
Nel codice non scritto della relazione fra artisti vi è sempre un’avversità che non ha nulla a che vedere con l’umano, una tensione necessaria al confronto che rappresenta l’invisibile tessuto connettivo di individui e comunità, ciò che trascende le vicende personali legate al successo o alla realizzazione del sé. Da ciò scaturisce la linfa preziosa del sacro, dalla ferita inferta all’Incommensurabile da cui sgorga il nettare che dà origine alle reazioni a catena che vanno dal rito collettivo alla performance. Per troppo tempo si è bollato tale necessario processo conflittuale entro i ristretti ambiti dello storicismo, dell’estetica che hanno finito col relegare tale processo entro i limiti dello spleen del Romanticismo. In realtà ciò che ancestralmente anima il fuoco della creazione è frutto di una polarità, quasi sempre di una sfida, fra uomo e uomo, fra uomo e divino, fra uomo e materia. Ogni tentativo associazionistico e comunitario è comunque figlio della sublimazione di tale conflitto, di una normativa sociale che si impone soprattutto nelle società opulente di questi ultimi secoli, volta a sedare, narcotizzare, stemperare le irruzioni dello skandalon nello scenario dell’urgenza espressiva e della comunicazione fra sapiens. Movimenti e collettivi, come un tempo le corporazioni di Arti e Mestieri del Medioevo, sono le chiese atte ad arginare l’iniziazione esoterica dell’arte, a contenerla entro i confini del decoro, della struttura, della fruizione. Quando stringete la mano a un artista, sappiate in fin dei conti la state stringendo al demonio, alla divinità che sorregge la stessa struttura della fascinazione. Diffidate sempre degli artisti concilianti, dei menestrelli di regime, dei cantori delle riforme: costoro sono l’emblema della mediocrità assurta nei cieli di cartapesta della società dello spettacolo.
