
Ci sono incontri che non seguono logiche prevedibili.
Conosco il Maestro Francesco Cusa da circa un anno: tempo sufficiente per capire che la sua opera non si lascia semplicemente leggere o ascoltare, ma pretende di essere attraversata. Le nostre conversazioni — a volte in disaccordo — mi hanno permesso di intercettare quel nucleo vivo e scomodo del suo lavoro, che si muove su coordinate estetiche sadiane. Non si tratta di citazione o posa: è struttura, è visione, è una scelta deliberata e radicale di campo.
Il primo indizio? “Psicopatologia del serial killer”, album della sua formazione Skrunch, pubblicato nel 2003 che adoro e ascolto quasi ogni giorno, poiché inserita nella mia playlist di Spotify. Un lavoro che non si ascolta: si disseziona.
Non c’è accompagnamento, né melodia rassicurante. Ho scoperto la batteria del Cusa e mi sono rivista, attraverso questo album, nell’istante in cui spingo la spatola sulla tela. Cusa lavora come bisturi, gli altri strumenti si muovono su piani taglienti, in attrito continuo. Il disco è pensato come una vera e propria drammaturgia sonora disturbante, a metà tra installazione e teatro psichiatrico. I titoli dei brani e la messa in scena ironica confermano che qui non c’è provocazione gratuita, ma costruzione di un linguaggio disfunzionale e quindi verosimile. Sadiano, appunto.
Anche nella scrittura si ritrova questo impianto: da Vic a 2056, sono romanzi e racconti che non costruiscono personaggi, ma li usano come casi clinici. Non c’è redenzione, non c’è pedagogia. Il linguaggio è nervoso, sincopato, deliberatamente anti-narrativo. Come in de Sade, il dispositivo serve a scardinare il lettore più che a sedurlo. L’effetto è respingente, ma lucidissimo.
Nella musica come nella scrittura, Cusa lavora su un’estetica del collasso controllato: una tecnica che richiama certe tele di Bacon, certi scatti chirurgici di Witkin, o la scultura organica di Berlinde De Bruyckere. Tutto viene deformato, ricodificato, restituito come dato emotivo crudo. Nessuna carezza, ma una struttura solida che regge l’urto.
Anche quando ironizza, Cusa non alleggerisce mai. Usa il sarcasmo come uno scalpello. I suoi personaggi ridono, ma è un riso contratto, nervoso, più vicino a quello di un paziente sotto stimolazione elettrica che a una battuta. La stessa dinamica la si ritrova nel suo approccio ai temi politici, religiosi, etici: mai di superficie, mai lineare, sempre conflittuale.
In definitiva, il buon Cusa è sadiano non per estetica dell’eccesso, ma per come costruisce lo spazio del disagio. Non cerca l’effetto shock, ma lo shock strutturale.
È un artista che lavora per negazione, non cancellazione alla Isgrò badate bene, ma negazione della forma, del ruolo, della narrazione tradizionale. Forse chi lo conosce meglio di me potrà confermare questa sua coerenza anche nella quotidianità, nei rapporti interpersonali.
E in questo, che lo si condivida o meno, è uno degli artisti davvero coerenti che io conosca.
08 luglio 2025
Claudia Scavone
