
Il 25 aprile non sarà mai un “14 luglio” o un “4 luglio”, perché l’Italia non è storicamente un “paese” ma un insieme di particolarismi e di corporativismi. Il 25 aprile è divisivo perché è la data che coincide con la fine di una guerra civile feroce e dilaniante. Sarà sempre una festa lacerante e mai di “tutti”, perché in essa convergono ideologie contrastanti e aliene che di lustro in lustro si susseguono: quest’anno era il 25 aprile dei pro-Pal contro i pro-Israele, sullo sfondo di un rinnovato clericalismo di matrice consolatoria a seguito della morte del Pontefice. Fin quando gli “ismi” prevarranno, e si continuerà a far stupro della storicizzazione degli eventi, non si darà mai ragione alla solennità di una celebrazione che sarà sempre figlia delle idiosincrasie di un paese che si addormenta fascista e si risveglia partigiano.
La storia, dolorosa di quegli anni, è quella dei morti che hanno lottato per un’utopia: essi si stanno rivoltando nella tomba per ragioni diverse rispetto a quella celebrativa d’oggi. I morti del 25 aprile si rivoltano nella tomba dopo anni di dittatura sanitaria, di mortificazione dei lavoratori, di distacco della sinistra dalle ragioni della povera gente, di prostituzione all’egemonia di Bruxelles, di dittatura “woke” che discrimina fingendo di includere, di aderenza ai confini economici di Schengen che privano la libera circolazione dei popoli.
