Dell’incomunicabilità

Il caldo tormentava il luglio
boccheggianti gli italiani
giocavano a capirsi
ma
il linguaggio tesseva trappole
e
la gente si detestava
le mogli urlavano ai mariti
i trans sputavano in faccia alle lesbiche
i figli si picchiavano con gli altri figli
perché un “ma” poteva essere un’arma
e l’uso dell’asterisco graffiava la lingua.

Così
prese a fare ancora più caldo
e
le strade si scioglievano nella canicola
l’acqua mancava
e
pure l’elettricità andava e veniva
quindi
i condizionatori si sfasciavano
ma
gli italiani continuavano a parlarsi addosso
nell’affanno dei quarantaquattro gradi
“te l’avevo detto”
“perché urli”
“piantala”.

Presero a morire i vecchi
la gente si parlava in faccia
si perculava sui social
si insultava su telegram
ma i morti cominciavano a puzzare
a sciogliersi nel catrame dell’asfalto
e
l’odore della putrefazione
diventava sempre più l’ala nera
di un’Apocalisse linguistica
d’una Babilonia puzzolente
talmente puzzolente da indurre le divinità
a chiudere le porte dell’Olimpo.

Così
una volta serrate le porte
si fece finalmente un gran silenzio
e tutti gli italiani prestarono orecchio
al clangore di quelle tre mandate
e per la prima volta
dalla storia dell’unificazione
gli italiani presero atto e consapevolezza
d’esser rimasto l’unico popolo
abbandonato dell’Universo.

(Stazzo 26/7/2024)

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

Rispondi