Recensione di “Parthenope” di Paolo Sorrentino

Parthenope è la divinità che raccoglie ogni aspetto della vita e delle contraddizioni di un universo chiamato Napoli. Sorrentino tramite la storia di una donna racconta la città, adagiata come il molle corpo del Leviatano che nasce dalle acque per assurgere alle vette del Vesuvio. In mezzo passa la vita, con le angosce, gli ardori, le speranze, i tradimenti, le ambizioni, le delusioni, le follie, le depressioni, i disincanti, le paure, gli azzardi, i vizi, l’eros, l’incesto, la blasfemia, tutti insieme divorati da un grande Khirtimuka, da chimere e divinità che fagocitano il tempo. Parthenope nasce dalle acque e alle acque del mare di Capri e del golfo, al celeste del cielo, della maglietta del Napoli Calcio ritorna, in un incessante gioco di apparizioni e sparizioni, di tuffi e immersioni nel liquido amniotico che irrora i sogni e la vita cosciente. In questo flusso di carrellate orchestrate dal regista-demiurgo, le scene si affastellano come quadri rosselliniani destrutturati da una potenziale trama, come visioni che richiamano la memoria collettiva dei film di De Sica e dell’onirico felliniano, così come si susseguono le citazioni, a cominciare da quella in esergo di Céline, preziose come monili e gioielli, a tenere insieme sacro e profano, e dunque la miseria dei bassi e le opulenze della borghesia annoiata, gli ori dei camorristi e le reliquie del santo… antropologie… E qui occorre rimarcare la funzione di guida del professor Marotta (uno straordinario Silvio Orando) che, in simbiosi col mostruoso della sua vita domestica, “inizia” la discepola Parthenope all’arte sublime del vedere, all’onnicomprensività che sublima l’osceno, ossessivamente rimarcata dalla canzone di Cocciante, in cui l’ordinario confluisce nel Fato, nell’era già tutto previsto, nell’immanenza che non preclude all’imperfezione del meraviglioso. E così Parthenope continua a stupirsi fino alla vecchiaia, consapevole del suo viaggio intimistico che non può che essere solitario, in cui ogni cosa è pregna di santità e si nutre di miracoli, fra “l’irrilevante e il decisivo”.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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