
Sera di lunedì a Stazzo. La leggiadria di una mamma bona come solo Gesù Cristo le manda in Terra. Quattro pargoli urlano. Lui è il marito. Segaligno e pragmatico. Lei corre coi suoi sandaletti dietro alla piccola ribelle che fugge verso la piazza. Sembra una dea ellenica condannata alla vita mortale da uno Zeus vendicativo. Lui insacca pargoli come sacchi di patate dentro la Cinquecento Fiat nuova di zecca. Insacca figli e giocattolame con la perizia del fornaio, mentre figli e giocattolame fuoriescono dallo sportello opposto. Sembra un vecchio cartone animato di Felix The Cat. Lei ritorna con la creatura e con grazia riporta le pecorelle all’ovile dell’auto. Il marito è come l’elastico potente delle nostre fionde da adolescenti. Sembra Don Lurio un po’ più alto. Lei gli dà una carezza amorevole, e mette la sicura alla portiera posteriore. Le urla e i pianti dei pargoli indemoniati risuonano adesso ovattate. Io sono lì a guardare. Capisco perché mi ritrovo solo a contemplare questa scena. Avessi potuto scegliere cosa avrei risposto? La vita con la dea e questo inferno? No. Signori. No. Preferisco una vecchiaia di masturbazioni mentre la badante trans mi sderena col catetere. E dunque come il
Raimondo Vianello di “Di nuovo tante scuse” (sigla finale), inforco salterellando la sella del mio scooter e agito la mia chioma fantasma prima di indossare il casco. Sgaso. Cristo come sgaso. L’aria fredda del mare entra da sotto nei miei pantaloncini creando un effetto Badedas. Sì. Sono io Zeus. Signore dell’Olimpo
Altro che cazzi.
