco.

Oggi osservavo gli sparuti gruppi di bambini “mascherinati” nella piazza di Fiumefreddo. Mimavano insieme ai genitori il Carnevale perenne che è diventato il nostro quotidiano. Corse controllate. Corsette distanziate. Qualche trombetta. I coriandoli lanciati alle nuvole. Le mamme in costante apprensione… Tristezza ontologica, mefitica, che destituisce quella del martedì grasso. Nessun fantoccio da bruciare nella Piazza del Purgatorio.

Chissà come cresceranno questi bimbi senza i necessari traumi che segnano i passaggi cruciali della formazione del Sé. Ma forse sono solo i deliri di un cinquantaquattrenne semi rincoglionito.

(Stazzo 17-2-2021)

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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