
Prendersi per “qualcosa” è lasciarsi morire nell’istante senza mai viverlo. Chi ha a che fare con la creazione costante vive l’esperienza tragica della perenne morte della “Cosa”. Viceversa, chi sta a vivere passivamente l’opera, subisce l’illusione del “possesso”. L’opera artistica, filosofica non appartiene a nessuno. Questo un accademico difficilmente può accettarlo. La filosofia non può essere “dei filosofi”. Nel momento stesso in cui diventa dominio dei filosofi cessa di essere tale. All’istante. Non c’è nessun modo per “impostare” alcunché, se non nelle aule accademiche, nei concistori, o presso certe sette ospedaliere… Ogni uomo è filosofo nella misura in cui non si struttura come “soggetto filosofico”, come terminale o ricettore di conoscenze (plurale). Una cosa è conoscere, un’altra è fagocitare. La filosofia, l’arte diventano scempio nel loro “farsi” dottrina e museo. Occorrerebbe censurare le “correnti di pensiero” e gli epigoni, i dannatissimi epigoni: gli hegeliani, i boppers, i coltraniani, gli adorniani, i nietzschiani, e via discorrendo. Quando si esplora il retto dello Spirito si è sempre soli. Al massimo si lascia qualche testimonianza, una traccia da non seguire.
