Recensione di “The Life of Chuck” di Mike Flanagan

Mike Flanagan con The Life of Chuck tenta un’operazione rischiosa: raccontare la vita di un uomo qualunque come se fosse l’intero universo a collassare. Non un film apocalittico nel senso comune, ma un’opera che mette a nudo il rapporto tra coscienza e tempo, costringendo lo spettatore a misurarsi con la fine non solo di un individuo, ma di tutto ciò che lo circonda. Il film procede a ritroso, in tre atti che smontano la cronologia e restituiscono la vita di Charles Krantz per frammenti. Una biografia che sembra ordinaria e che invece diventa specchio di qualcos’altro: il dissolversi dell’universo stesso. L’idea, per come viene sviluppata da Flanagan, richiama la scala temporale cosmica. Se comprimessimo i 13,8 miliardi di anni dell’universo in un solo anno di calendario, il Big Bang accadrebbe il 1° gennaio. La Terra nascerebbe il 14 settembre, le prime piante comparirebbero appena il 20 dicembre. Un giorno cosmico corrisponderebbe a circa 40 milioni di anni; un minuto a 26.500 anni; un secondo a 444 anni. Dentro questa sproporzione immensa, la vita intera di un uomo non occupa nemmeno un battito di ciglia. Eppure è proprio in quella microscopica fessura che si gioca il senso del film: il dettaglio diventa più significativo della totalità, il frammento prevale sullo spettacolo. Flanagan non indugia sulla catastrofe, non ci offre la solita apocalisse da blockbuster. Ci porta piuttosto in una condizione liminare, in cui i piccoli gesti, i ricordi minimi, i volti che riaffiorano, hanno più peso della rovina del cosmo (quale cosmo poi, se non quello che si accende alla coscienza della vita?). È un cinema che lavora sui resti, sulle scorie della memoria, su ciò che si rifiuta di scomparire anche quando tutto il resto è già annientato. La scelta di costruire il racconto a ritroso non è una trovata narrativa, ma una dichiarazione di intenti: il tempo non va solo avanti, va anche verso il fondo, scava, torna indietro. La vita di Chuck non è importante perché “eccezionale”, ma perché mette a nudo il meccanismo stesso dell’esistere: nascere, accumulare frammenti, disperderli, e infine restituirli come eco. In questo senso The Life of Chuck è un film che va oltre l’adattamento kinghiano. È un’opera che assume la lezione della cosmologia e la traduce in gesto cinematografico, in filmica poesia: ci ricorda che tutto ciò che siamo è un battito infinitesimale, e che proprio in questa brevità si annida l’enigma che vale la pena guardare in faccia. Uno dei film più belli che ho visto di recente.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

Rispondi