I Fratoiannez e il nuovo esperanto de noantri

Ma voi ve lo immaginate un comizio dei Fratoiannez o della Schlein a Mirafiori, o allo Zen di Palermo, o a Scampia ecc.? Questa “sinistra”, ormai chiusa nel ghetto della propria autoreferenzialità, incarna sempre più la Marie Antoniette de “S’ils n’ont plus de pain qu’ils mangent de la brioche”, consapevole com’é della voragine che oramai la separa da quello che un tempo era la sua “base proletaria”. La cosa che qui si deve comprendere è che loro, oramai consapevoli di questo enorme gap, riservano a ciò che rimane della loro ideologia lo stesso trattamento che i reduci di Saló conferivano all’ideale fascista diventato nostalgico nello spazio di un amen.
Le piazze di un tempo sono ora cortili e refettori di una cultura snobistica che parla di retoriche di diritti civili innestate su quelle dei diritti umani, e nel nome di una élite ripiegata su se stessa e sul proprio senso di inadeguatezza. Non rimane allora che la protesta pacata, la riforma mascherata da rivoluzione, tra un gingerino di Calenda e una Tesla tenuta in garage.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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