I valori dividono, il denaro unisce: il woke come copertura morale del capitale

Da sempre il mondo non è stato tenuto insieme da valori condivisi, da diritti universali o da una qualche armonia culturale. È stato tenuto insieme dall’oro. E poi, più tardi, dalla moneta. Punto. Popoli che non si capivano, che parlavano lingue incomunicabili, che adoravano divinità incompatibili, che vivevano secondo codici morali opposti, hanno commerciato, si sono riconosciuti, si sono tollerati solo perché condividevano una cosa: la fiducia in un mezzo di scambio. Non una visione del mondo, non un’etica, non una legge comune. Una moneta. Tutto il resto era irrilevante o, al massimo, negoziabile. L’oro è stato il vero linguaggio universale molto prima di qualsiasi dichiarazione dei diritti. Una delle tante rivoluzioni OGM. Ha funzionato proprio perché non chiedeva adesione morale, ma solo accettazione pratica. Non serviva essere d’accordo su ciò che è giusto o sbagliato: bastava sapere che quell’oggetto aveva valore perché anche l’altro lo avrebbe riconosciuto. È così che si è costruito il commercio globale, ed è così che si è tenuto insieme un mondo profondamente diviso.
Ancora oggi funziona allo stesso modo, solo in forma più astratta. Abbiamo sostituito l’oro con cifre, algoritmi, flussi finanziari, monete digitali, ma il principio non è cambiato di una virgola: il collante non è un sistema di valori, è un sistema di scambio. Non è la condivisione etica, è la convertibilità. Non è la giustizia, è la liquidità. Per questo trovo francamente grottesca l’idea che si possano imporre leggi morali universali, diritti identitari condivisi, valori culturali omogenei in un sistema che non è mai stato unito da nulla di tutto ciò. Come si può pretendere una comunità etica globale quando l’unica cosa che tiene insieme questo mosaico di culture, interessi, tradizioni e conflitti è la moneta? Come si può parlare seriamente di “valori comuni” in un mondo che non condivide nemmeno il significato di uomo, di corpo, di sacro?
Il denaro unisce perché è indifferente. Non chiede fede, non chiede purezza, non chiede adesione simbolica. I valori, invece, dividono. E più si cerca di renderli universali, più diventano strumenti di conflitto e di dominio. È per questo che ogni tentativo di costruire un ordine mondiale fondato su diritti astratti e principi morali comuni o fallisce, o si trasforma inevitabilmente in imposizione. Il mondo globale non è una comunità: è un mercato. E confondere le due cose significa produrre solo ipocrisia politica.
Ed è qui che entra in scena la cultura woke, non come emancipazione, ma come perfetta sovrastruttura ideologica del capitalismo finanziario globale. Mentre il denaro continua a essere l’unico vero collante del sistema, si riempie lo spazio simbolico di micro-valori identitari, di battaglie morali prefabbricate, di diritti astratti scollegati da qualsiasi rapporto materiale. Le oligarchie finanziarie non hanno alcun problema con il woke: anzi, lo adorano. Perché mentre si litiga su linguaggi, pronomi, rappresentazioni e colpe storiche, il flusso del capitale resta intoccabile, invisibile, sacro.
La cultura woke non mette mai in discussione la moneta, il mercato, la finanziarizzazione del mondo. Al contrario, le protegge, frammentando il conflitto in mille rivoli morali, trasformando la politica in una questione di sensibilità e non di potere. È il travestimento etico perfetto di un sistema che non vuole essere nominato. Prima si è accettato che l’unico collante fosse la moneta, poi si è fatto finta che fosse l’etica. Ma l’etica non ha mai tenuto insieme nulla su scala planetaria. L’oro sì. La moneta sì. Tutto il resto è narrazione funzionale a chi incassa.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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