

Sono reduce da questa doppia visione serale. Non mi dilungherò troppo in recensioni specifiche che potrete trovare ovunque. A me interessa mettere in relazione le due opere proprio per le sensazioni suscitate dalla doppia fruizione in sala. Comincio col dire che le mie preferenze vanno tutte per la commovente e sconcertante opera dei Fratelli Philippou, con ciò non relegando “Presence” nell’alveo dell’esercizio di maniera sul genere. Il problema di Soderbergh, per il sottoscritto, è sempre quello del suo procedere con la marcia tirata, misurata, cosa che piace molto ai critici ma che a me rimanda a una sorta di ibrido tra Sophia Coppola e James Ivory, ossia a quanto di più distante mi separa dal cinema. In entrambi i film comunque è centrale la presenza dell’Altro, ossia del disumano, dell’oltreumano, dello spettro, del demone. In maniera più marcata in “Presence” – la camera in soggettiva é lo spettro – in chiave più indiretta in “Bring Her Back”, dove il tema del dolore straziante si fa cannibalismo del corpo, matericità sacrificale del sovrannaturale. In questo senso l’accostamento di Soderbergh al ghost movie appare più scolastico e meno originale, se si riesce a scrostare la patina che di solito viene apposta quale segno della cifra autoriale del regista di successo che si presta al nuovo genere, rivelandosi poco più di un gioco sapiente di citazioni ben nascoste. Viceversa l’opera dei Philippou mostra una straordinaria capacità introspettiva dell’inferno in cui versa certa psiche giovanile, e ci regala un film straordinario sulla catarsi e la passione del corpo, come solo “Martyrs” di Pascal Laugier è riuscito a fare nel 2008. La cruda rappresentazione del sacro dei Philippou (altrettanto pregevole da un punto di vista registico) si scontra così con gli artifici tecnici della teorizzazione dell’ultraterreno in Soderbergh, risultando vincente per la capacità di saper osare e mostrare senza timore i tabù e i limiti imposti dalla civiltà repressiva che produce il mostruoso attraverso la sua estetizzazione o medicalizzazione (ciò che un tempo suscitava orrore viene oggi integrato come eccezione patologica, deviazione codificata o prodotto spettacolare, neutralizzando così il suo potenziale critico e destabilizzante). In questo senso non dovete perdervi “Bring Her Back”, se non desiderate i soliti “spiegoni” sul rituale in atto che, come in ogni capolavoro videoludico che si rispetti, vengono qui lasciati aperti all’interpretazione dello spettatore, e se non volete perdervi la straordinaria prova del piccolo Oliver, ossia di uno dei protagonisti minorenni più carismatici del cinema degli ultimi decenni.
