
Siamo in una sorta di Basilicata metafisica. Il paesaggio è celtico. Siamo invitati a partecipare a una sorta di concorso letterario organizzato da Fabio Vito Lacertosa. Si tratta di descrivere il “Mose”, una sorta di ciclopica costruzione di ignota fattura facente parte del patrimonio della regione. Risalirebbe ai millenni dimenticati, e non può essere stata edificata dall’uomo. Quando arriviamo ai piedi di questo colosso immane, rimango sconvolto e in preda a un fremito di meraviglia. Siamo di fronte una sorta di immensa struttura a forma di parallelepipedo, scavata davanti, e interamente ricoperta dalla vegetazione. Lo sguardo verso l’alto non riesce a colmare la vetta che si cela ai nostri occhi ricoperta dalle nubi. Fabio spiega le regole di questo concorso e mostra quale sarà la pena per chi non supera la selezione. Più avanti, alla fine del prato, che pare interrompersi improvvisamente rispetto all’orizzonte, a guardare in giù dal vertiginoso dislivello scosceso, si ammira un’enorme vallata verde pullulante di case, strade ecc. Sembra la classica vista da un aereo in quota. “Chi non supererà la
selezione non potrà accedere alla sommità del Mose e dovrà trovare il percorso segreto che porta alla valle. Una volta lì giunti, costoro non potranno mai più risalire”, ammonisce severo, ma con quella punta di ironia e un accenno di sorriso che rendono il tutto ancora più sconcertante, un perentorio Fabio.
Mi sveglio.
Questa è solo la minima parte che ricordo. Oramai vivo realtà parallele e praticabili. Mondi adiacenti con caratteristiche simili alle nostre. Altri con regole fisiche, chimiche, tecnologie e alfabeti che neanche riesco a descrivere, ma che durante la fase onirica sembro padroneggiare senza problemi.
