Confessione

Sono stanco.
È un monotono susseguirsi di errori.
Fraintendimenti.
La semantica è un impaccio.
Tutto viene distorto.
Contorto.
Corrotto.
Manipolato.
Deturpato.
Stuprato.
Osservo il cielo azzurro di settembre
Bello. Pare finto.
Non so più come fare.
Non so più come dire.
Non so più cosa pensare.
Ogni azione discorsiva, di scrittura, espressiva rimanda al caos infero.
Le interpretazioni di ogni evento comunicativo finiscono col rendersi poi significati di ulteriori significati. Tutto si stratifica. Si sedimenta. Strutture coriacee, dure a morire.
Non so più come parlare.
Non so più come scrivere.
È una kafkiana, disperata corsa alla puntualizzazione.
Alla precisazione.
Ci si ritrova nell’urlo, nella regressione primordiale come ultimo anelito all’annullamento di ciò che il linguaggio paradossalmente nega: l’essenza del vero.
Aletheia: dicevano i greci.
Si grida per disperazione comunicativa.
Ogni grido significa: siamo limitati, il medium è limitato. Dunque urliamo. Azzuffiamoci per annullare questo limite.
Usiamo le maiuscole per demarcare una dimensione sonora prospettica.
Il cielo. Bello. Ma pare finto.
Mi interrogo su chi sono.
Chi cazzo sono?
Chi è questa entità carnale fatta di cellule e sangue che mi sovrintende.
Fallisco.
Fallisco a ogni istante.
È una indefessa moviola in cui inciampo sulla battigia.
Poi la risacca, e ricomincio a inciampare.
Voglio aggiustare una cosa e la sfascio.
Voglio aiutare qualcuno e lo ferisco.
La cronaca del mio fallire si fa memoria.
Densa.
Dura.
Marmorea.
Tombale memoria.
Questa densità mi struttura nella de-strutturazione.
È una densità che si fa sempre più greve.
Un silenzio nero sempre più difficile da trasportare.
Un silenzio nero che si fa linguaggio nella Babele del demone mediatico.
Se parlo si aprono piaghe.
Se scrivo si richiudono le ferite purulenti.
Se suono rinnego il linguaggio che mi perseguita.
Il linguaggio della parola che punisce.
Poi.
Nel dopo.
Nel “pre”.
L’evoluzione muta e sorda.
Un mondo di sordomuti.
Diversamente abili.
Abilmente diversi.
Bello il cielo di settembre.
Sembra finto.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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