
Che rottura dì palle i catanesi che ritornano a “casa” dal Nord per Natale, con tutto quel portato di ardore emotivo che li rende per qualche giorno empatici e vogliosi di solarità e mari. Io spero diluvi fino al 6 gennaio, così poi se ne tornano nelle Padanie col loro fardello di prodotti locali, magari ben occultati per non ricordare i nostri nonni in transumanza. Il problema è che ora prendono aerei, e si attaccano al cazzo; prima col viaggio della speranza in treno potevano permettersi conserve e formaggi nel facchinaggio delle valigie che come bare venivano impilate negli scomparti. Li riconosci subito comunque: hanno quell’aria un po’ sognante che li rende simili a turisti fuori stagione, con lo sguardo sospeso tra il ricordo mitizzato e l’imbarazzo del presente. Parlano della città come se fosse rimasta congelata all’anno della loro partenza, come se Catania fosse un presepe che si accende solo a dicembre per rassicurarli sul fatto di non aver sbagliato tutto. Fanno confronti improponibili, dispensano consigli non richiesti, dicono “al Nord” con quella lieve inflessione coloniale che tradisce più nostalgia che convinzione. Gironzolano per le strade come reduci temporanei, si commuovono davanti a un arancino, fotografano l’Etna come se non l’avessero mai vista, riscoprono improvvisamente un amore viscerale per il dialetto che durante l’anno tengono accuratamente sotto vuoto. Affettano qualche parola del tipo “carusi”, “amuninni”… Per qualche giorno si sentono di nuovo parte del presepe, poi ricomincia il conto alla rovescia: il rientro, il freddo, l’efficienza, la vita “vera”, quella che però raccontano sempre con un velo di stanchezza negli occhi.
Riportano con sé un’idea di casa che non esiste più, o forse non è mai esistita, e se la spalmano addosso come una pomata nostalgica. Poi ripartono, lasciando dietro di sé tavolate finite, pacchi di dolci mezzi vuoti e quella strana sensazione che il Natale, più che una festa, sia diventato un esercizio di pendolarismo. Nel frattempo invecchiamo e ad ogni ritorno scompaiono genitori e parenti. E infine arriverà quel giorno in cui tutti insieme, rincoglioniti e anestetizzati, esuli e locali, trascineremo – se ci va bene – i nostri macilenti corpi verso il presepe della RSA pensando d’esser ora quel pastore, ora quel bue, ora perfino il Bambin Gesù della perenne natività.
