
Contingenza vs utopia. L’ultimo Film di Coppola è un delirio, ma a me poco importa. Coppola non poteva che delirare perché delirante è ciò che appare agli occhi di chi non può vedere. Un film-testamento caotico, frammentario, in cui le visioni si inframezzano alla narrazione, che si cura poco di scadere nel kitsch e nel trash, essendo una sorta di lascito meta-cinematografico da consegnare ai posteri. La nuova utopia di Coppola si trascina dietro il fardello della grevità del parallelismo reale tra New York e l’antica Roma, con tutto il portato di citazioni che un simile confronto comporta di default e nel paradosso della capacità del protagonista di controllare la spazio-temporalità. Chi vuol lasciare un’opera-testamento ha però poco tempo per preoccuparsi delle idiosincrasie del giudizio del pubblico e della critica, e in questo senso il regista è una sorta di demiurgo che intende rigenerare l’umanità ammonendo sulle conseguenze nefaste conseguenti al crollo dell’Impero. “Non lasciare che l’adesso distrugga il per sempre”, afferma l’architetto Cesar Catalina (Adam Driver), che nella sua arringa finale parla a nome del regista descrivendo le finalità escatologiche dell’uomo, chiamato a compiti alti e a una nuova idea e concezione di futuro. Megalopolis più che un film è una sorta di iper-testo che non si preoccupa di mantenere alcuna coerenza tra forma e contenuto dell’opera, e in cui campeggiano autentici sprazzi di magistero onirico di altissimo cinema a far da controcanto, quasi a voler suggerire una diversa fruizione, più centrata a perimetrare i confini dell’assurdo in quanto spazio esplorativo praticabile. Scienza e storia si mescolano così senza soluzioni di continuità, fra paradossi spazio-temporali, teoria delle stringhe, citazioni di Marco Aurelio e Shakespeare, e a far da “autista-guida” in questo caotico flusso è Laurence Fishburne, il Morpheus di Matrix, forse l’unica bussola atta a garantire una navigazione in questo maelstrom.
