Kefiah e Birkenstock: il “Palestine Washing”

Stamane mi sono risvegliato con questa immagine in testa e con alcuni quesiti. Non credevo di assistere a una rivoluzione di piazza avente come sostenitori i Cairo, i Formigli, i Gramellini, i Fazio, i Tosa, le Cuzzocrea, i Telese… ossia del “circo mediatico” (Preve docet) che per tutti i primi mesi di genocidio ha fomentato la criminalizzazione della resistenza palestinese e del suo diritto, sancito anche a livello internazionale, di difendersi dalla tirannia israeliana e da azioni di genocidio e di pulizia etnica esistenti fin dalla nascita dello stato sionista. Mi riferisco al Partito Democratico che si è fatto scudo del fantomatico “diritto di Israele a difendersi”, delle Segre indignate, mentre nel frattempo si bombardavano ospedali, si stupravano – anche con l’uso di cani – persone prigioniere nei carceri-lager, e si bruciavano vivi i bambini nelle tende. Non più sangue e polvere da sparo, ma l’odore del cuoio e il tessuto prodotto in serie da multinazionali è alla base di questo Palestine Washing: così ho immaginato questo presente, con questa emblematica vignetta al mio risveglio.

Ora, immaginate la Rivoluzione francese capitanata non dal Terzo Stato inferocito, ma da una delegazione di alfieri della nobiltà del re, fieri, indignati e pronti a battersi — purché con guanti bianchi immacolati e mantello ben stirato. È la stessa contraddizione che oggi vediamo: una ribellione di superficie, che ha il passo comodo del sandalo ergonomico e l’iconografia patinata della kefiah, privata del suo contesto storico. Pensiamo agli anabattisti del Cinquecento: contadini, artigiani, uomini e donne perseguitati, che rifiutavano battesimi e poteri, pronti a morire arsi vivi pur di affermare un principio. Nessun accessorio lì, nessun “look” da sfoggiare: solo fame, piaghe, fango e sangue. Immaginate di trasporre questa scena al presente: i rivoluzionari anabattisti con in testa la kefiah ben stirata e ai piedi le Birkenstock, a discutere di teologia su un palco sponsorizzato da un brand di acqua minerale. Un ossimoro, una messa in scena grottesca. Dove un tempo il martirio era destino, oggi basta un post indignato, una diretta con filtro “dramatic”, e si può dire di aver “partecipato alla lotta”. Intendiamoci, sono perfettamente conscio che tali esempi valgono come riferimento simbolico e che vanno ricondotti al periodo storico di riferimento. Pur tuttavia è in questo scarto significativo al netto della necessaria storicizzazione che nasce la satira – quella satura che un tempo era centrale nella sinistra e che adesso pare essere scomparsa, talmente bacchettoni e moralisti son diventati questi giullari dei nostri giorni -: gli anabattisti erano costretti a vivere nascosti, spesso braccati, con il rischio costante della tortura; i nostri rivoluzionari in Birkenstock, invece, vivono alla luce dei riflettori, cercano sponsor, curano l’immagine. Allo stesso modo, proviamo a trasportare questi stessi “rivoluzionari estetici” all’epoca del lockdown: uno scontro feroce tra chi gridava al complotto globale e chi difendeva il rigore sanitario, entrambi però accomunati da un tratto essenziale — la spettacolarizzazione del dissenso, la ricerca di un palcoscenico. Non più piazze illuminate da fiaccole, ma balconi e dirette Instagram; non più ghigliottine, ma post virali. Kefiah e Birkenstock. Lì dentro c’è la perfetta allegoria di questo nostro tempo: un tempo di rivoluzioni morbide, ergonomiche, reversibili come una moda stagionale. Se ieri l’accessorio era la mascherina chirurgica, oggi è la kefiah; se ieri si gridava “fiducia nella scienza” come se fosse un dogma laico, oggi ci si abbraccia sotto le bandiere palestinesi. E torniamo al PD: in meno di due anni ha saputo passare dalla difesa vitrea della scienza e della vaccinazione (difesa eretta a verità dogmatica, quasi ecclesiastica) a fare da scudo a Liliana Segre tacciando di antisemitismo ogni critica sensata, fino a lanciarsi ad abbracciare la causa palestinese e le rivolte di piazza. Tutto in una velocizzazione talmente estrema da trasformare il presente in una successione di cornici narrative, una slide dopo l’altra. Questo è il presentismo: una modalità di vivere il tempo come successione istantanea di pose. Nessuna sedimentazione, nessuna elaborazione critica. Così può accadere che antagonisti feroci di ieri — no-vax e pro-vax, filo-israeliani e filo-palestinesi, difensori della legalità e sostenitori della rivolta — si ritrovino, pochi mesi dopo, ad abbracciarsi nella medesima piazza. Non per riconciliazione storica, ma per il semplice fatto che la piazza è ormai palcoscenico, e tutti vi recitano a seconda della parte assegnata dal flusso del momento. Il risultato è che la kefiah e la Birkenstock diventano il nostro stemma araldico contemporaneo: segni intercambiabili, pronti a essere indossati e dismessi con la rapidità di un algoritmo. Non più rivoluzioni, ma versioni aggiornate del medesimo rito: quello della spettacolarizzazione del dissenso, dove il nemico di ieri può diventare il compagno di lotta di domani, senza che nessuno si chieda come e perché.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

Rispondi