
Esistono timbri vocali in grado di determinare angoscia, molestia e come un pervicace, per quanto astratto, senso di morte. È una sorta di sonorità femminile che muove dai chakra bassi e perfora pareti e resistenze, in grado di sovvertire ogni ordine di legge dell’acustica. Sovente, tale timbrica oscena trova il focus durante una telefonata in casa, quando dalla gola tonante umiliata da lustri di ustionante catrame, deflagra (complice il disagio polmonare) il Verbo molesto nella concitazione della diatriba parentale. Ecco: in quei momenti, io sperimento l’orrore della morte e il terrore dell’abissale maelstrom, mi rannicchio in un angolo di letto, con l’occhio scrutando fra le tende lo scempio del nascente sole nucleare di luglio, pregando come un padre passionista il Signore nell’attesa che la telefonata possa giungere al congedo, e con essa la mia riconciliazione al mondo dei vivi.
