
Nei sogni lucidi
intravedo le entità biomacchiniche
colonizzare la prospettiva circolare
del tempo che ci dannava.
Con un sospiro fummo condotti
sul limitare della stella più vicina
e non ebbimo neanche il tempo
di voltarci sulle migliaia di anni
che ci lasciavamo alle spalle.
Ci sembró così vano tenere alla memoria
così imbarazzante il pensare alle nostre vite trascorse, ai nostri affetti,
che in un lampo scordammo d’esistere
d’esser stati corpo e d’aver vissuto.
Eppure eravamo ancora lì febbricitanti
nell’istante concreto d’una vigile presenza
che si stagliava nitido sulla spettralità
causata dalla distorsione magnetica della nana rossa.
Fu allora che percepii la disgregazione
di ogni mio atomo e particella
fu allora che sentii la ruvida asperità del tempo, la rigida struttura delle sue abissali pareti
(un acufene, l’eco della mia parvenza
il fantasma di una struttura sensoria
l’implosione del campo quantico, gli ultimi spasmi del senso).
E poi ancora il litorale violaceo d’una nube gassosa, l’accartocciarsi dei significati, l’ultimo vortice di vitalità fra gli spasmi della ragione agonizzante.
La dissoluzione d’ogni linguaggio.
(Stazzo 7-7-2025)
