
Tempo, ironia e creazione in
“Preghierina della sera” di Francesco Cusa
Nel suo breve ma denso testo “Preghierina della sera”, Francesco Cusa mette in scena un’invocazione parodica in cui il sacro si contamina con il grottesco e il desiderio personale si fa legge universale. Il tono è irriverente, volutamente iperbolico, e si muove tra un umorismo tagliente e un nichilismo ludico che ricorda certe provocazioni del Futurismo.
Cusa immagina una creazione difettosa, che necessiterebbe di correzioni: la pizza dovrebbe essere priva di calorie, le zanzare trasformarsi in dolci baci, il jazz dovrebbe essere cancellato dalla storia per evitare “rotture di palle sonore”. Qui il concetto di tempo viene distorto in modo surreale, richiamando implicitamente diverse concezioni filosofiche.
Se nella visione classica il tempo è un flusso inalterabile, in Kant esso è una forma a priori della sensibilità, il filtro attraverso cui percepiamo il mondo. In questa prospettiva, la richiesta dell’artista catanese di riscrivere la storia della musica non è solo impossibile, ma è anche un paradosso della percezione soggettiva: cancellare il jazz significherebbe riscrivere anche se stessi e il proprio rapporto con la realtà. Più vicino al pensiero di Rovelli, invece, il tempo qui sembra emergere come una rete di relazioni mutevoli: la sua manipolazione diventa quasi plausibile in un universo dove il passato non è un blocco monolitico ma un intreccio di connessioni fluide.
Dal punto di vista artistico, il testo sembra oscillare tra due estetiche opposte. Da un lato, la volontà di riformare la creazione con soluzioni drastiche e arbitrarie richiama l’energia dissacrante del Futurismo, con la sua esaltazione della modernità e il rifiuto della tradizione. Pensiamo a opere come “Elasticità” di Boccioni o “Dinamismo di un cane al guinzaglio” di Balla, dove il movimento viene frantumato e ricostruito in una nuova sintesi visiva. Dall’altro, l’aspirazione a un mondo regolato secondo criteri di piacere e perfezione richiama la ricerca rinascimentale dell’armonia: se Cusa potesse “aggiustare” la realtà come un artista sul proprio dipinto, forse cercherebbe la stessa proporzione aurea che guidava Leonardo.
Un altro esempio visivo interessante mi sovviene dai mosaici bizantini siciliani, come quelli della Cappella Palatina di Palermo (mia cara città natale) o del Duomo di Monreale (a due passi da casa mia). Qui, il tempo viene raccontato non in modo lineare, ma attraverso una sintesi simbolica in cui le diverse scene sacre convivono in uno spazio senza prospettiva unificata. È una concezione del tempo vicina a quella di Rovelli: il passato e il presente non sono separati, ma coesistono in una rete di relazioni che dipende dallo sguardo dell’osservatore. Allo stesso modo, “Preghierina della sera” gioca con la percezione del tempo: il protagonista si muove tra il presente e un passato immaginato, cercando di modificarli secondo un principio tutto personale, senza accorgersi che la realtà, come nei mosaici bizantini, non è fatta per essere ridisegnata secondo schemi individuali, ma esiste in un equilibrio complesso di connessioni.
Ma ciò che rende “Preghierina della sera” interessante è proprio il suo fallimento programmatico: l’elenco di richieste finisce per rivelare l’impossibilità stessa di una creazione perfetta, lasciando emergere un’ironia che si nutre di desideri irrealizzabili. Insomma, alla fine, anche un artista davanti alla propria opera sa che ogni correzione porta con sé nuovi squilibri, e che l’arte, come la vita, è fatta anche di imperfezioni.
Ma allora, Francescos Cusas cosa vuol dirci? Che siamo condannati a una creazione difettosa, o che il vero problema è che ci si illude di poterla migliorare?
Claudia Scavone
03/02/25
