
Cos’è il “Grande Spavento”, come lo definiscono i buddisti: perché ci fa così paura il “morire”?
Annullarsi. Finire. Scomparire.
Stare in ascolto e percepire la vita. È un flusso? Una corrente? È il respirare? È il pensare? È il desiderare? L’amare? Il soffrire? Il gioire?
È forse aver paura?
Si. Anche. O meglio, è la paura che si trasforma in angoscia, per uno strano processo alchemico che ci consente di percepire l’horror vacui, ossia di intuire ciò che, in termini aristotelici, rappresenta quel rifuggire il vuoto da parte della Natura. In altre parole, noi umani abbiamo una necessità costante: sentiamo l’urgenza perenne di riempire questo vuoto.
Possiamo dunque ritenere che tale vuoto possa essere una sorta di immanente singolarità che viene ammantata dalla simbologia della Morte? E che la pulsione carsica che produce l’angoscia è rappresentata da questo indefesso lavorio dell’uomo nel tentativo di colmare un vuoto che, a questo punto, non esisterebbe più pena la negazione stessa del concetto di Natura?
È probabile. Ma, allora dovremmo però formulare meglio la questione. Il vuoto esiste? Senza scomodare la fisica moderna, potremmo andare a ritroso e scoprire che gli atomisti ritenevano che il vuoto fosse il principio di movimento ontologico e necessario all’esistenza degli Enti. Da questa prospettiva allora, il Vuoto, la Morte, esisterebbero come manifestazione concreta di tutto ciò che noi chiamiamo Vita, ossia di una relazione costante tra apparente Stasi e apparente Movimento (il Reale dell’incarnato è un non-Tutto). La paura e poi l’angoscia dell’annullamento costituirebbero da queste prospettive un falso problema, una sorta di interferenza con ciò che il buon vecchio Spinoza afferma, e cioè che noi “tuttavia sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”. Probabilmente è la ciclicità della Natura stessa a generare, paradossalmente, l’angoscia del morire, giacché flora e fauna continuano a nascere e perire entro un processo-dispositivo che non prevede necessariamente – secondo la nostra limitata visione occidentale del mondo – il sorgere di quella cosa chiamata identità. Essere intrappolati nel perenne giogo della circolarità della Natura, implica dunque la presa d’atto della disumanità quale costante permutativa del percorso vitale, costante entro cui l’uomo viene a interferire come eccezione o variabile.
Spezzare il cerchio e mordere la coda dell’Uroboros può essere una potenziale via di fuga dall’angoscia.
